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04 novembre 2010


Romani 14:1-9



Vivere per il Signore

(Accogliersi nonostante le differenze)

 

a cura del Past. Sergio Tattoli

 

Note esegetiche e omiletiche

 

Testo biblico

14:1 Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli. 2 Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l'altro che è debole, mangia legumi. 3 Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto. 4 Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piedi, perché il Signore è potente da farlo stare in piedi. 5 Uno stima un giorno più di un altro; l'altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente. 6 Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio. 7 Nessuno di noi infatti vive per sé stesso, e nessuno muore per sé stesso; 8 perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. 9 Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi.

 

***

 

Commento introduttivo

Come avviene sovente "Un giorno una parola" propone una pericope, magari evocativa, ma non tale da consentire di percepire il contesto in cui collocare una predicazione. Non si può giungere a un'esegesi plausibile estrapolando parole dal loro contesto. Per questo propongo di estendere il testo partendo dall'inizio del capitolo. I primi 6 versetti possono essere trattati brevemente, concentrando poi maggiore attenzione ai versetti 7-9.

 

Esegesi

Vv.1-6

Paolo tratta il problema originato dalla particolare situazione in cui si trovavano i cristiani di Roma. Nella comunità romana si contrapponevano due gruppi identificati con l'etichetta di "forti" e "deboli" nella fede. Il pomo della discordia era il loro diverso approccio al cibo. Fra di loro, infatti, vi erano cristiani provenienti dall'ebraismo che, pur avendo accolto l'evangelo, ancora ritenevano di dover seguire i cerimoniali religiosi tradizionali della legge mosaica (donde la diversa considerazione dei "giorni" di cui si fa menzione al v. 5). Non mangiavano certi cibi, ritenendoli impuri, secondo precetti veterotestamentari. Ma anche tra coloro che provenivano dal mondo pagano c'era chi si creava problemi, soprattutto riguardo al consumo della carne. Alcuni membri della comunità di Roma (proprio come quelli di Corinto, che rivolgono un'interrogazione a Paolo in merito) erano turbati all'ipotesi di consumare carne precedentemente offerta agli idoli, ritenendo che ciò significasse in qualche modo contaminarsi e commettere idolatria. Altri membri della comunità, avendo meglio interiorizzato il messaggio di libertà, parte integrante dell'evangelo,  liberati da simili condizionamenti, ritenevano di poter mangiare e bere senza porsi problemi.

Si era creata così una contrapposizione tra coloro che avevano compreso che la salvezza è ricevuta solo per la libera iniziativa divina, solo per grazia, e si reputavano  spiritualmente "forti", e coloro che invece ritenevano che il cibo avesse un valore religioso, e che la comunione con il Signore richiedesse, o almeno fosse favorita, dall'astensione da certi cibi. Per questi loro "scrupoli, come li definisce il testo, erano tacciati di essere spiritualmente "deboli". I "deboli" accusavano i "forti" di essere incoerenti verso il messaggio cristiano e moralmente lassisti. I "forti" consideravano i "deboli" ignoranti e superstiziosi, compromettendo con quest'atteggiamento la comunione fraterna e sororale. Paolo si propone di conciliare quest'antagonismo, affermando sì la libertà cristiana, ma anche l'amore che porta ad avere pazienza e tolleranza gli uni verso gli altri. Nella 1 Corinzi esorta affinché il diritto alla libertà "non diventi un inciampo per i deboli" (8:9). Nel caso spedcifico, ai credenti di Roma, Paolo raccomanda di astenersi dalle reciproche condanne. Non al proprio simile ma a Dio ciascuno dovrà rendere conto, proprio come un servo deve rispondere al padrone del proprio operato, non agli altri conservi. Ciò che importa  non sono le differenze ma che ambedue, il forte e il debole, siano sorretti da convinzioni che tendono a rendere onore a Dio. Entrambi sono nella grazia divina. Entrambi, infatti, a prescindere dal tipo di cibo che assumono, rivolgono al Signore il loro ringraziamento. Le affermazioni che seguono si collocano nell'ambito del confronto tra queste due correnti presenti nella comunità.

 

Vv. 7-9

A questo punto l'Apostolo introduce il concetto di appartenenza al Signore. Lo sviluppa traendo dal caso specifico (quello che sta trattando) un concetto generale. 

L'affermazione "Nessuno di noi vive per sé stesso" sarebbe veritiera anche se quel "nessuno" fosse riferito all'essere umano in genere, nel senso che a prescindere dalla personale consapevolezza ogni individuo dovrà rispondere a Dio. Ma è più verosimile che l'Apostolo si riferisca ai cristiani: nessun cristiano (o cristiana) vive per sé stesso (o per sé stessa).

L'affemazione di vivere per Dio ricorda a tutti noi credenti il valore della vita da spendere secondo l'antica formula veterotestamentaria amando "Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze" (Dt. 6:5). È un appello rilevante oggi, in questo nostro mondo che sembra avere dimenticato il "timore di Dio". Viviamo in un mondo sempre più secolarizzato, il cui esito è tutt'altro che l'emancipazione dalla cappa superstiziosa della religiosità, com'era nel Medioevo; non è l'affrancamento dall'integralismo, che ancora alligna in diversi Paesi e nella coscienza religiosa di tanti. L'assenza di Dio dalla vita dell'uomo moderno si traduce piuttosto nella pericolosa deriva dell'indifferenza verso il proprio simile. Assistiamo sempre più sovente a inammissibili forme di intolleranza, d'insensibilità, d'arroganza. Notiamo un diffuso atteggiamento che pone sé stessi anziché Dio al centro della vita. La parola di Paolo ridà valore alla vita ponendola di fronte allo specchio della morte, e l'immagine riflessa che si vede è un'immagine in cui si scorge Dio, la sua onnipresenza, la sua onnipotenza. Dal testo si evince la facoltà di Dio di essere onnicomprensivo, e di porre sotto la sua ala l'intera vicenda umana, sia il "breve guado del tempo" di questa vita terrena sia l'oceano infinito della vita eterna.   

Per chiarire l'inopportunità del facile giudizio e del disprezzo verso coloro  che si comportano diversamente dalle nostre aspettative, Paolo indica quanto sia essenziale che il cristiano guardi a Dio e non a sé stesso. "Nessuno vive per sé stesso". Un pensiero analogo lo troviamo 1 Corinzi 15:19: "Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini". Se vogliamo comprendere qual è il senso della nostra speranza, se vogliamo comprendere in quale via stiamo camminando dobbiamo riflettere sulla meta verso la quale siamo diretti. La nostra meta non siamo noi stessi. Lo scopo della vita cristiana non è la propria realizzazione, ma è rendere gloria a Dio. Apparteniamo al Signore Gesù nel cui nome ci viene insegnato a fare ogni cosa: "Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui" (Cl. 3:17). Paolo aveva profondamente interiorizzato l'idea che la sua vita avesse senso solo alla luce di Cristo tanto da affermare: "Per me il vivere è Cristo e il morire guadagno" (Fi. 1:21).

Non solo non si vive per sé stessi, ma anche "nessuno muore per sé stesso".

Nel vivere dobbiamo tendere a glorificare Cristo mediante le azioni che compiamo nel suo nome; nel morire abbiamo la fede di essere glorificati con lui. Così, sia in vita sia in morte apparteniamo al Signore. Le parole di Gesù riguardo al rinunciare a sé stessi, riguardo al perdere la propria vita nella prospettiva di ritrovarla in Dio, sono eloquenti e illuminano questo aspetto esposto da Paolo. La morte non è liberarsi dal peso della carne (la prigionia della materia, secondo una diffusa convinzione gnostica), ma è un andare verso il Signore, è il viaggio verso Cristo. Cristo è il centro nel quale le linee della vita e della morte convergono.

Per effetto della fede la vita dei cristiani non è più ripiegata su sé stessa, non è più tesa al soddisfacimento del proprio "ego", poiché nel riconoscere Dio si riconosce la realtà che ci trascende e relativizza la nostra stessa esistenza. Nella fede la vita diventa relazione con Dio. Può sembrare che venga eluso il tema del rapporto con il prossimo, ma questo è adombrato nella metafora del servo il cui operato è sotto il giudizio del padrone. L'agire di noi cristiani ha rilevanza davanti a Dio il quale resta l'unico, legittimo giudice. Ecco il motivo dell'esortazione ad astenersi dal giudicare (e condannare) l'operato di coloro che hanno una diversa sensibilità etica. L'Apostolo spinge a guardare oltre sé stessi e vedere la propria esistenza in funzione di Dio. Paolo si spinge a vedere l'intera vicenda umana nei confronti di Dio: va oltre la vita terrena e afferma che in vita o in morte apparteniamo al Signore. 

           

Un aspetto rilevante della teologia paolina è che la conversione ci sottrae al dominio del male e ci pone sotto la tutela del bene. Ci sottrae alla schiavitù del regno delle tenebre e ci rende servi di Dio in Cristo. Nell'ottica paolina la conversione implica un cambiamento di padrone, per cui nella fede accettiamo di "assoggettarci" alla signoria di Cristo. In Cristo, le nostre azioni sono rivolte a Dio, sono svolte in funzione di Dio, sono compiute alla gloria di Dio. Dal momento che ogni cristiano appartiene al Signore, sia la vita sia la morte sono esperienze che riportano alla sua signoria. Per effetto della decisione alla sequela, noi cristiani non apparteniamo a noi stessi ma a Dio, pertanto non siamo più confinati nei limiti di questa vita terrena. Essendo "risorti con Cristo" (Cl. 3:1) apparteniamo al Signore sia in vita sia in morte.

Il fondamento teologico di quest'ultima affermazione lo troviamo al verso 9.

Il fondamento è nell'assoluto dominio di Cristo che è il frutto del suo morire e risorgere. "Egli è il Signore di tutti" (At. 10:36); oggetto di adorazione di tutte le creature: "E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all'Agnello, siano la lode, l'onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli"; (Ap. 5:13); è "il nome che è al di sopra di ogni nome" datogli da Dio dopo averlo "sovranamente innalzato" (Fi. 2:8-9); dopo la morte e la resurrezione, Gesù rivolgendosi ai discepoli disse: "Ogni potere mi è stato dato, in cielo e sulla terra (Mt. 28:18). La sua vicenda lo rende "Signore sia dei morti sia dei viventi". E noi suoi seguaci siamo chiamati a seguirlo in questo cammino, nel senso che la nostra esistenza va vissuta nella libertà che deriva da questa ampia visuale che travalica la vita terrena. Alla luce di questi concetti le differenze individuali, che sono spesso fonte di reciproco biasimo e motivo di contese, perdono ogni valore. Ogni cristiano è amato da Dio.

 

Schema omiletico

La diatriba tra "forti" e "deboli" potrebbe essere ricondotta all'esistenza in seno alle chiese di una componente gnosticheggiante che risolveva in due opposti modi la questione etica: gli "asceti" mortificavano in corpo con varie forme di astinenza, privilegiando lo spirito ; i "libertini" ritenevano che tutto fosse lecito. A loro Paolo ricorda che "non tutto è utile". Temo tuttavia che il riferimento alle due correnti dello gnosticismo possa appesantire il  sermone la cui mira deve essere l'accoglimento di tutti senza giudizi perché tutti apparteniamo al Signore.

-  Il sermone può essere articolato con un'introduzione sul contesto: il reciproco giudizio tra due gruppi di credenti per il loro diverso modo di vivere la fede in Cristo.

Poi si possono sviluppare i seguenti aspetti:

I) Paolo dissuade entrambe le parti dal persistere in simili atteggiamenti, poiché:

-         a) Ogni cristiano, come un servo, deve rendere conto del proprio operato al suo padrone e non agli altri servi;

-         b) Al di la delle differenze individuali, ogni credente, nel suo specifico modo di agire, intende rendere gloria a Dio; ciascuno, a suo modo, gli esprime la propria gratitudine;

-         c) Dio ama i suoi figli e le sue figlie indiscriminatamente, a prescindere dalle caratteristi­­che individuali.

II) Questa serie di pensieri viene rafforzata mediante affermazioni teologiche che mirano a precisare la natura del rapporto tra i cristiani e Cristo:

- Il cristiano vive e muore non in funzione di sé stesso ma del Signore;

- Per effetto della conversione, apparteniamo a Cristo;

- Cristo con la morte e resurrezione è diventato Signore dei morti e dei vivi, ed è lui che alla fine del tempo sarà l'unico giudice. Non ha senso, dunque, ergersi a giudice dell'altro dato che siamo tutti sottoposti al giudizio di Cristo.

 

                                                                             Sergio Tattoli

 

Testi di appoggio

1 Corinzi 8:4-11; Colossesi 3:1-4

 

 

Bibliografia

P. Althaus, La Lettera ai Romani, Paideia;

C.E.B. Cranfield, La lettera di Paolo ai Romani, Claudiana;

C.K. Barrett, The Epistle to the Romans, Adam & Charles Black.

 

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