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sabato 26 dicembre 2015

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI 2016
Torino e Provincia

Commissione Cattolica Diocesana per l'Ecumenismo e il Dialogo (CED) 
Commissione Evangelica per l'Ecumenismo (CEPE) 
 Comunità Ortodosse di Torino

con la collaborazione del 
Segretariato Attività Ecumeniche (SAE)

«Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio»
(1 Pietro 2,9)


18-25 gennaio 2016

LUNEDÌ 18 GENNAIO, ore 20,45
CELEBRAZIONE ECUMENICA di APERTURA della SETTIMANA
presiedono:
- mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino
- pastore Luca Maria Negro, Chiesa Evangelica Battista padre
- Giorgio Vasilescu, parroco ortodosso romeno
Tempio valdese, corso Vittorio Emanuele II, 23, Torino

CELEBRAZIONI ECUMENICHE

MARTEDÌ 19 GENNAIO, ore 20,45
TORINO
- Chiesa cristiana Avventista Via Rosta 3, P. Maglioli, predicatrice E. Banfo
- Chiesa evangelica Battista Via Viterbo 119, suor E. Tamburini, padre C. Vasilescu
- parrocchia San Francesco da Paola Via Po 16, pastore M. Piovano, don A. Piola
- parrocchia San Giovanni Maria Vianney Via Giulio Gianelli 8, pastora M. Bonafede, don G.  
  Carrega
VALPERGA
          Chiesa evangelica Battista Strada Cuorgné 43 don C. Baima Rughet, pastore S. Spanu

MERCOLEDÌ 20 GENNAIO, ore 20,45
CARMAGNOLA
- parr. Ortodossa romena, Chiesa di S. Anna piazza Mazzini,  pastore S. Fontana, M.R.  Marenco,  
  padre M. Vlasin
NICHELINO
- parrocchia SS. Trinità Via Stupinigi 16 pastore P. Ribet, don S. Giraudo RIVOLI
- parr. Ortodossa romena, Chiesa di S. Rocco Viale Bassano 1, don G. Isoni, pastora H. Fontana,       
  padre C. Dita
TORINO
- CHIESA EVANGELICA VALDESE Corso Principe Oddone 7 don A. Saco, pastore E. Paschetto
- Chiesa di Sant'Antonio da Padova Via Sant'Antonio da Padova 5, pastore H. Bludau, padre P. 
  Pagliarini
- parr. Madonna della Divina Providenza Via Carrera 11, pastore F. Mosca, don G. Ghiberti
- parrocchia Madonna delle Rose Via Madonna delle Rose 4, pastora M. Bonafede, p. M. Mazzoleni
- parr. Ortodossa russa, Chiesa di S. Massimo Strada Val San Martino 7, P. Zoccatelli , predicatrice E.
  Ferreri

GIOVEDÌ 21 GENNAIO, ore 20,45
INCONTRO DEI GIOVANI
Preghiere, canti e riflessioni
parrocchia Santo Nome di Gesù Corso Regina Margherita, 70 - Torino

VENERDÌ 22 GENNAIO, ore 20,45
GRANDE VESPRO ORTODOSSO
presiede p. Luciano Rosu parrocchia Ortodossa romena S. Croce via Accademia Albertina 11 - Torino

SABATO 23 GENNAIO
PER BAMBINI E RAGAZZI
ore 9,30-15: laboratorio ecumenico
ore 15,30: preghiera ecumenica
animatori: M. Long, E. Possamai, A. Rosu Parr. S. Agostino, via S. Chiara 9, Torino

SABATO 23 GENNAIO ore 19,00
Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
L'Éternel a fait pour nous de grandes choses.
The Lord has done great things for us.
Tempio valdese, corso Vittorio Emanuele II 23, Torino

CELEBRAZIONI ECUMENICHE

DOMENICA 24 GENNAIO, ore 18,00
UNA NUOVA PRIMAVERA ECUMENICA? PROSPETTIVE DELL'ECUMENISMO IN ITALIA DOPO LA VISITA DI PAPA FRANCESCO AI VALDESI
Ne parliamo con:
- don Cristiano Bettega, direttore Ufficio per l'ecumenismo e il dialogo della CEI,
- pastore Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia.
Modera la pastora Maria Bonafede Sermig, piazza Borgo Dora 61

SABATO 23 GENNAIO, ore 20,45
CASTIGLIONE TORINESE
parrocchia Santi Claudio e Dalmazzo Piazza Beata Vergine Assunta pastore P. RIbet, diacono M. Fanelli


LUNEDÌ 25 GENNAIO ore 20,45
CELEBRAZIONE ECUMENICA DI CHIUSURA DELLA SETTIMANA
presiedono:
- predicatrice Eugenia Ferreri, presidente della CEPE
- padre Lucian Rosu, parroco ortodosso romeno
- don Antonio Sacco, vice-presidente della CED
Duomo, piazza san Giovanni, Torino

martedì 8 dicembre 2015



             IL GIUBILEO NELLA BIBBIA
di Paolo De Benedetti



Questa conferenza è stata promossa dal gruppo ecumenico "Strumenti di pace" nella parrocchia di Gesù Nazareno di Torino. Ringraziamo per l'autorizzazione a riprodurla.


Ho diviso questa conversazione in sette punti. E un caso fortunato perché il numero sette è la radice del giubileo. Eccoli:
1) le fonti bibliche;
2) l'origine del termine;
3) i dati storici;
4) il rapporto tra il giubileo e gli anni sabbatici;
5) il giubileo nella tradizione orale ebraica e negli apocrifi;
6) una considerazione teologica del giubileo;
7) che cosa ci dice il giubileo biblico.

Non parlerò del giubileo cristiano, se non per accenni, ma dei suoi fondamenti - se tali possono considerarsi - biblici. Voglio tuttavia premettere una brevissima sintesi dei cosiddetti "anni santi" o giubilei cristiani, o meglio cattolici. II primo fu indetto da Bonifacio Vlll (nel 1300) e ne abbiamo traccia nella Divina Commedia. Bonifacio Vlll l'aveva stabilito ogni cento anni. Nel 1343 Clemente
Vl lo portò a cinquant'anni. C'era una certa ambizione dei papi di essere presenti all'epoca del giubileo, e c'erano anche delle ragioni sia pastorali, sia economiche. Urbano Vl lo portò a trentatré anni (nel 1390), cioè abbandonò la scansione biblica e adottò quella della presunta vita di Gesù. Finalmente Paolo II, nel 1470, stabilì un giubileo ogni venticinque anni: doveva cadere nel 1475, ma egli mori l'anno prima. Quindi la cadenza attuale dei giubilei è venticinquennale, però ci sono anche i giubilei straordinari: o per l'anniversario (centenario, millenario, ecc.) della morte di Gesù o per altre occasioni storiche, o ci sono gli anni mariani...
Il giubileo cattolico ha assunto due aspetti che il giubileo biblico non prevedeva: l'indulgenza plenaria e il pellegrinaggio, mentre il giubileo biblico aveva come tema centrale il ristabilimento dell'equità, il condono dei debiti.

LE FONTI BIBLICHE
Le fonti bibliche non sono molto numerose. Le principali sono nel Levitico e nei Numeri; c'è poi qualche accenno in Isaia e nel Deuteronomio. Indirettamente, abbiamo l'importante pagina di Luca in cui Gesù fa il lettore della pericope profetica nella sinagoga di Nazareth (cfr. Lc 4,14ss), su cui ritorneremo. Leggo un solo testo:
«Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giomo del settimo mese farai squillare la tromba dell'acclamazione» (Lv 25,8-9a).
ll decimo giorno del settimo mese è il Kippur, mentre il primo giorno del settimo mese è il Capodanno:
«ll giorno di Kippur farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti» (Lv 25,9b-l0a).

Si notino due espressioni: "Dichiarerete santo il cinquantesimo anno", mentre prima si parlava di un periodo di quarantanove anni. Poi: "Proclamerete la liberazione per tutti i suoi abitanti" (Lv 25,10):
«Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest'anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. [...] Regolerai l'acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l'ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita »(Lv 25,10- 15).
Cioè tra un giubileo e l'altro io potevo comprare un pezzo di terra. Ma avveniva come avviene (o avveniva) a Londra, in cui tutto il terreno è della regina. Quando uno compra una casa paga il suolo di più o di meno secondo che ci si avvicini più o meno al centesimo anno, in cui torna la proprietà alla regina. Così nella terra d'Israele. Io compro il terreno da te, supponiamo nel primo anno dopo il giubileo. Lo posso tenere per cinquant'anni e lo pago di più. Ma se io lo compro da te nel quarantesimo anno lo pago di meno. Durante la mia proprietà (parafraso il testo perché sia più chiaro), chi me l'ha venduto ha diritto a riscattarlo (lui o i suoi parenti) pagandolo in questa misura. Se non ha di che pagarlo, comunque al cinquantesimo anno torna a lui. Perché? Per il rapporto popolo-terra. Ogni tribù, tranne quella di Levi, ha un terreno, un territorio che deve rimanere quello senza né crescere né diminuire. Quindi, bisogna che, con cadenze periodiche, il terreno ritorni a essere in rapporto ideale con la tribù, clan, famiglia che lo abita.
Qui nasce un problema che i giuristi del giubileo hanno poi considerato. E se una donna della tribù di Giuda sposa un uomo della tribù di Efraim e gli porta in dote un pezzo di terra, questa terra passa all'altra tribù? No, è impossibile! Non resta che consigliare alla donna di sposare invece un uomo della tribù di Giuda, oppure di stabilire che quel terreno rimanga della tribù di Giuda.
Questo rapporto popolo-terra non va considerato alla luce di ragioni economiche o di possesso, ma di quello che Dio ha detto: "Poiché voi siete ospiti nella terra. Tutta la terra è mia" (Es 19,5; cf Dt 10,14). Le assegnazioni fatte da Dio devono rimanere come un aspetto del rapporto Dio-Israele. In Isaia c'è il testo che poi Gesù spiega a Nazareth: "Lo spirito del Signore Dio è su di me..." (Is 61,1-2). Probabilmente questa è un'allusione al giubileo, che Gesù attualizza secondo il genere letterario del pesher (midrash attualizzante).
Come si vede, i testi biblici relativi al giubileo sono pochi; e Lv 27 e Nm 36 dicono più o meno le stesse cose di Lv 25.

L'ORIGINE DEL TERMINE
Come nasce il termine jovel, giubileo, in ebraico?
C'è un'etimologia che lo fa derivare dalla radice j - b - l che vuol dire "portare in processione". Forse, in questo caso, vorrebbe dire portare in processione i prodotti al santuario. Ma è molto più probabile che jovel significhi "montone", o meglio "corno di montone". II giubileo veniva annunciato con quale modalità? La traduzione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dice che fanno "squillare la tromba dell'acclamazione". È traduzione sbagliatissima. Non si suona una tromba, ma lo shofar (corno). Nel libro dei Numeri sono prescritte le due trombe d'argento battuto (hazozerot) che servono per particolari momenti della vita del popolo. Ma non hanno un significato né teologico né mistico né escatologico come invece ha lo shofar. II giubileo si annuncia nel giorno di kippur col suono dello shofar, che non è uno squillo ma uno strepito.
Ora, lo shofar è prima di tutto un memoriale del sacrificio di Abramo (cf. Gen 22). Egli ha immolato un montone al posto del figlio lsacco. Sul monte Sinai (cf. Es 19) quando Dio stava per dare la Torà, secondo la CEI si sentiva una tromba; invece si udiva uno shofar. Era un suono escatologico, mistico. Quando arriverà il Messia scendendo dal monte degli Ulivi, come si vede nelle miniature ebraiche medioevali, sarà a cavallo di un asino, preceduto da un suonatore di shofar (cf. Zc 9,9) e, come si legge nel salmo 47,6, tutti saranno raccolti davanti al trono al suono di shofar che annunzierà la redenzione. Secondo il midrash: dei due corni del montone immolato al posto di Isacco, uno ha suonato sul monte Sinai e l'altro suonerà all'arrivo del Messia. Quindi, che il giubileo venga annunciato dal suono di shofar e non di tromba non è un particolare trascurabile, come pure che venga indetto il giorno di kippur, giorno in cui ancora oggi si suona lo shofar, come al capodanno. Sono le piccole grandi sviste che dimostrano quanto debba progredire nelle chiese la conoscenza dell'ebraismo.

LA STORICITÀ
Quando e come è avvenuto il giubileo?
Una cosa è certa: durante il periodo del secondo tempio non è mai stato celebrato. Durante il primo tempio meno che mai, perché il Levitico, che stabilisce le norme del giubileo, è stato scritto al tempo dell'esilio e nel post esilio. Il giubileo biblico non è mai stato celebrato, a differenza dell'anno sabbatico, che è stato celebrato e lo è tuttora in Israele. Resta comunque l'esigenza esegetica e halachica di studiarne le modalità legali, come se si trattasse di una realtà, cominciando dal computo.
Quarantanove o cinquant'anni? Una cosa è certa: non sarebbe stato possibile avere un anno sabbatico e un anno giubilare di seguito, perché ciò comportava la non coltura dei campi. L'anno sabbatico (anche se la Bibbia assicura che Dio stesso provvedeva a fornire il cibo), in realtà era un anno di impoverimento: tanto è vero che, negli anni sabbatici, Alessandro Magno e Giulio Cesare avevano esentato gli ebrei dal pagare le imposte, perché il popolo non aveva di che rifonderle. Invece Adriano, I'imperatore che nella tradizione ebraica è associato all'invettiva "siano stritolate le sue ossa", abrogò questa concessione, perché il suo proposito era quello di far scomparire Israele dalla faccia della terra.
Due anni di seguito, uno sabbatico e l'altro giubilare erano impossibili; quindi questa ipotetica data del giubileo è controversa. Da un lato, si voleva sottolineare la cadenza del mezzo secolo, dall'altra collegarsi a tutta la teologia del numero sette. Abbiamo perciò la settimana, l'anno sabbatico, l'anno
giubilare e poi, nelle tradizioni mistiche e apocrife, i cicli giubilari. A prescindere dalla questione del numero, dobbiamo notare che questa sequenza ha una valenza teologica molto importante, in quanto testimonia la scansione del procedere di Dio nel tempo. Dio entra nel tempo: questo distingue il Dio biblico dal dio dei filosofi. Dio entra nel tempo e cammina nel tempo, cambia il tempo. Gli fa percorrere una via verso una pienezza che all'inizio non gli era riuscita. Perciò questo cammino verso la pienezza escatologica è valido tanto per l'uomo quanto per il Creatore.
La sconfitta del creato e del Creatore sarà vinta, verrà sanata solo quando, come dice Is 11,6- 8, il lupo starà con l'agnello e il leone starà col capretto, il bambino metterà la mano nella tana del serpente (il serpente di Genesi 3): tutte cose che avverranno e non sono ancora avvenute. Sta di fatto che, secondo un atteggiamento tipicamente ebraico per noi forse un po' difficile da comprendere, una legislazione del giubileo esiste. Uno degli elementi fondamentali è questo: anche se cade ogni cinquant'anni, il giubileo dev'essere proclamato dal bet din, cioè dal sinedrio. Non è automatico. Ossia ci vuole una iniziativa umana che dia corso a questa scansione divina. Appunto questo è lo scopo del suono dello shofar a kippur. In realtà l'annuncio del giubileo con lo shofar ha le valenze escatologiche, mistiche ecc. che abbiamo detto; ma ha anche un significato molto più concreto. I decreti, gli atti pubblici, venivano notificati al suono dello shofar, come tempo fa nei nostri paesi c'era il banditore che suonava. Lo shofar vale dunque un po' anche come il timbro di un
ufficio.

IL RAPPORTO TRA GIUBlLEO E ANNO SABBATICO
I Maestri si sono posti soprattutto il problema: che differenza c'è tra l'anno sabbatico e il giubileo?
L'anno sabbatico comportava la remissione dei debiti e la liberazione degli schiavi ebrei, a meno che essi dichiarassero che non volevano essere liberati (era possibile, perché grazie al padrone avevano vitto e alloggio). II punto centrale del giubileo invece non sarebbe la liberazione degli schiavi, ma il ritorno delle proprietà, in campagna e non in città. Le case in città restano di chi sono.
(Potremmo fare delle considerazioni sulla prevalenza che nelle religioni la campagna ha sempre avuto sulla città. Prima il pastore sul contadino, poi il contadino sull'operaio e sul cittadino. L'ideale religioso è sempre stato visto in qualche cosa di ritardato rispetto all'attualità). Tuttavia è stata fatta una convenzione: anno sabbatico e anno giubilare sono intercambiabili. Tutto ciò che vale per l'uno, vale anche per l'altro. Dichiarazione puramente teorica, ma in qualche modo anche compensativa: il giubileo non si celebra, ma gli anni sabbatici sono in qualche modo anche giubilari.
Avrete notato che manca qualche cosa estremamente importante che c'è nel giubileo cattolico. Nell'anno giubilare non si va in nessun posto, non c'è un atto rituale di pellegrinaggio. Questa è una radicale differenza tra giubileo biblico e giubileo cattolico.
Vorrei ancora dire qualcosa sui precetti previsti per il giubileo.
- I precetti positivi sono tre: il settimo anno lascerai riposare la terra e la manterrai non coltivata; il settimo anno sarà un sabato di riposo solenne per la terra; alla fine di ogni sette anni farai una shemità, cioè un condono dei debiti.
- I precetti negativi sono: non seminerai e non arerai; non poterai la vigna; quello che cresce da sé nei raccolti non lo raccoglierai per te; non vendemmierai, i frutti della tua vigna li lascerai sulla vite; non pretenderai la restituzione del prestito fatto al tuo vicino (norma mutuata dall'anno sabbatico); non pensare nel tuo cuore: si avvicina il settimo anno, non presterò niente a nessuno; il tuo occhio non sia cieco di fronte al bisogno del tuo prossimo. Il condono dei debiti nel settimo anno avveniva per mantenere una certa eguaglianza di rendite tra tutti gli abitanti. Ma avvicinandosi il settimo anno, i ricchi non prestavano più nulla ai poveri: quindi l'idea biblica veniva capovolta
e si aumentava la povertà. Pochi anni prima di Gesù, il grande maestro Hillel stabilì perciò che le "cambiali" venissero trasferite al tribunale (esente da questa norma), onde permettere che esse rimanessero in vigore e fossero riscattate anche dopo. In tal modo i prestiti divenivano possibili e si otteneva un minore impoverimento dei poveri.

IL GIUBILEO NELLA TRADIZIONE ORALE E NEGLI APOCRIFI
Dove si celebra l'anno giubilare, se lo si celebra? dove si celebra l'anno sabbatico, se lo si celebra?
La risposta per l'anno sabbatico è certa. Il riposo della terra vale solo per l'agricoltura di lsraele, mentre la remissione dei debiti vale per tutto il mondo.
Un ebreo che sta in Italia non lascia incolto il suo campo, se ce l'ha, ma deve rimettere i debiti o trasferirli al tribunale. Lo stesso varrebbe per l'anno giubilare.
Ovviamente non sono questi gli aspetti che ci interessano di più, ma altri due:
- i benefici del giubileo vanno estesi a tutti gli uomini indipendentemente se siano ebrei o non ebrei;
- non si deve mietere o vendemmiare, ma ognuno è libero di raccogliere nel campo quello che gli serve. Se si hanno delle provviste anteriori si possono usare finché gli stessi prodotti sono ancora nel campo; ma se nel campo non ci sono più, le provviste si devono distruggere. Questo perché il giubileo mette in condizione di assoluta uguaglianza ricchi e poveri facendo dipendere tutti esclusivamente dalla provvidenza divina.
A questo punto occorre fare un salto di natura cosmica. I giubilei sono diventati infatti un'unità di misura delle ere del mondo: questa prospettiva abbonda negli apocrifi tra i quali c'è appunto il Libro dei giubilei. La storia del mondo è scandita dai giubilei. Dall'ingresso nella Terra Promessa
all'esilio ci sarebbero stati diciasette giubilei. Non è un'indicazione del tutto infondata: sono otto secoli e mezzo, ossia dal 1200-1100 al 500 a.C. Ci sarebbero poi altri ottantacinque giubilei fino all'era messianica, cioè circa 4000 anni.
Nella letteratura apocrifa i periodi giubilari sono di quarantanove anni e si basano su un calendario solare - non lunisolare - di 364 giorni: esso sembra essere quello degli Esseni. Le età del mondo sono costituite da cicli di qurantanove giubilei; il cinquantesimo giubileo conclude un ciclo del mondo e ne inizia un altro.
A noi queste sembrano speculazioni gratuite. Per la letteratura apocrifa, invece, rappresentavano una materia appassionante che ha avuto delle ricadute, per esempio, nei calcoli sulla futura venuta del Messia, e le delusioni con le catastrofi connesse provocate dai falsi messia. Anche nel mondo cristiano, del resto, al giungere della fine dei millenni si scatenano i deliri dei calcolatori. Tutto questo è il fall out della concezione apocrifa del giubileo, che non è quella biblica. La Bibbia non prevede il giubileo come unità di misura per calcolare l'età del mondo, ma per calcolare la conversione degli uomini, che è tutta un'altra cosa.

UNA CONSIDERAZIONE TEOLOGICA DEL GIUBILEO
Portiamo la nostra attenzione sulla teologia del tempo e dello spazio.
Come l'anno sabbatico, il giubileo è radicato in un pezzo di terra neanche tanto grande. Però è scandito da una serie di anni. Nel suo libro sul sabato Abraham Heschel (A.J.HESCHEL, Il sabato. Il suo significato per l'uomo moderno, Rusconi, Milano 1972) dice: "L'ebraismo costruisce i suoi santuari nel tempo".
Il tempo non è né un cerchio né un percorso indefinito, ma una linea che ha un principio e un termine noti. Non tutto lungo il cammino ci è noto, anzi poco, ma il punto di partenza e di arrivo sì.
Questo cammino nel tempo è quello di Dio e ha le sue scansioni. Ma a tali scansioni potremmo aggiungere un pensiero che interessa particolarmente la chiesa cattolica: questi tre anni (1997-1999) sono stati da essa dedicati rispettivamente a Gesù, allo Spirito Santo e al Padre. (Il Credo è stato un po' rimescolato). Poiché il 1998 era l'anno destinato a riflettere sullo Spirito Santo, è stata ricordata la Pentecoste. Sono sette settimane dopo Pasqua.
Nell'ambito di un anno, la Pentecoste costituisce quello che rappresenta il giubileo nell'ambito del secolo: in tal modo noi abbiamo sempre una provocazione giubilare, in tutti gli anni della nostra vita. Questa provocazione giubilare è strettamente legata (come si legge negli Atti degli Apostoli e nella tradizione ebraica) alla ruach-pneuma (spirito), allo Spirito Santo (in ebraico è femminile), ossia alla maternità di Dio.

COSA DICE OGGI IL GIUBILEO BIBLICO
Nella letteratura giubilare che ci invade in questi anni, si insiste a dire che il giubileo è un periodo di conversione. Speriamo! Comunque, l'uomo dovrebbe convertirsi sempre, o meglio, come diceva un maestro della Mishnà:: "Convertiti il giorno prima della tua morte". Programma minimo e massimo insieme.
Ora a noi il giubileo si presenta, proprio per il fatto di non essere mai stato celebrato, come un'utopia o come un'attesa messianica. Nello stesso tempo, proprio perché ogni anno è giubilare, esso costituisce una riforma del presente concreto. Nei testi citati (Levitico, Numeri) il giubileo non era una elevazione della mente in Dio, ma una restaurazione dell'hic et nunc, dell'oggi concreto.
Oggi il giubileo biblico ci dice: "Mettete in ordine il vostro mondo", non "preparatevi all'altro mondo". Nei testi relativi al giubileo non è prescritta neanche una preghiera. Si parla di azioni da fare, non di preghiere. Al momento dell'esodo a un certo punto Dio dice a Mose: "Perché gridi a me?" (Es 14,15). E i rabbini commentano: Non pregare, ma agire.
C'è anche un'altra bella considerazione su questo testo. Mosè non gridava affatto, ma Dio ha voluto con questa domanda retorica insistere sul fatto che in quel momento bisognava fare la preghiera come azione.
Ovviamente non si tratta della salvezza dell'anima, anche perché l'anima è un'invenzione greca, ma di salvezza del prossimo e della natura, della creazione. O meglio, possiamo dire che tutto il creato è mio prossimo e come tale è tutto coinvolto nel progetto di Dio.
Nella sinagoga di Nazareth Gesù annuncia il giubileo (cf. Lc 4,16-19), legge il testo di Isaia (cf. Is 61,1.2) e dichiara: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura". Non voleva dire che è scattato l'anno giubilare, intendeva proclamare: la mia esistenza, il mio vivere giorno per giorno, la mia missione è realizzare lo spirito del giubileo.
Allora possiamo affermare che noi ci troviamo tra due poli: l'esodo e il giubileo. L'esodo rappresenta la nostra salvezza passata, ma tuttora funzionale e funzionante, e il giubileo la nostra utopia futura. L'esodo è stato considerato da Michael Walzer (M.WALZER, Esodo e rivoluzione, Feltrinelli, Milano 1986) il modello delle rivoluzioni dell'Occidente, sia quelle buone che quelle cattive. Tutte hanno preso l'esodo come modello del cambiamento e della liberazione. Il giubileo potrebbe essere, analogamente, un progetto di rivoluzione per tutto il creato che geme (Rm 8,22).
Questa dialettica tra esodo e giubileo, che si potrebbe anche vedere tra Pasqua e Pentecoste (ebraica e cristiana) è l'insegnamento principale da tener presente nel frastuono giubilare di questi anni, considerando che se uno vuole può fare il giubileo anche in casa sua, nel segreto del suo cuore.

                                                                     Paolo De Benedetti



Articolo tratto dal seguente sito:

sabato 14 novembre 2015


     Ebrei 10:19-25

     Esortazione 
  alla fede,  alla speranza e alla carità

                                      Predicazione di Aldo Palladino


Il testo biblico
19 Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù, 20 per quella via nuova e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, 21 e avendo noi un grande sacerdote sopra la casa di Dio, 22 avviciniamoci con cuore sincero e con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell'aspersione che li purifica da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23 Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è colui che ha fatto le promesse. 24 Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all'amore e alle buone opere, 25 non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno.

Introduzione
Non ci si accosta frequentemente alla lettera agli Ebrei perché può apparire ai lettori un trattato di teologia complicato e difficile, per niente attinente alla nostra realtà, soprattutto quando affronta i temi riguardanti il sacerdozio dell'A.T., la figura per certi aspetti misteriosa di Melchisedec, i temi della superiorità di Cristo rispetto agli angeli e a Mosè e tutti i temi che mettono a confronto l'antico e il nuovo patto. Ma ad una lettura più paziente e attenta ci rendiamo conto che c'è un tesoro nascosto in cui troviamo le pietre preziose di una efficace cristologia.
La lettera agli Ebrei è stata definita un grande sermone, una lunga predicazione ricca d'insegnamenti che intende far eccellere la figura di Gesù Cristo al di sopra di tutto e di tutti.

Il motivo della lettera
Quale motivo ha spinto l'autore della lettera agli Ebrei a rivolgere queste parole dal tono esortativo? L'autore scrive ad un gruppo di credenti, ad una comunità giudeo-cristiana divenuta apatica, indolente e pigra rispetto alla via della salvezza, una comunità stanca. Infatti quei credenti:
·      non prestano più attenzione alla predicazione (2,1; 5,11; 6,12);  
·      rischiano di rimanere indietro (4,1);
·      trascurano le assemblee cultuali, la comune radunanza (10,25);
·  prima sapevano resistere nella sofferenza e sopportavano le persecuzioni (10,32 s.) mentre ora stanno per perdere le forze, l'entusiasmo, e stanno per cedere ad una influenza di matrice giudaizzante che li riporta sotto il giogo della legge (13,9-11).
"La causa del raffreddamento della fede va cercata per l'autore in un deficit teologico. I suoi lettori sono rimasti fermi a un livello di conoscenza insufficiente (5,11 ss.). Ciò di cui hanno bisogno è una migliore comprensione della salvezza e, quindi, del dono che è stato dato loro tramite Gesù" (¨). 
Per ridare forza e coraggio a questi credenti, era necessario, dunque, intervenire e  offrire delle soluzioni pastorali. E il Predicatore dà la sua soluzione: non invoca una migliore dinamica di gruppo o delle tecniche per la soluzione dei conflitti, né propone di modificare le strutture dell'azione missionaria o di rendere più attraente il culto, ma predica alla comunità" ([1]). Egli rimette al centro della vita della comunità la predicazione e al centro della predicazione la persona e l'opera di Gesù Cristo. Predica che Gesù Cristo è la via nuova e vivente che tutti possono percorrere, senza limitazioni e restrizioni, per andare alla presenza di Dio Padre. Predica che, per la sua morte in croce e per il sangue versato, Gesù ci ha dato la libertà di entrare nel luogo santissimo. Nell'antico patto era un luogo chiuso ermeticamente, impenetrabile, ma accessibile solo al sommo sacerdote una volta all'anno per chiedere il perdono dei peccati suoi e di quelli di tutto il popolo, ma nel nuovo patto, quando Cristo Gesù ha dato la sua vita per noi, la cortina del tempio che separava il luogo santo e il luogo santissimo è stata lacerata da cima a fondo e tutte le barriere che ci separavano da Dio sono cadute. Ora abbiamo libero accesso e piena comunione e relazione con Dio Padre. La libertà che abbiamo non è una nostra conquista, è un dono. Gesù Cristo è il vero, nostro Sommo Sacerdote, fedele e misericordioso, che ci ha riconciliati col Padre e ci ha donato la più grande di tutte le libertà, che nessuno ci può togliere e nessuno può impedire. Ora noi possiamo andare alla presenza di Dio liberamente, tutte le volte che lo vogliamo: quando ci chiudiamo nella nostra cameretta per pregare, quando siamo riuniti due o tre nel culto comunitario, quando siamo in una prigione, quando siamo in un letto d'ospedale. In qualunque posto e in qualsiasi condizione di tempo, di luogo, noi abbiamo la libertà di parlare con Dio.
Gesù dice: "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14:6).
E l'apostolo Paolo dichiara: "Infatti, c'è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo " (1 Tim. 2:5)

Riscoprire il culto
Il testo biblico che abbiamo letto invita tutti noi, fratelli e sorelle, ad avvicinarci a Dio per offrirgli un culto per mezzo di Gesù Cristo.
Come peccatori perdonati, oggetti della sua grazia e della sua misericordia, possiamo ora svolgere il nostro culto senza pesi e sensi di colpa e con una nuova prospettiva, quella di chi è arrivato a casa dopo un lungo cammino. Ed è qui che noi sperimentiamo in anticipo, pur con le debolezze e i nostri limiti umani, l'evento escatologico della lode e della gloria eterna a Dio, e confessiamo che Gesù Cristo è il Signore alla gloria di Dio Padre" (Fil. 2: 10-11).
Qui e ora, fratelli e sorelle, noi realizziamo un piccolo pezzo di cielo.
Forse, col passare degli anni, abbiamo perso il senso spirituale del nostro culto.
Oggi prevale un razionalismo pragmatico e forme di interpretazione sociologica delle nostre attività ecclesiali per cui molte parole bibliche non hanno più un impatto sulla nostra vita spirituale, non perché esse hanno perso valore e potenza, ma perché noi ascoltiamo quelle parole con i filtri della nostra cultura secolarizzata.  
Abbiamo pertanto bisogno di considerare le esortazioni che il Predicatore rivolge alla comunità destinataria della lettera agli Ebrei come rivolte a noi per riprendere il nostro cammino sulle orme di Gesù e rivolgere a Dio una vera adorazione a cominciare dal momento del nostro culto. In che modo?
Il Predicatore nel nostro testo ci offre 5 motivi di riflessione e ci dice che dobbiamo rendere il nostro culto:
1) come comunità salda nella fede. Nella comunità che si riunisce nel nome di Gesù e in mezzo alla quale Gesù promette la sua presenza (Mt. 18:20), ci riconosciamo e ci accogliamo come fratelli e sorelle, membri del medesimo corpo e della stessa famiglia (1 Cor. 12:12-13) . Non siamo più stranieri o forestieri, relegati nel recinto esterno del Tempio, ma siamo introdotti nelle dimore interne della casa.   
2) come gente che è stata battezzata e perdonata. Nel culto andiamo appesantiti dalle nostre fragilità e dalle nostre preoccupazioni, ma lì gustiamo la grazia di Dio che cura le nostre ferite e lenisce i nostri dolori. Dio ci accoglie perché ci ha perdonati e giustificati in Cristo, della qual cosa noi rendiamo testimonianza col battesimo.  
3) con speranza. Questo significa che realizziamo il nostro culto anche come tempo di attesa che le promesse di Dio si realizzino. Oggi, in questo mondo, non le vediamo ancora realizzate, ma è vicino il giorno in cui celebreremo l'avvento del Regno di pace e di giustizia. Vivere con speranza significa attenersi a Gesù Cristo, che realizza ogni speranza, che lui stesso è la nostra speranza (1 Tim.1:19. E noi non dobbiamo dubitare, perché la realizzazione delle promesse non dipendono da noi, ma dalla fedeltà di Gesù.
4) con opere d'amore e di misericordia. Il testo dice: "Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all'amore e alle buone opere" (v. 24). Questa esortazione è fondamentale per far nascere una vera comunione nella chiesa. Giovanni ci ricorda: "Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli…Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità" (1 Gv. 3:16,18). E Paolo scrive: "Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro" (Col. 3:.13)
5) con costanza. Quando il Predicatore scrive di non abbandonare la comune adunanza sapeva bene che ciò era dovuto a stanchezza o a un affievolirsi della fede o, come diremmo oggi, ad una secolarizzazione che ha fatto irruzione nella vita. Riscoprire il valore del culto come uno stare insieme alla presenza del Signore può aiutare a vivere la nostra fede con costanza e regolarità.

Fratelli e sorelle, dobbiamo ammettere che oggi le esortazioni, gli avvertimenti, i moniti, non sono più di moda e, ammettiamolo, ci danno un po' fastidio. Eppure la Bibbia è piena di sollecitazioni e di richiami di ogni tipo che sono necessari per riconsiderare la nostra vocazione, per riflettere sulla nostra testimonianza in questa società, per riscoprirci come fratelli e sorelle e per vivere la nostra vita come un culto al Signore, con la gioia e la responsabilità di chi è stato grandemente amato e perdonato. Fino alla fine dei nostri giorni siamo chiamati a vivere la nostra fede nella comunità dei credenti dove tutti insieme siamo chiamati a servire il nostro Signore e ad annunziare che il suo Regno è vicino.

                                                                               Aldo Palladino




(¨) Gerhard Barth. Il significato della morte di Gesù. Editrice Claudiana, 9/1995, pag. 211.
[1] Thomas G. Long, Ebrei – Editrice Claudiana - Torino, pag. 15

giovedì 1 ottobre 2015



La nostra consolazione
2 Corinzi 1, 3-7
Predicazione del Past. Giuseppe Platone

Il testo biblico
"Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.  Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione".
***
Siamo di fronte ad una parola di Paolo che si apre allo stile ebraico della benedizione e della lode:  «Baruch ata Adonai…Sia benedetto Dio…Padre misericordioso e Padre di ogni consolazione». 
Prima di parlare dei problemi che c'erano nella comunità di Corinto, prima di difendersi dagli attacchi di cui era oggetto, prima di ogni cosa viene la riconoscenza a Dio per tutto quello che ci dà. Il Dio misericordioso e di ogni consolazione. Misericordia e consolazione non sono separabili, procedono insieme. Ma francamente il termine consolazione è carico per noi di suggestioni negative. L'atteggiamento consolatorio può condurre alla classica pacca sulla spalla, per la serie: «Non  ti preoccupare, domani è un altro giorno…» oppure frasi fatte: « Anche mio zio ha avuto questa sta cosa, poi passa, il tempo lenisce le ferite…» o dall'altra s'indugia a cogliere nella sofferenza un valore redentivo, salvifico. Un sacrificio necessario, anzi più soffri e più saresti cristiano guadagnandoti un posto in paradiso. Ma qui vien detto qualcosa di diverso. Il termine consolazione in greco dal verbo parakalein è un atteggiamento attivo- ricorderete il Paracleto, lo Spirito consolatore- e dall'altra un atteggiamento capace di lasciarsi consolare.
Sapere consolare, lasciarsi consolare. Entrambi i verbi non hanno un significato di ripiegamento, di rassegnazione o di chiusura ma di apertura e di impegno. Bisogna  mettere in conto la sofferenza nel corso della propria vita. E qui è come se l'apostolo ci dicesse che dobbiamo prepararci ad affrontarla come una realtà inevitabile che può distruggerci, con cui dobbiamo o dovremmo o forse abbiamo dovuto fare i conti. Leggevo l'altro giorno su La Stampa la vicenda di quella mamma che ha perso un anno fa nel crollo di un soffitto al liceo scientifico di Rivoli il proprio figlio Vito. Questa madre dello studente scomparso nel crollo ha tentato di suicidarsi perché considerava il proprio dolore inconsolabile; per fortuna la figlia l'ha trovata riversa sul letto giusto in tempo per portarla di corsa all'ospedale e così praticarle una lavanda gastrica. Si è salvata, per fortuna! È il dolore immenso dei sopravvissuti che tocca quel rapporto profondo tra chi ha messo al mondo una creatura e le sopravvive. Come consolare ?
Qui si parla in modo specifico, circostanziato, della consolazione cristiana. Un tema ritengo di grande attualità in una società disorientata e fragile come la nostra dove conta solo la felicità, il sorriso, il successo, l'aggressività, le buone performances, l'efficienza e dove si tende a rimuovere la sofferenza e nascondere anche la morte come un dato che disturba lo svolgersi della vita. Con il risultato che quando arriva la tragedia, la sofferenza ci si trova impreparati, ma è anche vero che impreparati lo saremo sempre perché il dolore può essere devastante e azzerare ogni possibilità di consolazione. Un tema quello della consolazione che ha rivestito un'importanza notevole anche nella Riforma, ricordiamo le «lettere di consolazione» di Calvino.
Tra le tante, Calvino scrisse anche la seguente lettera al padre di un suo allievo morto a causa della peste nella primavera del 1541:
"Quando ricevetti la notizia della morte di Suo figlio Louis, fui talmente spaventato e depresso che per qualche giorno non riuscii che a piangere: e nonostante il fatto di sentire una lieve consolazione e qualche conforto  grazie alla presenza ed all'aiuto di Dio, mi sembrava di non essere più me stesso … non ero più in grado di svolgere le mie solite azioni…"

Calvino continua poi la sua lettera parlando dell'unica vera fonte di consolazione che è la fede in Dio, quel Dio che dona i figli soltanto "in prestito, in affidamento", quel Dio la cui provvidenza è valida anche per Louis.

"Lei mi dirà, (scrive sempre Calvino) che è così difficile comprimere l'amore paterno affinché  non si senta più dolore per la morte del figlio. Ma  non  esigo proprio questo da Lei. Perché nella scuola di Cristo non siamo affatto chiamati ad  imparare ad abbandonare i sentimenti ed affetti umani e trasformarci da umani  in pietre".
Ma prima ancora di Calvino, Lutero negli articoli di Smalcalda del 1537 precisa che l'evangelo può essere annunciato attraverso la predicazione, il battesimo, la Santa Cena, il perdono dei peccati e anche per mezzo della consolazione fraterna.
La specificità della consolazione cristiana è l'evangelo. Ovvero Dio accanto e per te. Ci raggiunge qui l'eco dei profeti: «Consolate consolate il mio popolo, dice il vostro Dio, parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto (Isaia 40,1) e ancora «I riscattati del Signore torneranno, verranno con canti di gioia a Sion, letizia eterna coronerà il loro capo, otterranno felicità e gioia; il dolore e il gemito fuggiranno. Io, io sono Colui che vi consola»
Dio accompagna e consola il suo popolo nella difficoltà e promette la liberazione: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo» (Es.3,7-8). C'è anche una dimensione personale nella consolazione di  Dio: «Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte ; io non temerei alcun male perchè tu sei con me: il tuo bastone e la tua verga mi consolano» (Salmo 23). E c'è anche una dimensione di reciprocità come ricorda Paolo quando i credenti di Tessalonica l'interrogano circa il destino di coloro che sono già morti, Paolo risponde parlando della futura risurrezione e conclude affermando «Consolatevi a vicenda»  (I Tess. 4,18).
Nessuno basta a se stesso, abbiamo bisogno dell'altro, il cristianesimo è sì una fede personale ma non individualista. Non è la separazione dalla comunità ma è la costruzione della comunità attraverso il proprio apporto specifico. Se amiamo è perchè Dio ci ha amati per primo. Se possiamo consolare è perché Dio ci ha consolati per primo, ci ha fatto sentire la stretta  della sua mano nella nostra vita. Allora noi possiamo consolare perché siamo stati consolati. Dio ci consola attraverso gli altri. Questo è anche il sacerdozio universale dei credenti. Non è il compito esclusivo di una persona - pastore o diacono che sia - ma è la reciproca consolazione fraterna. Ho sentito al culto radio di domenica mattina la pastora che racconta d'essersi recata al capezzale di un morente e mentre va, riflette alle parole di circostanza che dovrà dire. Sarà invece la moglie di chi si sta spegnendo all'ospedale, che consolerà la pastora. Era andata per consolare ed è stata consolata.
Quando sono stanco, quando mi sento oppresso dai tanti impegni a cui non so dire di no e che  affollano la mia vita sapete cosa faccio per consolarmi? Guardo a voi e in particolare a chi qui essendo laico dedica tempo, risorse, energie per partecipare, contribuire attivamente alla vita della comunità. E allora non mi lamento più io che ho il privilegio di potere svolgere a tempo pieno ciò che altri sono costretti a fare negli spazi angusti che il lavoro gli concede. Uno solo è il vero Consolatore, Colui che ha preso su di sé le nostre contraddizioni per portarle alla croce. Da allora il cammino è una condivisione comunitaria, è il costruire giorno dopo giorno una testimonianza collettiva che vuole vivere della sola consolazione di Dio, nell'ascolto del suo evangelo, nella pratica della solidarietà reciproca portando i pesi gli uni degli altri, condividendo così i momenti luminosi e forti come quelli tragici e bui. Qualunque cosa ci succeda non siamo, né saremo soli, siamo le maglie di quella rete di fraternità che ci sostiene , una rete che ci mette in relazione e che ci apre all'incoraggiamento reciproco, alla conoscenza e alla costruzione di una presenza e una testimonianza che oggi in particolare vuole offrire uno spazio di autenticità, di gratuità e amore non finto. Un terreno eticamente solido, in una amoralità diffusa, sul quale esercitare la nostra testimonianza dentro e fuori queste mura. Per vivere abbiamo bisogno della consolazione reciproca come il pane. Come riflesso della più grande consolazione che Dio in Cristo ci offre e di cui abbiamo bisogno per vivere e vivere pienamente.
Il Signore ci dia di vivere ciò che oggi annunciamo nel suo santo Nome.
Amen
                                                     

lunedì 29 giugno 2015




                         Marco 12: 28-34
Il gran comandamento

Predicazione di Aldo Palladino


Il testo biblico
28 Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» 29 Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. 30 Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". 31 Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». 32 Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all'infuori di lui non ce n'è alcun altro; 33 e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.


Care Sorelle, cari Fratelli,
per la meditazione di oggi il lezionario "Un giorno una parola" ci propone il brano che abbiamo appena letto, in cui per la prima volta in tutti i vangeli non c'è uno scontro tra uno scriba e Gesù, ma perfetta sintonia e una certa ammirazione dello scriba per Gesù, che viene chiamato Maestro.

La domanda
Nella lunga tradizione giudaica si usava rivolgere dei quesiti ai rabbi per cercare di cogliere il centro del loro insegnamento e l'orientamento della loro vita, ma anche per capire quali comandamenti fossero facili o difficili, importanti o meno importanti.
Si racconta che un giorno un uomo sfidò Hillel il Vecchio (40 ca a.e.v-10 e.v.), un grande rabbi, dicendogli: "Insegnami l'intera Torah stando su un piede solo". E Hillel gli rispose: "Ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo al tuo prossimo: questa è la Torah, il resto è solo commento; va' e impara!". Hillel gli espose quello che era ritenuta la regola aurea che deve orientare ogni nostro comportamento. Come sappiamo, nei vangeli questa regola d'oro viene così riproposta da Gesù: " Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti" (Mt. 7:12).
Nella Torah troviamo un buon numero di comandamenti, ma non dobbiamo dimenticare che nel sistema culturale e religioso giudaico sono presenti  613 precetti, mitzvòt, che l'ebreo ortodosso deve seguire con uno stile di vita ubbidiente e disciplinato (mitzvòt in ebraico: מצוות ג"תרי taryag mitzvot; la forma singolare del termine è מצוה, mitzvàh). Per questo è probabile che venisse spontaneo chiedersi se ci fosse tra tutte queste regole una più importante o una che riassumesse in sé tutte le altre.
Seguendo questa tradizione anche lo scriba del nostro testo rivolge una domanda a Gesù: "Qual è il comandamento più importante?". Domanda che facciamo nostra, perché anche noi oggi desideriamo cogliere l'essenza del cristianesimo e il valore fondante la nostra umanità.

La risposta                                                                       
La risposta di Gesù è senza  esitazione o tentennamento, è una risposta lapidaria che non può  essere fraintesa. 
Gesù dice che se tu vuoi dare senso alla tua vita o dare il giusto orientamento ai tuoi pensieri e alla tua condotta, devi accogliere i due pilastri della fede cristiana:
1)    riconoscere Dio come unico Signore della vita e amarlo con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze (Deut. 6:4); e Marco aggiunge "con tutta la mente tua" ( Mc. 12:30).
2)    amare il prossimo tuo come te stesso (Lev. 19:18).«Ama il 
Signore…, ama il tuo prossimo…». Un doppio comandamento
che diventa unico nell'amore. Gesù lo indirizza a Israele (Shema' Israel…), ma lo rivolge all'uomo e alle donne di tutti i tempi e di tutti luoghi con un imperativo singolare: «Ama...».


Il valore del comandamento                                                 
Mi sono sempre chiesto se l'amore può essere comandato o se è un dovere e ho sempre pensato che l'amore vero sia quello che proviene spontaneamente dal nostro cuore. Un noto detto popolare dice: "Al cuor non si comanda". Eppure, qui si parla di comandamenti. Perché? Perché il comandamento è un limite imposto al nostro desiderio di libertà onnipotente. Il comandamento ha una funzione terapeutica, ci guida, ci cura e ci rassicura. Il comandamento è una bussola che orienta il nostro cammino lasciandoci tuttavia liberi di scegliere se adeguare la nostra volontà a quella di Dio. Sono convinto che se sperimentassimo quanto Dio ci ha amati e ci ama non faremmo fatica ad accogliere le parole di Gesù come un comandamento a sottometterci a Dio e a ubbidirgli.

Società "liquida". Perché?
Care Sorelle, cari Fratelli, 
un sociologo e filosofo contemporaneo, Zygmunt Bauman, ha affermato che la  società contemporanea è diventata "liquida" perché i legami sociali, i rapporti tra gli individui, che in epoca pre-moderna erano solidi e stabili - e solida era la struttura della società -, oggi tendono sempre più a dissiparsi, a disgregarsi. Questo "processo di liquefazione" coinvolge la comunità, i rapporti sociali, le strutture sociali, il lavoro, il pensiero. Non c'è nessun valore stabile, tutto è precario e relativo, tutto è messo in discussione. Così, secondo Bauman, società liquida e pensiero liquido producono un individuo afflitto dalla solitudine, chiuso in se stesso, proteso soltanto al soddisfacimento di piaceri egoistici ed egocentrici, senza fiducia né compassione verso l'altro, svuotato interiormente e disorientato. E in questa società in continuo movimento,  che cambia dall'oggi al domani, l'uomo è pervaso da un senso di instabilità e di impotenza, perché nella sua solitudine sente di essere incapace di cambiare questo stato di cose.
Sono d'accordo con l'analisi di Bauman perché rispecchia realmente i comportamenti dell'uomo di oggi, la nostra vita, la nostra morale. Ma sono convinto che siamo arrivati a questa situazione perché abbiamo estromesso il Signore dalla nostra vita, perché abbiamo dimenticato di cibarci dell'unico vero Pane che nutre e sazia, Cristo Gesù, e la sua parola.

La morte di Dio
Da quando, alla fine dell'Ottocento, Nietzsche ha dichiarato che "Dio è morto", molti hanno realmente fatto morire Dio nella loro vita ed hanno sostituito Dio con il proprio Io, il Sé, consacrato nella volontà di potenza, di dominio, di successo, di carriera, di autonomia e di protagonismo.
Certamente è legittimo per tutti cercare di migliorare la propria posizione economica e sociale, ma non è giusto che questo avvenga a scapito di altri o in modo fraudolento e illegale attraverso un collaudato sistema di corruzione, o – se siamo credenti – dimenticando cosa il Signore ci ha comandato di fare.
Oggi Dio è uscito dalla vita di molte persone, Dio è morto. Ed è rimasto l'Io. In tal modo, l'uomo fa ciò che vuole secondo un modello antropologico disegnato dal marketing e dalla pubblicità che mette al centro il corpo, la salute, la cura, la bellezza, cioè l'apparire, l'immagine, l'esteriorità, mentre la salute dello spirito è passato in second'ordine. Mi vengono in mente le parole che il Signore disse a Samuele: "Il  Signore non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell'uomo: l'uomo guarda all'apparenza, ma il Signore guarda al cuore" (1 Sam. 16:7).
Ma la tragedia della società in cui viviamo è che c'è il tentativo di far morire anche l'amore per il prossimo. Per millenni la morale ebraica e cristiana si è retta sui due pilastri rappresentati dal doppio comandamento: Ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Aggredito il primo pilastro, l'attacco viene oggi sferrato contro il secondo e l'amore per il prossimo mostra segni di logoramento. Oggi, questi due comandamenti rischiano di rimanere parole vuote, perché non si sa più di che cosa si parla.

Dio e il prossimo
Chi è Dio per noi, per te e per me? E che cosa significa amare Dio? E chi è il prossimo? E cosa significa amare il prossimo tuo come te stesso? E potremmo continuare a parlare di tante altre parole (perdono, pace, comunione, libertà, ecc.…), che sappiamo essere dei valori, ma che rischiano di restare soltanto parole, dei contenitori vuoti, che non si trasformano nella realtà di ogni giorno in esperienza. Parole senza gesti. Concetti astratti non radicati nella vita pratica delle persone.
Il "prossimo", che nel Levitico è rèa' e nel greco del Vangelo di Luca è plesìos, significa: l'altro che ti sta vicino. Dunque, un prossimo non astratto, ma quello che ti sta vicino, accanto, di fronte, che tu puoi toccare e guardare negli occhi e provare verso di lui sentimenti ed emozioni.
L'odierna società propina e reclamizza il rapporto mediatico a distanza, come avviene attraverso Internet, con Facebook o con altre forme di comunicazioni virtuali, senza il contatto visivo e corporeo, che non crea veri rapporti affettivi, ma soltanto illusioni e sentimenti irreali. Le comunicazioni elettroniche, i viaggi più facili favoriscono relazioni con persone lontane, ma creano relazioni rapide, fugaci, che seguono lo stesso criterio di consumare un bene subito e sostituirlo rapidamente con un altro. In tal modo a pagare il prezzo di questo modo di vivere è l'amore per il prossimo di cui parla la Scrittura, che è messo in crisi fino a diventare un'astrazione.

Proposta per una vita di senso
Come ci poniamo noi cristiani di fronte ad una società costruita su queste basi? Quale via di uscita abbiamo per non cadere nella trappola di una società del modello "usa e getta"? E quale tipo di società intendiamo costruire come cristiani? Quali uomini e donne vogliamo che ci siano oggi e nel futuro?
Per rispondere a queste domande, ci aiutano due espressioni del testo biblico:
la prima è quella dello scriba, il quale dice che amare Dio e amare il prossimo "è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (vv. 32-33);
la seconda è quella di Gesù, che approva le parole dello scriba dicendogli: "Tu non sei lontano dal regno di Dio" (v. 34).
Sono due commenti che affermano la centralità dell'amore nella nostra vita. Ma mente lo scriba pone l'amore al di sopra di tutti i rituali e le cerimonie del Tempio e, dunque, lo pone al primo posto nella vita dell'ebreo fervente e religioso, Gesù fa dell'amore lo strumento che realizza il Regno di Dio. 
"Tu non sei lontano dal Regno di Dio". Non lontano, ma neanche abbastanza vicino, per il fatto che evidentemente per Gesù allo scriba mancava ancora qualcosa per essere del Regno di Dio. Il vangelo non ci dice come finì quest'incontro; non sappiamo se lo scriba divenne un discepolo di Gesù o se rimase attaccato al Tempio e alle sue tradizioni. Certo è che l'idea di accogliere il Regno di Dio è totalizzante e pienamente coinvolgente. Gesù chiede una presa di posizione precisa, ferma.
Non si può amare Dio e odiare il prossimo.
Non si può amare Dio e uccidere in nome di Dio, o respingere i barconi carichi di donne, uomini, bambini che fuggono dalla fame e dalla guerra per cercare vita e speranza altrove.
Non si può amare Dio e non riconoscere il diritti fondamentali della vita umana.
La Bibbia afferma: "Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello" (1 Gv. 4:20-21).
Dunque, l'episodio dell'incontro dello scriba con Gesù sia per noi un'occasione per riflettere, e ciascuno di noi si interroghi e si esamini. La Parola di Dio ci aiuta a orientare la nostra vita, a fare le giuste scelte e a farci assumere le nostre responsabilità, verso Dio e verso il nostro prossimo.

                                                                      Aldo Palladino