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lunedì 22 agosto 2016


I Giovanni 4, 7-12

"L'amore, la vita di Dio in noi e tra noi"

Predicazione di Aldo Palladino


Il testo biblico
"7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. 8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9 In questo si è manifestato per noi l'amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. 10 In questo è l'amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. 11 Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.12 Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi".

Un sociologo e filosofo contemporaneo, Zygmunt Bauman, ha affermato che la società contemporanea è diventata "liquida" perché i legami sociali, i rapporti tra gli individui, che in epoca pre-moderna erano solidi e stabili - e solida era la struttura della società -, oggi tendono sempre più a dissiparsi, a disgregarsi. Questo "processo di liquefazione" coinvolge la comunità in senso lato, i rapporti sociali, le strutture sociali, il lavoro, il pensiero. Non c'è nessun valore stabile, tutto è precario e relativo, tutto è messo in discussione. Così, secondo Bauman, società liquida e pensiero liquido producono un individuo afflitto dalla solitudine, chiuso in se stesso, proteso soltanto al soddisfacimento di piaceri egoistici ed egocentrici, senza fiducia né compassione verso l'altro, svuotato interiormente e disorientato. E in questa società in continuo movimento, che cambia dall'oggi al domani, l'uomo è pervaso da un senso di instabilità e di impotenza, perché nella sua solitudine sente di essere incapace di cambiare questo stato di cose.
Sono d'accordo con l'analisi di Bauman perché rispecchia realmente i comportamenti dell'uomo di oggi, la nostra vita, la nostra morale. Ma sono convinto che siamo arrivati a questa situazione perché abbiamo estromesso il Signore dalla nostra vita, perché abbiamo dimenticato di cibarci dell'unico vero Pane che nutre e sazia, Cristo Gesù, e la sua parola.
Come ci poniamo noi cristiani di fronte ad una società costruita su queste basi? Quale via di uscita abbiamo per non cadere nella trappola di una società del modello "usa e getta"? E quale tipo di società intendiamo costruire come cristiani? Quali uomini e donne vogliamo che ci siano oggi e nel futuro?
Una risposta ce la fornisce il nostro testo: "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri". 
Amarsi gli uni gli altri è un'esortazione che ci arriva da questa parola dal tono pastorale della I lettera di Giovanni, scritta verso la fine del I secolo, vale a dire circa 2000 anni fa, agli albori del cristianesimo. Le comunità nate dalla predicazione dell'evangelo erano minacciate nella loro fede e nella loro stessa esistenza da oppositori sorti nel seno della stessa chiesa che Giovanni definisce anticristi (I Gv. 2,18 ss.) o falsi profeti (I Gv. 4,1 ss..) o seduttori (II Gv. 7), persone che svuotavano l'evangelo di Gesù Cristo predicando un anti-evangelo che negava soprattutto l'incarnazione di Dio in Cristo Gesù e la salvezza mediante la croce e la potenza della risurrezione.
A queste e ad altre dottrine eretiche, in un contesto di divisioni, di contrapposizioni e di dure lotte ideologiche e dottrinali, che minavano la stessa esistenza delle comunità, l'apostolo Giovanni rispose con estrema energia esponendo le verità fondamentali dell'evangelo e chiamando le comunità a testimoniare la propria fede in Gesù Cristo, a restare uniti e a condurre una vita leale, onesta e coerente con la fede professata, ma soprattutto ad amarsi gli uni gli altri.
Perché amarsi gli uni gli altri? Giovanni ce lo spiega. Egli dice che l'amore è da Dio, "non nel senso che ogni amore proviene da Dio, ma nel senso che l'amore è l'unico modo di vivere di chi è nato da Dio, cioè di chi, per la fede, ha cominciato una nuova esistenza radicata nella realtà di Dio rivelata in Cristo.
Per un cristiano, vivere e amare sono la stessa cosa.
Un cristiano non può vivere senza amare: non è che prima sia un cristiano e poi anche uno che ama, ma è cristiano solo in quanto ama.
Essere cristiano significa amare.
Perciò dove non c'è amore non c'è conoscenza di Dio, quindi non c'è comunità cristiana.
Dove c'è comunità cristiana non può non esserci amore.
E Giovanni continua dicendo che chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
L'amore - non importa se amore dei fratelli, o del prossimo, o dei nemici, o di Dio- inteso non come atto occasionale e straordinario ma come comportamento quotidiano, come stile e contenuto della vita, esprime la realtà della nuova nascita (è nato da Dio) e della comunione con Dio (conosce Dio)" (dal Nuovo Testamento annotato – Claudiana).
L'amore è il termometro che misura la temperatura della nostra relazione con Dio ed è il test che consente a ciascuno di noi di comprendere a fondo la nostra natura, chi siamo e il senso della nostra vita.
Dio è amore. Dio è agape.
Quest'affermazione di Giovanni esprime il cuore dell'Evangelo. In tutta la Scrittura, l'amore è presentato con quattro espressioni:
come eros,  quando ci descrive l'amore che vuole possedere l'altro o l'altra;
come philia, quando ci parla dell'amicizia tra persone;
come storge (storghé), quando ci descrive l'amore parentale, genitori-figli e tra i membri della stessa famiglia;
ma quando ci parla dell'amore di Dio e quello che si vive all'interno di una comunità viene definito col termine agape.
Dio è Amore, Agape, ci indica come Dio si è manifestato verso l''intera umanità.
Dice il vangelo di Giovanni: "Dio ha tanto amato il mondo, l'umanità, che ha dato il suo Unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna" (Gv. 3,16).
Nella sua rivelazione Dio si è manifestato come amore, come agape,  in quanto ha mandato suo Figlio per sconfiggere il peccato e per donarci la vera vita per mezzo di Lui. L'iniziativa di Dio non è concepita in astratto ma è basata sul concreto agire storico nella venuta e nella morte di Gesù Cristo.
Fratelli e sorelle, poiché Dio ci ha amati oltre ogni attesa e misura umana, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri, perché il vero rapporto con Dio si realizza quando amiamo la nostra sorella o il nostro fratello, quando amiamo il nostro prossimo, quando amiamo i nostri nemici.
Dobbiamo infatti ricordare le parole rivoluzionarie e di rottura con la mentalità del suo tempo che Gesù ci ha lasciate:« Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli...se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt. 5, 44-48).
Lutero nella Sua opera "Libertà del cristiano" ha scritto: "Un cristiano vive non in se stesso, ma in Cristo e nel suo prossimo: in Cristo per la fede, e nel suo prossimo per l'amore".

Dobbiamo ammettere, dopo secoli di cristianesimo, che questa esortazione all'amore resta sempre la sfida più impegnativa e la più difficile da affrontare, è la pietra d'inciampo su cui si cade molto facilmente, perché purtroppo il terreno sul quale noi chiese cristiane ci muoviamo è contrassegnato dalla realtà della presenza del peccato nella nostra vita, ma ancor più da una crescente secolarizzazione che impedisce qui ed ora a ciascuno di noi l'approfondimento di un continuativo rapporto d'amore con Dio e una reale nostra consacrazione al Signore come servi e testimoni della sua grazia.
Si, è vero, siamo credenti impegnati in tante attività della chiesa, chi in una commissione, chi in un'altra dove mettiamo a disposizione i nostri talenti o le nostre capacità, così da far apparire la nostra comunità una comunità attiva, colta, conosciuta in ambito cittadino per la sua aperta laicità, per la sua diaconia, per la sua predicazione, per la sua storia di secoli di sofferenze e persecuzioni subite, ecc. ecc. eppure abbiamo bisogno di sperimentare in modo più forte e in maniera palpapile quella via che l'apostolo Paolo chiama "la via per eccellenza"(I Cor. 12,31b), la via maestra di quell'amore senza il quale non siamo nulla.
È dunque possibile che la chiesa abbia tanti carismi, tanti ministeri, tanta libertà, tanta teologia, tante attività eppure abbia bisogno di realizzare la pratica dell'agàpe, di quell'amore fraterno, come di un cammino da percorrere in compagnia e in piena comunione di fede con altri credenti e non di un insegnamento da dare. Nella Bibbia non troveremo mai l'invito a predicare o insegnare l'amore, ma a camminare nell'amore. Perché il comandamento nuovo che Gesù ci ha dato non è l'amore predicato ma quello praticato, come viene ben rappresentato nella parabola del Buon Samaritano (Lc. 10, 25-37) in cui, come sapete, tutti avevano forse dei buoni motivi per non non prestare soccorso a quell'uomo aggredito, ferito e depredato dai briganti, ma il Buon Samaritano giudicò prioritario l'aiuto e la cura di quell'uomo e pospose ogni suo interesse privato.
I testi biblici che abbiamo letto sono certamente "forti", disarmanti oltre che provocatori, perché stimolano la nostra riflessione e mettono in gioco il nostro modo di essere cristiani nella comunità, nella società, nei rapporti sociali, anche in quelli personali e familiari.
La sfida della nostra fede, oggi, è promuovere ogni iniziativa per una nostra crescita in un servizio d'amore per gli altri. È su questo terreno che si gioca la credibilità  e, forse, la stessa esistenza delle nostre chiese.
  
                                                                          Aldo Palladino                            

Predicazione nel Tempio Valdese di Torino
Domenica, 21 agosto 2016