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venerdì 12 ottobre 2007


Giovanni 5, 1-16
Gesù guarisce un paralitico a Bethesda

Predicazione nella Chiesa Evangelica Battista di Venaria Reale (TO) 

14 ottobre 2007

Predicatore: Aldo Palladino
 

 

 

Il testo biblico

1 Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

2 Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c'è una vasca, chiamata in ebraico Bethesda, che ha cinque portici. 3 Sotto questi portici giaceva un gran numero d'infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici, [i quali aspettavano l'agitarsi dell'acqua; 4 perché un angelo scendeva nella vasca e metteva l'acqua in movimento; e il primo che vi scendeva dopo che l'acqua era stata agitata era guarito di qualunque malattia fosse colpito].

5 Là c'era un uomo che da trentotto anni era infermo. 6 Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» 7 L'infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l'acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». 8 Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina». 9 In quell'istante quell'uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.

10 Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all'uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina"». 12 Essi gli domandarono: «Chi è l'uomo che ti ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina?"» 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c'era molta gente. 14 Più tardi Gesù lo trovò nel tempio, e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». 15 L'uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che l'aveva guarito era Gesù. 16 Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo; perché faceva quelle cose di sabato.

 

***

 

La Parola è sempre per noi

Il testo appena letto del Vangelo di Giovanni è una parola che ci viene da lontano e che riesce sempre a trasmettere qualcosa di nuovo quando ad essa ci accostiamo. Il profeta Geremia afferma che la parola di Dio è come il fuoco e come un martello che spezza il sasso (Geremia 23,29), perché ha la capacità di purificarci, di affinarci e riscaldarci, ma anche di rompere ogni nostra resistenza.

Che cosa vuole dire a me oggi questa parola? Che cosa vuole da noi? E quali indicazioni ci dà per essere dei cristiani fedeli e ubbidienti?

 

Alcune precisazioni

Gesù si reca a Gerusalemme in occasione di una festa giudaica. Alcuni dicono trattarsi della festa dei pani azzimi ovvero della Pasqua, altri sostengono trattarsi della festa dei Tabernacoli. Si reca al tempio, come ogni ebreo osservante, e poi va in un punto a nord-est della città, vicino alla porta delle Pecore (attraverso la quale transitavano gli animali destinati ai sacrifici nel tempio), dove si trova una zona nota per la presenza di acque terapeutiche.

La piscina che vi si trova è chiamata in aramaico Bethesda, che significa casa di misericordia, perché lì Dio usava misericordia verso i malati che vi accorrevano, zoppi, ciechi, paralitici, guarendo ogni anno il primo di essi che scendeva nella vasca quando l'acqua veniva agitata da un angelo (4).

Questa tradizione delle acque miracolose e di un solo malato guarito all'anno non è riportata in molti codici antichi. Lo stesso nome della piscina, in alcuni manoscritti, è Bethzada (casa dell'ulivo), in altri è Bethsaida (casa della pesca).  

 

Attenzione e sensibilità verso i bisognosi

Dunque, Gesù arriva alla piscina di Bethesda, dove c'è tanta gente e ci sono anche molti malati, che giacciono vicino alla piscina che ha cinque portici [secondo alcuni, una figura della Toràh, con i suoi cinque libri, il pentateuco]. Tra i tanti disabili e malati, Gesù individua un malato, probabilmente paralitico, che era in quella condizione da ben trentotto anni [trentotto sono un simbolo della permanenza nel deserto del popolo d'Israele - Deuteronomio 2,14) e gli chiede: "Vuoi guarire? Vuoi essere risanato?"

Due osservazioni sul comportamento di Gesù e sulla sua domanda:

1) Come mai Gesù tra i tanti infermi si rivolge a questo malato?

2) Perché gli rivolge una domanda che ci appare scontatissima o addirittura banale? (Ad una persona affamata che senso ha chiedere se vuole mangiare, o ad un disoccupato da lunga data se vuole un lavoro per vivere?)

 

Il carattere di Gesù

Dai tanti episodi raccontati dagli evangeli emerge con particolare evidenza il carattere di Gesù. A nessuno sfugge la sua attenzione verso i malati, i poveri, i diseredati, i deboli, verso gli emarginati, verso le peccatrici e i peccatori disprezzati e giudicati dai dottori della Legge e dalla società. La sua compassione è infinita, la difesa della dignità umana è una lotta ad oltranza che Lui fa al pregiudizio e alle tradizioni che avevano trasformato la Legge, che pure era buona ed aveva la sua funzione educatrice, in un sistema di norme piene di cavilli e prescrizioni complicate. Egli è venuto non per abolire la Legge, ma per compierla, per completarla, per darle nuovo valore e un più profondo significato. Le regole della Legge sono rilette, reinterpretate da Gesù dando valore e centralità all'uomo, perché "il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato" (Marco 2, 27).

Ma tra i sofferenti stessi, poveri, malati, ecc., c'è sempre qualcuno più sofferente, più povero o più malato degli altri. Gesù indirizza la sua compassione verso chi tra i bisognosi ha più bisogno degli altri.

Il paralitico di Bethesda da ben trentotto anni ha bisogno di lui. Gesù arriva là ad incontrare quest'uomo nel deserto della sua vita e gli chiede: "Vuoi essere guarito?". Non è una domanda scontata come potrebbe sembrare, perché Gesù sa che quest'uomo è stato abbandonato alla sua malattia da tutti, nella solitudine estrema. Infatti, la risposta non è: "Sì, Signore, voglio essere guarito!". La risposta è: "Signore, non ho nessuno che, quando l'acqua è mossa mi metta nella vasca" (7).  

Sembra la storia di quelle famiglie che hanno oggi dei disabili e che tirano avanti da soli l'esistenza col vuoto attorno a loro.

Gesù non cerca la fede in quest'uomo, cerca segni di speranza, ancora un barlume di credibilità o di fiducia nella vita, che gli uomini con la loro indifferenza hanno cancellato in lui.

"Vuoi essere guarito?". Quando tutto viene a mancare intorno a te, Gesù ti offre la sua parola dalla quale ripartire per riaccendere quella fiammella di speranza per tornare a vivere.

 

Una similitudine

Il paralitico di Bethesda ci rappresenta tutti. Come lui, anche noi abbiamo toccato con mano sofferenze o disgrazie personali e familiari, dispiaceri, malattie, lutti, e come lui abbiamo forse confidato e sperato nell'uomo, nel medico o nell'amico, nel fratello o nella sorella di chiesa, facendo l'esperienza di illusioni e di delusioni tutte le volte in cui abbiamo posto la nostra fiducia nell'uomo, nelle sue ideologie e filosofie, anziché in Dio. Come lui, anche noi siamo arrivati all'amara conclusione di essere soli in questo mondo.

Il paralitico di Bethesda, dunque, è figura di una umanità che fa l'esperienza quotidiana della solitudine e dell'indifferenza degli uni verso gli altri. Ma, grazie a Dio, Gesù ci fa tornare a sperare. La sua azione, la sua parola stanno lì a liberarci da ogni forma di pessimismo e di amara rassegnazione. Solo Lui può risanarci allontanando la paura, l'angoscia, e può farci tornare a guardare la vita con la serenità nei nostri cuori e con un volto sorridente. Gesù guarisce e ci restituisce alla vita. Egli scioglie i legami che ci paralizzano, ci fa rialzare, ripristina la nostra dignità di uomini e donne e ci ordina di camminare tra la gente col nostro "lettuccio", con il nostro passato sempre con noi, ma ora proiettato verso la nuova vita e con rinnovata responsabilità.

Gesù va incontro al paralitico di Bethesda e lo guarisce. In questa casa di misericordia (Bethesda), Gesù usa misericordia verso quell'uomo. Tutta la terra per lui è casa di misericordia, perché Dio ama l'umanità (Giovanni 3,16) nonostante viva nel peccato, e vuole creare una nuova umanità in Cristo fondata sull'amore per Dio e sull'amore per il prossimo (Matteo 22, 37-39). Nella nuova umanità non è possibile amare Dio senza amare il prossimo, perché chi ama Dio senza amare il prossimo è bugiardo (1 Giovanni 3, 17; 4,20).

 

Imparare la riconoscenza

Dopo il miracolo, Gesù si defila silenziosamente tra la folla. Cosa farebbero i presunti guaritori e i vari guru dei nostri giorni per avere notorietà, riconoscimenti e successo! Gesù, invece, agisce nel silenzio di un incontro personale e fa del bene. Non riceve neanche l'attenzione e il ringraziamento del paralitico di Bethesda, incapace di esprimere alcun segno di riconoscenza né di rivolgergli la parola perlomeno per chiedergli chi fosse e come si chiamasse. Nulla di tutto questo. Il paralitico guarito, frastornato e pieno di gioia, pensa alla sua liberazione, non al suo liberatore.

Anche in questo comportamento riconosciamo i tratti di certi nostri atteggiamenti di fronte ai miracoli di Dio nella nostra vita. Quante volte abbiamo ringraziato il Signore per la vita che abbiamo, per i nostri figli, per il lavoro, per la comunità nella quale siamo inseriti, o per tutte quelle situazioni difficili da cui siamo stati tratti fuori? E quante volte abbiamo saputo dire grazie a chi ci ha fatto del bene?

 

Guarigione dell'anima 

È da notare che tutto l'episodio avviene in giorno di sabato, shabbat, una festa importantissima per i Giudei nel corso della quale sono vietati determinati lavori (trentanove secondo la Mishna). Quando i Giudei , dunque, notano il paralitico che va in giro trasportando il suo lettuccio, anziché gioire per la sua guarigione, sono presi dallo zelo dell'osservanza delle prescrizioni della Legge. Per loro è più importante scoprire il colpevole di quella trasgressione anziché conoscere l'autore di quella guarigione miracolosa. Sarà il paralitico, ormai guarito, a rivelare ai Giudei il nome del suo guaritore, Gesù, il quale lo ha incontrato una seconda volta, nel tempio, per raccomandargli di non peccare più (14). A quest'uomo Gesù dona una nuova guarigione. Dopo la guarigione fisica del corpo, egli deve conoscere e ricevere la guarigione dell'anima. Colui che gliela comunica è il Signore della vita, perché Gesù è "la via, la verità e la vita" (Giovanni 14,6), il Salvatore del mondo.

Questo Nome, che è al di sopra di ogni nome (Filippesi 2,14; Efesini 1,21) non può essere riservato a pochi. Il suo amore, la sua compassione, il suo farsi prossimo a ciascuno di noi, il dono della sua vita per il perdono dei nostri peccati e per la nostra salvezza eterna, ci spingono a proclamare ad alta voce che Egli è Re dei re e Signore dei signori (1 Timoteo 6,15) e a dare testimonianza della sua misericordia e della sua grazia. A Lui va, dunque, tutta la nostra lode e la nostra adorazione!

 

 

Aldo Palladino