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domenica 15 maggio 2011



Michea 6:6-8
Dio vuole te

Predicazione di Aldo Palladino


Il testo biblico
6 Con che cosa verrò in presenza del SIGNORE
e mi inchinerò davanti al Dio eccelso?
Verrò in sua presenza con olocausti,
con vitelli di un anno?
7 Gradirà il SIGNORE le migliaia di montoni,
le miriadi di fiumi d'olio?
Dovrò offrire il mio primogenito per la mia trasgressione,
il frutto delle mie viscere per il mio peccato?
8 O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene;
che altro richiede da te il SIGNORE,
se non che tu pratichi la giustizia,
che tu ami la misericordia
e cammini umilmente con il tuo Dio?


Chi è Michea
Nella Bibbia, Michea è uno dei dodici profeti "minori" (minori non perché meno importanti, ma perché più brevi). Il suo nome, dall'ebraico "Micayahu", significa "chi è come Yahweh?".
Era chiamato il Morestita, perché era nato a Moreset (1:1,14), città della Giudea a 40 km. a sud-ovest di Gerusalemme. Era contemporaneo del profeta Isaia col quale ha in comune le profezie sulla distruzione del Regno del nord, Israele, da parte dell'Assiria e sulla sconfitta del Regno del Sud, Giuda, ad opera dei Babilonesi. 
Svolse il suo ministero tra gli anni 750-689 a.C., durante i regni di Iotam, Acaz, ed Ezechia.
È un profeta di cui si sa poco. Di lui si ricorda in modo particolare il passo che profetizza la nascita di Gesù a Betlemme, Efrata, (importante la specifica di Efrata, perché all'epoca esistevano due Betlemm) (5:1), che Matteo cita nel suo vangelo (Mt. 2:5-6).

Attualità del libro
Il libro di Michea tuttavia ha avuto un grande impatto sulla vita pubblica dei nostri giorni.
Jimmy Carter, nel suo discorso d'insediamento come presidente degli Stati Uniti, nel gennaio 1977, citò il testo di Michea 6:8: 
     "O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene;
     che altro richiede da te il SIGNORE,
     se non che tu pratichi la giustizia,
     che tu ami la misericordia
     e cammini umilmente con il tuo Dio?".
Nel 1959, l'Unione Sovietica fece dono all'ONU di una scultura di bronzo raffigurante un uomo che trasforma una spada in un vomere, un aratro, alla base della quale c'era incisa la frase "Dalle nostre spade fabbricheremo vomeri", che è una parafrasi dei passi biblici di Michea 4:3: "Dalle loro spade fabbricheranno vomeri, dalle loro lance, roncole…" e Isaia 2:4: "trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro, e le loro lance in falci".
Sono dei testi in cui c'è una splendida descrizione di un aspetto del Regno di Dio, come regno di pace e di giustizia. 

Domanda e risposta
Il testo biblico di Michea su cui riflettiamo contiene in sostanza una domanda e una risposta.
La domanda, detta con altre parole, potrebbe essere questa: "Che cosa vuole da me il Signore?" Per meglio dire: cosa devo fare, oggi, per piacere al Signore? Così parafrasata  la domanda, ci rendiamo conto che il personaggio Michea e il suo messaggio sono attualissimi, perché riguarda ognuno di noi, in particolar modo come credenti.
Cosa devo fare per piacere al Signore? Una domanda che presuppone che Dio voglia qualcosa da noi. Che cosa vuole Dio da noi?
Il pellegrino giudeo fa tre ipotesi, che sono chiari nel testo:
1)    fare offerte di vitelli o di montoni (sacrifici di animali);
2)    spargere fiumi d'olio (offerta di oggetti);
3)    sacrificare il proprio primogenito (addirittura un sacrificio umano!).
C'è dunque un'idea strana di Dio, perché qui c'è qualcuno che pensa che Dio possa essere avvicinato facendogli dei doni, sacrificando animali o addirittura esseri umani, un figlio o una figlia (pratica quest'ultima assolutamente vietata nell'AT, come ci mostrano alcuni episodi narrati (Gen. 22, Abramo e Isacco). 
L'uomo da sempre ha pensato di poter addomesticare Dio o di carpirne il favore attraverso una sorta di baratto: io ti do questo e tu mi dai qualcosa in cambio, la tua approvazione, il tuo aiuto. Per non parlare di quelli che per sentirsi protetti da Dio, se ne facevano delle statue e delle immagini, degli amuleti da tenere in casa o da portare addosso.
Con tutti i distinguo che l'accostamento richiede, anche molti credenti usano la Scrittura come se avessero nelle mani un talismano che emana influenze magiche, miracolose e consolatorie, o che ci fa sentire più sicuri e protetti, o che, come alcuni fanno, come un sedativo che aiuta a vincere l' insonnia.                               
   Nel romanzo Il dottor Zivago di B. Pasternàk c'è un racconto che è un esempio di questo modo di usare la Bibbia. Di un soldato caduto in battaglia dice: "Al collo aveva appeso un cordoncino, a mo' di amuleto, un pezzo di stoffa in cui era cucito un foglio logoro e consumato nelle piegature. Ne spiegò i lembi che si staccavano e si sbriciolavano. Vi erano trascritti alcuni passi del salmo 90 (cioè il 91 della nostra versione) con quelle varianti e contaminazioni che il popolo introduce nelle preghiere…Nel salmo si dice: "Colui che riposa nell'aiuto dell'Altissimo…" [il verso continua: "…riposa all'ombra dell'Onnipotente"]. Pasternàk dice anche: "Il testo di quel salmo era ritenuto miracoloso per tener lontani i proiettili. Già i combattenti della guerra imperialistica lo portavano addosso come talismano. Passarono i decenni e molto più tardi cominciarono a portarlo, cucito nell'abito, gli arrestati, mentre lo ripetevano a memoria i reclusi, quando venivano chiamati dai giudici istruttori per gli interrogatori notturni".
Niente di male in tutto questo, ma bisogna essere consapevoli che un libro, sia pure la Bibbia, in sé non ha nulla di magico, perché è solo strumento o veicolo della rivelazione di Dio. Non bisogna confondere il contenente con il contenuto. Ciò che ha valore inestimabile è Dio, che ti incontra attraverso la rivelazione affidata a uomini [e donne] sospinti dallo Spirito Santo (2 Pt 1:21). Per questo il credente non adora il Libro. Noi adoriamo Dio in spirito e in verità (Gv 4:24).
Ma, tornando al nostro passo, nel v. 8, la domanda iniziale torna: "Che altro chiede da te il Signore?". E finalmente arriva la risposta, che è una grande sorpresa: nessuna cosa! Il pio giudeo credeva che Dio volesse qualche cosa da lui, ma si sbagliava perché Dio vuole lui. Dio vuole l'uomo, un uomo nuovo che sia testimone, ambasciatore e protagonista della vita del Regno di Dio.
La conversione dell'uomo
Alle tre cose che l'uomo vuole fare per Dio, Dio contrappone tre affermazioni con cui chiede all'uomo:
  1. di praticare la giustizia;
  2. di amare la misericordia;
  3. di camminare umilmente con Dio.
Sono tre aspetti della conversione dell'uomo, del cambiamento totale del suo modo di pensare e di essere nel suo rapporto con Dio e con il prossimo.

Da un'attenta lettura delle profezie di Michea si ricavano notizie sulla diffusa ingiustizia sociale ed economica. I proprietari terrieri di notte escogitano piani per accrescere le loro ricchezze togliendo terreni e case ai piccoli agricoltori (Michea 2:1-2) ; le donne e i bambini sono sfrattati dalle loro abitazioni (2:9); i capi politici esercitavano il potere per sfruttare il popolo per il tornaconto personale, perché amavano il male e odiavano il bene (3:1-3). La manodopera era sfruttata per costruzioni edilizie (3:10). Nei tribunali c'era una corruzione dilagante (3:11). Anche i sacerdoti si erano venduti per avidità di guadagno (3:5,11) e continuavano a sostenere che Dio era in mezzo a loro (3:11). Una situazione di peccato che Michea denunzia ad alta voce incontrando una forte opposizione (2:6-11).
Da questo, dunque, comprendiamo che praticare la giustizia per Dio ha una valenza di carattere sociale, perché riguarda i rapporti col prossimo.
   
Il secondo aspetto della conversione dell'uomo è di amare la misericordia. Il termine usato da Michea (hesed) indica un amore con un forte elemento di fedeltà, come quello che c'è tra marito e moglie (2:19, benevolenza) o tra due veri amici. Dunque, amare la misericordia significa avere un rapporto con Dio vissuto con amore e fedeltà.

Il terzo aspetto, quello di camminare umilmente con Dio, esorta l'uomo a orientare la sua vita quotidiana seguendo Dio. È l'appello che troviamo nei vangeli dove Gesù invita delle persone a seguirlo.
Camminare con Dio, con Gesù, non significa che saremo al riparo dai momenti difficili della vita, ma che avremo le consolazioni del Signore e la forza per superarli, con la certezza che il Signore è accanto a noi nel nostro cammino.
Il Salmo 23: 4 ci ricorda: "Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei male alcuno perché tu sei con me".

Leggere Salmo 50: 7-23

                                                                                      Aldo Palladino


Domenica, 15 maggio 2011
Chiesa Cristiana Evangelica
C.so Gramsci 24
Torre Pellice (TO)

mercoledì 11 maggio 2011

Come si può spiegare l'origine del male?

Domanda al Teologo Valdese Paolo Ricca

 
La domanda
Come si può spiegare l'origine del male? Tra tanti altri, Agostino ha molto riflettuto e combattuto con questa domanda, formulando tre ipotesi di risposta: il male è una fuoriuscita dall'ordine divino, oppure è sempre esistito, oppure è  causato da Dio. Agostino propende per la prima ipotesi, ma soprattutto tende a negare che il male abbia una vera  consistenza in sé, che sia cioè una vera e propria creatura: dovrebbe essere una creatura di Dio, che è il Creatore di  ogni cosa, ma non può esserlo, perché Dio ha creato solo cose buone e non può averne creato una cattiva, come è il  male. Agostino tende quindi a definire il male come privazione di bene. Resta però aperta la domanda: perché l'uomo  compie il male? Dove sta la sua libertà di non compierlo? Perché Dio tenta Abramo, se sa già che cosa farà Abramo? O non lo sa («ora so che tu temi Dio» - Genesi 22,12)? È possibile pensare che il male non abbia consistenza, e che il principio del male, di per sé, non esista? Il male sarebbe solo distanza da Dio? Se è così, perché Dio permetterebbe  questa distanza e in definitiva all'uomo di compiere il male? Agostino cerca di spiegare la libertà dell'uomo, ma, per  questo, presuppone la fede cristiana. Ma per chi non ha la fede in Cristo o vive all'interno di altre fedi (diverse religioni o forme di etica) che succede? Saremmo sempre salvati e/o liberi?
Un lettore di Roma
La risposta 
    Sono dieci le domande contenute in questa lettera, ma potrebbero essere cento o anche di più, e nascono tutte dall'unica domanda - quella iniziale, che è diventata il titolo di questo dialogo, e alla quale forse non c'è risposta. Ci sono domande che restano senza risposta affinché il problema che le suggerisce resti aperto e l'uomo non si stanchi di affrontarlo, anche se non riesce a venirne a capo. Per dare un'idea della complessità della questione possiamo riferirci a un frammento dei Soliloquia di Agostino, che qui dialoga con la Ragione (la sua), dunque con se stesso, intorno alla ricerca della verità. Ecco il frammento:
Ragione. Rispondi adesso a questo: pensi possa accadere che il falso non esista?
Agostino. Come potrei pensare ciò, dal momento che raggiungere la verità è così difficile da potersi  dire che l'esistenza del falso è quasi più ammissibile dell'esistenza del vero?
    Da queste battute di un dialogo che occupa tutta l'opera, sembrerebbe che il falso esista. Ma la Ragione osserva che «nessuna cosa è falsa se non c'è nessuna alla quale appaia tale», e conclude che «la falsità non è nelle cose, ma nei sensi». In fin dei conti è l'uomo che ha creato le nozioni di vero e di falso. Ritorna perciò la domanda: il vero e il falso sono realtà oggettive, che esistono in sé, o sono invece realtà soggettive che l'uomo stabilisce e utilizza per descrivere, in base al suo discernimento, la realtà e orientarsi in essa? Che siano realtà più soggettive che oggettive risulta dal fatto che una stessa cosa può essere giudicata vera dagli uni e falsa da altri. E comunque, il falso (sia che esista in sé, sia che esista solo nel discernimento umano) ha un'esistenza propria oppure è solo un'assenza di verità? Il vero e il falso sono due principi autonomi che si fronteggiano in continuazione cercando ciascuno di prevalere sull'altro, o esiste solo la verità, mentre la falsità o la menzogna sono solo la negazione o la contestazione della verità? 
    Questa serie di interrogativi è quella che, mutatis mutandis e con qualche variante, accompagna ogni riflessione sul male, sulla sua origine e sulla sua consistenza: tutti, in un modo o nell'altro, ne facciamo l'esperienza, e per tutti è «il problema dei problemi».  Affrontandolo, sia pure solo per sommi capi, occorre anzitutto fare una distinzione fondamentale: molto del male presente nel mondo è causato dall'uomo, e non ha alcun senso (è solo un comodo alibi) addebitarlo a Dio. Auschwitz non l'ha creato né comandato Dio, l'ha deciso e realizzato l'uomo. La morte per denutrizione di milioni di bambini non è colpa di Dio, ma nostra. Le guerre continue che insanguinano la terra non sono opera di Dio, ma nostra. E così via.  Ma anche se l'uomo, e lui soltanto, è responsabile di un bel po' del male presente oggi nel mondo, resta pur sempre  aperta la domanda: come mai l'uomo fa il male anziché il bene, e ne fa così tanto e quasi, si direbbe, con gusto, e  inventandone sempre nuove forme? Perché l'uomo sembra affascinato più dal male che dal bene? Perché l'uomo, che pure teme il male, non ne è solo vittima, ma anche autore e complice? Ma accanto al male di cui solo l'uomo è responsabile, c'è indubbiamente nel nostro mondo una parte non piccola di male, di cui l'uomo non è responsabile - tragedie personali e familiari (Giobbe) o collettive (tsunami) - che suscitano in tutti, credenti e non credenti, innumerevoli «perché? ». Perché il male? Perché si abbatte su di me? Da dove viene? Da Dio? Sarebbe un suo castigo? O una prova? Ma Dio ricorre davvero a questi mezzi crudeli? Se non viene da Dio, viene dal Caso? Ma allora il Caso esiste - un Caso indipendente da Dio? O viene dal Destino, che esisterebbe anch'esso indipendentemente da Dio? Che senso può avere tutto questo?
    Nel lontano 1959 il prof. Vittorio Subilia, allora docente di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia, scrisse un bel volumetto (ristampato nel 1987, ma oggi purtroppo  esaurito), intitolato appunto Il problema del male. Vi si espongono, in sintesi, i tre principali tentativi di risposta alla  grande, antica, eterna domanda Unde malum? ( = Da dove viene il male?).
    1. Il primo è la risposta dualista. Non c'è un solo Dio, ce ne sono due, o meglio, c'è un Dio e un Anti-Dio, il Dio del bene e l'Anti-Dio del male. Essi si contendono il governo del mondo e l'anima dell'uomo: la storia umana e l'anima umana sono il loro campo di battaglia. Il male presente nel mondo non viene quindi da Dio, ma dall'Anti-Dio, che è una potenza negativa, tenebrosa, distruttrice, che Dio combatte, ma non controlla. Questa risposta ha il vantaggio di cancellare il sospetto che Dio sia autore o complice  del male, ma ha lo svantaggio di limitare e relativizzare la signoria di Dio sul creato che invece, secondo la  testimonianza della Scrittura, è piena e unica. Gesù è il Signore, non un Signore.
    2. Un secondo tentativo di risposta è quello che consiste nella negazione del male, o meglio nella negazione che quello che ci appare come male, lo sia veramente. È un pensiero che si trova già nella filosofia greca antica, ad esempio in Eraclito, che affermava: «Non si riconoscerebbe la parola giustizia se non esistesse l'ingiustizia», e ancora: «La malattia fa dolce la salute, il male fa dolce il bene, il riposo fa dolce il moto». Insomma, senza il male non esisterebbe neppure il bene. In campo cristiano  viene subito in mente Agostino, giustamente citato dal nostro lettore, per il quale il male non ha consistenza propria, è  semplicemente una assenza di bene (in latino privatio boni). E molti secoli più tardi, nella seconda metà del Seicento, Leibniz dirà che questo è il migliore dei mondi possibili e che il male non è altro che l'imperfezione della creatura che,  proprio perché creatura, non può eguagliare la perfezione del Creatore. Molti altri filosofi e teologi della modernità hanno sostenuto tesi analoghe, che per ragioni di spazio non possiamo qui esporre. Che cosa pensare di questa  posizione? Essa ha il vantaggio di invitarci a non considerare unicamente il male in sé, isolandolo da tutto il resto, come se fosse l'unica realtà presente, quasi dimenticando il bene che pure esiste. Ma ha il grave svantaggio di sottovalutare l'ampiezza e la gravità del male, la sua enorme forza di attrazione e distruzione, la profondità del suo  radicamento nell'animo umano e nelle strutture della società, i danni e la quantità incalcolabile di sofferenze che  provoca nell'umanità ma anche nel mondo animale e nella natura. Sarebbe davvero bello se il male fosse solo una  assenza di bene. Purtroppo non è così. La dottrina di Agostino - sia detto con tutto il rispetto - è una scorciatoia.
    3. Un terzo tentativo di risposta è l'esatto contrario del precedente e consiste, per dirlo in estrema sintesi, nella negazione del  bene. In che senso? Non nel senso di negare che ci siano nel mondo, nella natura, nella storia e nell'esperienza umana delle cose buone e belle, dei momenti felici, dei valori positivi per i quali valga la pena impegnarsi e anche  sacrificarsi: è evidente che queste cose belle ci sono. Ma sono provvisorie, fugaci, destinate a scomparire, forse solo apparenti. Si potrebbe dire così: il male è permanente, il bene è apparente. La vita può anche essere bella, ma finisce nella morte, cioè nella sua negazione. Ci sono nel mondo sprazzi di bene, ma il male sembra prevalere. Il bene esiste, ma è perdente. Occorre avere il coraggio di prenderne atto e trarre le debite conseguenze. Questa, a grandi linee, è la posizione. Che cosa pensarne? Essa ha il vantaggio di prendere sul serio il male, come effettivamente bisogna fare. Ma ha il grave torto di prenderlo talmente sul serio da esserne quasi ipnotizzata. Dichiarando in anticipo la vittoria del male, sottovaluta pericolosamente il valore della battaglia contro di esso, che invece va affermato e sostenuto con forza.
     Altre posizioni dovrebbero essere presentate, come quella accennata dal nostro lettore che collega l'apparizione del male (sotto forma di peccato) alla libertà di cui l'uomo è dotato: c'è il male perché l'uomo è libero di farlo. Qui però non si spiega l'origine del male, si constata solo la sua esistenza e si dice che l'uomo è libero di farlo. Ma non è che il  male esista perché l'uomo lo fa, ma l'uomo lo fa perché il male esiste. Se non esistesse, non potrebbe farlo. Il problema non è risolto, è solo spostato.
    È tempo di concludere e la conclusione è questa: alla domanda del nostro lettore non c'è una risposta convincente, quanto meno non ne ho una. Il male non viene da Dio (che non lo fa), neppure dall'uomo (che lo fa), è una grande forza negativa e distruttiva, che però non è Dio, ma sotto Dio. Gesù non l'ha spiegata, l'ha combattuta frontalmente e radicalmente. La risposta è dunque questa: non cercare soluzioni teoriche che non ci sono, ma lottare con tutte le forze, interiori ed esteriori, e con tutti i mezzi, contro il male nelle sue svariatissime forme, cominciando dalla più insidiosa: il male che si presenta come bene.

                                                                                     Paolo Ricca

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del Settimanale "Riforma" n. 16 del 22 aprile 2011