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domenica 17 novembre 2019

Dio all'incontrario (1)
Giobbe 23

Predicazione del Prof. e Past. emerito Paolo Ricca

Chiesa Evangelica Battista di Rovigo, 1° settembre 2019

Letture introduttive: Salmo 18, 20-28. I Corinzi 4, 9-13. Marco 15, 29-37

Testo biblico di Giobbe 23
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 «Anche oggi il mio lamento è una rivolta,
per quanto io cerchi di contenere il mio gemito.
3 Oh, sapessi dove trovarlo!
Potessi arrivare fino al suo trono!
4 Esporrei la mia causa davanti a lui,
riempirei d'argomenti la mia bocca.
5 Saprei quel che mi risponderebbe,
capirei quello che avrebbe da dirmi.
6 Impiegherebbe tutta la sua forza per combattermi?
No, egli mi ascolterebbe!
7 Là troverebbe un uomo retto a discutere con lui,
e sarei dal mio giudice assolto per sempre.
8 Ma, ecco, se vado a oriente,
egli non c'è;
se a occidente non lo trovo;
9 se a settentrione, quando vi opera,
io non lo vedo;
si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.
10 Ma la via che io batto egli la conosce;
se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l'oro.
11 Il mio piede ha seguito fedelmente le sue orme,
mi sono tenuto sulla sua via senza deviare;
12 non mi sono scostato dai comandamenti delle sue labbra,
ho custodito nel mio cuore le parole della sua bocca.
13 Ma la sua decisione è una;
chi lo farà mutare?
Quello che desidera, lo fa;
14 egli eseguirà quel che di me ha decretato;
di cose come queste ne ha molte in mente.
15 Perciò davanti a lui io sono atterrito;
quando ci penso, ho paura di lui.
16 Dio mi ha tolto il coraggio,
l'Onnipotente mi ha spaventato.
17 Questo mi annienta; non le tenebre,
non la fitta oscurità che mi ricopre.

Cari Fratelli e Sorelle, 
questo capitolo 23 del Libro di Giobbe è una delle pagine più buie della Bibbia, forse la più buia di tutte. Avete sentito come finisce: «Dio mi ha tolto il coraggio, l'Onnipotente mi ha spaventato» (v. 16). Ci si aspetta da Dio che ci dia coraggio, non che ce lo tolga – quel poco di coraggio di vivere che ancora ci resta dopo le sventure e le prove che inevitabilmente accompagnano la nostra esistenza terrena. «L'Onnipotente mi ha spaventato!». Ci si aspetta da Dio che ci consoli, che ci infonda fiducia, non che ci spaventi! Il Dio di Giobbe,come appare in questo capitolo, fa il contrario di quello che Dio dovrebbe fare, è un Dio all'incontrario, un Dio che è l'opposto del Dio nel quale abbiamo creduto, un Dio – quasi non oso dirlo – che rassomiglia pericolosamente al Diavolo! Sentite l'ultimo versetto: «Questo mi annienta – cioè questo Dio mi annienta – non le tenebre nelle quali sono precipitato, non la fitta oscurità che mi ricopre!» (v, 17). È come se Giobbe dicesse: «Dio è più buio del buio; c'è più buio in lui che fuori di lui; Dio è più tenebroso delle tenebre – proprio lui che, secondo il Salmo che abbiamo letto poco fa, doveva essere la luce che «illumina le mie tenebre» (Salmo 18,28).
Ma allora perché predicare su questo testo?Perché il Lezionario della nostra Chiesa Un giorno unaparola(Editrice Claudiana – Torino) lo indica come «testo di predicazione» per questa domenica, 1° settembre 2019? Credo che sia perché proprio questo testo è di una attualità impressionante. È stato scritto circa 2200 anni fa, ma sembra scritto oggi. È stato scritto in tempi ormai remoti da un ebreo a noi sconosciuto (non sappiamo chi sia stato l'autore del Libro di Giobbe), ma potrebbe essere stato scritto da qualunque europeo moderno che, come Giobbe, si lamenta di Dio, protesta contro Dio, anzi è persino andato oltre Giobbe, nel senso che non si lamenta neanche più, non si rivolta più, ha semplicemente lasciato perdere Dio, vive, pensa, agisce come se Dio non ci fosse, lo ignora completamente. Questo capitolo 23 di Giobbe è il Manifesto dell'Europa moderna secolarizzata. L'Europa che, dopo essere stata la seconda patria della religione cristiana (la prima è stata la Palestina), è diventata la patria della critica della religione, cominciando proprio da quella cristiana: in nessun continente del mondo la religione cristiana è stata tanto criticata come in Europa. La quale, dopo essere stata la maggiore scuola di cristianesimo mai esistita nella storia e aver insegnato la fede a innumerevoli generazioni in Europa e altrove, è diventata la più grande scuola di scetticismo, di agnosticismo e di ateismo, anche militante, che ci  sia  al mondo: in  nessun altro continente  ci sono  tanti  atei come  in Europa. «Anche oggi il mio lamento è una rivolta» dice Giobbe (v. 1); la stessa cosa dice l'Europa secolarizzata moderna: ecco perché questo capitolo è il Manifesto dell'Europa moderna secolarizzata. Ed ecco perché dobbiamo prendere sul serio questo capitolo: anche se non siamo del tutto secolarizzati e cerchiamo di essere cristiani; però l'Europa moderna è comunque nostra madre, siamo tutti in un modo o nell'altro suoi figli, siamo tutti consapevolmente europei, e vogliamo anche esserlo. Perciò questo Manifesto è anche un po' nostro: forse ci fa star male, ci ferisce, ma anche ci interpreta, e comunque ci interpella. Non possiamo far finta che non ci riguardi.
C'è però una prima grande differenza tra Giobbe e l'Europa secolarizzata moderna: Giobbe era integro, giusto, innocente, com'egli stesso dice: «Mi sono tenuto sulla via di Dio senza deviare; non mi sono scostato dai comandamenti delle sue labbra; ho custodito nel mio cuore le parole della sua bocca» (vv. 11-12). Invece l'Europa moderna ha trasgredito in maniera sistematica i comandamenti di Dio, si è del tutto allontanata dalle sue vie, non è affatto innocente come Giobbe, al contrario è grandemente colpevole (pensate solo a fenomeni come il colonialismo, l'imperialismo, le due guerre mondiali, gli orrori inauditi dei lager e dei gulag, di cui l'Europa è stata non solo teatro, ma anche protagonista – no, l'Europa non è innocente come Giobbe, ma il capitolo 23 di Giobbe potrebbe averlo scritto lei, l'Europa secolarizzata moderna: la colpevole Europa parla oggi come l'innocente Giobbe. Ascoltando il capitolo 23 di Giobbe, ascoltiamo anche la voce dell'Europa moderna.

Che cosa c'è dunque in questo capitolo 23?Ci sono sostanzialmente tre cose: c'è il lamento che diventa rivolta; c'è la ricerca di un Dio che non si trova; c'è la fede che non soccombe nella morsa della contraddizione tra il Dio nel quale crediamo e lo spettacolo di un mondo che sembra senza Dio. Vediamo un po' più da vicino ciascuno di questi tre contenuti.
1.Il primo è il lamento che diventa rivolta. Perché Giobbe si lamenta ? Non si lamenta delle sue sventure. Non dice: «Perché proprio io?». Neppure dice (come diciamo, o pensiamo, spesso noi): «Che cosa ho fatto di male perché mi capitino tutte queste disgrazie?». Giobbe si lamenta di Dio. Si lamenta perché Dio non è come altri dicono che sia, e come lui stesso ha detto che sarebbe stato. Avete sentito le cose bellissime che dice il Salmista: «Sono stato integro verso Dio […], perciò il Signore mi ha ripagato secondo la mia giustizia, secondo la purezza delle mie mani in sua presenza. Tu ti mostri pietoso verso l'uomo pio, integro verso l'uomo integro; ti mostri puro con il puro, e ti mostri astuto con il perverso, perché tu sei colui che salva la gente afflitta, e fa abbassare gli occhi alteri. Sì, tu fai risplendere la mia lampada; il Signore, il mio Dio illumina le mie tenebre» (Salmo 18, 23-28). Così è Dio, così dovrebbe essere. Ma Giobbe ha sperimentato un Dio completamente diverso: Giobbe è stato pio, ma Dio non è stato pietoso verso di lui. Giobbe è stato integro, ma Dio non lo ha ripagato secondo la sua giustizia. Giobbe è stato afflitto, ma Dio non lo ha soccorso. Giobbe è stato ricoperto da una fitta oscurità, ma Dio non ha illuminatole sue tenebre. Da qui nasce il lamento di Giobbe: Dio non è come dovrebbe essere. Nel mondo, che noi crediamo essere creato e governato da Dio, succedono ogni giorno tante tragedie di ogni tipo piccole e grandi, individuali e collettive, che suscitano innumerevoli sofferenze. Molte di queste tragedie sono solo opera nostra, e non ha senso chiederne conto a Dio. Auschwitz - tanto per fare un esempio - non l'ha creato Dio, l'abbiamo creato noi contro la volontà di Dio; non dobbiamo perciò prendercela con Dio per Auschwitz, ma solo con noi stessi. Altro esempio: se lasciamo affogare nel Mediterraneo tanti migranti che fanno naufragio, mentre potremmo salvarli, la colpa della loro morte non è di Dio, ma solo nostra. Non dobbiamo lamentarci con Dio, ma solo con noi stessi.
Ci sono però ingiustizie, sventure e sofferenze che non dipendono da noi, ma da un destino avverso che all'improvviso si abbatte su di noi come s'è abbattuto su Giobbe: un terremoto che in pochi minuti distrugge città e villaggi e fa migliaia di vittime; uno tsunami che travolge ogni cosa seminando morte e distruzione; un bambino che ha appena cominciato a vivere e già deve morire per qualche malattia inesorabile; un giovane stroncato nel fiore dell'età; la mamma che muore dando alla luce il bambino; l'elenco potrebbe continuare a lungo: innumerevoli tragedie che non si spiegano, non si giustificano, non si possono accettare. Qui allora, sì, che il lamento ci sta, sia da parte di Giobbe, sia da parte dell'Europa moderna, sia da parte dell'umanità intera: è vero che in un mondo governato da Dio ci dovrebbe essere meno dolore, meno sofferenza, meno infelicità, meno sciagure, meno tribolazioni, meno angosce, meno cose che non si capiscono e ci fanno dubitare dell'esistenza di Dio, quanto meno del Dio nel quale abbiamo creduto, quello rivelato da Gesù: il Padre nostro che è nei cieli e che conosce persino il numero del capelli del nostro capo (Matteo 10,30).  Ci sta, dunque, il lamento, e ci sta pure che il lamento diventi rivolta, non solo da parte di Giobbe, ma anche da parte dell'Europa moderna.
Qui però c'è la seconda, grande differenza tra Giobbe e l'Europa moderna: mentre quest'ultima è passata dal lamento alla rivolta e dalla rivolta all'abbandono di Dio, Giobbe no: è passato anche lui dal lamento alla rivolta, ma non dalla rivolta all'abbandono di Dio. Dio, possiamo dire, ha abbandonato Giobbe, ma Giobbe non ha abbandonato Dio. Così come Dio – lo abbiamo sentito nella lettura – ha abbandonato Gesù sulla croce, ma Gesù non ha abbandonato Dio. Giobbe è come Gesù;  Gesù è come Giobbe; Gesù e Giobbe sono come il popolo ebraico che non ha abbandonato Dio neppure dopo Auschwitz. Giobbe e Gesù sono entrambi una perfetta personificazione del popolo ebraico che continua a credere in Dio anche dopo essere passato attraverso la Shoà. Questo è un autentico miracolo, il miracolo del popolo ebraico, che è anche il suo genio: continuare a credere in Dio e ad amarlo malgrado le innumerevoli sventure subite - umiliazioni di ogni genere, deportazioni, esili, discriminazioni, persecuzioni, espulsioni, ghetti,  pogrom - malgrado tutto e contro tutto, questo Giobbe collettivo che è il popolo ebraico ha continuato e continua a credere in Dio e ad amarlo. Questo è il primo messaggio del capitolo 23 di Giobbe: ci si può lamentare di Dio, il lamento può diventare rivolta, ma il lamento e la rivolta non diventano, in Giobbe, abbandono di Dio. Grazie, Giobbe, per il tuo lamento, grazie per la tua rivolta: sono entrambi giustificati, entrambi legittimi; ma grazie per averci insegnato che ci si può anche rivoltare contro Dio, senza però mai abbandonarlo.
Questo Giobbe che, benché «spaventato» da Dio, continua a parlargli perché continua a credere in lui e ad amarlo, mi ha fatto tornare in mente l'ultima preghiera di un ebreo del ghetto di Varsavia distrutto dai nazisti nell'aprile del 1943 – un ebreo di nome Yossl Rakover, che poco prima di morire nel ghetto ormai in fiamme, rivolge a Dio una lunga preghiera di cui riproduco la parte finale.

«Tra un'ora al massimo sarò con la mia famiglia e con milioni di altri uccisi del mio popolo, in quel mondo migliore in cui non ci sono più dubbi, e Dio è l'unico pietoso sovrano. Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non deluso, credente, ma non supplice, colmo di amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente "Amen!". […] Il mio rabbino soleva raccontarmi la storia di un ebreo che era sfuggito con la moglie e il figlio all'Inquisizione spagnola, e con una piccola barca, sul mare in tempesta, aveva  raggiunto un'isola rocciosa. Cadde un fulmine e uccise sua moglie. Venne una tempesta e un'onda maligna portò via il figlio che annegò, inghiottito dal mare. Solo e derelitto, nudo e scalzo, stremato dalla bufera e atterrito dei tuoni e dai fulmini, con i capelli arruffati e le mani tese a Dio, l'ebreo proseguì il cammino sull'isola rocciosa e deserta, e si rivolse al suo Creatore con queste parole: "Dio d'Israele, sono fuggito qui per poterti servire indisturbato, per ubbidire ai tuoi comandamenti e santificare il tuo Nome. Tu però fai di tutto perché io non creda in Te. Ma se con queste prove pensi di riuscire ad allontanarmi dalla giusta via, Ti avverto, Dio mio, Dio dei miei padri, che non Ti servirà a nulla. Mi puoi offendere, mi puoi colpire, mi puoi togliere ciò che di più prezioso e caro posseggo al mondo, mi puoi tormentare a morte, io crederò sempre in te. Sempre ti amerò, sempre, sfidando la tua stessa volontà!".
Queste sono anche le mie ultime parole per Te, mio Dio colmo di ira. Non ti servirà a nulla! Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te. Io invece muoio così come sono vissuto, pervaso da un'incrollabile fede in Te»[2].

     Questa preghiera, salita in cielo dal ghetto di Varsavia nel 1943, avrebbe potuto essere la preghiera di Giobbe 2200 anni fa. Anche lui, stremato dalle prove, ha continuato, come l'ebreo del ghetto, a  credere in Dio. C'è, in questo capitolo 23, una sorta di preghiera segreta che possiamo leggere tra le righe e che potrebbe essere riassunta così: «O Dio, non ti capisco, ma ti amo!».

2. Il secondo contenuto del capitolo 23 è la ricerca di un Dio che non si trova. «Oh, sapessi dove trovarlo! Potessi arrivare fino al suo trono! […] Egli mi ascolterebbe, troverebbe un uomo retto a discutere con lui, e sarei dal mio giudice assolto per sempre. Ma ecco, se vado ad Oriente egli non c'è, se ad Occidente non lo trovo; se a Settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; si nasconde egli a Sud, io non lo scorgo» (vv. 3,7-9). Qui Giobbe dice il contrario di quello che dice il Salmo 139. Ricordate. «Tu mi circondi, Signore, mi stai di fronte e alle spalle, e poni la tua mano su di me. […] Dove potrei andarmene lontano dal tuo Spirito, dove fuggirò dalla tua presenza? Se salgo in cielo Tu vi sei; se scendo nel soggiorno dei morti, eccoti là. Se prendo le ali dell'alba e vado ad abitare all'estremità del mare, anche là mi condurrà la Tua mano e la Tua destra mi afferrerà» (vv. 5-10). Secondo il Salmo 139, Dio è dappertutto: dovunque l'uomo vada, Dio è già là che lo aspetta. Giobbe dice il contrario: dovunque io vada, non lo trovo. Non dico che non ci sia; forse c'è, ma io non lo vedo; forse c'è, ma è come se non ci fosse: invisibile, introvabile, inafferrabile. E proprio questa è una delle grandi domande dell'uomo moderno: non più tanto se Dio esiste o non esiste, ma, se c'è, dov'è?  Dove  posso  accorgermi della sua presenza?  Dove  posso incontrarlo  e sperimentarlo? Dove abita? 
Nella storia cristiana, le risposte maggiori a questa domanda sono state due, una di Agostino, l'altra di Lutero.   
[a] Quella di Agostino si trova in un passo famoso delle sue Confessioni, che dice così: «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuovo, tardi ti ho amato! Ecco, Tu eri dentro di me, io stavo fuori: e qui ti cercavo, e sviato qual ero, mi buttavo su queste cose belle che tu hai creato. Tu eri con m,io non ero con Te, tenuto lontano da Te proprio da quelle creature che non esisterebbero se non fossero in Te …»[3]. Ecco la risposta di Agostino: Dove abita Dio? Dentro di te. Non cercarlo lontano, egli è vicino. Non cercarlo fuori, cercalo dentro. Non cercarlo nelle cose, cercarlo nella tua anima, perché Dio è l'anima della tua anima.  [b] La risposta di Lutero è diversa: Dove abita Dio ? Dio abita in tutto ciò che non ha apparenza divina; Lutero adopera un'espressione latina facile da comprendere: Dio si manifesta nascondendosi sub contraria specie, cioè «sotto apparenze contrarie». Come dice il profeta Isaia: «In verità, Tu sei un Dio che ti nascondi, o Dio d'Israele, o Salvatore!» (45,15). Dio nasconde la sua divinità nell'umanità di Gesù; la sua gloria la nasconde nell'umile condizione del figlio di un falegname; la sua potenza la nasconde nell'estrema fragilità di una parola umana; il suo perdono lo nasconde nella condanna a morte di un innocente; la sua giustizia la nasconde nell'ingiustizia di una sentenza iniqua; la sua signoria la nasconde nel più umile dei servizi, come quello di lavare i piedi dei suoi discepoli; il suo corpo lo nasconde nel pane e il suo sangue nel vino della Cena; non c'è nessuna trasformazione, il pane resta pane, il vino resta vino, ma c'è una presenza nuova recata dalla parola potente di Gesù, che crea quello che dice e suscita le cose che non sono come se fossero.
Sub contraria specie, «sottoapparenze contrarie»: è lì che abita Dio, è lì che lo puoi incontrare.  Ma qual è il significato di questo modo singolare di manifestarsi di Dio? I significati sono due. Il primo è che Dio non è evidente, ma è, appunto, nascosto. Come il tesoro che è nascosto nel campo; come la perla che è nascosta nella conchiglia. Dio si nasconde. C'è una preghiera di Lutero, che è quasi un grido in un momento drammatico della sua vita: «O Dio sei morto? No, ti nascondi soltanto!». Dio nascosto vuol dire che egli non è là dove ti aspetteresti che sia, ed è là dove non ti aspetteresti che sia. Ti aspetteresti di trovarlo seduto su un trono, e invece lo trovi appeso a una croce. Ti aspetteresti di trovarlo attorniato da santi, e invece lo trovi in compagnia di peccatori. Ti aspetteresti di trovarlo insieme a persone importanti, e invece lo trovi con persone che non contano nulla e non sono nulla agli occhi del mondo, ma sono molto agli occhi di Dio: gli ultimi che diventano primi. Giobbe cerca Dio e non lo trova perché lo cerca dove non c'è. Lo cerca a Oriente, a Occidente, nel Nord e nel Sud, lo cerca cioè nello spazio, ma Dio non è nello spazio: nessuno spazio, neppure i cieli e i cieli dei cieli lo possono contenere! Giobbe lo ha cercato dappertutto, ma Dio non è dappertutto. Non ha pensato di cercato dentro di sé: forse lì lo avrebbe trovato.
Ma il nascondimento di Dio sub contraria specie, «sotto apparenze contrarie», ha anche un secondo significato: vuol dire che Dio si offre, sì, a noi, ma non è a nostra disposizione; è, sì, con noi e anche dentro di noi, ma non è nelle nostre mani: resta il Signore anche quando si fa servo; resta primo anche quando diventa ultimo; resta Dio anche quando diventa uomo; si avvolge nel mistero anche quando si rivela; resta irriducibilmente altro anche quando diventa in tutto e per tutto «simile agli uomini» (Filippesi 2,7).  Ecco allora il secondo messaggio di questo capitolo: Dio può essere trovato, ma è nascosto: può essere trovato, ma non posseduto; trovato, ma non accaparrato.
3. C'è infine un terzo messaggio di questo capitolo. Lo ha colto bene un lettore autorevole e appassionato della Bibbia, il filosofo e teologo luterano danese Sören Kierkegaard, in un suo scritto intitolato La ripresa, del 1843, nel quale si rivolge direttamente a Giobbe in questi termini:

«Giobbe! Giobbe! Giobbe! È vero che non hai detto altre parole che queste bellissime: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!" (1,21)? Davvero non hai detto altro? Nel tuo grande dolore hai continuato a ripetere queste parole? Perché tacesti per sette giorni e sette notti? Che cosa passava allora per la tua anima? […]  Veramente  non sai  dire  di più  di  quello che  dicono  i consolatori  di professione ? Veramente non osi dire di più? […] Non è possibile! Quando tutta la vita è franata e s'è ridotta a un po' di cocci sparsi intorno a te, tu hai osato dire di più, tu hai osato dire di più.  […]  Sei diventato la voce di chi soffre, il gemito di chi si sente schiacciato, il grido di chi ha paura, il conforto di coloro che l'angoscia ha reso muti, il testimone fedele di quanto dolore e quanto strazio possono albergare nel cuore di un uomo, un fidato intercessore che, nell'amarezza della sua anima [Giobbe 7,11], osa lamentarsi e disputare con Dio.  […] Parla tu, o Giobbe indimenticabile! Ripeti quello che hai detto, o potente intercessore che ti presenti al tribunale dell'Altissimo come un leone ruggente. Forza è nelle tue parole, timore di Dio nel tuo cuore, anche quando difendi la tua disperazione … […] Ho bisogno di te, ho bisogno di un uomo che sappia lamentarsi con Dio»[4].
     Anch'io ho bisogno di te, Giobbe, «mio indimenticabile benefattore»[5]! Ho bisogno del tuo lamento, della tua protesta, della tua autodifesa: difendendo te davanti al trono di Dio, hai difeso anche me, e innumerevoli altri che come te hanno sofferto ingiustamente. Ho bisogno della tua rivolta, di un modello di cristiano ribelle, che sappia anche dire "No, così non va" e non solo e sempre "Sì, va bene anche così"; un cristiano che sappia anche indignarsi e insorgere contro i soprusi, le prepotenze, le violenze, le ingiustizie. Abbiamo bisogno di te, Giobbe, nostro indimenticabile benefattore, noi aspiranti cristiani del XXI secolo, vedendo che ci sono troppi cristiani rassegnati, remissivi, conformisti, arrendevoli, addomesticati, che accettano tutto, piegandosi davanti alla realtà senza neppure dire: «Così non va; così non può continuare».
Ecco allora il terzo messaggio di questo capitolo: il cristiano non è solo colui che dice: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore!». Sa anche, come Giobbe, dire altro. Ad esempio, sa rivolgersi a Dio con queste parole: «Signore, Tu sei il mio Dio e io Ti appartengo. Tu mi hai fatto forza, e mi hai vinto: sono tuo per sempre. Ma succede che talvolta, anzi spesso, nella mia vita e nella vita di tanti altri, i conti non tornano. Capitano molte cose, piccole e grandi, che non corrispondono a quello che io credo di Te, a come Ti ho conosciuto, a come so che Tu sei, a come Tu ci hai promesso di essere. Perciò non le capisco. Le devo accettare, ma non le posso approvare. Non posso dire, davanti a Te: "Sì e Amen!". Dico piuttosto: "Non può essere così!"».
O Giobbe! Giobbe! Giobbe! Ho bisogno di te, per imparare – non è mai troppo tardi – a essere anche, almeno qualche volta, un cristiano ribelle.
Amen

                                                                                                     Paolo Ricca








[1]  Prego colui o colei che si accinge a leggere questa predicazione, di non farlo se prima non ha letto attentamente il capitolo 23 di Giobbe e, se possibile, anche le tre letture introduttive al testo della predicazione. Il Salmo 18 dice il contrario di quella che è stata l'esperienza di Giobbe descritta nel capitolo 23. I Corinzi 4 descrive il destino dell'apostolo, cioè di colui che annuncia Dio al mondo, anzi a quel pezzo di mondo che è la Chiesa (nel caso specifico la Chiesa di Corinto): un destino di sofferenza e di rifiuto, in una parola, un destino di croce. Marco 15 è il racconto tanto drammatico quanto scarno della morte di Gesù: anche il Figlio di Dio, nel mondo, può solo finire su una croce come un delinquente comune. Tra lo scandalo infinito della croce e il lamento di Giobbe che si scandalizza di Dio c'è un filo segreto che il unisce.
[2]  Zwi Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a Dio, Adelphi, Milano 1997, pp. 27-29.
[3]  Agostino, Confessioni, libro X, capitolo 27.
[4] Sören Kierkegaard, Timore e tremore / La ripresa, Edizioni di Comunità, Milano 1977, pp.226-227.
[5]  Ivi, p. 228.