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giovedì 1 ottobre 2015



La nostra consolazione
2 Corinzi 1, 3-7
Predicazione del Past. Giuseppe Platone

Il testo biblico
"Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.  Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione".
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Siamo di fronte ad una parola di Paolo che si apre allo stile ebraico della benedizione e della lode:  «Baruch ata Adonai…Sia benedetto Dio…Padre misericordioso e Padre di ogni consolazione». 
Prima di parlare dei problemi che c'erano nella comunità di Corinto, prima di difendersi dagli attacchi di cui era oggetto, prima di ogni cosa viene la riconoscenza a Dio per tutto quello che ci dà. Il Dio misericordioso e di ogni consolazione. Misericordia e consolazione non sono separabili, procedono insieme. Ma francamente il termine consolazione è carico per noi di suggestioni negative. L'atteggiamento consolatorio può condurre alla classica pacca sulla spalla, per la serie: «Non  ti preoccupare, domani è un altro giorno…» oppure frasi fatte: « Anche mio zio ha avuto questa sta cosa, poi passa, il tempo lenisce le ferite…» o dall'altra s'indugia a cogliere nella sofferenza un valore redentivo, salvifico. Un sacrificio necessario, anzi più soffri e più saresti cristiano guadagnandoti un posto in paradiso. Ma qui vien detto qualcosa di diverso. Il termine consolazione in greco dal verbo parakalein è un atteggiamento attivo- ricorderete il Paracleto, lo Spirito consolatore- e dall'altra un atteggiamento capace di lasciarsi consolare.
Sapere consolare, lasciarsi consolare. Entrambi i verbi non hanno un significato di ripiegamento, di rassegnazione o di chiusura ma di apertura e di impegno. Bisogna  mettere in conto la sofferenza nel corso della propria vita. E qui è come se l'apostolo ci dicesse che dobbiamo prepararci ad affrontarla come una realtà inevitabile che può distruggerci, con cui dobbiamo o dovremmo o forse abbiamo dovuto fare i conti. Leggevo l'altro giorno su La Stampa la vicenda di quella mamma che ha perso un anno fa nel crollo di un soffitto al liceo scientifico di Rivoli il proprio figlio Vito. Questa madre dello studente scomparso nel crollo ha tentato di suicidarsi perché considerava il proprio dolore inconsolabile; per fortuna la figlia l'ha trovata riversa sul letto giusto in tempo per portarla di corsa all'ospedale e così praticarle una lavanda gastrica. Si è salvata, per fortuna! È il dolore immenso dei sopravvissuti che tocca quel rapporto profondo tra chi ha messo al mondo una creatura e le sopravvive. Come consolare ?
Qui si parla in modo specifico, circostanziato, della consolazione cristiana. Un tema ritengo di grande attualità in una società disorientata e fragile come la nostra dove conta solo la felicità, il sorriso, il successo, l'aggressività, le buone performances, l'efficienza e dove si tende a rimuovere la sofferenza e nascondere anche la morte come un dato che disturba lo svolgersi della vita. Con il risultato che quando arriva la tragedia, la sofferenza ci si trova impreparati, ma è anche vero che impreparati lo saremo sempre perché il dolore può essere devastante e azzerare ogni possibilità di consolazione. Un tema quello della consolazione che ha rivestito un'importanza notevole anche nella Riforma, ricordiamo le «lettere di consolazione» di Calvino.
Tra le tante, Calvino scrisse anche la seguente lettera al padre di un suo allievo morto a causa della peste nella primavera del 1541:
"Quando ricevetti la notizia della morte di Suo figlio Louis, fui talmente spaventato e depresso che per qualche giorno non riuscii che a piangere: e nonostante il fatto di sentire una lieve consolazione e qualche conforto  grazie alla presenza ed all'aiuto di Dio, mi sembrava di non essere più me stesso … non ero più in grado di svolgere le mie solite azioni…"

Calvino continua poi la sua lettera parlando dell'unica vera fonte di consolazione che è la fede in Dio, quel Dio che dona i figli soltanto "in prestito, in affidamento", quel Dio la cui provvidenza è valida anche per Louis.

"Lei mi dirà, (scrive sempre Calvino) che è così difficile comprimere l'amore paterno affinché  non si senta più dolore per la morte del figlio. Ma  non  esigo proprio questo da Lei. Perché nella scuola di Cristo non siamo affatto chiamati ad  imparare ad abbandonare i sentimenti ed affetti umani e trasformarci da umani  in pietre".
Ma prima ancora di Calvino, Lutero negli articoli di Smalcalda del 1537 precisa che l'evangelo può essere annunciato attraverso la predicazione, il battesimo, la Santa Cena, il perdono dei peccati e anche per mezzo della consolazione fraterna.
La specificità della consolazione cristiana è l'evangelo. Ovvero Dio accanto e per te. Ci raggiunge qui l'eco dei profeti: «Consolate consolate il mio popolo, dice il vostro Dio, parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto (Isaia 40,1) e ancora «I riscattati del Signore torneranno, verranno con canti di gioia a Sion, letizia eterna coronerà il loro capo, otterranno felicità e gioia; il dolore e il gemito fuggiranno. Io, io sono Colui che vi consola»
Dio accompagna e consola il suo popolo nella difficoltà e promette la liberazione: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo» (Es.3,7-8). C'è anche una dimensione personale nella consolazione di  Dio: «Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte ; io non temerei alcun male perchè tu sei con me: il tuo bastone e la tua verga mi consolano» (Salmo 23). E c'è anche una dimensione di reciprocità come ricorda Paolo quando i credenti di Tessalonica l'interrogano circa il destino di coloro che sono già morti, Paolo risponde parlando della futura risurrezione e conclude affermando «Consolatevi a vicenda»  (I Tess. 4,18).
Nessuno basta a se stesso, abbiamo bisogno dell'altro, il cristianesimo è sì una fede personale ma non individualista. Non è la separazione dalla comunità ma è la costruzione della comunità attraverso il proprio apporto specifico. Se amiamo è perchè Dio ci ha amati per primo. Se possiamo consolare è perché Dio ci ha consolati per primo, ci ha fatto sentire la stretta  della sua mano nella nostra vita. Allora noi possiamo consolare perché siamo stati consolati. Dio ci consola attraverso gli altri. Questo è anche il sacerdozio universale dei credenti. Non è il compito esclusivo di una persona - pastore o diacono che sia - ma è la reciproca consolazione fraterna. Ho sentito al culto radio di domenica mattina la pastora che racconta d'essersi recata al capezzale di un morente e mentre va, riflette alle parole di circostanza che dovrà dire. Sarà invece la moglie di chi si sta spegnendo all'ospedale, che consolerà la pastora. Era andata per consolare ed è stata consolata.
Quando sono stanco, quando mi sento oppresso dai tanti impegni a cui non so dire di no e che  affollano la mia vita sapete cosa faccio per consolarmi? Guardo a voi e in particolare a chi qui essendo laico dedica tempo, risorse, energie per partecipare, contribuire attivamente alla vita della comunità. E allora non mi lamento più io che ho il privilegio di potere svolgere a tempo pieno ciò che altri sono costretti a fare negli spazi angusti che il lavoro gli concede. Uno solo è il vero Consolatore, Colui che ha preso su di sé le nostre contraddizioni per portarle alla croce. Da allora il cammino è una condivisione comunitaria, è il costruire giorno dopo giorno una testimonianza collettiva che vuole vivere della sola consolazione di Dio, nell'ascolto del suo evangelo, nella pratica della solidarietà reciproca portando i pesi gli uni degli altri, condividendo così i momenti luminosi e forti come quelli tragici e bui. Qualunque cosa ci succeda non siamo, né saremo soli, siamo le maglie di quella rete di fraternità che ci sostiene , una rete che ci mette in relazione e che ci apre all'incoraggiamento reciproco, alla conoscenza e alla costruzione di una presenza e una testimonianza che oggi in particolare vuole offrire uno spazio di autenticità, di gratuità e amore non finto. Un terreno eticamente solido, in una amoralità diffusa, sul quale esercitare la nostra testimonianza dentro e fuori queste mura. Per vivere abbiamo bisogno della consolazione reciproca come il pane. Come riflesso della più grande consolazione che Dio in Cristo ci offre e di cui abbiamo bisogno per vivere e vivere pienamente.
Il Signore ci dia di vivere ciò che oggi annunciamo nel suo santo Nome.
Amen