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lunedì 29 giugno 2015




                         Marco 12: 28-34
Il gran comandamento

Predicazione di Aldo Palladino


Il testo biblico
28 Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» 29 Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. 30 Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". 31 Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». 32 Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all'infuori di lui non ce n'è alcun altro; 33 e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.


Care Sorelle, cari Fratelli,
per la meditazione di oggi il lezionario "Un giorno una parola" ci propone il brano che abbiamo appena letto, in cui per la prima volta in tutti i vangeli non c'è uno scontro tra uno scriba e Gesù, ma perfetta sintonia e una certa ammirazione dello scriba per Gesù, che viene chiamato Maestro.

La domanda
Nella lunga tradizione giudaica si usava rivolgere dei quesiti ai rabbi per cercare di cogliere il centro del loro insegnamento e l'orientamento della loro vita, ma anche per capire quali comandamenti fossero facili o difficili, importanti o meno importanti.
Si racconta che un giorno un uomo sfidò Hillel il Vecchio (40 ca a.e.v-10 e.v.), un grande rabbi, dicendogli: "Insegnami l'intera Torah stando su un piede solo". E Hillel gli rispose: "Ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo al tuo prossimo: questa è la Torah, il resto è solo commento; va' e impara!". Hillel gli espose quello che era ritenuta la regola aurea che deve orientare ogni nostro comportamento. Come sappiamo, nei vangeli questa regola d'oro viene così riproposta da Gesù: " Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti" (Mt. 7:12).
Nella Torah troviamo un buon numero di comandamenti, ma non dobbiamo dimenticare che nel sistema culturale e religioso giudaico sono presenti  613 precetti, mitzvòt, che l'ebreo ortodosso deve seguire con uno stile di vita ubbidiente e disciplinato (mitzvòt in ebraico: מצוות ג"תרי taryag mitzvot; la forma singolare del termine è מצוה, mitzvàh). Per questo è probabile che venisse spontaneo chiedersi se ci fosse tra tutte queste regole una più importante o una che riassumesse in sé tutte le altre.
Seguendo questa tradizione anche lo scriba del nostro testo rivolge una domanda a Gesù: "Qual è il comandamento più importante?". Domanda che facciamo nostra, perché anche noi oggi desideriamo cogliere l'essenza del cristianesimo e il valore fondante la nostra umanità.

La risposta                                                                       
La risposta di Gesù è senza  esitazione o tentennamento, è una risposta lapidaria che non può  essere fraintesa. 
Gesù dice che se tu vuoi dare senso alla tua vita o dare il giusto orientamento ai tuoi pensieri e alla tua condotta, devi accogliere i due pilastri della fede cristiana:
1)    riconoscere Dio come unico Signore della vita e amarlo con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze (Deut. 6:4); e Marco aggiunge "con tutta la mente tua" ( Mc. 12:30).
2)    amare il prossimo tuo come te stesso (Lev. 19:18).«Ama il 
Signore…, ama il tuo prossimo…». Un doppio comandamento
che diventa unico nell'amore. Gesù lo indirizza a Israele (Shema' Israel…), ma lo rivolge all'uomo e alle donne di tutti i tempi e di tutti luoghi con un imperativo singolare: «Ama...».


Il valore del comandamento                                                 
Mi sono sempre chiesto se l'amore può essere comandato o se è un dovere e ho sempre pensato che l'amore vero sia quello che proviene spontaneamente dal nostro cuore. Un noto detto popolare dice: "Al cuor non si comanda". Eppure, qui si parla di comandamenti. Perché? Perché il comandamento è un limite imposto al nostro desiderio di libertà onnipotente. Il comandamento ha una funzione terapeutica, ci guida, ci cura e ci rassicura. Il comandamento è una bussola che orienta il nostro cammino lasciandoci tuttavia liberi di scegliere se adeguare la nostra volontà a quella di Dio. Sono convinto che se sperimentassimo quanto Dio ci ha amati e ci ama non faremmo fatica ad accogliere le parole di Gesù come un comandamento a sottometterci a Dio e a ubbidirgli.

Società "liquida". Perché?
Care Sorelle, cari Fratelli, 
un sociologo e filosofo contemporaneo, Zygmunt Bauman, ha affermato che la  società contemporanea è diventata "liquida" perché i legami sociali, i rapporti tra gli individui, che in epoca pre-moderna erano solidi e stabili - e solida era la struttura della società -, oggi tendono sempre più a dissiparsi, a disgregarsi. Questo "processo di liquefazione" coinvolge la comunità, i rapporti sociali, le strutture sociali, il lavoro, il pensiero. Non c'è nessun valore stabile, tutto è precario e relativo, tutto è messo in discussione. Così, secondo Bauman, società liquida e pensiero liquido producono un individuo afflitto dalla solitudine, chiuso in se stesso, proteso soltanto al soddisfacimento di piaceri egoistici ed egocentrici, senza fiducia né compassione verso l'altro, svuotato interiormente e disorientato. E in questa società in continuo movimento,  che cambia dall'oggi al domani, l'uomo è pervaso da un senso di instabilità e di impotenza, perché nella sua solitudine sente di essere incapace di cambiare questo stato di cose.
Sono d'accordo con l'analisi di Bauman perché rispecchia realmente i comportamenti dell'uomo di oggi, la nostra vita, la nostra morale. Ma sono convinto che siamo arrivati a questa situazione perché abbiamo estromesso il Signore dalla nostra vita, perché abbiamo dimenticato di cibarci dell'unico vero Pane che nutre e sazia, Cristo Gesù, e la sua parola.

La morte di Dio
Da quando, alla fine dell'Ottocento, Nietzsche ha dichiarato che "Dio è morto", molti hanno realmente fatto morire Dio nella loro vita ed hanno sostituito Dio con il proprio Io, il Sé, consacrato nella volontà di potenza, di dominio, di successo, di carriera, di autonomia e di protagonismo.
Certamente è legittimo per tutti cercare di migliorare la propria posizione economica e sociale, ma non è giusto che questo avvenga a scapito di altri o in modo fraudolento e illegale attraverso un collaudato sistema di corruzione, o – se siamo credenti – dimenticando cosa il Signore ci ha comandato di fare.
Oggi Dio è uscito dalla vita di molte persone, Dio è morto. Ed è rimasto l'Io. In tal modo, l'uomo fa ciò che vuole secondo un modello antropologico disegnato dal marketing e dalla pubblicità che mette al centro il corpo, la salute, la cura, la bellezza, cioè l'apparire, l'immagine, l'esteriorità, mentre la salute dello spirito è passato in second'ordine. Mi vengono in mente le parole che il Signore disse a Samuele: "Il  Signore non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell'uomo: l'uomo guarda all'apparenza, ma il Signore guarda al cuore" (1 Sam. 16:7).
Ma la tragedia della società in cui viviamo è che c'è il tentativo di far morire anche l'amore per il prossimo. Per millenni la morale ebraica e cristiana si è retta sui due pilastri rappresentati dal doppio comandamento: Ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Aggredito il primo pilastro, l'attacco viene oggi sferrato contro il secondo e l'amore per il prossimo mostra segni di logoramento. Oggi, questi due comandamenti rischiano di rimanere parole vuote, perché non si sa più di che cosa si parla.

Dio e il prossimo
Chi è Dio per noi, per te e per me? E che cosa significa amare Dio? E chi è il prossimo? E cosa significa amare il prossimo tuo come te stesso? E potremmo continuare a parlare di tante altre parole (perdono, pace, comunione, libertà, ecc.…), che sappiamo essere dei valori, ma che rischiano di restare soltanto parole, dei contenitori vuoti, che non si trasformano nella realtà di ogni giorno in esperienza. Parole senza gesti. Concetti astratti non radicati nella vita pratica delle persone.
Il "prossimo", che nel Levitico è rèa' e nel greco del Vangelo di Luca è plesìos, significa: l'altro che ti sta vicino. Dunque, un prossimo non astratto, ma quello che ti sta vicino, accanto, di fronte, che tu puoi toccare e guardare negli occhi e provare verso di lui sentimenti ed emozioni.
L'odierna società propina e reclamizza il rapporto mediatico a distanza, come avviene attraverso Internet, con Facebook o con altre forme di comunicazioni virtuali, senza il contatto visivo e corporeo, che non crea veri rapporti affettivi, ma soltanto illusioni e sentimenti irreali. Le comunicazioni elettroniche, i viaggi più facili favoriscono relazioni con persone lontane, ma creano relazioni rapide, fugaci, che seguono lo stesso criterio di consumare un bene subito e sostituirlo rapidamente con un altro. In tal modo a pagare il prezzo di questo modo di vivere è l'amore per il prossimo di cui parla la Scrittura, che è messo in crisi fino a diventare un'astrazione.

Proposta per una vita di senso
Come ci poniamo noi cristiani di fronte ad una società costruita su queste basi? Quale via di uscita abbiamo per non cadere nella trappola di una società del modello "usa e getta"? E quale tipo di società intendiamo costruire come cristiani? Quali uomini e donne vogliamo che ci siano oggi e nel futuro?
Per rispondere a queste domande, ci aiutano due espressioni del testo biblico:
la prima è quella dello scriba, il quale dice che amare Dio e amare il prossimo "è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (vv. 32-33);
la seconda è quella di Gesù, che approva le parole dello scriba dicendogli: "Tu non sei lontano dal regno di Dio" (v. 34).
Sono due commenti che affermano la centralità dell'amore nella nostra vita. Ma mente lo scriba pone l'amore al di sopra di tutti i rituali e le cerimonie del Tempio e, dunque, lo pone al primo posto nella vita dell'ebreo fervente e religioso, Gesù fa dell'amore lo strumento che realizza il Regno di Dio. 
"Tu non sei lontano dal Regno di Dio". Non lontano, ma neanche abbastanza vicino, per il fatto che evidentemente per Gesù allo scriba mancava ancora qualcosa per essere del Regno di Dio. Il vangelo non ci dice come finì quest'incontro; non sappiamo se lo scriba divenne un discepolo di Gesù o se rimase attaccato al Tempio e alle sue tradizioni. Certo è che l'idea di accogliere il Regno di Dio è totalizzante e pienamente coinvolgente. Gesù chiede una presa di posizione precisa, ferma.
Non si può amare Dio e odiare il prossimo.
Non si può amare Dio e uccidere in nome di Dio, o respingere i barconi carichi di donne, uomini, bambini che fuggono dalla fame e dalla guerra per cercare vita e speranza altrove.
Non si può amare Dio e non riconoscere il diritti fondamentali della vita umana.
La Bibbia afferma: "Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello" (1 Gv. 4:20-21).
Dunque, l'episodio dell'incontro dello scriba con Gesù sia per noi un'occasione per riflettere, e ciascuno di noi si interroghi e si esamini. La Parola di Dio ci aiuta a orientare la nostra vita, a fare le giuste scelte e a farci assumere le nostre responsabilità, verso Dio e verso il nostro prossimo.

                                                                      Aldo Palladino