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giovedì 31 maggio 2007

Efesini 1,1-14 La nostra identità in Cristo

di Aldo Palladino

 

Il testo di Efesini 1,1–14

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso e ai fedeli in Cristo Gesù. 2 Grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo.

3 Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. 4 In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, 5 avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, 6 a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. 7 In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, 8 che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, 9 facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, 10 per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. 11 In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, 12 per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 13 In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, 14 il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.

 

Letture aggiuntive: Salmo 145,1-10; Rom. 11,33-36; Col. 3,12-17

Informazioni storiche

Data in cui è stata scritta l'epistola :

- verso la fine degli anni 70 (Corsani, che non attribuisce la lettera a Paolo);

- altri, 60-62 quando Paolo era in prigione a Roma (Atti 28,30);

- altri ancora, 57-59 quando Paolo era in prigione a Cesarea (Atti 24,27).

 

L'autore dell'epistola e i destinatari

Il testo che abbiamo letto si presenta a noi subito con due problemi: il primo riguarda l'autore, il secondo i destinatari della lettera.

 

Per quanto riguarda l'autore (1), la lettera evidenzia il nome di Paolo. Ma nel corso della storia sono sorti dubbi sulla paternità di Paolo. Alcuni cosiddetti Padri della chiesa (Clemente Romano, Ignazio, Policarpo, Erma, Ireneo, Clemente d'Alessandria, Tertulliano, Ippolito) l'attribuiscono alla mano di Paolo, altri la rifiutano per una serie di motivi: il linguaggio usato, lo stile e le argomentazioni teologiche non sembrano appartenere a lui. Alcuni pensano che la lettera sia stata scritta da un discepolo di Paolo, che avrebbe addirittura preso in prestito argomenti della lettera ai Colossesi. Insomma, nella cristianità non c'è accordo su questo punto.

Per quanto riguarda i destinatari (1), si ha il dubbio che siano gli Efesini, poiché i due principali e antichi manoscritti (Codex Sinaiticus, il Codex Vaticanus e il papiro di Chester Beatty degli inizi del 3° secolo) non riportano la scritta "in Efeso".

Pare che lettera non contenesse alcun destinatario perché destinata a più chiese e di volta in volta si scrivesse il nome della chiesa a cui veniva recapitata. Era una sorta di lettera circolare destinata a più chiese dell'Asia Minore.

In ogni caso, la lettera ha un suo valore teologico degno di grande considerazione.

 

Un aneddoto come introduzione alla meditazione  

Ma, detto questo, vorrei ora raccontarvi un aneddoto che ci aiuta a comprendere, spero, il senso della nostra riflessione.

Si racconta che "due venditori di scarpe furono mandati in Africa dalle loro ditte per aprire un nuovo mercato. Quando arrivarono, si guardarono intorno, esaminarono il mercato e poi telefonarono alle rispettive ditte. Uno disse: "Io torno a casa, perché qui non ci sono possibilità di vendita, perché nessuno indossa le scarpe". L'altro venditore, invece, telefonò in ditta e disse: "Speditemi migliaia di scarpe. Ho trovato il più grande mercato del mondo, visto che qui tutti girano scalzi".

Tutti e due avevano esaminato il mercato, ma avevano guardato le cose da due differenti prospettive: il primo, di fronte a quella situazione, si scoraggiò e tornò indietro; il secondo valutò la situazione con fiducia e guardò le cose come una grande opportunità che gli veniva offerta. Il suo modo di pensare gli diede ragione e fece grossi affari.

 

Il contesto

Nella nostra lettera l'unità e la comunione delle chiese dell'Asia minore erano minacciate o da falsi apostoli ostili all'Evangelo (ved. epistola ai Galati) o dall'esuberanza carismatica di alcuni (ved. epistola ai Corinzi) o dalla debolezza di altri (ved. epistola ai Romani 14-15).

Non era una singola persona a insidiare l'unità della chiesa, ma l'esistenza   di due blocchi contrapposti, quello di origine ebraica e quello di origine pagana. Cioè blocchi di cristiani, ex giudei da una parte e ex pagani dall'altra, che rivendicavano una posizione di primato con l'imposizione del proprio orientamento di fede, di vita, di tradizioni. Una volta erano i giudei cristiani ad assumere l'atteggiamento di eredi ( noi siamo figli di Abramo), e i convertiti dal paganesimo erano considerati figli adottivi o semplici parenti poveri. Ora le parti sono invertite: i cristiani provenienti dal paganesimo guardano i giudeo cristiani con sufficienza spirituale.

Era, dunque, una situazione di non facile soluzione perché non era facile far abbandonare da ambedue i gruppi contrapposti posizioni di diffidenza reciproca e di ogni sentimento di superiorità degli uni rispetto agli altri.

 

Inno di benedizione

Ma l'autore di Efesini non si è scoraggiato e scrive la sua epistola, che è densa di fiducia e di speranza.

Nasce, dunque, da questa situazione di crisi, di contrasti, di forti negatività, questo meraviglioso inno di benedizione (3-14). Benedizione è bene-dictio (gr. eu-loghìa), cioè sia parola che dono, che non appartengono alla sfera dell'avere ma a quella dell'essere, perché non deriva dall'azione dell'uomo ma dalla rivelazione di Dio. Benedizioni spirituali dice il nostro testo. Esse rappresentano l'insieme delle azioni salvifiche compiute da Dio per mezzo di Gesù Cristo e comunicate all'uomo per mezzo dello Spirito Santo.

 

La Trinità in azione

Nel nostro testo c'è un meraviglioso elenco di queste attività della Trinità, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

DIO PADRE

ci ha benedetti in Cristo, secondo un preciso disegno:

a) ci ha eletti (l'"elezione" non significa "selezione", ma chiamata ad un cammino di consacrazione e di santificazione) (4);

b) ci ha predestinati (ci ha "designato", ci ha "prestabiliti" prima di ogni eternità) (5);

c) ci ha adottati come figli (5) (relazione intima).  

"N.B. Il significato è che Dio non ha predestinato noi all'adozione, ad esclusione di altri che rimarrebbero senza essere adottati, e quindi fuori dei limiti della grazia di Dio; ma v'è unicamente accentuato quest'altro fatto: Iddio, da ogni eternità, ha stabilito quell'adozione che poi, nell'oceano del tempo, sarebbe diventata un fatto storico.

Occorre ricordare che la predestinazione è prima e l'elezione è poi, anche se per Dio non c'è passato, presente e futuro. Nella mente di Dio non c'è successione di pensiero, ma simultaneità".

 

GESU' CRISTO

ha realizzato la nostra predestinazione, la nostra elezione, la nostra adozione, perché è lui che:

1. ci ha redenti mediante il suo sangue (7) (redenzione = gr. alopytrosin = liberazione da uno stato di schiavitù (dal peccato); il sangue è il prezzo della redenzione.

2. ci ha perdonato i nostri peccati (7)(peccati=gr.paraptoma=passi falsi o trasgressioni) secondo le ricchezze della sua grazia, attraverso la quale ci ha donato:

-          sapienza (conoscenza della rivelazione e del vero scopo della vita) e intelligenza (comprensione soggettiva della rivelazione nel corso dei secoli e oggi)(8);

-           conoscenza del mistero della sua volontà (9), quello di raccogliere sotto un solo capo, Cristo, tutte le cose,

      del cielo e della terra;

3. ci ha fatti eredi (11)… per essere a lode della sua gloria.

 

LO SPIRITO SANTO

Ci ha suggellati (13), cioè ha messo su di noi il marchio di autenticità e di legittimità, su di  noi che abbiamo ascoltato e creduto in Cristo. E la presenza dello Spirito Santo in noi è soltanto un pegno, anticipo, garanzia di più grandi benedizioni.

 

Un messaggio per noi

Dinanzi a questo magnifico quadro della Trinità in azione, noi possiamo accostarci non come a un problema da risolvere ma come ad un mistero da confessare, da adorare o da contemplare o, quanto meno, da capire, sapendo tuttavia che i giudizi e le sue vie sono investigabili.

In quanto mistero soprannaturale, del tutto inaccessibile alla ragione, il Dio uno e trino è verità che ci è stata elargita dalla divina rivelazione. E' soltanto grazie all'autorivelazione di Dio che noi sappiamo che il nostro non è un Dio solitario ma trinitario, costituito da quelle tre sublimi e meravigliose Persone che si chiamano Padre, Figlio e Spirito Santo.

Ebbene, noi siamo i beneficiari di quelle benedizioni che la Trinità ha posto in essere e la nostra posizione in Cristo è il fondamento della nostra nuova identità.

Noi sappiamo di essere dei peccatori, salvati per grazia mediante la fede, che la nostra natura umana ha in sé le pulsioni più basse del nostro essere, che ogni giorno dobbiamo fare i conti con le nostre contraddizioni e le nostre incoerenze, ma non dobbiamo dimenticare quell'alta posizione di chiamati, di scelti, di figli e di eredi, che è una sfida lanciata sul nostro cammino.

Lo sguardo di Paolo, dei discepoli e di tutti coloro che si sono messi al servizio della causa del Signore, la mentalità con cui affrontavano le difficoltà del loro cammino di fede, l'ostinazione con cui andavano avanti dipendevano dalla forza che Dio dava a loro, ma anche dalla comprensione della loro vera identità donata da Dio in Cristo. Essi non servivano il Signore per essere salvati, ma perché la speranza della salvezza era stata loro assicurata. Essi non perdonavano per dimostrare la loro superiorità o per sentirsi a posto con la coscienza, ma perché sapevano di essere stati perdonati dal Signore, che ha cancellato tutti i loro peccati, e i nostri, donando la sua vita per loro e per noi.

 

Recuperare l'identità spirituale

Dunque, con quale prospettiva affrontiamo i problemi presenti nelle nostre chiese e nella nostra società, oggi?

Voi siete a conoscenza del dibattito sempre presente nelle nostre chiese sullo stato di perenne crisi delle nostre comunità. Crisi di partecipazione ai culti, di partecipazione alle attività della chiesa, di svuotamento delle nostre chiese, crisi di una vera, fraterna comunione ecc. ecc. Tutte cose che sappiamo.

I problemi ci sono, è vero, ma a mio parere occorre affrontarli con un altro spirito, quello che ha sempre caratterizzato le minoranze, rendendole forti e tenaci di fronte alle avversità della storia. La storia del popolo d'Israele nella Scrittura ci insegna che di fronte alle sue grandi crisi quel popolo è tornato sempre a riconsiderare le grandi liberazioni avute nel passato e operate da Dio, creatore, liberatore, salvatore, l'Iddio che provvede.

Ricordiamoci che tutte le feste ebraiche celebrano un episodio dell'intervento di Dio in favore del popolo d'Israele.

 

Dunque, credo che noi abbiamo bisogno di iniezioni di fiducia, di assumere di fronte ai problemi della vita e della chiesa la consapevolezza di chi realmente siamo, la consapevolezza che abbiamo ricevuto una chiamata a servire nientedimeno che il Signore della vita.

 

Occorre affrontare la nostra realtà da un'altra prospettiva, cioè dal recupero della nostra identità spirituale. Questa identità spirituale, però, non è né difesa né esaltazione della nostra immagine di credenti, perché l'Evangelo ci ha liberato anche dall'ansia di apparire con una immagine giusta e buona, ma è al tempo stesso riconoscimento del fallimento della nostra umanità di peccato, della nostra miseria, e consapevolezza che Dio ha provveduto in Cristo a liberarci dalla schiavitù del peccato per farci essere suoi collaboratori e testimoni in quel progetto di vita e di salvezza che vuole essere, qui ed ora, la manifestazione del regno di Dio.

 

Dio oggi ci chiama a servirlo. Proprio in questo momento della nostra vita, siamo chiamati a metterci in cammino:

-     per vivere la strategia di Dio per questo mondo;

- per celebrare le lodi del Signore e glorificarlo;

- per vivere la vita nuova in Cristo in ogni ambito di testimonianza, nella famiglia, nella comunità ecclesiale, nella società.

 

Siamo chiamati ad essere il profumo di Cristo dovunque siamo, a predicare l'Evangelo, a prendere posizione sui grandi temi della nostra storia quotidiana, in difesa dei diritti dei deboli, degli emarginati e di coloro che sono considerati gli ultimi della terra. Siamo chiamati a denunciare tutti quei poteri forti che recano ingiustizia e disuguaglianze, che depredano e distruggono le aree più povere della terra per accumulare ricchezze a proprio vantaggio.  

Ma questo lo dobbiamo fare tutti insieme con un rinnovato spirito di impegno e di forte solidarietà, superando le nostre divisioni interne, uscendo da noi stessi, e mettendoci a disposizione l'uno dell'altro per aiutarci, ad amarci di un amore sincero, a vivere la nostra fede soprattutto nella comunità dei credenti, ad essere una voce univoca e chiara.

 

Le benedizioni che abbiamo ricevuto non sono titoli onorifici da mostrare in giro come medaglie decorative e la nostra fede non può e non deve essere arrogante, perché anche se abbiamo un tesoro riposto in noi, noi rimaniamo pur sempre dei poveri vasi di terra.

L'identità che Dio ci ha attribuita non deve essere motivo di vanto e di vanagloria, non può e non deve essere vissuta come motivo di superiorità rispetto ad altri, perché sarebbe un altro peccato che si aggiungerebbe a tutti quelli che conosciamo, ma è, tuttavia, il segno che Dio agisce nella storia attraverso quelli che lui chiama.

 

L'inno di benedizione del nostro testo non elimina la contraddizione tra ciò a cui siamo chiamati e ciò che realmente siamo, anzi l'accentua. Ma l'autore della lettera agli Efesini non si deprime né si paralizza per questo. Anzi, va avanti e ci esorta a vivere le relazioni fraterne dentro e fuori la nostra comunità rivestendoci di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà di mansuetudine, di pazienza, perdonandoci e amandoci, e manifestando nella prassi della via cristiana che siamo tutti figli dello stesso Padre.

 

Aldo Palladino 

lunedì 21 maggio 2007

Vangelo di Marco 12, 13-17 Apparteniamo a Dio


di Aldo Palladino
(riferimenti sinottici Matteo 22, 15-22; Luca 20, 20-26)
Altre letture: Genesi 1,27; 2 Corinzi 3:18; Colossesi 3,10
13 Gli mandarono alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo con una domanda. 14 Essi andarono da lui e gli dissero: «Maestro, noi sappiamo che tu sei sincero, e che non hai riguardi per nessuno, perché non badi all'apparenza delle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Dobbiamo darlo o non darlo?» 15 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro, ché io lo veda». 16 Essi glielo portarono ed egli disse loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Essi gli dissero: «Di Cesare». 17 Allora Gesù disse loro: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Ed essi si meravigliarono di lui .

Domanda-trabocchetto

Gesù era circondato da persone o gruppi di persone che gli ponevano delle domande. Alcuni le facevano in buona fede, con la sincera intenzione di avere risposte per la loro vita. Altri, invece, miravano a mettere Gesù alla prova o, come dice il nostro testo, per coglierlo in fallo.
C'è qui una domanda-trabocchetto che nasceva dalla necessità di natura politica, per gli erodiani, e dottrinale, per i farisei, con lo scopo d'accusare Gesù e consegnarlo ai Romani.
"È lecito pagare il tributo a Cesare?"
È una domanda provocatoria, perché tutti sapevano che era dovere d'ogni cittadino pagare il tributo [kenson, dal latino census, una tassa annuale pro-capite ] all'imperatore romano. Era chiamata capitazione, il tributum capitis, che si applicava a tutti, senza distinzione d'età o di condizione di salute.
La riscossione di dazi, gabelle, tributi, era effettuata con metodi feroci. I funzionari del fisco andavano dappertutto e controllavano i campi, contavano alberi da frutto, vigne, capi di bestiame, registravano il numero delle persone, padri, madri, figli, servi (Lattanzio ne fa una descrizione nella sua opera De mortibus persecutorum 23,1 ss.) E il censimento di Augusto (Luca 2,1) serviva per avere un capillare controllo anche ai fini fiscali. I Giudei lo definivano "il dissanguamento del paese".
La domanda è provocatoria anche per il momento e il luogo in cui viene rivolta a Gesù.
Il luogo è nella città di Gerusalemme, davanti al tempio, durante la festa della Pasqua, in un'atmosfera di rievocazione della libertà del popolo, che è aspirazione alla libertà, alla rivolta.
La domanda è sottile e capziosa . Se Gesù risponderà affermativamente, passerà per un vile collaborazionista dei Romani, per traditore del popolo e della Torà; se risponderà negativamente, lo denunzieranno come ribelle alle leggi, come sobillatore del popolo contro il potere romano. L'evangelista Luca afferma, infatti, che volevano "coglierlo in fallo su una sua parola" (20,20). Il "si" o il "no" gli sarebbe stato fatale.
La moneta e la sua effigie
Gesù chiede di visionare una moneta, un denaro, per osservarne l'effigie (eikon, immagine] e l'iscrizione. Su una faccia della moneta c'è l'effigie di Tiberio Cesare (regnante dal 14 al 37 d.C.], raffigurato con una corona d'alloro sulla testa, segno della dignità divina, e l'iscrizione "Tiberius Caesar Augustus, figlio del divino Augusto". Sull'altra faccia c'è la scritta Pontefix Maximus, Pontefice Massimo, che è l'esaltazione del culto dell'imperatore e della sua divinizzazione.
La risposta di Gesù
"Di chi è questa effigie e questa iscrizione?", chiede Gesù. "Di Cesare", gli rispondono. E Gesù dà la sua risposta:
"Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio".
Per molto tempo questa frase è entrata nel gergo popolare e erroneamente citata con "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Quest'ultimo modo di dire è stato inteso come una sorta di equilibrio, di spartizione dell'ubbidienza a Dio e a Cesare, una sorta di coabitazione o di convivenza tra trono e altare. Vale dire "Cesare e Dio". In alcuni periodi della storia "Cesare e Dio" è diventato "Dio contro Cesare" o "Dio senza Cesare". Oggi, invece, si parla di "Cesare senza Dio", perché c'è il tentativo di liquidare Dio dall'orizzonte umano e tutte le religioni che lo rappresentano, ritenute responsabili delle guerre dei nostri tempi.
Ma cosa intendeva dire esattamente Gesù?
La parola chiave per comprendere il senso della risposta di Gesù è effigie o immagine. E immagine è il termine chiave anche nel racconto della creazione: "Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio" (Genesi 1,27).
Se l'immagine di Cesare è incisa sulla moneta, ciò significa che la moneta appartiene a Cesare. E l'iscrizione che divinizza l'imperatore è blasfema, perché un uomo non può farsi adorare come Dio. Gesù conosceva bene la Torà e tutta la Scrittura è un divieto a farsi immagini o sculture (Esodo 20,4; Deuteronomio 4, 16.23.25; 5,8) che materializzano ciò che è spirituale. Dunque, quella moneta bisogna restituirgliela per vari motivi. Ma l'affermazione di Gesù è la premessa per qualcosa di più grande e più profondo, perché l'insegnamento che intende dare ai presenti e a tutti noi è che l'essere umano, in cui c'è l'immagine di Dio, deve essere restituito a Dio. In effetti, l'uomo appartiene a Dio, perché Dio ha creato l'uomo.
Ma chi vive con la consapevolezza di questa appartenenza a Dio?
ll problema dell'uomo contemporaneo è di essere alla mercé dei moderni Cesari, che invadono la vita di tutti. Essi sono individuabili nel potere economico, politico, tecnologico, militare e persino in un certo potere religioso.
Ognuno di noi può esaminare se stesso per capire a quale Cesare sta obbedendo, a cominciare dal nostro "io". Questi Cesari tentano di coniarci e plasmarci a loro immagine e somiglianza con strategie, schemi, tempi e modi che appartengono ad un mondo che ha rimosso Dio dal proprio campo d'azione.
La conseguenza è una vita senza riferimenti e nella piena libertà di fare ciò che si vuole, senza comprendere ciò che è bene e ciò che è male, o addirittura chiamando bene il male, come ai tempi del profeta Isaia, che disse: "Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro!" (Isaia 5:20).
La conseguenza è che la nostra fede è sempre in tensione, sempre messa alla prova, perché si muove tra la chiamata a vivere nella gioia dell'ubbidienza al Signore e l'attrazione esercitata dal potere di seduzione che altri esercitano su di noi, distraendoci dal compito che ci è stato assegnato.
Dunque, Gesù attribuisce grande importanza alla seconda parte della sua risposta: "…rendete a Dio quel che è di Dio". Non gli era stato richiesto di farci entrare Dio nel dibattito, ma Gesù coglie ogni occasione per affermare il piano di Dio per l'uomo e ciò che l'uomo deve essere o fare per piacere a Dio. Non gli interessa il potere o la relazione col potere. Nel discorso della montagna aveva detto:" Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona" (Matteo 6,24), perché tutti, anche Cesare, dovranno rendere conto a Dio.
Dunque, Gesù ci richiama ad una scelta radicale nella nostra vita. La nostra umanità porta in sé i segni della debolezza e del peccato, ma Gesù con la sua vita, col suo cammino, con la sua parola, ci accompagna e solidarizza con noi per farci superare i momenti difficili - che non mancano mai - per assumere su di sé la nostra condizione di peccatori. Tuttavia, egli desidera da noi un impegno a precise scelte di campo per vivere come figli di Dio, che gli appartengono per sempre, perché acquistati col suo prezioso sangue, versato alla croce (1 Pietro 1,19).
Aldo Palladino