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martedì 1 settembre 2009

Giovanni 8,1-11 La donna adultera



Giovanni 8:1-11
La donna adultera

Predicazione di Aldo Palladino

II testo biblico
1 Gesù andò al monte degli Ulivi. 2 All'alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva.
3 Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, 4 gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. 5 Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?» 6 Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. 7 E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». 8 E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. 9 Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. 10 Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» 11 Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va' e non peccare più».

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Gesù va oltre la Torah


     Questo testo ci presenta uno degli episodi più sorprendenti e significativi di tutto il ministero di Gesù. Sorprendente perché ci rivela come Gesù risolve il caso che gli viene presentato, la storia della donna sorpresa in flagrante adulterio, e significativo perché ci fa capire in maniera inequivocabile lo scopo della sua missione, che è quello di manifestare la misericordia di Dio, la sua grazia, il suo perdono.

     Stranamente questo racconto, che proviene da un’antica tradizione, storicamente incontestabile, è stato omesso nei più antichi manoscritti greci e in alcune delle più antiche traduzioni. Si trova in alcuni manoscritti dell’antica versione latina (la Vetus Latina), nella Vulgata, nel lezionario siro-palestinese e nella versione etiopica. Con certezza non faceva parte del primitivo vangelo di Giovanni. Tutto questo perché i dirigenti della Chiesa antica, che si sforzavano di inculcare una severa disciplina, soprattutto in materia di adulterio, hanno preferito omettere questo episodio, in cui Gesù poteva sembrare troppo indulgente.
Ma, andiamo al racconto biblico.
Siamo nel Tempio di Gerusalemme, dove Gesù insegnava alla folla che puntualmente si raccoglieva intorno a lui. E gli scribi e i farisei, tradizionali oppositori, valutano che quella è un’ottima occasione per mettere in difficoltà Gesù. Il nostro testo dice “per metterlo alla prova, per poterlo accusare” (6). Così, gli portarono una donna, che era stata sorpresa mentre commetteva adulterio.
“Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare tali donne. Tu che ne dici?”

A volte le leggi possono presentare delle difficoltà interpretative. Non era questo il caso. Nessun dubbio che si trattasse di punire con la morte la donna infedele (come anche l’uomo a cui si era unita; ma il maschietto qui non c’è); nessun dubbio, “Dio lo vuole”.
Gesù non risponde subito. Si china e si mise a scrivere col dito sulla terra.
Cosa pensava Gesù in quel momento? 
Forse vedeva riflessa la fragilità e la debolezza di quella donna in tutti i presenti. Ci vedeva tutti incapaci di fedeltà come quella donna. E forse ci vedeva tutti oggetto dello sdegno di quegli uomini del tempio – noi diremmo di chiesa-, che sanno solo dire “sta scritto” e mai si sforzano di sapere che cos’è il vero bene, chi è, e che cosa vuole, il vero Dio per l’essere umano. In quella scena vedeva tutti noi, che il più delle volte con la verità della parola di Dio abbiamo un rapporto ambiguo: o la tradiamo per giustificare le nostre idee e i nostri comportamenti, oppure la usiamo per accusare gli altri, per giudicare e condannare. Questi siamo, e Gesù lo sapeva. E scriveva sulla terra. Toccava con mano la nostra miseria, e toccava la terra di cui siamo fatti.

     C’è una donna infedele, un gruppo di teologi accusatori e la Sacra Scrittura. E i teologi ricordano a Gesù che secondo la Scrittura la donna deve essere uccisa. Mettono il dito nella piaga, vogliono vedere fino a dove si spinge il suo nuovo annuncio, la sua buona notizia su Dio, il suo evangelo. Così gli chiedono: “Tu che ne dici?”, come a dire, “vediamo chi è più importante per te, se questa donna adultera o la legge di Dio, la Torah”. Vediamo fino a dove arriva la tua eresia, questo tuo smodato amore per gli uomini. Quanto a loro avevano studiato bene, erano teologi ortodossi, di quelli che hanno solo certezze e nessun dubbio. Gente sicura. Uomini pronti per cariche importanti.
Ma Gesù scriveva per terra. Cosa scriveva? Non lo sapremo mai, ma qualcuno ha osato pensare che Gesù stava scrivendo: “...ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato” (Deut. 24,16b). 
Girolamo ha pensato che scrivesse il testo di Ger. 17,13: “Quelli che si allontanano da te saranno scritti nella polvere” 
Poi però “siccome continuavano a interrogarlo, alzò la testa e disse: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra”. 
Silenzio di tomba. Le parole di Gesù lavorano in profondità e i presenti, gli accusatori della donna, si sentono accusati dalla loro coscienza a tal punto che le pietre vengono deposte e dal più vecchio al più giovane vanno via.
Altre pietre saranno riprese alla fine di questo capitolo 8 per essere tirate contro Gesù, anche quelle pietre non raggiunsero l’obiettivo perché Gesù si nascose e fuggi dal tempio. 
Alla fine del nostro episodio, Gesù, rimasto solo con quella donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» 11 Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va' e non peccare più».

Gesù non dice una sola parola che possa significare attenuazione della colpa della donna, ma neanche la condanna, perché Gesù non è venuto per condannare , ma per salvare. Egli non giudica la donna, ma completa l’antica legge e la supera, va oltre la lettera della norma. Posto di fronte alla scelta se stare dalla parte della regola legalistica della Torah o dalla parte della donna, Gesù fa la scelta coerente con la sua vocazione e la sua missione: stare dalla parte della donna adultera, simbolo di un’umanità fragile, sofferente, vittima del peccato.

Possiamo dire che la via dell’amore di Dio, via di compassione e misericordia, qui infrange la religione dell’obbedienza legalistica, spesso spietata e senza cuore.
Più importante per Gesù è rimettere in cammino quella donna verso una vita nuova: “…va' e non peccare più”. Gesù le indica una strada, non un tribunale.

Fratelli e sorelle, quali insegnamenti possiamo trarre da questo episodio della donna adultera? 

Il cuore del cristianesimo
1º) Ciò che distingue il cristianesimo da ogni altra religione è il suo antropocentrismo teologico, cioè il fatto che l’uomo, l’umanità, è al centro dei pensieri di Dio, che Dio vuole il bene dell’uomo. Giovanni 3,16 ci ricorda che “Dio ha tanto amato il mondo [l’’umanità] che ha dato il suo Unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna”.
Quindi chi afferma l'esistenza di un amore per Dio senza traduzione immediata nell'amore per l'uomo, non pensa cristianamente; come allo stesso modo non pensa cristianamente chi afferma l'esistenza di un amore per l'uomo che non sia stato generato dall'amore di Dio (cioè dall'amore del Bene)" (Vito Mancuso, Rifondazione della fede; Oscar Saggi Mondadori).
La fede cristiana è vera se è impregnata di amore per Dio e per l'uomo. Il Dio cristiano è colui che ha legato interamente se stesso alla vita degli uomini, di ogni singolo uomo e di ogni singola donna. E noi cristiani siamo chiamati ad esprimere la nostra fede schierandoci dalla parte di donne, uomini, bambini, tanto più se poveri, indifesi, oppressi, estromessi dalla vita sociale, ai senza diritti schiacciati dallo strapotere dei più forti. 
Kant diceva: "Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai come semplice mezzo" (Immanuel Kant, Fondazione della fisica dei costumi).
Per Tommaso d'Aquino la persona non può mai essere strumentalizzata, perché la persona umana non è mai mezzo ma fine (Inos Biffi, San Tommaso d'Aquino. Il teologo. La teologia).

Non giudicare  
2º) Per quanto riguarda i rapporti interpersonali, bisogna sempre stare attenti a non ergersi giudici di altri, perché come scrive l'apostolo Paolo: "… chiunque tu sia che giudichi, sei inescusabile; perché nel giudicare gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi, fai le stesse cose. Ora noi sappiamo che il giudizio di Dio su quelli che fanno tali cose è conforme a verità. Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio?" (Rom. 2, 1-3).
E Giovanni ricorda: "Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Giov.3,17).
E Giacomo: “ Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?” (Gc. 4,12).
D’altra parte, fratelli e sorelle, dobbiamo ricordare che tutte le volte in cui puntiamo il dito contro una persona ne abbiamo quattro che sono rivolti verso di noi. 
Gesù disse: "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave nell'occhio tuo?" (Mt. 7,3)

Aiutare a crescere nella fede e nell'amore 
3º) Dobbiamo prendere in seria considerazione il fatto che anche noi, discepoli del Maestro, abbiamo il compito di aiutare gli altri a crescere nella fede e nell’amore, ma mai a porre su di loro dei pesi o essere delle pietre d’inciampo che ostacolano il loro cammino, la loro crescita. La figura del Pastore di cui abbiamo letto del Vangelo di Giovanni ci offre il quadro bucolico di Gesù che ama e cura le sue pecore, e le difende da tutti i mercenari che rubano e depredano.
Impariamo dunque ad agire come Gesù, per accogliere quelli che Dio ci pone sul nostro cammino, non per giudicarli ma per curarli e amarli come Lui ha fatto e fa con ciascuno di noi.


                                                                                                Palladino Aldo