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mercoledì 27 ottobre 2010

Romani 3, 21 – 28

La giustizia di Dio

 

Esegesi e note omiletiche di Aldo Palladino

 

Il testo biblico 

21 Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: 22 vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: 23 tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - 24 ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. 25 Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, 26 al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.27 Dov'è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; 28 poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge.

 

 

INTRODUZIONE

 

L'evoluzione del pensiero di Paolo che emerge dalla Scrittura è sorprendente. Prima della sua conversione e vocazione, la sua fede si manifestava con un profondo zelo per il Dio d'Israele e per la Torah che lo spingeva a reprimere ogni forma d'infedeltà tra gli ebrei, usando se necessaria anche la violenza, e ad abbattere il giogo pagano che contaminava la terra d'Israele. Le sue note autobiografiche di Filippesi 3,5-6  ("io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge, fariseo;  quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile") e di Galati 1, 13-14 ("Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quand'ero nel giudaismo; come perseguitavo ad oltranza la chiesa di Dio e la devastavo; mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri") rivelano la sua convinzione in un giudaismo di probabile orientamento shammaita, più radicale e integralista rispetto alla Torah e più interventista in politica della scuola di Hillel.

L'osservanza della Torah, la centralità del Tempio per l'unità politica e religiosa di Israele, erano i punti chiave di un programma che doveva realizzare le promesse di Dio per Israele, per cui Dio avrebbe giudicato tutte le nazioni pagane e avrebbe salvato Israele. Questo processo è stato compreso col termine giuridico "giustificazione" che esprimeva, all'interno del giudaismo, quell'atto di redenzione e salvezza per Israele, popolo di Dio, secondo il patto, e che nel giudizio finale avrebbe visto Israele vincere la causa. Nella metafora del tribunale, dunque, Dio, il giudice, giudica e punisce i malvagi, i pagani e gli ebrei rinnegati, e vendica il popolo fedele di Israele. Come sappiamo, dopo l'esperienza sulla via di Damasco Paolo, che rappresenta uno dei casi emblematici di conversione, cambia la sua posizione e da persecutore diventa predicatore perseguitato. È probabile che il suo cambiamento fosse già avviato da tempo, ma la via di Damasco e la vocazione da parte del Signore sono l'occasione per manifestare il suo  pensiero riorganizzato  intorno a un nuovo centro, il Gesù crocifisso e risorto.

     A sviluppare il pensiero di Paolo sui temi della giustizia di Dio e, dunque, della giustificazione per grazia mediante la fede in Gesù Cristo, presenti nella nostra pericope, ha certamente contribuito il dibattito che sotto la pressione della predicazione cristiana si è sviluppato all'interno del giudaismo quando, prima i giudei di lingua aramaica, poi quelli di lingua greca, gli "ellenisti", giudei della diaspora, ed infine i non giudei, i gentili, i pagani convertiti al cristianesimo, hanno posto specifiche domande su Dio, sulla necessità o meno della circoncisione, sul valore e il rispetto della Toràh, sull'uomo e sulla sua salvezza.

Paolo ha dovuto necessariamente dare delle risposte.

Di Dio ha ridisegnato l'immagine: non più un Dio lontano dall'uomo, dispotico e collerico, un tiranno che esige obbedienza, ma l'Iddio della solidarietà, dell'ascolto e dell'accoglienza sulla base della fedeltà di Dio in se stesso oltre che ai patti e alle promesse.

Dell'essere umano ha riscoperto il valore, che non dipende dalle opere che l'uomo fa, ma dall'amore di Dio per tutta l'umanità, riconciliata e redenta per l'opera della croce.          

Ai pagani divenuti cristiani ha dato precise indicazioni affinché non si facessero circoncidere, perché la salvezza non derivava dall'essere giudei, ma dall'essere in Cristo.

Della Toràh poteva dire a tutti, giudei cristiani e cristiani non giudei, che è un "pedagogo per condurci a Cristo" (Gal. 3,24), che Gesù Cristo è la fine della Toràh.

Insomma, Paolo struttura il suo pensiero a partire dal duplice livello dell'esperienza di fede personale e del confronto con le varie scuole di pensiero del giudaismo - un giudaismo molto frammentato -, con le tradizioni e la cultura del suo tempo.

 

 

NOTE ESEGETICHE 

La giustizia di Dio

21-22a. Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti:  vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono.

      In questa pericope Paolo ripropone per la terza volta l'espressione "giustizia di Dio". In Rom.1,17, un versetto che illuminò la vita e le scelte di Lutero, essa è stata rivelata nel vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede. È la giustizia che investe l'uomo che cammina per fede e lo rende "giusto" (Abacuc 2,4, Gal. 3,11, Ebr. 10,38), vale a dire è la giustizia che giustifica e libera, non la giustizia punitiva che giudica e condanna.

In Rom. 3,3.5, la giustizia di Dio è la "fedeltà" di Dio che manifesta la "verità" nel suo agire e che si contrappone all'infedeltà dell'uomo.

      In questi versetti l'epifania della giustizia è presentata in vari aspetti: avviene "ora", "indipendentemente dalla legge", eppure testimoniata dalla "legge e i profeti", e "mediante la fede in Gesù Cristo".    

     "Ora", perché il tempo dell'ira di Dio contro i pagani e i Giudei (1,18-3,19) è giunto al termine per aprire al nuovo, al cambiamento, al Regno di Dio che avanza e si fa vicino. La legge ha fatto il suo tempo e "ora" viene inaugurato il tempo della grazia, in cui l'operato escatologico di Dio si manifesta nel perdonare e nel salvare.

         "Indipendentemente dalla legge", vale a dire senza alcun contributo della legge. Commenta Günter Bornkamm: "Se infatti l'uomo nella sua presunzione si colloca al di là della legge e ne vìola i limiti, l'unico risultato che ottiene è l'anarchia, e deve ben presto rendersi conto che, così facendo, gli è realmente impossibile sottrarsi alla legge e non fa che sentirne maggiormente il potere. Egli non deve dimostrare la propria giustizia confrontandosi con la legge, ma è la legge che proclama la giustizia di Dio, una giustizia che la sorpassa".

E Karl Barth afferma: "Dio parla dove è la legge. Ma egli parla dove non è alcuna legge. Egli parla dove è la legge, non perché vi è la legge, ma perché vuole parlare. Dio è libero".

      Testimoniata dalla "legge e i profeti", formula quest'ultima con cui la primitiva tradizione cristiana designa l'A.T. (Mt. 5,17; 7,12; 11,13; 22,40; Lc. 16,16; At. 13,15; 24,14; 28,23). Essendo attestata dalla legge e dai profeti, la giustizia di Dio è anteriore al pensiero paolino ed è presentata con formule verbali come essere giusto, dichiarare giusto, assolvere, fare giustizia, che sono riferite alla fedeltà di Dio al patto con il suo popolo. Dal canto suo, la giustizia dell'ebreo dell'A.T. consiste nell'avere una condotta conforme al patto nel pieno rispetto della volontà di Dio. Ma sappiamo bene, come dimostrano diverse espressioni presenti nei Salmi e nelle preghiere, che l'uomo non riesce ad osservare tale volontà e che non vi è "nessun giusto davanti a Dio" (Sal. 143,2; Gb. 4,17; 9,2). L'apostolo Paolo scriverà parole che hanno una consonanza con queste affermazioni, spingendosi però ben oltre. Infatti, in Rom. 3,20 dichiarerà che "mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a Lui" e in Gal. 2, 1-17 affermerà che "l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per la fede in Gesù Cristo …perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato".

Il solco tra ebraismo e cristianesimo è segnato e deriva dalla diversa comprensione della via della salvezza. Per il primo è la Torah, per il secondo è Gesù Cristo.       

      "Mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono". Questa espressione è la risposta di Paolo alla domanda su quali basi venga elargita la giustizia di Dio. Accantonata la legge, la giustizia di Dio diventa accessibile ora mediante la fede in Gesù Cristo (Gal. 1,23; 3,23.25; Rom. 3,27). Ma come intendere tale fede? Fu sant'Agostino che nel De Trinitade, a partire dalle Scritture, pose per la prima volta la distinzione tra fides quae creditur e fides qua creditur, vale a dire tra la fede con cui si crede e la fede che crede. Egli, infatti, scrive: "Una cosa è ciò che si crede, altra cosa la fede con cui si crede (aliud sunt ea quae creduntur, aliud fides qua creduntur). In altre parole: una cosa è la fede personale, altra cosa è il contenuto della fede. In entrambi i casi, tuttavia, si fa strada l'evento salvifico per tutti grazie all'opera di Gesù Cristo.

 

Peccato e grazia

22b-24 infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.

     Dinanzi ad una condizione generalizzata di peccato che priva l'uomo della gloria di Dio, la giustizia di Dio, intesa come fedeltà di Dio al patto, è l'iniziativa salvifica per ripristinare il giusto rapporto dell'uomo con Dio. Tutti, giudei e gentili, insieme sulla barca del peccato, sono dichiarati "giusti" secondo la metafora del tribunale.  Per la sua unicità e universalità Dio procura agli uni e agli altri la giustificazione a parità di condizioni. Dio non è soltanto il Dio dei Giudei, ma anche dei pagani (Rom. 3,29). Dio manifesta la sua grazia (Rom. 5,24; 5,2.15; 2 Cor. 8,9; Gal. 1,6; 5,4, ecc.) o il suo amore (Rom. 5,8; 8,35.39; 2 Cor. 5,14; Gal. 2,20) come dono o favore immeritato che l'uomo riceve per fede nell'opera di redenzione di Cristo Gesù, che ha pagato il prezzo della nostra liberazione dalla schiavitù del peccato con la sua morte in croce.   

 

Fede in Gesù

25-26.  Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato,  al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.

     Il valore sacrificale della morte di Gesù è qui rappresentato col ricorso all'immagine del propiziatorio nel culto dell'Antico Testamento, la piastra di copertura dell'arca del patto su cui c'erano due cherubini con le ali rivolte verso il basso.

Karl Barth spiega che il propiziatorio è " il luogo sul quale Dio stesso dimora (1° Sam. 4,4; 2° Sam. 6,2; Salmo 80, 2), il luogo dal quale Dio parla con Mosè (Es. 25,22; Num. 7,89, ma anzitutto il luogo ove, nel gran giorno delle espiazioni, viene compiuta la riconciliazione del popolo col suo Dio mediante l'aspersione col sangue (Lev. 16,14-15). Di conseguenza, sostiene che "Gesù è stato destinato da ogni eternità nel decreto di Dio…appunto per essere il luogo sopra il quale Dio dimora, dal quale parla, il luogo della riconciliazione. La vita di Gesù è il luogo da lui minato e caricato di esplosivo al fine della riconciliazione" (2 Cor. 5,19).  La morte cruenta sulla croce di Gesù, cui rimanda il termine "sangue", non è una semplice aspersione di sangue, come afferma Levitico, ma è il versamento del sangue col quale Gesù "si autentica come la prima e l'ultima parola della fedeltà di Dio verso il genere umano". È la parola del tempo della grazia in cui la giustizia di Dio, giusta e giustificante, rende giusto chi ha fede in Gesù.

 

Nessun vanto

27- 28. Dov'è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge.

     Paolo conclude questa pericope riproponendo il tema del vanto del Giudeo che si autoesaltava per la sua particolare posizione. Già in Rom. 2, 17-23 aveva affrontato l'argomento facendo un elenco dei motivi su cui il Giudeo fondava erroneamente la sua presunta superiorità rispetto ai pagani. Qui la risposta di Paolo è ferma: il vanto basato sulle buone opere è fuori posto, perché l'uomo è dichiarato giusto mediante la fede senza le opere della legge. Lutero dirà "mediante la sola fede" riassumendo con maggior precisione il pensiero di Paolo espresso in Gal. 2,16 ("soltanto per mezzo della fede") e in Rom. 11,20 ("tu rimani stabile per la fede) .

 

 

NOTE OMILETICHE

 

In Cristo Gesù

La predicazione su questo testo può prendere diverse direzioni perché i temi suggeriti, giustizia di Dio, giustificazione, fede, peccato, legge, grazia, salvezza, si prestano bene ad essere sviluppati singolarmente. Ma non bisogna dimenticare, come diceva un sacerdote anglicano, Richard Hooker, che "una persona non è giustificata per fede perché crede nella giustificazione per fede. Una persona è giustificata per fede perché crede in Gesù".  "In Gesù Cristo", infatti, è l'espressione molto usata nell'epistolario paolino (tre volte nel brano in esame), e in contesti molto diversi. Essa designa ciò che è accaduto per mezzo di Cristo: salvezza, liberazione, riconciliazione, redenzione, santificazione. Non sono concetti che restano nel mondo delle idee, un semplice richiamo a cose passate, né la mera promessa di consolazioni future, ma diventano realtà nella vita del cristiano nel suo parlare, pensare, agire, nel modo di relazionarsi col prossimo, in uno stile di vita rinnovato, perché essere "in Gesù Cristo" deve (o dovrebbe) trovare la sua corrispondenza nell'abitare di Cristo e del suo Spirito nella nostra vita. Paolo diceva: "Non più io vivo, ma Cristo vive in me (Gal. 2,20), perché la rivelazione e l'irruzione di Cristo nella sua vita hanno significato guardare la realtà con occhi nuovi. La giustizia di Dio, la sua fedeltà al patto, prende corpo in Cristo Gesù e il vecchio mondo, concepito come diviso tra Giudei e pagani, crolla. L'essere umano in Cristo Gesù ha un valore inestimabile, che non dipende più dal sesso, dall'età, dal colore della sua pelle, dal denaro, dalla nazionalità, dalla sua fede, dalla sua posizione sociale. La teologia cristocentrica di Paolo sostiene la nuova umanità inaugurata da Gesù, in cui il valore di ciascuno è propedeutico alla nascita di una comunità solidale. Di questa comunità Gesù aveva delineato il programma con il Sermone sul monte (Mt.5-7).

     La Riforma di Lutero, che non voleva dividere la Chiesa ma solo rimetterla sul giusto sentiero della fedeltà a Cristo e alla sua parola, in fondo altro non è che un moto di libertà e di liberazione dell'uomo da gerarchie ecclesiastiche che avevano ingabbiato la verità evangelica in codici, regolamenti, riti, tradizioni, tutto controllato da un sistema di potere che voleva solo obbedienza e sottomissione. Credo che oggi sia importante perpetuare lo spirito della Riforma per contrastare tutte le spinte presenti nel nostro tempo che tendono a gettarci nuovamente sotto lo spirito della "legge".

Scrive A. McGrath: "C'è ancora il pericolo che il cristianesimo venga inteso in modo esteriore e formale, come una serie di pratiche religiose. Simili atteggiamenti, propri dell'inizio della modernità, perdurano tuttora. Il sorgere dell'esistenzialismo ci ricorda perentoriamente la necessità di stabilire un rapporto tra Evangelo, da un lato, e, dall'altro, la coscienza soggettiva e il mondo delle esperienze in cui vivono gli individui. C'è una costante necessità di quel che Kierkgaard chiamava "un processo di appropriazione della interiorità più appassionata". Chi non riesce a radicare l'Evangelo nel mondo dell'esperienza di ciascuno, rischia di mettere in gioco il futuro stesso del cristianesimo".

Possiamo, dunque, affermare che la Riforma ha liberato l'uomo e lo ha posto di fronte a Dio con l'unica mediazione di Gesù Cristo. Il valore della Riforma è di non averlo gettato nelle nebbie di un esasperato, radicale individualismo, ma di averlo indirizzato a vivere la sua fede nell'ambito della comunità ecclesiale per evitare una spiritualità "fai da te", che è l'inizio della fine di un serio, significativo e responsabile impegno cristiano.

La chiesa si trova ancora oggi di fronte alla sfida di uscir fuori dalle acque tempestose di una secolarizzazione sempre crescente. Il ritorno allo spirito della Riforma può rappresentare la via alle sue difficoltà di rispondere ai bisogni dell'uomo. Ma probabilmente essa stessa deve avere il coraggio di scelte difficili e coraggiose seguendo l'esempio di conversione di Paolo e la proposta di una vita vera ed autentica come quella di Cristo. Non sono scelte teologiche che si prendono nel chiuso di torri d'avorio in cui si coltiva e si esprime la propria fede, ma sono scelte che emergono dal contesto di una vita comunitaria e dalle situazioni concrete che si vivono insieme. Questo ce lo insegna Lutero con la sua teologia pastorale sempre rivolta ai bisogni e alle preoccupazioni dei credenti. Ce lo insegna Giovanni Calvino con una volontà ferrea di impegnarsi a Ginevra a fronteggiare le problematiche sociali, politiche ed economiche della vita cittadina, sforzandosi di interpretare e applicare l'Evangelo alle varie situazioni. Ce lo insegnano tutti i Riformatori, che vivevano nelle loro comunità con l'afflato del pastore per le sue pecore.

Anche oggi è tempo di Riforma.

 

                                                                                    Aldo Palladino

 

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