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domenica 16 novembre 2008

II Corinzi 5,1-10

Graditi al Signore
in vita e in morte

 

Predicazione di Aldo Palladino

 

 


Domenica 16 novembre 2008

Tempio della Chiesa Cristiana Evangelica Battista

Via Viterbo, 116

Torino

 

Il testo biblico

1 Sappiamo infatti che se questa tenda che è la nostra dimora terrena viene disfatta, abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta da mano d'uomo, eterna, nei cieli. 2 Perciò in questa tenda gemiamo, desiderando intensamente di essere rivestiti della nostra abitazione celeste, 3 se pure saremo trovati vestiti e non nudi. 4 Poiché noi che siamo in questa tenda, gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita. 5 Or colui che ci ha formati per questo è Dio, il quale ci ha dato la caparra dello Spirito.

6 Siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore 7 (poiché camminiamo per fede e non per visione); 8 ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore. 9 Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. 10 Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male.

 

Altri testi d'appoggio: Mt. 25,31-46; Luca 17,20-21

 

Testo apologetico

Il testo appena letto è uno di quei brani apologetici che l'apostolo Paolo usa per difendere la fede cristiana dall'attacco di avversari che non credevano nella risurrezione dei morti. È certo che nella chiesa di Corinto ci fossero degli avversari dell'apostolo Paolo ed è ancora più certo che questa chiesa fosse fortemente influenzata dalla cultura greca, tanto che alcuni credenti avevano difficoltà ad accettare l'idea della risurrezione.

Il pensiero dominante considerava il corpo (soma) come "tomba dell'anima" (Platone in Fedone). Il corpo era destinato al disfacimento in quanto mortale, mentre l'anima (psyché) alla morte veniva liberata ed entrava in uno stato eterno. Quando si parla di immortalità dell'anima si introduce un concetto non cristiano.

Negare la risurrezione significava, dunque, minare uno dei fondamenti del credo cristiano. Paolo stesso in I Cor. 15, 12-17 si oppone a coloro che "dicono che non c'è risurrezione dei morti" (12); a costoro infatti rivolge questa ben nota parola: "Se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la nostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati" (16-17). E ancora dice ai Corinzi: " Sapendo che Colui che risuscitò il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci farà comparire con voi alla sua presenza" (2 Cor. 4,14).

 

Parlare per immagini

Paolo utilizza due immagini per parlare della vita dell'uomo prima e dopo la morte, le immagini della tenda e del vestito.

La tenda (vedi anche Isaia 38,12 e 2 Pietro 1,13-14), detta anche tabernacolo, è figura del nostro corpo terreno che è destinato alla terra, a diventare polvere; figura dunque della precarietà della vita, della caducità, dell'instabilità e della provvisorietà.

L'idea della tenda o del tabernacolo ci ricorda anche la vita del popolo d'Israele nel deserto e il deserto è anche figura della nostra traversata terrestre verso la terra promessa, verso il cielo. Infatti, Paolo ci dice che quando la nostra tenda viene disfatta, abbiamo già pronto un edificio, una casa preparata da Dio, eterna, stabile, incorruttibile.

Anche il vestito parla di noi. La vita attuale è un vivere con un vestito vecchio, che un giorno si dovrà abbandonare; il corpo della risurrezione invece è il vestito nuovo che è riservato al credente in Cristo. Perciò la morte è un essere svestiti del vecchio abito e la risurrezione del corpo glorificato è un essere rivestiti di un nuovo abito.

 

La caparra dello Spirito Santo

Per l'apostolo Paolo, il passaggio dalla vita terrena alla vita eterna, attraverso la morte, rientra nel progetto di Dio. Ne è prova il dono dello Spirito Santo di cui abbiamo una caparra, un anticipo, un acconto di altri futuri beni. In questa vita Egli è guida, consolatore, insegnante, testimone (Gv. 14,26; 16,13), ed è la fonte della fiducia incrollabile nei confronti del futuro, ma soprattutto del presente. Egli è anche garanzia della realizzazione della realtà futura e dell'eredità celeste che i credenti aspettano (Rom. 8,23, Ef. 1,14).

L'apostolo Paolo afferma che i nostri corpi mortali saranno risuscitati dallo Spirito Santo (Rom. 8,11) e tutti i credenti saranno riempiti per mezzo di Lui di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,16-21; 2 Cor. 3,17-18). Così Dio sarà veramente tutto in tutti (1 Cor. 15,28).

 
Fiducia e coraggio dinanzi alla morte

Il termine fiducia (gr. tharroùntes), che Paolo cita due volte nel nostro testo, ha il significato di "vero coraggio".

In effetti, il cristiano deve mostrare fiducia e coraggio dinanzi alle svariate e difficili situazioni della vita, perché Dio lo sostiene per mezzo del suo Spirito e non lo abbandona a se stesso. Anche di fronte alla morte, che la Scrittura chiama il "re degli spaventi" (Giobbe 18,14), il cristiano deve avere chiara la convinzione che abbandonare il corpo, che è stata la sua casa terrena, significa aprirsi ad un futuro migliore.

Paolo afferma nel nostro testo che noi siamo fisicamente "assenti dal Signore" (6) e "camminiamo per fede" (7), cioè che oggi, pur essendo in Cristo, non siamo realmente col Signore. Cammineremo per visione solo quando lo vedremo "faccia a faccia" (1 Corinzi 13,12). E da questo comprendiamo che la contrapposizione non è tra corpo e anima, bensì tra esistenza attuale ed esistenza futura di comunione con Cristo, tra lontananza e vicinanza rispetto al Signore, che ora è creduto ma non è ancora veduto.

 

Responsabilità etica del presente

Ma al v.9 del nostro testo, Paolo riporta i Corinzi e tutti noi credenti alla realtà dell'impegno di fede nella vita di tutti i giorni. Egli dice che sia che abitiamo nel corpo sia che ne partiamo, il nostro compito è di sforzarci di essere graditi al Signore.

Questa sua affermazione è fondamentale per comprendere il senso dell'intero discorso di Paolo, di ciò che gli stava a cuore. Benché, come giudeo, egli fosse impregnato di quella mentalità imperniata su una certa escatologia apocalittica, non bisogna pensare che egli fosse turbato sul dopo morte, anzi… quante sue espressioni hanno il tono dell'anelito a lasciare il mondo per incontrare il Signore! Ma la sua fede, ancorché protesa a ricercare motivi di speranza nel futuro di gloria, è sempre ancorata all'evento della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, fondamento del suo annuncio e della sua missione.

Paolo non racconta favole per i tanti curiosi sempre presenti nella cristianità di tutti i tempi.

Egli aveva a cuore la realtà della vita di fede, di fedeltà e di ubbidienza all'Evangelo. Come apostolo di Gesù Cristo, egli non avrebbe mai snaturato il kèrygma, l'annuncio liberatorio e salvifico della vita, della morte e della risurrezione di Gesù, perché il messaggio di Gesù ha sempre un impatto travolgente nella vita quotidiana delle persone. Il suo messaggio, anche se consola e conforta di fronte alla morte, non è una preparazione al trapasso in cielo, è un invito alla conversione, alla métanoia, al cambiamento dei cuori, delle menti, delle coscienze, a rispondere oggi alla sua chiamata per andare ad annunciare il regno di Dio senza ricorrere a varie giustificazioni per ritardare la sequela (Luca 9, 59-62).

Gesù chiama tutti a uscire dalla paralisi, dalla cecità, a vincere i nostri egoismi e la nostra povertà interiore, la nostra pigrizia o a superare la nostra fede in pantofole, ad alzarci per camminare in un modo nuovo, secondo principi di giustizia, d'amore, di verità, di misericordia, di grazia, a fare del bene a tutti, ma soprattutto a chi è nel bisogno.

La lezione di Gesù che riceviamo leggendo i Vangeli ci chiama ad un impegno concreto qui ed ora, perché questo è il tempo della nostra vita in cui siamo chiamati ad essere figli e figlie di Dio nella profondità di una relazione e di un servizio che ci lega gli uni agli altri e tutti insieme al Signore! Questo è il nostro tempo per produrre il frutto dello Spirito come segno del nostro cammino nel servizio attivo, nella consacrazione e nella santificazione!

Dice Gesù: "Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi… In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi minimi fratelli, l'avete fatto a me… In verità vi dico che in quanto non lo avete fatto a uno di questi minimi fratelli, non l'avete fatto neppure a me" (Matteo 25,35-36. 40. 45). Se realizziamo questo invito del Signore noi siamo beati.

Il Regno di Dio che Gesù ha inaugurato con la sua venuta sulla terra non vive di attese che paralizzano la nostra fede. Esso è pieno di contenuti programmatici che indicano le linee di lavoro entro cui occorre muoversi per realizzare la volontà del Signore per la nostra vita. Egli è il Signore della vita, non della morte. Le tombe e i defunti non interessano al Signore. L'unica tomba che ha un valore oggettivo di speranza è la sua tomba, la tomba vuota del Risorto, dinanzi alla quale si infrangono i nostri dubbi e tutte le nostre paure, dove si consolida la nostra speranza.

Cristo ha vinto la morte, il peccato e ogni potere avverso. La potenza della risurrezione di Gesù è la risposta a tutte le nostre domande su questa vita e oltre questa vita. Ogni nostra elucubrazione e tutte le nostre curiosità sulla vita dopo la morte non hanno più senso.

Ciò che è utile chiedersi non è cosa sarà di noi dopo la morte, ma come cambia la nostra vita dopo aver udito l'Evangelo e dopo che abbiamo accolto il regno di Dio dentro i nostri cuori.

 

Aldo Palladino