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mercoledì 17 aprile 2013

 

Giovanni 10: 22-30


Gesù si identifica col Padre


                            Brevi note esegetiche e omiletiche 
                                                       a cura di Aldo Palladino


Il testo biblico
22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24 Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25 Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

Testi di appoggio: Ez. 34: 1-10, 12; Ro 8: 38-39 oppure Salmo 23  

Introduzione
Leggendo il vangelo di Giovanni ci imbattiamo nella esplicita ed aperta dichiarazione dello scopo per cui esso è stato scritto: "Queste cose sono state scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome" (20:31). Vangelo con uno scopo dottrinale e pratico, destinato a proclamare chi è Gesù e a convincere i lettori perché si dovrebbe credere che Gesù è il rivelatore di Dio. 
Anche i Sinottici, Matteo, Marco e Luca, coi quali il vangelo di Giovanni ha alcune somiglianze ed anche notevoli differenze, hanno la stessa finalità. I Sinottici e Giovanni non danno la cronologia dei fatti narrati, ma ne ricercano il loro significato spirituale.
Questo è tanto più vero per Giovanni, che scrive verso la fine del I secolo a dei lettori per i quali il ritardo del ritorno del Signore, l'attesa dell'avvento definitivo del Regno e della pace e della salvezza finali, costituivano seri problemi per la fede cristiana.
Diventava, dunque, sempre più necessario scoprire il significato spirituale di ciò che era avvenuto piuttosto che porre l'accento su ciò che doveva ancora venire.
Giovanni, pur non negando le grandi speranze escatologiche, scrive il vangelo per evidenziare la grandezza di Gesù, Messia e Figlio di Dio, con una chiave di lettura che ci permette di capire che in Cristo tutto è compiuto (Gv. 19:30).
Il brano oggetto della nostra riflessione è stato considerato facente parte della storia del "segreto messianico" di Giovanni e rappresenta il punto di vista dell'evangelista sul dibattito concernente l'identità di Gesù.
 
Note esegetiche

vv. 22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 
     È il 25 di Kislev (corrispondente al nostro 25 dicembre). Gesù si trova a Gerusalemme per la festa della Dedicazione del tempio (in ebraico Hanukkâ = consacrazione), una festa che durava otto giorni e che ricordava la riconsacrazione del tempio, avvenuta nel 164 a.C., dopo la sua profanazione da parte di Antioco IV. 
Giuseppe Flavio la chiama "festa delle lampade", perché c'era l'usanza di accendere delle lampade davanti alle case ( Ant. Jud. XII, 7, 7).  
La presenza di Gesù nel tempio, sotto il portico orientale di Salomone non deve stupire. (Flavio Giuseppe, in Ant. Jud. XX, 9, afferma che fu questo re a costruirlo). Il tempio è "la casa del Padre" verso il quale professa il più profondo rispetto sin da ragazzo (Lc.  2:14), una casa di preghiera che nessuno deve trasformare in un luogo di mercanti o in una spelonca di ladroni (Mc. 11:17; Mt 21:12-17; Gv. 2:16; cfr. Is. 56:7; Ger. 7:11).

v. 24. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
     La domanda rivolta dai Giudei a Gesù "Sei tu il Cristo? Dillo a noi apertamente" mostra che ci si sta avvicinando al punto critico di tutte le discussioni avute tra loro. Essi non vogliono più rimanere nel l'incertezza di un linguaggio fatto di metafore, immagini, parabole. Si aspettano che Gesù dichiari apertamente senza equivoci e senza mezzi termini di essere il Cristo. La loro pazienza è al limite.
Nonostante essi abbiano visto segni potenti operati da Gesù e sentito le sue ammissioni di essere pane disceso dal cielo, luce del mondo, acqua della vita, di essere il Salvatore  inviato da Dio, di essere Figlio di Dio o Figlio dell'uomo, a loro non bastano queste espressioni messianiche che egli rivendica per sé. Essi stanno cercando una parola che lo renda responsabile. Vogliono sapere se sia "il Cristo", cioè se sia il Messia-Re la cui regalità si identifica con la regalità di Dio. Questo, in effetti, è il vero tema che turba la vita dei capi giudei. Essi non cercano conoscenza e verità, ma solo un pretesto che lo inchiodi definitivamente e gli si torca contro. È solo un sotterfugio escogitato per poter prendere delle decisioni di morte contro di lui. Essi sanno che solo davanti alla samaritana (4:24-26) e al cieco nato (9:35-38) Gesù ha ammesso di essere Messia e Figlio dell'uomo, ma a loro non lo ha mai dichiarato apertamente.

vv. 25 Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore.
     Anche in questa occasione Gesù non cede alle pressioni dei Giudei che esigono una spiegazione, come in passato non aveva assecondato la richiesta di un segno che scribi e farisei gli avevano sollecitato (Mt. 12: 38-39). Egli parla, predica, opera e agisce in nome del Padre, ma essi non credono né alla sua parola né alle sue opere, che da sole sono sufficienti a testimoniare della sua identità.
Gesù afferma che i suoi interlocutori non credono perché non sono sue pecore. Come intendere le parole di Gesù? Non credo che qui si voglia valorizzare un principio di appartenenza come condizione che identifica la fede di una persona o di un gruppo, né si voglia scomodare il mistero dell'elezione divina, che eluderebbe la responsabilità di chi non crede.  Credo, invece, che l'accusa rivolta ai Giudei di non credere sia basata semplicemente sul loro rifiuto predeterminato e intenzionale di non credere né nella fede di Gesù né di avere fede in Gesù, al contrario delle pecore che hanno col Pastore un rapporto di fiducia, di ubbidienza e di unità, descritto nella parabola del pastore al principio del capitolo (vv.3-4).

vv. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 
     Vengono qui richiamati tre concetti, costitutivi della fede, che fondano la relazione del pastore col gregge:
1)    l'ascolto, in quanto le pecore sono attenti a qualsiasi parola del pastore, la cui voce è punto di riferimento e di orientamento;
2)    la conoscenza, poiché il pastore conosce le pecore una ad una ed è da esse conosciuto, le chiama per nome e le conduce fuori verso i pascoli (10: 3, 14); da questa conoscenza nascono intimità e comunione di sentimenti.  
3) la sequela: le pecore seguono il pastore, perché hanno fiducia in lui e gli obbediscono.
È una relazione d'amore così forte che il pastore è pronto a dare la sua vita per le pecore (10: 11). Un amore forte come la morte (Cantico 8:6), che apre la strada alla vita eterna per la vittoria della risurrezione sulla morte. Per questo, è sul terreno della risurrezione che nessuno si potrà mai perdere e nessuno potrà mai essere strappato dalle mani del Pastore.

vv. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».
      Viene qui celebrata la grandezza di Dio al di sopra di tutti e, dunque, nessuno è abbastanza forte da rapire il gregge di Gesù dalle mani del Padre ( o dalle mani di Gesù, v. 28). La sicurezza delle pecore non dipende dalle loro capacità ma dalla potenza di Dio oltre che dall'amore del Pastore. Gesù ha una relazione col Padre e le loro volontà si fondono fino al punto di essere una sola cosa, perché hanno una perfetta unità di intenti e di azioni. Sulla salvezza del suo gregge, la volontà di Gesù è identica a quella del Padre e questa assoluta identità rivela l'unità della loro natura.
Paolo Ricca così commenta il v. 30: " Questo è il motivo del conflitto e della divisione [con i Giudei]. Gesù afferma esattamente: "Io e il Padre siamo uno", si identifica con Dio. Ma qui dobbiamo fermarci un istante, perché dobbiamo comprendere la serietà delle ragioni per cui i Giudei rifiutano Gesù. Il motivo è propriamente la sensazione da parte loro che Gesù stia bestemmiando, perché, essendo uomo, si fa Dio. Ed effettivamente – e questo lo sappiamo da tutta la storia d'Israele, quella biblica ma anche quella post-biblica – la grande lotta di Israele in tutta la sua storia è stata la battaglia contro l'idolatria; la lotta è contro l'idolo, ciò che rassomiglia a Dio ma ne è il contrario, o non è affatto Dio. Sappiamo che pure l'uomo diventa l'idolo preferito di se stesso, in quanto si assolutizza, si divinizza. Quindi quella che spinge gli Ebrei è una ragione molto seria…
Anche qui Giovanni va più a fondo degli altri nello spiegare la condanna di Gesù. Gli altri evangeli adducono, come ragioni della condanna, la parola di Gesù sul tempio (Marco 14:57-58) oppure i miracoli compiuti in giorno di sabato (Marco 3:1-6). No, c'è una ragione più profonda, ed è l'identità stessa di Gesù. E nello stesso tempo vediamo dividersi gli animi intorno alla persona di Gesù. I Giudei dicono: "Gesù è un uomo che si fa Dio". L'evangelo afferma – Giovanni, il cristianesimo, asseriscono -: "No, Gesù è Dio che si fa uomo. Non è Gesù a identificarsi con Dio, è Dio a identificarsi in Gesù".


Alcune brevi note per la predicazione

1)           Il predicatore che si accinge a riflettere su un qualsiasi testo del vangelo di Giovanni potrebbe cadere nella tentazione di dividere il mondo in due, quelli che credono e quelli che non credono, quelli che sono a favore di Gesù e quelli che sono contro Gesù. Ma un tale approccio tradirebbe le vere intenzioni di Giovanni, il quale intende invece proclamare l'identità di Gesù a tutti in modo che la fede in lui non sia frutto di idee o ideologie precostituite, personali o di gruppo, né di pregiudizi di qualsiasi tipo, ma sia una fede corretta. Anche se Gesù aveva molti avversari e forti oppositori, il suo messaggio evangelico era per tutti un'opportunità di cambiamento, di conversione.
E questo vale anche per noi, oggi, per le nostre nostre comunità, che sono         chiamate a un continuo chiarimento della propria fede in un mondo sempre in    trasformazione, e per la nostra società alla quale l'evangelo va continuamente riproposto con convinzione e in modo convincente.          

2)           La festa della Dedicazione del Tempio è certamente un dato storico della vita del popolo giudeo, anche di Gesù. Tutti sono pronti a vivere nel ricordo del passato, a rammemorare quanto i padri avevano fatto per liberare Israele dall'occupazione dei Seleucidi, purificando alla fine il tempio e riconsacrandolo a Dio. Dopo duecento anni da quell'evento, cosa rimane dello spirito e della passione dei padri? I leaders religiosi e politici non riescono a vedere il "nuovo" che è sotto i loro occhi, accecati dal potere e fossilizzati in un ritualismo religioso sterile e autoreferenziale. A loro ben s'addicono le parole di Geremia e Ezechiele, che alzano le loro voci contro i pastori infedeli d'Israele (Gr. 3:2; Ez 34: 1-10) e che preannunciano l'intervento di Dio: "Eccomi! Io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro. Come un pastore va in cerca del suo gregge…così io andrò in cerca delle mie pecore" (Ez. 34:12).
La storia, dunque, non è mai fine a se stessa ma è sempre maestra di vita che ci insegna a riconoscere i nostri errori e a prevenirne altri. I Giudei avrebbero dovuto capire che la riconsacrazione del tempio poteva significare anche la loro consacrazione, ma il testo è chiaro nell'affermare che esse erano chiusi a qualsiasi cambiamento, perché non c'era la volontà di credere, né a Gesù né ai profeti del passato.

3)           C'è una parola di speranza che si può trarre dal testo. La mano di Dio e la mano del Pastore collaborano per dare sicurezza alle pecore, perché nessuno le possa "rapire". Le insicurezze della vita e la precarietà della nostra umana condizione incutono timori e preoccupazioni, ma non possono minare la promessa di grazia e di benedizioni che si ha rimanendo nelle mani del Padre e di Gesù Cristo, sommo Pastore. Con l'apostolo Paolo, ogni credente può dire: "Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore" (Ro 8: 38-39).  

Aldo Palladino



Bibliografia
Gerard Sloyan, Giovanni. Claudiana, 2008
Hermann Strathmann, Il Vangelo secondo Giovanni. Paideia Editrice Brescia, 1973
Alfred Wikenhauser, L'Evangelo secondo Giovanni. Morcelliana, 1968
Il Nuovo Testamento Annotato, Vangelo secondo Giovanni. Editrice Claudiana, 1968
Paolo Riccca, Evangelo di Giovanni. Morcelliana, 2005