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mercoledì 24 dicembre 2014

Cari Lettori, care Lettrici di Bibbia e Telologia,

la Redazione di questo blog 
vi augura 
un Felice Natale e un Sereno Anno Nuovo!

Nonostante tutte le cattive e tristi notizie che arrivano da più parti del mondo, come cristiani osiamo nutrire la speranza di un mondo migliore, di un futuro più radioso. Lo possiamo affermare con tranquillità e fiducia, perché la venuta di Cristo Gesù in questo mondo è la notizia più rassicurante che l'uomo abbia mai ricevuto. Ecco perché:
1)   perché Cristo è il Salvatore del mondo. "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore" (Luca 2:11). Gesù non è venuto per condannare questo mondo, ma per salvarlo (Giovanni 3:17).
2)   perché Gesù Cristo è l'amore di Dio che si rivela e si riversa su di noi. "Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Giovanni 3:16).
3)   perché Gesù Cristo è L'Emmanuele, Dio con noi. La sua presenza rimuove la paura e ci dà forza e coraggio per andare avanti nella vita, con fiducia.

Gesù Cristo, dunque, è la notizia più gioiosa che abbiamo ricevuto. È rivolta a tutti gli uomini e coloro che la ricevono con fede hanno la responsabilità di annunciarla e di viverla.

Caro Lettore, cara Lettrice, questo mondo può cambiare se il cambiamento comincia da te, da me, da noi.

Auguri di pace e di ogni bene.

                                                                              Aldo Palladino

domenica 7 dicembre 2014


Marco 1: 1-8

Giovanni Battista, 

il messaggero che prepara la Via


Predicazione di Aldo Palladino




Il testo biblico
1 Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio.
2 Secondo quanto è scritto nel profeta Isaia:
«Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via.
3 Voce di uno che grida nel deserto:
"Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri"».
4 Venne Giovanni il battista nel deserto predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati. 5 E tutto il paese della Giudea e tutti quelli di Gerusalemme accorrevano a lui ed erano da lui battezzati nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
6 Giovanni era vestito di pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi, e si nutriva di cavallette e di miele selvatico. 7 E predicava, dicendo: «Dopo di me viene colui che è più forte di me; al quale io non sono degno di chinarmi a sciogliere il legaccio dei calzari. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Testi d'appoggio: Isaia 40: 1-5, 9-11; 2 Pt. 3: 8-14

Non deve sorprenderci se in questa seconda domenica d'Avvento per la nostra riflessione ci soffermeremo sul vangelo di Marco in cui, come è noto,  non c'è un racconto della nascita di Gesù. L'originalità di Marco sta nel presentarci, nel brano che abbiamo letto, l'avvento del Signore non tra angeli, pastori e magi, ma attraverso la predicazione di un personaggio, Giovanni Battista, che chiude la storia del profetismo in Israele. Egli è stato preannunciato nell'Antico Testamento dai profeti Isaia, Malachia e dal libro dell'Esodo (Isaia 40:3; Mal. 3:1; Es. 23:20) secondo i quali Gesù Cristo sarebbe stato preceduto da un messaggero, un redivivo profeta Elia, che ne avrebbe preparata la venuta. Dunque, Giovanni Battista fa da ponte tra passato e futuro, tra l'Antico Patto e il Nuovo Patto, e prepara l'imminente passaggio dall'economia della legge all'economia della grazia.
Ma ciò che di questo profeta attrae le folle dalla Giudea e da Gerusalemme (v. 5), più che il suo modo di vestire con pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi, e il suo stile di vita da uomo del deserto nonché la sua alimentazione a base di cavallette e miele selvatico [che pure devono avere attirato parecchi curiosi!], è il contenuto della sua predicazione, che ha tre tematiche:
1)    il tempo dell'attesa;
2)    il tempo del ravvedimento (ciò che devono fare gli ascoltatori);
3)    il tempo  di Dio che viene (ciò che farà Dio).
Cerchiamo di esaminare ciascuno di questi aspetti della sua predicazione.

Il tempo dell'attesa
Il giudaismo di quell'epoca attendeva con ansia il risveglio della profezia, un'attesa lunga durante la quale ogni giudeo, ciascuno secondo le proprie sensibilità, era animato dalla speranza di una restaurazione politica, sociale, spirituale.
Israele è sotto il dominio e il giogo romano, sofferente per la perdita della libertà politica, per le imposte che gravano sulla vita economica, per l'arbitrio illegale e gli atti di violenza dei soldati che amareggiano gli animi, per la divisione del popolo in partiti e gruppi che si fronteggiano con odio mortale: Farisei, Sadducei, Zeloti, pubblicani.
Insomma il clima di profonda crisi fa presagire che un cambiamento è necessario, semplicemente perché il mondo non può continuare così. Aspirazioni politiche e religiose si mescolano: liberazione d'Israele dal giogo dei Romani, da una parte, e restaurazione del Regno di Dio sulla terra, dall'altra.
E qui viene spontaneo un accostamento all'attuale, difficile momento che il nostro Paese sta attraversando: depressione economica, forte disoccupazione, soprattutto giovanile, perdita di posti di lavoro, forte tassazione fiscale, alta evasione, una classe politica incapace di trovare unità intorno ai bisogni della gente, crisi della democrazia e della giustizia sociale, una corruzione dilagante e quasi inarrestabile. Anche noi, siamo in attesa di vedere la luce in fondo al tunnel che stiamo percorrendo con tante preoccupazioni e difficoltà.
Il tempo dell'attesa è un momento in cui si concentrano aspirazioni, si disegnano i propri sogni e i propri ideali, con la speranza di poterli vedere realizzati. In più, per noi credenti, esso diventa uno stile di vita, che fonda la propria vita in Colui che ha promesso che verrà a noi con il suo evangelo/evanghelion, la buona notizia, di un mondo nuovo.

Il tempo del ravvedimento
Giovanni Battista appare sulla scena di questo mondo e annuncia che il tempo dell'attesa è finito. È giunto il tempo del ravvedimento per prepararsi alla venuta del Signore. E grida: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri"… e invita le folle a scendere nelle acque del Giordano per un "battesimo di ravvedimento per la remissione dei peccati".
Che cosa significa ravvedimento? Il vocabolo greco metanoia/ravvedimento, che compare in Marco solo questa volta, può meglio essere compreso se lo traduciamo con "conversione", cioè un cambiare direzione, cambiare opinione, un volgersi dell'uomo dalle sue opere e dalle sue vie malvage, attraverso il pentimento, alla fede nel Dio vivente. Israele deve riconoscere di essere lontano da Dio, di essere un popolo peccatore e di avere bisogno di una conversione. Bisogna farsi battezzare  "per il perdono dei peccati" (v. 4). Con questo concetto il Battista coglie il centro dell'idea di salvezza vetero-testamentaria. Geremia infatti aveva detto che l'ultima parola di Dio sarebbe stata parola di perdono (Ger. 31:34; Is. 33:24; Michea 7:18). I Salmisti avevano cantato la misericordia, la grazia, la pazienza e la gran benignità di Dio (Sal. 103:8; 145:8) e che presso di lui vi è perdono (Sal. 103:4).
La colpa di Israele è di avere cercato di percorrere le sue vie, le sue soluzioni ai problemi del paese senza Dio, senza alcun timore di Dio o, peggio, di averlo fatto con una religiosità ipocrita. Israele ha dimenticato come Dio lo abbia liberato dalla schiavitù e come lo abbia sorretto nel corso della storia quando Israele ha rivolto il suo cuore a Lui. Ma ora è tempo di tornare a Dio, di confessare il proprio peccato scendendo nelle acque del Giordano per farsi battezzare. Il simbolismo degli elementi è evidente; tutto è provvisorio. L'acqua del Giordano è acqua di purificazione, ma il vero battesimo avverrà nella sua Parola e nello Spirito Santo quando ci sarà l'avvento del Signore, Gesù Cristo.
Fratelli e sorelle, anche per noi è tempo di ravvedimento. Anche noi siamo chiamati:
-       alla decisione della fede e non soltanto a un tendere l'orecchio all'Evangelo senza mai impegnarci;
-       a non confondere la fede con certe emozioni o stati d'animo passeggeri, perché il Regno di Dio non è fatto di ammiratori e di commossi, perché ammirazione, commozione, curiosità, anche se sono la porta del ravvedimento, non sono ravvedimento; 
-       a non vivere una fede – come alcuni filosofi osservano - senza Dio, come orfani di Dio, o dopo Dio, come se Dio fosse andato in pensione, perché ravvedimento è anche riconoscimento che Dio è vivente e operante;
-       a non vivere la nostra fede come giudizio degli altri, con la falsa presunzione di essere migliori degli altri, perché il giudizio appartiene a Dio che ha la parola ultima su tutto e su tutti.
 Insomma ravvedimento è anche un liberarsi da ogni surrogato della fede per essere possibilmente credenti veri e autentici.

Il tempo di Dio che viene
«Dopo di me viene colui che è più forte di me». Nella sua predicazione Giovanni pone l'accento sull'evento che egli sta preparando, su Colui che viene. Di Lui Giovanni afferma due cose:
1°) che Colui che viene è più grande del suo messaggero al punto che Giovanni dice di non essere degno di slegargli i legacci dei calzari. Lui, uomo di tanto valore  che non s'inchina davanti a nessuno, dichiara di essere più piccolo del più umile schiavo del suo padrone.
2°) che il Signore che viene battezzerà con lo Spirito Santo. Giovanni riconosce la superiorità divina di Colui che viene e della sua opera messianica di salvezza attraverso la quale effonderà il suo Spirito per creare un popolo di discepoli e testimoni della sua grazia.
Fratelli e sorelle, Dio viene anche per noi. Viene nel deserto di questo mondo per incontrarci, per curare le nostre malattie e per consolarci, per essere al nostro fianco nella vita quotidiana e per orientare le nostre scelte e il nostro cammino nella chiesa e nella società. Il Signore viene per ricondurre quest'umanità smarrita e disorientata sulla sua via. È la via dell'amore per Dio e per il prossimo, la via della pace, della giustizia, dell'accoglienza e della solidarietà. È la via attraverso la quale il Regno di Dio si instaura e si fa vicino.
                                                                                  Aldo Palladino


Domenica, 7 dicembre 2014
Tempio valdese di C.so Principe Oddone, 7
10144 - Torino

lunedì 1 dicembre 2014

I poveri nella Bibbia

di Jean-Paul Guetny

(articolo tratto da www.dimensionesperanza.it)



I poveri occupano un posto importante nella Bibbia, dal profeta Amos a Matteo: Dio ha per essi uno sguardo particolare. Egli ha con loro una relazione privilegiata. E, secondo san Paolo, bisogna scoprire in essi l'immagine di Cristo che si è fatto povero.
Quando si parla di cristianesimo, soprattutto nella sua versione cattolica, vengono in mente due immagini contrastanti tra loro: da una parte quella di una chiesa opulenta, «i tesori del Vaticano»; dall'altra una fila di uomini di fede, dall'eremita Antonio fino al padre Joseph Wresinski (1), passando dal poverello di Assisi, che hanno scelto la via della povertà. Che essi vivano nell'agiatezza o nella miseria, tutti i cristiani accettano come riferimento la Bibbia. Chi ne dà la migliore interpretazione?
Nel percorrere questa biblioteca, si resta colpiti nel costatare il posto importante che occupano i poveri. Durante "la belle époque" (2) che costituisce l'ottavo secolo precedente l'era corrente, il profeta Amos prende la loro difesa (Am 5,11-12). Un secolo più tardi, un altro profeta, Sofonia, fa dei "poveri del paese" i promotori di un cambiamento positivo: essi sono definiti il "resto d'Israele" (So 3, 11-13). Il Deuteronomio, libro legislativo, stipula: "Che non ci siano poveri presso di te (Dt 15,14)". I membri del popolo sono invitati a considerarsi tutti fratelli. Sono prescritte un certo numero di pratiche di solidarietà: il riscatto degli schiavi ebrei al termine del settimo anno di servizio; un anno di riposo della terra, ogni sette anni, per la condivisione con i poveri, ecc.
Il ritorno dall'esilio a Babilonia rappresenta una svolta decisiva. I poveri non costituiscono più una categoria di persone del popolo che ritorna nella sua terra, ma il popolo intero (leggi Isaia, capitoli 40-55), rappresentato sotto i tratti del servo sofferente (capitoli 52 e 53). Israele è chiamata "la mendicante" (51-21). Al capitolo 61 dello stesso Isaia, si fa allusione ad un personaggio dall'identità misteriosa - si tratta del profeta? Del Messia? Di Gerusalemme? - che dichiara: "Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato: egli mi ha mandato a proclamare la buona novella ai poveri" (v1). La parola greca corrispondente è "evangelizzare".
Questi poveri li si ritrova nei Salmi. Spesso sono essi che prendono la parola; e Dio non resta sordo al loro grido: "Un povero grida e Dio lo ascolta e lo salva da tutte le sue angosce (34,7, secondo la numerazione ebraica)."
Ai sapienti spetta il compito di superare la stretta visione di Israele e di allargare la riflessione a tutta l'umanità.
Se arrivano a denunciare la povertà come un frutto possibile della pigrizia (vedi il libro dei Proverbi 24, 30-34) la maggior parte del tempo essi ricalcano la posizione dei profeti e prendono le difese dei poveri. "Chi opprime il povero, dice uno di essi, offende il suo creatore (Pr 14,31)".
E' dunque chiaro che Dio prende le parti dei poveri. Questi costituiscono l'oggetto privilegiato della sua attenzione.
Ma cosa si intende esattamente per "poveri"? E come mai questa "scelta preferenziale" di Dio nei loro confronti?
Per noi il povero è colui che possiede poche cose. Ma "il Semita - nota l'esegeta Jacques Dupont - è più sensibile all'inferiorità sociale che rende le persone di modesta condizione le prede dei potenti e dei violenti… Il povero appare come uno sprovveduto, i Giudei lo guardano come un uomo indifeso." (3) I due principali termini ebraici per designare i poveri – 'ani e 'anaw, usati prevalentemente al plurale 'anawim - fanno riferimento ad una situazione di miseria sociale. Tuttavia in alcuni testi il secondo esprime ugualmente una sfumatura religiosa.
"Cercate l'anawah", dice Dio per bocca del profeta Sofonia (So 2,3).
Il motto ebreo è generalmente tradotto col termine "umiltà".
Paul Bony sottolinea che non si è lontani dall'attitudine della "sottomissione a Dio" raccomandata dall'Islam.
La preoccupazione biblica dei poveri si esprime in molti modi. L'esperienza fondante di Israele e "il filo conduttore" della sua storia, è - ci ricorda Alain Durand – "la liberazione dall'oppressione subita dal popolo in Egitto" (4). Tutte le prescrizioni del libro del Deuteronomio, di cui alcune riguardano il comportamento nei riguardi dei poveri, sono inquadrate da alcune narrazioni che fanno memoria dell'Esodo (Es 6,20-24 e 26, 1-11).
"Mio padre era un Arameo errante - dice il secondo passo - egli è disceso in Egitto (…) ma gli Egiziani ci hanno maltrattati, essi ci hanno ridotto in povertà, ci hanno imposto una dura schiavitù…" E' proprio per il fatto che Dio ha avuto pietà della miseria del popolo, che esso è chiamato a mostrare la sua solidarietà verso i miserabili. La liberazione dall'Egitto è da mettere in correlazione con l'elezione divina di cui beneficia Israele. Ora, per il profeta Amos, opprimere il povero significa andare contro questa elezione. Il popolo non è più tale quando opprime i poveri.
Ma il Dio d'Israele, afferma la Bibbia, è lo stesso Dio di tutti gli uomini. Creati "a sua immagine" (Genesi 1, 27), noi abbiamo la stessa dignità . "E' per questo - sottolinea Alain Durand - l'esclusione del povero è un attentato all'immagine stessa di Dio", allora che la pratica della solidarietà "renda testimonianza all'universalità dell'atto creatore".
Sulla questione della povertà, il Nuovo Testamento assume l'insegnamento dell'Antico. Nel Magnificat (vangelo di Luca 1,46-56), Maria celebra un Dio che viene a sconvolgere le gerarchie sociali: "Abbatte i potenti dai loro troni e innalza i gli umili" (52) idea già espressa da alcuni salmi (107,40-41; 113,7-9). Gesù è presentato come il Messia dei poveri. Agli inviati di Giovanni Battista che lo interrogano sulla sua identità (Matteo 11,3 – Sei tu colui che deve venire?"- Gesù risponde citando la frase di Isaia al cap. 61: "I poveri ricevono la buona novella ".
Lo stesso testo di Isaia serve di supporto al discorso programmatico nella sinagoga di Nazaret (vedi Luca 4,16,22) ed egli aggiunge una citazione ad Isaia "per rimandare in libertà gli oppressi" (Esodo 58,6 ), "cosa che, nota Paul Bony, accentua la dimensione sociale della liberazione" realizzata da Lui.
Tutto il Vangelo è dello stesso genere. La prima delle beatitudini si presenta così: "Beati voi, poveri…" secondo la versione di Luca (6,20) di carattere sociale; "Beati voi, poveri di spirito …", secondo la versione di Matteo (5,3) di carattere più religioso. Se i poveri sono definiti "beati", non è in virtù di una qualsiasi superiorità ontologica, ma perché essi saranno liberati e in loro si manifesterà la potenza divina.
Nei vangeli Gesù è presentato come il povero per eccellenza. Nasce in una mangiatoia, trascorre una vita itinerante da povero, senza casa né luogo. In termini odierni lo si direbbe "senza domicilio fisso" (Lc 9,58). La sua ignobile morte è quella propria degli schiavi. Il suo ministero si indirizza dall'inizio agli esclusi del suo tempo: i poveri, i bambini, i peccatori. Egli è - scrive Alain Durand - il "destinatario insospettato" di ciò che viene fatto per i poveri. Tale è il senso dell'episodio del giudizio finale, riportato da Matteo al capitolo 25 (11-34). Il "gregge" della fine dei tempi sorpassa il solo Israele; esso si estende a tutte le nazioni.
I "prescelti" sembrano perplessi; essi non comprendono la fortuna di cui beneficiano.
Cristo ne dona la chiave: "In verità vi dico, ogni volta che avete fatto questo a uno solo dei miei fratelli più piccoli, voi l'avete fatto a me (v.40)". A proposito di questo episodio, Paul Bony parla giustamente dell'"identità cristica dei poveri ".
La prima comunità cristiana si è ricordata di questo insegnamento. La messa in comune dei beni, costituisce, sottolinea Alain Durand, "una pratica economica nuova": "non c'erano indigenti fra loro (Atti 4,3-4) " E quando Paolo e Pietro si dividono la predicazione "noi verso i pagani, voi verso i circoncisi ", cioè i Giudei, c'è una cosa che non è divisa: il ricordo per i poveri" (Gal 2-10), che deve continuare ad animare ciascuno. Dio, scrive Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi, (1, 26-31) ha scelto i "senza": senza saggezza, senza nascita, senza potenza.
con l'idea di onnipotenza… ora il Dio cristiano ha questo di paradossale, che la sua onnipotenza è percepita nel modo più giusto proprio a partire dall'idea di povertà piuttosto che da quella di forza.

Distorsioni cristiane
Alain Durand punta un certo numero di errori che si sono potuti riscontrare nella storia cristiana a proposito della povertà:
  • Il primo consiste nel ridurla ad un tema: il discorso – generoso - tient lieu de rèalitè - una solidarietà effettiva con i poveri
  • Il secondo torna a confondere l'utilizzo moderato dei beni – lo stile di vita modesto - con questa stessa solidarietà
  • Il terzo interpreta la povertà evangelica come una virtù per privilegiati, riservata a qualcuno che ne ha fatto il voto, mentre la massa dei cristiani ne sarebbe dispensata.
  • Il quarto - e su questo punto, il nostro autore cita Albert Nolan, il teologo sudafricano - risiede in una concezione "romanzesca" del povero, trasformato in una sorta di eroe. Vi è stato un tempo, scrive Nolan, una tendenza a "romanzare la vita monastica, poi quella del missionario, poi del sacerdote. Ed ora – aggiunge - entriamo in un periodo in cui si hanno idee romantiche sui poveri."
I diritti dell'affamato
Nella sua omelia 6 Contro la ricchezza, Basilio di Cesarea (329-379), un Padre della Chiesa della regione della Cappadocia, ha alcune affermazioni nette: "Quali sono i beni che ti appartengono? Da dove tu, ricco, li hai presi? Tu assomigli a un uomo che, prendendo posto in un teatro, vorresti impedire agli altri di entrare e vorresti gioire da solo dello spettacolo al quale tutti hanno diritto… All'affamato appartiene il pane che tu hai". Questa dottrina sarà quella della chiesa … dalla metà del IX sec. e l'inizio del XIII. Al seguito di Gilles Couvreur, che ha dedicato una tesi alla questione, Alain Durand riassume gli argomenti proposti.
  • "Ciò che la legge non permette, lo permette la necessità". Altrimenti dice, il diritto di proprietà non è assoluto.
  • E' un dovere del ricco assistere il povero con le sue ricchezze. "L'affamato può servirsi da solo presumendo che il proprietario (del cibo derubato) glielo permetterebbe".
  • In questo caso non si deve parlare di furto, "perché il bene preso dall'affamato è reso comune dalla necessità". Nella Summa teologica (II-II, quest. 66, art.7), Tomaso d'Aquino afferma: "I beni che alcuni possiedono in sovrabbondanza sono dovuti, per diritto naturale, all'alimentazione dei poveri."
A ciò, Alain Durand aggiunge, secondo una tradizione in vigore nella Chiesa, "il fine ultimo del diritto di proprietà è quello di mettere a disposizione di tutti gli uomini i beni della terra e non solo, come sembra evidente oggi, di limitarne l'uso ai soli proprietari".

Quando i poveri erano eretici
Il Medioevo, nota Bernard Félix, è stato "percorso da un gran numero di movimenti di rivolta contro l'indegnità del clero e contro il suo attaccamento alle ricchezze" (1). Questi movimenti di protesta hanno dato luogo particolarmente alle "eresie dei poveri". Tutte sono state sconfitte. Solo una è riuscita ad attraversare i secoli, malgrado le persecuzioni: il movimento valdese.
Esso deve il suo nome ad un commerciante di Lione, Pietro Valdo, nato tra il 1135-1140 e morto quasi sicuramente tra il 1206-1207. Un giorno, questo uomo lascia la sua famiglia e distribuisce ai poveri i suoi beni, prendendo come "precetto imperativo" - sono le sue parole - i consigli di Gesù al giovane ricco (Matteo 19,21). Con i suoi compagni, ai quali si aggregano alcune donne, egli va per le strade – chiamati i "sandalizzati", vivendo di elemosine, praticando il digiuno, con l'unico desiderio di seguire Gesù. L'arcidiacono Gautier Map, incaricato da Roma di informare il caso, descrive "i poveri di Lione" così soprannominati allora, come i "seguaci nudi di un Cristo nudo".
Questi poveri laici non esitano a predicare, a partire dal Vangelo di cui hanno fatto fare anche una versione in lingua vernacolare . E' inaccettabile per la Chiesa dell'epoca. Inoltre, queste persone vivono in comunità, fuori da ogni collegamento gerarchico. Il concilio di Verona (1184) e quello di Latran (1215) condannano i valdesi. Francesco d'Assisi conosce una sorte migliore una trentina d'anni dopo Valdo, anche se la "regola ideale" che egli propose è stata temperata dal suo ordine e dalla gerarchia ecclesiastica. Precursori dallo sguardo lungo, i valdesi aderiscono alla Riforma protestante del 1532, con il sinodo di Chanforan, in Piemonte. Oggi le due comunità più importanti si trovano in Italia e in Uruguay.
                                                                                                 Jean-Paul Guetny



(1) Bernard Félix, L'eresia dei poveri. Vita e pensiero di Pietro Valdo (Labor et Fides, 2002). Un'opera istruttiva di un protestante ricco di simpatia per Pietro Valdo e per la chiesa da lui scaturita, facente parte del Consiglio Ecumenico delle Chiese dall'inizio.

martedì 4 novembre 2014



Expo 2015: verso una nuova umanità?

di Aldo Palladino






L'Esposizione Universale 2015 di Milano proporrà al mondo intero il tema "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita" attraverso convegni, conferenze, mostre ed eventi il cui intento è di far crescere il livello di attenzione sull'emergenza alimentare, sui bisogni primari della popolazione mondiale e sul diritto di tutti e di ciascuno ad una alimentazione  sana, sicura e sufficiente.
Ebola permettendo, avremo la partecipazione di 21 milioni di visitatori, 144 Paesi, 3 organizzazioni internazionali, 13 organizzazioni della società civile. Una mobilitazione non indifferente di persone e risorse finanziarie che per l'Italia rappresenta una sfida a mostrare efficienza e vitalità e per tutti gli Stati partecipanti l'occasione per mettere in mostra, in questa grande vetrina, i propri progetti e i propri interventi di sostegno in campo alimentare e ambientale.
Ma per quanti sforzi siano stati finora prodotti in varie zone del mondo, c'è ancora molta strada da fare per sconfiggere la fame e la sottoalimentazione e per dare ad ogni essere umano un livello minimo di sussistenza. Expo 2015 avrà senso se saprà essere una opportunità per riflettere su questi temi, ma soprattutto se saprà essere strumento di rilancio di una coscienza collettiva che abbandoni enunciati, proclami, buone intenzioni, per diventare azione, programmi attuativi, pratica solidarietà, aiuti concreti. Certo, Expo 2015 non è un'organizzazione umanitaria e non deve né può sostituirsi ai tanti organismi che operano a livello internazionale col compito precipuo di aiutare chi muore per fame, per malnutrizione e per malattie, ma dovrà essere sede di profonda riflessione sulla necessità di nutrire tutta la popolazione mondiale, a cominciare dai più bisognosi.    
Gli scenari globali davanti ai nostri occhi (mortalità infantile, fame, siccità, carestie e pandemie) ci impongono scelte coraggiose e radicali, non rinviabili perché ci coinvolgono direttamente o indirettamente. Il nostro pianeta è un villaggio in cui i problemi di un singolo riguardano tutta la comunità. Per questo Expo 2015 può e deve segnare una linea di demarcazione tra il vecchio e il nuovo rappresentando la svolta di un modo nuovo di affrontare le crisi in atto.
L'approccio nuovo è o dovrebbe essere quello di fondare una nuova umanità, più sana e più matura, che sappia eliminare ingiustizie e disparità e riconosca il diritto di tutti ad accedere ai beni fondamentali e essenziali alla vita.
"Nutrire il pianeta" è oggi il tema dei temi che significa lotta alla povertà. Sapremo tutti capaci di raggiungere l'obiettivo "nessun povero tra noi!" o dovremo rassegnarci che ci saranno sempre dei poveri?
Gesù ai suoi discepoli disse: "Che giova all'uomo se guadagna tutto il mondo e perde l'anima sua?" (Vangelo di Marco 8,36).
La nuova umanità deve nascere sul fondamento di una nuova visione della vita, nell'ottica dell'amore per l'essere umano, per l'altro, per un nostro simile, un fondamento non più incentrato sul profitto e sull'egoismo personale, ma sulla realizzazione del bene collettivo.
È un piano ambizioso, ma credo che il Signore possa convertire il cuore dell'uomo e renderlo adatto ad ogni opera buona.

                                                                                             

lunedì 3 novembre 2014


EFESINI 2: 1-10


"Restituiti alla vita"

Predicazione del Pastore Paolo Ribet





Il testo biblico
1 Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, 2 ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l'andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell'aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. 3 Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d'ira, come gli altri. 4 Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, 5 anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), 6 e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, 7 per mostrare nei tempi futuri l'immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù.
8 Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. 9 Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; 10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo. (Versione Riveduta)



                        ***

1.- Anche se abbiamo celebrato in questa chiesa domenica scorsa la Domenica della Riforma con un bel culto che ha visto raccolte in questo tempio le rappresentanze di tutte le chiese evangeliche "storiche" di Torino – e anche diversi cattolici - mi sembra utile riprendere la riflessione.
Se devo, infatti, definire quale sia stato il centro della predicazione della Riforma non ho difficoltà ad affermare che questo sia stato l'Evangelo della grazia di Dio, così come è riassunto nei versetti che abbiamo letto della Lettera agli Efesini: «2:8 Ricordate, è per grazia di Dio che siete stati salvati, per mezzo della fede. La salvezza non viene da voi ma è dono di Dio; 9 non è il risultato dei vostri sforzi. Dunque nessuno può vantarsene, 10 perché è Dio che ci ha fatti. Egli ci ha creati e uniti a Gesù Cristo, per farci compiere nella vita quelle opere buone che egli ha preparato fin dal principio» (TILC).
Va notato che queste affermazioni che nel XVI secolo apparvero come rivoluzionarie e scatenarono la polemica producendo la divisione della Chiesa, oggi paiono essere tranquillamente accolte da tutte le chiese cristiane, in quanto tutte affermano di essere radicate su questo principio, anche se io temo che in realtà siano spesso fraintese o rifiutate nei fatti e nella loro radicalità.

2.- Ma, per comprendere a fondo la situazione nella quale ci troviamo, è necessario riprendere un momento i dati della storia. Ho parlato di una rivoluzione, ma quando Lutero, il 31 ottobre 1517, affisse le sue famose 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg non aveva la sensazione di compiere un atto sconvolgente, né tanto meno di fondare una nuova chiesa. Egli voleva prendere posizione contro un aspetto vergognoso della vita della chiesa del suo tempo: la venerazione delle reliquie e il traffico delle indulgenze. In seguito, i suoi avversari dissero che si trattava solo di una bega fra monaci e che il principe di Sassonia, Federico il Saggio, avrebbe favorito la Riforma per impadronirsi dei beni ecclesiastici – che erano notevoli. Ebbene, sono false sia la prima accusa che la seconda. 
Forse non tutti sanno che Federico il Saggio era un collezionista di reliquie: ne aveva 17.443 che permettevano di "lucrare", come si diceva, uno sconto di 127.799 anni e 116 giorni sulla permanenza delle anime in purgatorio. Tra le reliquie vi era della paglia del presepe, il latte di Maria e vi erano anche dei bambini vittime della strage degli innocenti. Il pellegrinaggio dei fedeli presso le reliquie il giorno di Ognissanti era per la città di Wittenberg una fonte di guadagno non indifferente. Quindi, il Principe non "ci guadagnava", ma "ci perdeva" a sostenere Lutero nella sua predicazione.
Per comprendere meglio, possiamo fare un parallelo con la Torino di oggi, dove gli ambienti dell'amministrazione comunale sono visibilmente contrariati per ogni intervento che si opponga all'ostensione della Sindone, anche se si sa che questo è un falso medievale – perché ad ogni ostensione vengono milioni di visitatori!

3.- Ma soprattutto non si può affermare che l'evangelo della grazia fosse una bega fra monaci. Lutero, nei suoi 40 anni predicazione e di insegnamento, ha sempre posto come fulcro del suo pensiero e della sua fede la centralità di Cristo e la gratuità della salvezza donata da Dio. Queste affermazioni che, dette così, sembrano pura astrazione erano invece dinamite posta alle fondamenta del mondo medievale, in quanto rendono vane non solo le dottrine sul purgatorio e sulle indulgenze, ma anche quelle sulla chiesa come amministratrice della salvezza e veicolo della grazia che ancora oggi sono (soprattutto l'ultima) la base del pensiero ecclesiologico cattolico romano. Altro che bega fra monaci: anche se Lutero non ne aveva ancora la chiara percezione, era il mondo intero che veniva rovesciato!
  
4.- Se per il tempo dei Riformatori, affermare la centralità della grazia di Dio voleva dire compiere una rivoluzione, che cosa significa per noi oggi affermare che siamo salvati "per grazia" da Dio (tanto più che, come abbiamo ricordato, tutte le Chiese sembrano allinearsi su questa posizione – ricordo la dichiarazione comune delle chiese luterana e cattolica sulla giustificazione per fede firmata nel 1999)? Significa soltanto riprendere polemiche vecchie, che non parlano più a nessuno? Io non lo credo – anzi, credo che riprendere questo tema ci aiuti non poco a rendere la nostra testimonianza oggi.
a) Noi possiamo dire che Dio ci guarda attraverso Gesù Cristo e, per amore, "ci pone in una giusta relazione con sé" (come traduce la TILC) – e lo fa senza pretendere nulla da noi. Lo fa "a prescindere", come direbbe Totò. Paolo, scrivendo ai Galati, lo sostiene in modo chiaro: se siamo salvati per la nostra obbedienza alla legge, Cristo è morto per niente. Lutero, con una delle sue definizioni fulminanti, disse che se poniamo la fiducia sulle nostre opere di pietà, significa che "non ci fidiamo di Dio".
b) Ciò significa che tutto ciò che era necessario per la nostra salvezza, per il nostro corretto rapporto con Dio, è già stato compiuto in Cristo e pertanto non esistono strutture umane (ideologie o chiese) che gestiscono o garantiscono la salvezza e che impongono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il credente dunque è libero e responsabile.

5.- "Troppo facile"? Questa è l'obiezione che è sempre stata fatta, che cioè una simile dottrina apre la porta al relativismo morale e, di fatto, all'immoralità. Lutero risponde a coloro che vogliono a tutti i costi una legge (e che "non si fidano di Dio") che il credente è "semper peccator, semper penitens, semper iustus". Semper penitens non significa che il credente si debba fustigare in continuazione, ma che non deve fidarsi di se stesso, bensì porsi sempre in questione per cercare di vivere coerentemente, senza preoccuparsi della sua salvezza, perché questa gli è già donata.
Quella tracciata da Paolo e riproposta da Lutero non è la via "troppo facile", ma al contrario è molto impegnativa e richiede nei credenti uno sforzo di maturità non indifferente. Sempre Lutero scrive: "Proficere est nihil aliud, nisi semper incipere", progredire non è altro che cominciare sempre di nuovo. Ciò significa rimettersi continuamente in gioco e cercare, in una sempre rinnovata fedeltà alla Parola, la via da seguire nell'oggi in cui siamo chiamati a testimoniare.
L'epistola agli Efesini dice che noi siamo "vivificati" (cioè "restituiti alla vita") e "risuscitati con Cristo" . Ciò non vuol dire che viviamo sulle nuvole, ma che già ora possiamo guardare al di là dell'orizzonte della nostra storia e vivere della promessa di Dio. E nel fare questo noi vogliamo "fidarci di Dio" (per usare l'espressione di Lutero), mettendo in questione le nostre vite e le nostre convinzioni. Questa è l'etica del protestante: la risposta alla grazia di Dio, un inno all'amore ricevuto e una revisione continua e severa del proprio essere.
Termino con un esempio che mi pare estremamente chiarificatore: il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, per la sua fedeltà a Dio, partecipando al complotto per uccidere Hitler andò decisamente contro tutta la tradizione luterana di fedeltà allo Stato, inteso come "espressione della volontà di Dio per il governo del mondo", secondo la definizione di Paolo in Romani 13. Con quell'atto, io dico, ha saputo mettere in gioco non solo la sua vita, ma anche la sua salvezza eterna in quanto si poneva contro la predicazione secolare della sua chiesa e contro il dettato di Romani 13. 
"Fare ciò che è giusto" fidandosi di Dio, può anche voler dire andare contro i propri principi
 e una tradizione secolare. Anche in questo caso, "progredire significa cominciare sempre di nuovo", affidandosi alla grazia di Dio che è più grande del nostro giudizio, per la costruzione di un mondo migliore e per amore dell'umanità.


                                                                                         Paolo Ribet


Domenica 2 novembre 2014
Tempio Valdese - C.so Vittorio Emanuele II, 23 Torino 

giovedì 16 ottobre 2014


Matteo 22, 15-22

Il tributo a Cesare

Riflessione di Aldo Palladino




Il testo biblico
15 Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole.
16 E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all'apparenza delle persone. 17 Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. 20 Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» 21 Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». 22 Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono.

***
Contesto
Secondo Matteo e Marco, gli oppositori di Gesù segnalati in questo episodio sono  Farisei ed Erodiani. Secondo Luca sono spie inviate dagli Scribi e dai capi dei sacerdoti, tutti gruppi che mal sopportavano l'occupazione romana, ma che la ritenevano un male necessario fin tanto che Roma non interferisse nella loro pratica religiosa. Solo gli Erodiani svolgevano attività non religiosa, ma meramente politica, visto che miravano a stabilire un governo di successori di Erode il Grande.
Tuttavia, pur nella loro diversità, questi gruppi qui sono accomunati dalla medesima intenzione di eliminare Gesù con provocazioni tendenziose per farlo cadere in contraddizione.

Domanda-trabocchetto degli oppositori di Gesù
Ecco, dunque, dopo parole di finta adulazione, l'astuta domanda: "È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?", che potrebbe essere anche così espressa:  "Secondo la Torah è giusto pagare il tributo a Cesare?". Ora tutti sapevano che ogni cittadino doveva pagare il tributo all'imperatore romano. Si trattava del tributum capitis o capitazione, che a differenza dell'imposta fondiaria e di altre tasse, dazi e gabelle, era dovuto da tutti quale atto di assoggettamento di ogni persona del popolo d'Israele al dominatore romano. Quindi la domanda è palesemente capziosa, oltretutto posta con una terminologia che in ebraico ha valore prescrittivo. Inoltre, il tempo e il luogo in cui questi fatti avvenivano, cioè l'approssimarsi della Pasqua – segno di liberazione e libertà per il popolo d'Israele – e nell'atrio del tempio di Gerusalemme, luogo dove in passato sono nate rivolte popolari (come quella di Giuda Galileo), intese a proclamare la sottomissione a Dio e non al potere romano, potevano indurre a configurare come sediziosa quella riunione.
Dunque, la domanda che viene rivolta a Gesù sembra non avere alcuna scappatoia. Se Gesù avesse risposto che bisognava pagare il tributo a Cesare sarebbe stato dichiarato come vile collaborazionista dei Romani e quindi traditore del suo popolo; se avesse risposto che non bisognava pagarlo, sarebbe stato dichiarato ribelle e sobillatore del popolo contro la legge romana.

La risposta di Gesù
Gesù, conoscendo "la loro malizia", con una prontezza di spirito chiede di fargli vedere "una moneta del tribuno", un denaro d'argento. Ciò presuppone che Gesù non abbia mai visto una moneta romana, che reca su una faccia la testa dell'imperatore Tiberio Cesare, con la corona d'alloro sul capo, segno della sua divinità, e sull'altra l'iscrizione "Tiberius Caesar Divi Augusti filius Augustus" (Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto), dichiarato "Pontefice Massimo", cioè sommo sacerdote di un potere pagano. È ipotizzabile che, come vero e pio ebreo, Gesù non abbia voluto infrangere il secondo comandamento: "Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra" (Esodo 20, 4) ed anche la tradizione rabbinica, che vietava di farsi sculture e immagini di ogni tipo, né di possederle e persino di guardarle sulle monete.
Parola chiave è "immagine", in Esodo come anche in Genesi 1,27, nel racconto della creazione: "Dio creò l'uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina".
Chi è immagine di Dio non deve farsi false immagini di altre divinità né deve essere sottomesso ad altre immagini di Dio. Dunque, l'uomo appartiene al suo creatore, a Dio, e solo a Lui deve essere sottomesso. A Dio solo va reso il culto e l'adorazione!

"Di chi è quell'immagine e quell'iscrizione?" chiede Gesù. "Di Cesare" rispondono i presenti.
L'immagine dell'imperatore spetta all'imperatore che l'ha fatta coniare, che si è divinizzato con la sua immagine e ha bestemmiato Dio con la scritta su una moneta, ma l'essere umano, che è immagine di Dio, appartiene a Dio. È per questo motivo che Gesù afferma: " Restituite  a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio"[Restituite è l'esatta traduzione; non è corretto tradurre con "Date"].  
In questo modo Gesù costringe coloro che lo interrogano a darsi da soli una risposta se pagare o meno il tributo a Cesare, ma quello che più gli interessa è insegnare che prima di tutto ciò che conta nella vita è la fedeltà, l'ubbidienza e la sottomissione a Dio. Perché Tiberio, come qualsiasi re della terra, regna con l'autorizzazione di Dio e finché Dio lo vuole.
È evidente che il testo in esame non deve essere inteso come pretesto per non pagare le tasse o per opporsi allo Stato. Non dobbiamo fraintendere l'insegnamento di Gesù, perché non vuole escludere la nostra responsabilità civile, ma vuole solo affermare che la nostra obbedienza prioritaria a Dio include e trascende qualunque altro dovere.

                                                                        Aldo Palladino




lunedì 6 ottobre 2014

Esodo 17,1-7
 "Il deserto dove stilla l'acqua e germoglia la legge"
Predicazione di Gabriele Passantino
Domenica, 28 settembre 2014 
Tempio Valdese di C.so Principe Oddone, 7 - Torino



Il testo biblico
1 Poi tutta la comunità dei figli d'Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini del SIGNORE. Si accampò a Refidim, ma non c'era acqua da bere per il popolo. 2 Allora il popolo protestò contro Mosè e disse: «Dacci dell'acqua da bere». Mosè rispose loro: «Perché protestate contro di me? Perché tentate il SIGNORE?» 3 Là il popolo patì la sete e mormorò contro Mosè, dicendo: «Perché ci hai fatto uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» 4 Mosè gridò al SIGNORE, dicendo: «Che cosa devo fare per questo popolo? Ancora un po', e mi lapideranno». 5 Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Mettiti di fronte al popolo e prendi con te alcuni degli anziani d'Israele; prendi anche in mano il bastone col quale hai percosso il Fiume e va'. 6 Ecco io starò là davanti a te, sulla roccia che è in Oreb; tu colpirai la roccia: ne scaturirà dell'acqua e il popolo berrà». Mosè fece così in presenza degli anziani d'Israele, 7 e a quel luogo mise il nome di Massa e Meriba a causa della protesta dei figli d'Israele, e perché avevano tentato il SIGNORE, dicendo: «Il SIGNORE è in mezzo a noi, sì o no?»


Care sorelle e cari fratelli,                                                                                                     
se leggendo le parole del testo che ci viene proposto oggi, per caso, dovessero venirci in mente le sequenze di alcuni kolossal o di alcuni film per la tv girati, più o meno periodicamente, con l'intenzione di raccontare per immagini la storia di Israele e delle sue peregrinazioni, beh, credo che troveremmo una certa difficoltà a prendere sul serio lo scenario che ci viene descritto nel racconto di Esodo 17. Quella sottile patina cinematografica che avvolge inevitabilmente queste rappresentazioni rischia di allontanarci dall'autenticità di questo racconto, e forse agevola il nostro desiderio inconscio di ridurre le peregrinazioni nel deserto a una metafora senza tempo che scivola facilmente nella favola, magari per una certa angoscia che sottilmente comincia a prendere corpo dentro noi stessi al pensiero del deserto. Riusciamo davvero, care sorelle e cari fratelli, a immaginarci bene il deserto, la sabbia, le pietre? E non il deserto di una gita o di un viaggio organizzato, bensì il deserto come una condizione di vita a tempo non precisamente definito, uno stato esistenziale dominato dagli stenti che, per forza di cose, diventa uno stato mentale di obnubilamento? Il deserto dove ogni azione e ogni stato d'animo sono condizionati dai patimenti, dall'inospitalità dell'ambiente, dall'ostilità atmosferica?
Ecco, care sorelle e cari fratelli, la Parola di Dio di questa domenica ci conduce per mano lungo un itinerario che non appare, a prima vista, precisamente salubre. Si parla di deserto, di marce, di acqua, sì, ma di un'acqua che manca, di una sete opprimente, e di una ricerca disperata che trova la sua meta, imprevedibilmente, in una sorgente rocciosa. E a noi spetta seguirlo, questo itinerario.

1) Il Deserto tra schiavitù e libertà
Un deserto così lungo da attraversare Israele non se lo sarebbe certo aspettato quando gioiva della liberazione dall'Egitto. Dio ha creato dal nulla un popolo, esprimendo al massimo grado la propria potenza creativa, ma poi ha condotto il popolo appena nato, un bambino che pian piano entra nell'adolescenza, a vagare nel deserto per decenni. A dovere sopportare l'angoscia di una vita di stenti, dove la precarietà è la regola, la sicurezza un lusso in cui non si può sperare. Israele si trova sospeso in una condizione che gli appare invivibile. Si trova a vivere in un luogo non-luogo, a sostare in un tempo che appare senza-tempo, disorientato da una promessa di liberazione che ha avuto il suo inizio in Egitto ma non ha ancora trovato il suo compimento, dalla prima – la promessa – che appare sterile e dal secondo – il compimento – che sembra soltanto un miraggio. La promessa è stata annunciata, la speranza proclamata, ma chi può vivere di sole parole, comincia a chiedersi il popolo? Chi può vivere nel deserto senza cibo, senza acqua? La fede comincia a indebolirsi, a erodersi nel caos che caratterizza la vita quotidiana nel deserto. Gli stenti del corpo corrispondono all'indebolimento e al disordine che serpeggiano sempre più tra il popolo. Il deserto aggredisce i corpi, minaccia l'ordine sociale, fa tremare la coscienza, l'anima stessa di un popolo.Israele comincia a comprendere quale sia il prezzo della libertà e della chiamata a responsabilità e, da popolo bambino qual è - al massimo adolescente - è impaurito dalle vere sembianze della libertà e dai costi che ne conseguono, e comincia a regredire, chiedendosi cosa mai lo abbia spinto ad accettare di abbandonare l'Egitto dove, seppur da schiavi, si viveva con la pancia piena, per finire sperduto nel deserto. A cosa serve essere diventati popolo, si chiede Israele, se la nostra guida ci conduce nel bel mezzo del nulla?
Ecco cosa è il vero deserto, cari fratelli e care sorelle!
Forse la nostra dimensione corporale non è direttamente minacciata da stenti e privazioni paragonabili a quanto patito dal popolo di Israele. Forse. Perché nel nostro mondo evoluto troppe persone difettano del necessario per sopravvivere, e risulta davvero difficile ed iniquo imputare fino in fondo lo scoraggiamento e la mancanza di fede a chi non riesce a nutrirsi, a vestirsi, a ripararsi dalle intemperie e dalle malattie. Ma anche volendo limitare il nostro orizzonte alla nostra realtà torinese, alla nostra chiesa, che in linea di massima non è minacciata da fame e sete, che non si trova a sopportare gli stenti che si vivono nel deserto, anche in questo caso, non possiamo certo restare tranquilli. Dalla Parola di Dio siamo interpellati e posti di fronte alla fatica e allo scoraggiamento che proviamo nel nostro cammino, in questo lungo attraversamento che le nostre fedi non ancora mature devono compiere, partendo dalla prospettiva aperta dalla promessa del nostro Signore fino al suo compimento finale. Dobbiamo essere consapevoli di essere in cammino e che le nostre fragilità ci fanno e ci faranno ancora vacillare, ci faranno dubitare. Lo sconforto rende sovente la nostra fede discontinua e la nostra giovane vita di fede bisognosa delle cure e del sostegno del solo Padre che può condurci alla salvezza.

2) L'acqua che manca, la fede che vacilla
In questo racconto di peregrinazione nel deserto, Israele ha sete, ha bisogno di bere acqua. L'acqua non è certo un bene voluttuario, una specie di capriccio con cui il popolo ha cominciato a crogiolarsi. L'acqua è il bene primario, è l'elemento che tiene insieme il nostro corpo, che ci permette di esercitare le funzioni vitali; è l'elemento che rende vivibile un luogo, che lega insieme tutte le forme di vita che abitano il creato. Attraversare questo deserto, dunque, questo luogo senza acqua, significa confrontarsi con una realtà che non corrisponde in pieno alla creazione come voluta dal buon Dio. Ecco, dunque, che le lamentele che il popolo solleva all'indirizzo di Mosè, le mormorazioni che cominciano a circondarne e ad accerchiarne la leadership smettono di sembrarci un luogo comune che vorremmo affibbiare a Israele come una troppo facile etichetta. Certo, Israele viene definito "popolo di dura cervice" più avanti, in Esodo 33, almeno secondo la versione della CEI, ma quanto iniquo sarebbe colpevolizzare un popolo che muore di sete attraversando il deserto? 
E di fronte a queste lamentele, Mosè ci appare come una cerniera su cui convergono le tensioni, le emozioni e i bisogni di un intero popolo. Egli tenta di placare la forza d'urto degli assetati con un sottile argomento, ovvero equiparando la protesta levata contro la sua persona a una sorta di sfida, di messa alla prova di Dio. Come se la fede del popolo necessitasse di un'ipoteca su un determinato comportamento, su una precisa opera che ci si aspetta dal Signore. Come se la fede avesse necessità di trasformarsi in visione! In realtà, è Dio a mettere Israele alla prova. E il giovane popolo è fragile e, nel momento di maggiore debolezza, fallisce, vede cedere la propria fede, e, pur di soddisfare un proprio bisogno primario, crede di potere sfidare il proprio Signore.
In ogni caso, il popolo non sembra afferrare la sottigliezza del ragionamento di Mosè, il popolo è, appunto, assetato. Che, poi, questa sete, questo bisogno incontenibile porti a rivolgere una sfida al Signore, che questa privazione indebolisca la fede a tal punto da rendere quest'ultima dipendente da un comportamento contingente del Signore, ebbene, tutto questo non può davvero costituire uno scandalo: come è possibile pretendere che un'esistenza minacciata gravemente dalla mancanza di un bene primario sia dotata di una fede incrollabile? Fino a che punto meravigliarsi da un lato che Israele cerchi un colpevole della propria sofferenza e, dall'altro, che sia pronto a barattare libertà con pane e acqua?
Forse queste reazioni alle prove non ci suonano familiari? Di fronte alle nostre sofferenze, ai patimenti che proviamo nelle difficoltà, non cerchiamo sempre un colpevole altrove? E, in fondo, non cerchiamo anche noi, goffamente, di mettere alla prova il Signore? Di chi è la colpa se le casse della chiesa sono vuote? Di quegli altri che non versano la contribuzione! Come mai quel fratello si è allontanato dalla comunità? Si vede che lui avrà perso le motivazioni o, addirittura, la fede! Nelle nostre chiese c'è un'emorragia di cristiani e di cristiane? Deve pensarci lo Spirito a illuminare le menti della persone! La mancanza d'acqua, la sete, lo smarrimento che si provano nel deserto sono uno specchio delle difficoltà che viviamo nella nostra vita di fede, nella nuova esistenza adulta cui siamo chiamati dal Signore. Di fronte alle nostre fragilità, tendiamo troppo spesso a chiamare a responsabilità chiunque fuorché noi stessi, persino il nostro Signore!

3) La roccia: la salvezza inaspettata
Il versetto centrale della pericope vede Mosè chiedere aiuto al Signore; egli non sa cosa dire al popolo, non sa cosa fare. Sente a rischio persino la propria incolumità fisica.
Ed ecco l'intervento del Signore! Dio non si lascia vincolare dalla formulazione della richiesta d'aiuto di Mosè. A quest'ultimo, Dio non fornisce consigli tattici o dialettici su come tranquillizzare Israele, ma semplicemente indica dove e come trovare l'acqua. E, parallelamente, Dio non si lascia intrappolare dalla falsa alternativa tra libertà da un lato e pane e acqua dall'altro, così come prospettata dal popolo assetato, ma sceglie di essere il Padre liberatore che sostiene il proprio giovane figlio nel momento della caduta e del bisogno, mostrandosi misericordioso verso le sue debolezze, dandogli da bere e rassicurandolo nel momento più buio.
Ma che cosa rappresenta quest'acqua che scaturisce dalla roccia e con cui Dio placa la sete del proprio popolo? Qual è il profondo significato di questo dono?
Credo che siano almeno tre i livelli di significato che il dono dell'acqua dalla roccia in mezzo al deserto assume in questo racconto:

a) Il dono dell'acqua è un dono d'emergenza, in una situazione di grande inabilità e di patimento che il popolo vive nel soggiorno nel deserto, dono che letteralmente sorregge la comunità di fede nel momento della difficoltà. La sete nel deserto mette a repentaglio l'esistenza fisica stessa di un popolo e questo un Padre lo capisce, decidendo amorevolmente di porvi rimedio;

b) Al v. 6 Dio indica a Mosè il punto dove cercare nella roccia che è in Oreb, promettendo la propria presenza proprio su quella roccia. E' questo un riferimento al Sinai e agli avvenimenti ivi occorsi che indica con intensa forza simbolica il legame tra acqua e legge, tra vita corporea e legge. Come nel deserto, luogo dove la mancanza di vita predomina sulla vita stessa, il dono dell'acqua sostiene e tiene coesa la comunità, allo stesso modo, nel bel mezzo della confusione rappresentata dalla vita nel deserto, il dono della legge muta in ordine il caos. Questa pericope indica simbolicamente nella roccia dell'Oreb, nel Sinai, la sorgente comune di acqua e legge, ovvero la sorgente di vita del popolo, e lega inscindibilmente vita biologica, stabilità morale e ordine cosmico quali doni della misericordia paterna di Dio.

c) Il dono dell'acqua nel deserto, infine, indica che l'azione di Dio è un'azione di creazione. Nel mezzo del caos rappresentato dal deserto, il Signore compie le intenzioni originarie della creazione. Anche il deserto, per quanto inospitale, reca delle potenzialità - porta al suo interno l'acqua - ma solo l'azione di Dio permette a queste potenzialità di venire alla luce.
Questa Parola, care sorelle e cari fratelli, ci indica che proprio nella terribile esperienza del deserto, proprio nelle situazioni di maggiore difficoltà che come chiesa del nostro Signore ci troviamo a vivere nel nostro cammino di fede, Dio non vuole barattare la libertà con la sussistenza, la redenzione con il pane e l'acqua. Proprio nel deserto, proprio nel momento più nero, noi sperimentiamo chi davvero Dio è: è il Padre che dona al proprio popolo sia l'acqua e il cibo per proseguire il proprio itinerario, sia la legge che rende possibile che questo cammino proceda nella libertà. Dio si manifesta come un Dio di amore e di benevolenza. Amore e benevolenza che crescono rigogliosamente anche nel deserto. Amen.

                                                                                Gabriele Passantino