Translate

martedì 24 marzo 2009


Vangelo di Giovanni 20, 20-26
LA CROCE,SEME PER UN GRANDE RACCOLTO


 

di Aldo Palladino

 

Chiesa Valdese di Via Nomaglio, 8 - Torino

Domenica, 22 marzo 2009

 

Il testo biblico

20 Or tra quelli che salivano alla festa per adorare c'erano alcuni Greci. 21 Questi dunque, avvicinatisi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù». 22 Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

23 Gesù rispose loro, dicendo: «L'ora è venuta, che il Figlio dell'uomo dev'essere glorificato. 24 In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. 26 Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l'onorerà.

 

Letture bibliche d'appoggio al testo: Salmo 84; 2 Cor. 1,3-7

 

 

Il contesto

Quest'episodio è raccontato soltanto dall'evangelo di Giovanni per colmare una lacuna narrativa dei Sinottici, ma soprattutto per arricchire gli eventi della Passione.

L'attenzione della folla era cresciuta intorno a Gesù per i suoi miracoli, tant'è che molti Giudei, che avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui (Gv. 11,45). Molti erano stati presenti alla risurrezione di Lazzaro e ne rendevano testimonianza (Gv. 12,17). Altri, invece, "andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto" (Gv. 11,46).

Farisei e capi sacerdoti avevavo maturato forti preoccupazioni ed anche grande irritazione per l'azione di Gesù e dicevano: "Ecco, il mondo gli corre dietro" (Gv. 12,19). E Caiafa aveva detto nel sinedrio: "Voi non capite nulla, e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione". Parola che Giovanni riporta perché la considera profetica (Gv. 11, 50-51).

 

Vedere Gesù

Nel nostro testo, dei Greci [e non "ellenisti", che sono ebrei della diaspora], forse persone convertite o perlomeno simpatizzanti, che si trovavano a Gerusalemme in prossimità della festa della Pasqua,  esprimono il desiderio di "vedere Gesù", che nel linguaggio giovanneo significa che desiderano conoscerlo più in profondità.

Dunque, parlano prima con Filippo, forse perché Filippo era un nome greco o perché probabilmente conosceva il greco, o perché aveva avuto contatti con i Greci della Decapoli. E Filippo parla ad Andrea [il "primo chiamato" dei discepoli, come amano ricordare i teologi ortodossi nel loro dialogo con Roma, fondandosi su Gv. 1, 41-42], e insieme decidono di portare questa richiesta a Gesù. Qui i discepoli fanno da filtro come in altre occasioni (Lc. 18,15-16).

Non sembra che Gesù abbia incontrato i Greci o, se li ha incontrati, non risponde loro direttamente, perché la sua risposta è rivolta ai discepoli. È certo però che la risposta fa riflettere.

Cosa dice Gesù nella sua risposta?

Credo che Gesù dica a tutti quelli che sono animati da curiosità di vederlo che è giunta l'ora in cui lo vedranno nel momento della sua glorificazione (Gv. 12, 23; 13, 1; 17, 1), cioè nel segno più grande della sua vita: la morte per la redenzione dell'intera umanità. L'ora della sua morte è per Gesù l'ora della sua gloria. È il kairòs del venerdì santo e della Pasqua. È come se Gesù dicesse: " Volete vedere e sapere chi sono io? Ebbene, per sapere chi sono io e conoscere me e il mio evangelo dovete attendere la mia croce e la mia risurrezione".

In un'altra occasione, già agli scribi e ai farisei che un giorno gli avevano chiesto: "Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno", Gesù rispose: " Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona" (Mt. 12,38-39). Segno della sua morte.

Se vuoi vedere Gesù, se vuoi conoscere tutto di lui devi andare ai piedi della croce e visitare una tomba vuota!

 

Il significato della morte di Gesù

Ai suoi discepoli Gesù indica che sta arrivando il momento finale, la sua "ora". Ma anche in questa occasione non manca di far capire a loro il senso profondo del suo sacrificio. La metafora è eloquente ed esplicativa del perché va alla morte. Egli parla della necessità che un granello di frumento cada nella terra per morire, perché solo se muore quel seme porta frutto. 

Gesù è il granello di frumento. Solo se il frumento muore può nascere una spiga e dunque tanti chicchi nuovi che rappresentano il raccolto del Signore.

Dunque, la metafora che Gesù presenta è il messaggio fondamentale dell'Evangelo: morire per dare vita ad altri; è l'amore oblativo, l'amore che dà se stesso per generare vita. Siamo dinanzi ad un paradosso: morendo si vive, vivendo si muore; chi perde la sua vita perché la mette a disposizione del prossimo, la conserverà in vita eterna; chi dona se stesso ritrova se stesso.

Questo non è un gioco di parole ma è l'essenza dell'evangelo che sovverte ogni nostro principio di convivenza umana.

Noi siamo portati a vivere per noi stessi; Gesù vive per il bene e la salvezza del mondo.

Noi vogliamo innalzare ed esaltare noi stessi; Gesù si abbassa ed esalta la volontà del Padre suo.

Noi pensiamo alla ricchezza ed al nostro benessere; Gesù non persegue l'amore del denaro e si fa povero per arricchire gli altri.

Nella natura ciò che prevale è l'istinto di autoconservazione e la regola che ne è alla base è:  mors tua vita mea. E l'uomo nel corso della storia ha vissuto sovente con questa regola animalesca. Gesù insegna invece la regola mors mea vita tua, per sacrificare se stessi per amore dell'altro, per donare senza pensare ad un interesse personale.

Gesù insegna a sapersi svuotare e rinunziare ad ogni tipo d'idolatria. Svuotarsi per dipendere unicamente da Dio. Farsi ubbidienti al Padre per produrre frutti alla gloria di Dio.   

In fondo, il comandamento di Gesù è: " …che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita…" (Gv. 15, 12-13).

 

Imparare a "morire"

Gesù ci insegna il significato della sua morte, ma ci dice anche che noi dobbiamo imparare a morire.

La società moderna ha tentato attraverso lo sviluppo economico neoliberale e tecnologico di rendere l'uomo più indipendente e autonomo, tale da non dipendere più da nessuno. Il modello di vita che ci prospetta e che ci costruisce ci costringe a rinchiuderci in noi stessi, nelle nostre case, e ci fa vivere tutti più soli, indifesi, pieni di paure, con la prospettiva che ognuno si risolva i propri problemi, da soli senza ricorrere all'altro. Questo progetto di vita ci rende tutti disumani. 

Gesù dice: "Chi ama la sua vita, la perde". Chi si chiude in se stesso e ama la sua vita solo per se stesso, in un amore egocentrico che serve a curare solo i propri interessi, rovinerà o distruggerà la sua vita. Calvino traduce: "Mettre en perdition", come in tal senso compare in vari loghìa di Gesù (Mt. 10, 39; 16, 25; Mc. 8, 35; Lc. 9, 24; 17, 33). 

Dunque, non si può fare a meno di riscoprire cosa è la vera vita di cui parla Gesù.

È la vita che va vissuta con lo sguardo rivolto al suo modello, alla sua parola e alla sua vittoria definitiva. È la vita vissuta alla sequela di Cristo, tenendo ben saldi i principi di solidarietà, che fa prevalere non il singolo individuo ma la comunità, che realizza una società fraterna e riconciliata, dove ci si mette al servizio non per realizzare se stessi individualmente, ma per procacciare giustizia, pace, verità verso tutti gli uomini.

Nel corso della storia, molti hanno udito e accolto questa parola del Signore ed hanno risposto con l'impegno della propria vita, che quasi sempre si è conclusa col martirio: Antonio Banfo e Willy Jervis davanti al plotone di esecuzione, Jacopo Lombardini nella camera a gas, Dietrich Bonhoeffer alla forca. Sophie e Fritz Scholl davanti al boia di Monaco, l'ortodosso Pavel Florenskij fucilato a Leningrado dopo anni nel Gulag, Martin Luther King davanti al suo assassino, Simone Weil, cristiana senza battesimo morta nel sanatorio di Ashford con l'anima consumata dalla tragedia della storia, della Shoah. L'elenco di uomini e donne che sono stati tribolati, ridotti all'estremo, perseguitati e uccisi, perché hanno voluto essere coerenti con la propria fede e con gli ideali di giustizia e libertà per la salvezza di tutti noi, potrebbe continuare.

Anche noi siamo chiamati, cominciando dalle cose piccole della nostra quotidianità, a vivere la parola del Signore, che alla fine ci onorerà con la sua approvazione: "Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore" (Mt. 25,21).

 

Aldo Palladino

martedì 10 marzo 2009

IL CONGO BRUCIA, ANCORA

di Jean Lèonard Touadi

Lo spettro di un altro genocidio. I nodi irrisolti del conflitto. Le ambizioni dei vicini. Lo spazio vitale del Ruanda. Le risorse minerarie. L'imponenza e l'impotenza della Monuc. Perché dobbiamo salvare l'ex Zaire.

Il Congo brucia ancora una volta. Le cronache da questo gigante territoriale (2.345.000 km², circa tutta quanta l'Europa occidentale) tornano a parlare di ribelli, uccisioni, stupri, bambini arruolati forzatamente nelle varie milizie, sfruttamento selvaggio delle immense ricchezze di questo territorio. Più grave ancora lo spettro di un nuovo genocidio che si aggira per il Congo orientale: da settimane un milione e seicentomila profughi vagano nella giungla senza cibo, acqua potabile nè assistenza. Nella loro fuga s'imbattono in miliziani senza scrupoli pronti a razziarli delle poco cose in loro possesso e a stuprare donne fiaccate dagli stenti della fame e della marcia forzata. A questo macabro gioco di guerra non sfuggono nemmeno le bambine, poi costrette a passare alcune notti in centri protetti presso le missioni cattoliche o presso le poche ONG rimaste operanti nella zona del Kivu.

Come fosse un Sisifo formato-paese, nonostante gli accordi di pace firmati a gennaio dello scorso anno, le lezioni politiche e presidenziali che avevano segnato un'effimera svolta politica, e nonostante la presenza della più imponente ed impotente forza dell'ONU (17.000 soldati), il Congo ha riannodato il filo mai spezzato della sua drammatica storia fatta di violenze cicliche dall'epoca coloniale. Dai crimini di re Leopoldo II  - un genocidio di circa 11 milioni di congolesi tra il 1880 e il1908 - fino ai giorni nostri passando per gli anni terribili dell'indipendenza conseguita nel 1960 e culminata con il martirio del padre dell'indipendenza, Patrice Lumumba. La violenza in Congo non è contingente: è strutturale alla sua nascita, avvenuta al Congresso di Berlino (1885).

 Leopoldo II riceveva il mandato di amministrare lo "stato indipendente del Congo" come sua "proprietà personale" (bestie e uomini compresi): La violenza è la stoffa insanguinata della conquista dell'indipendenza pesantemente condizionata dalla guerra fredda e dagli appetiti delle multinazionali belghe e statunitensi che non intendevano rinunciare ai ricchi giacimenti del Katanga. E' una pesante eredità del regime totalitario e cleptocratico del dittatore Mobutu che ha "regnato" incontrastato sul Congo dal 1965 fino al 1997, quando le truppe del capo dell'Alleanza delle Forze democratiche (ADFL) di Laurent Kabila avviavano la lunga marcia verso la presa di potere a Kinshasa. L'incompiuta transizione congolese, da allora, è una scia di sangue, tradimenti, scissioni e guerre in tutto il territorio nazionale: nemmeno il giovane figlio di Kabila, l'attuale presidente, è riuscito a pacificare il paese.

Ma quali sono i nodi principali della guerra congolese?


Innanzitutto, la costante minaccia all'integrità territoriale del Congo da parte dei suoi vicini con la complicità di forze internazionali che puntano allo sfruttamento delle sue ricchezze.

 

Ricchezze e posizione geostrategica nel cuore del continente, quell'Afrique médiane a metà strada tra l'Oceano indiano e l'Atlantico, tra la minaccia fondamentalista che proviene dal Mar Rosso e dal Corno d'Africa e le riserve strategiche di petrolio del Golfo del Benin e del Golfo di Guinea. Chi controlla il Congo è in grado di dirigere il traffico tra i territori sensibili del Sudan, dell'Etiopia, dell'Eritrea e della Somalia e gli importanti giacimenti del Cabinda, della Guinea Equatoriale e del Congo-Brazzaville.

Senza contare, come ricordato, lo "scandalo geologico" delle risorse minerarie del Congo: uranio (yellowcake fondamentale per l'energia nucleare), oro, diamanti ma soprattutto coltan (colombo-tantalite), indispensabile nella new economy (telefonini gsm, computer e componentistica aeronautica). La geopolitica del cinismo guidata non da motivazioni ideologiche, ma da corposi interessi economici locali e stranieri ha trovato nella peculiarità geologica del Congo il suo laboratorio insanguinato. Interi pezzi di territorio nazionale sono sottratti all'autorità dello Stato (volutamente indebolito) e lasciati alle orde feroci e voraci delle milizie. E' il caso di riaffermare la tesi congolese – suffragata dalla Carta fondativi dell'Organismo panafricano - dell'intangibilità delle frontiere ereditate dalla colonizzazione e che nessun vicino può unilateralmente rimettere in discussione sotto qualsiasi motivo.

Poi, la questione delle garanzie da fornire al Ruanda in merito alla permanenza delle milizie hutu alla frontiera con il Congo, cui si aggiunge il pretesto spesso usato in questi anni della protezione delle etnie di ceppo tutsi che vivono nell'Est del Congo. Sono due questioni che non bisogna sottovalutare perché costituiscono l'argomentazione di base del Ruanda per il suo, diciamo cosi, interesse per il Congo. Occorre ricordare che la presenza delle milizie hutu (FDLR= Forze democratiche per la liberazione del Ruanda) nella parte orientale del Congo è ormai residuale e comunque non tale da minacciare il ben addestrato ed equipaggiato esercito ruandese. Nessuno nega tuttavia il diritto-dovere del Ruanda di difendere il suo territorio. La questione semmai è quella di stabilire se questa difesa debba avvenire a partire dal territorio congolese controllato attraverso milizie amiche e non invece a partire dal territorio ruandese stesso.

Esiste, senza dubbio, il legittimo sospetto di un eccesso di legittima difesa da parte ruandese. La questione di uno spazio vitale per il Ruanda - cosi esiguo territorialmente e con una popolazione in forte crescita - esiste, ma Kigali non dovrebbe risolverla occupando un pezzo di territorio congolese. La soluzione sta nella costituzione di una comunità regionale dei Grandi laghi, con una concordata libera circolazione dei beni e delle persone, uno spazio di scambio economico, delle parziali cessioni di sovranità in materia doganale e di codice degli investimenti. Questa soluzione avrebbe il vantaggio non secondario di interrompere il secolare faccia a faccia tra tutsi e hutu inserendoli in un contesto relazionale più vasto. Questo potrebbe essere lo scopo principale di una conferenza internazionale dei Grandi laghi incaricata di definire, in un quadro condiviso e con impegni costringenti per le parti, i nuovi assetti della regione. E' convinzione di tutti che è tramontata l'era degli accordi separati. La regione dei Grandi laghi africani aspetta una sua "Yalta" che possa fissare i nuovi equilibri e gli obiettivi d'integrazione.

Il governo congolese di Kabila ha dimostrato la sua incapacità di assicurare la pace dentro i confini nazionali. Resterà a lungo nella mente dei congolesi l'immagine del proprio esercito in fuga dalle zone di combattimento. Il primo ministro uscente Gizenga non ha mai messo piede nel Kivu in due anni d'incarico. Il nuovo governo ha avuto come mandato prioritario quella di garantire la sicurezza e la stabilità nei confini orientali del paese.

Ma è nella gestione delle risorse minerarie che Kabila non ha innovato rispetto al passato recente del paese: la stragrande maggioranza dei congolesi vive sotto la soglia di povertà, l'inflazione è altissima, il potere d'acquisto inesistente, i servizi di base carenti e le infrastrutture fatiscenti.

E ciò nonostante i contratti miliardari firmati con le potenze occidentali e le multinazionali cinesi (l'ultimo proprio nella regione del Kivu). Non ci sarà pace in Congo se la ricostruzione e la normalizzazione non passeranno dalle declamazioni governative alla vita concreta dei congolesi. Non potrà esistere una nazione congolese senza uno Stato. L'urgenza per Kabila è duplice: da un lato ristabilire i principi basilari della statualità dopo la completa liquefazione dello Stato durante i lunghi anni del regime di Mobutu; dall'altro operare per assicurare alla popolazione il soddisfacimento dei bisogni essenziali che sono diritti basilari di cittadinanza. Senza prima ripristinare l'amministrazione centrale sarà difficile rivendicare la sovranità su un territorio senza regole e un popolo senza comunità.

La comunità internazionale deve onorare il proprio debito nei confronti della regione dei Grandi Laghi africani. Perché non ha impedito il genocidio ruandese e perché ha lasciato i congolesi da soli ad assorbire l'onda d'urto di un genocidio che ha rilasciato le sue scorie tossiche nel vicino Congo. L'imponenza e l'impotenza della Monuc sono un'onta per la diplomazia internazionale. Le immagini della popolazione di Goma che aggredisce le forze internazionali che avevano la missione di proteggerla sono emblematiche della rabbia e della frustrazione del Congo nei confronti della comunità internazionale. Essa può riscattarsi subito, attraverso la creazione di corridoi umanitari per portare soccorso alle popolazioni in fuga; operando per creare le condizioni di un ritorno alla normalità nel più breve tempo possibile con programmi mirati, risorse certi e tempi lunghi d'attuazione.

Salviamo il Congo perché una parte della nostra umanità sta morendo insieme alle popolazioni del kivu nelle foreste e nei campi profughi. Salviamo il Congo perché non è giusto che popolazioni inermi paghino il costo della globalizzazione impazzita che sconvolge i territori e disumanizza le comunità in nome delle materie prime da sfruttare a qualunque costo. Salviamo il Congo perché è il cuore dell'Africa. Il cuore malato di un corpo che aspetta di diventare il partner dell'Europa per la nascita dello spazio euroafricano.

10/10/2008                                                                                          Jean Léonard Touadi

 

Ho deciso di pubblicare quest'articolo dopo aver ascoltato le relazioni di amici Congolesi in occasione di una conferenza presso la Casa Valdese, a Torino.

Noi cristiani di qualunque confessione non tolleriamo il silenzio dinanzi allo scempio, alle distruzioni, alle devastazioni e allo sfruttamento della popolazione e del territorio del Congo, perché chi tace è complice.

Per questo motivo, vogliamo a gran voce denunziare tutte le manovre politiche, economiche di quelle nazioni o di quelle multinazionali, occidentali e non, e di ogni gruppo di potere, che si prefiggono di accrescere la propria ricchezza e di mantenere il proprio livello di benessere ai danni delle popolazioni africane e del Congo in particolare.

 

Aldo Palladino

domenica 1 marzo 2009

Matteo 4,1-11

La tentazione di Gesù

 

Predicazione di Aldo Palladino

 


Chiesa Evangelica Battista
Via Viterbo, 119 – Torino
Domenica, 1 marzo 2009


Il testo biblico

1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"» [Deut. 8,3].

5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto:

"Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo,

ed essi ti porteranno sulle loro mani,

perché tu non urti con il piede contro una pietra"» [Salmo 91,11-12].

7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"» [Deut. 6,16].

8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: 9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"»[Deut. 6,13].

11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

 

Letture d'appoggio: Salmo 70; Eb. 4,14-16

 

Gesù nel deserto

questo episodio della tentazione di Gesù si trova nei vangeli sinottici subito dopo il battesimo al fiume Giordano dove, come ricorderete, ci fu quella gloriosa visione dei cieli che si aprirono, dello Spirito Santo che scese in forma di colomba, della voce dal cielo che disse: " Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto" (3,16-17).

Il nostro testo afferma che Gesù è condotto "dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo". Perché nel deserto per 40 giorni?

Perché il deserto è metafora della nostra vita, con tutta la sua bellezza ed il suo fascino, ma – ahimè – anche con le sue insidie e la sua aridità.
Il deserto è il luogo del silenzio e della meditazione, dove le domande sul senso e sullo scopo della vita si fanno più pressanti, dove tu vai alla ricerca della tua vera identità.

Nel deserto (midbar) si sperimenta la pedagogia di Dio, che ti incontra e che si rivela come colui che parla (meddaber) al tuo cuore (Osea 2, 16).

Ma il deserto della nostra vita è il luogo di combattimenti incessanti, di incontri e scontri, è un luogo di tentazioni, e dunque esso è anche una grande scuola di formazione che ci insegna a riconoscere il nemico che ci insidia, cioè colui o colei o quella cosa che ostacola la nostra relazione con Dio e che ci fa deviare dal nostro cammino con Lui.

Il deserto è il luogo dove Dio prova la nostra fede. Sì, Dio prova la nostra fede. Non dobbiamo stupirci di questo, perché la sua prova non è un giudizio su di noi, ma una scuola nella quale la nostra fede si fortifica e diventa consolazione quando sei nello sconforto, diventa una perfetta armatura quando cerchi protezione e mette le ali alla tua ricerca di libertà e di felicità. La prova ti fa diventare adulto, ti fa crescere, ti rende sapiente e ti insegna a camminare fidando completamente nel Signore e nella sua Parola.

Viene da pensare alla prova a cui fu sottoposto Abramo, quando Dio gli chiese di sacrificare il figlio unico, Isacco (Gen. 22,1-2), ed anche ai quaranta giorni e alle quaranta notti di Mosé sul monte Sinai, prima che Dio gli desse le tavole con i dieci comandamenti (Es. 34,28; Deut. 9, 9.18) o al profeta Elia o alla dura esperienza di Giobbe .

Ma il numero quaranta evoca anche il numero degli anni in cui Israele rimase nel deserto, dove fu messo alla prova da Dio per vedere cosa c'era nel suo cuore.

Anche Gesù, dichiarato Figlio di Dio al Giordano, come uomo doveva essere messo alla prova.

 

Tre tentazioni

Il nostro testo ci parla di tre tipi di tentazioni. Perché? Perché quando Gesù ha iniziato il suo ministero, nella società giudaica sono nate delle forti aspettative sul messianismo di Gesù, che doveva essere, a seconda degli orientamenti delle masse:
a) un "riformatore sociale";
b) un "taumaturgo di successo e di prestigio";
c) un "riformatore politico".

 

La prima tentazione

Nella prima tentazione Gesù deve affrontare un bisogno materiale, il bisogno di mangiare, perché dopo 40 giorni di digiuno, il nostro testo ci dice che "ebbe fame".

Ed ecco la tentazione: ""Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pane".

Dostoevskij nell'opera I Fratelli Karamazov queste parole le commenta così: «Vedi tu queste pietre in questo nudo e infuocato deserto? Mutale in pani e l'umanità sorgerà dietro a te come un riconoscente e docile gregge, con l'eterna paura di vederti ritirare la mano e rimanere senza i pani».

Il senso della proposta satanica è limpido: non sei qui per guidare l'umanità? Risolvi i suoi problemi - e quello del pane è il primo - e ad essa non parrà vero di consegnarti la sua libertà.

Se avesse trasformato le pietre in pani avrebbe mostrato che non aveva bisogno del Padre per vivere. Invece, la sua risposta è stata: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio". Il vero miracolo è la perfetta ubbidienza alla volontà del Padre. Questo è il cibo di cui si nutre e vive Gesù. Lo disse ai suoi discepoli: " Il mio cibo è di far la volontà di colui che mi ha mandato" (Giov. 4,34). Dunque, Gesù qui rifiuta la tentazione a diventare un "messia riformatore sociale" in grado di risolvere il problema delle masse affamate. Qualcuno ha affermato che Satana ha cercato di indurre il Signore a diventare un fornaio piuttosto che il Salvatore dell'umanità.

Anche oggi, dinanzi alla crisi economico-finanziaria tra le più gravi che la nostra società abbia avuto negli ultimi 80 anni, c'è quest'idea di aspettare qualcuno, una persona o un ordine nuovo, che risolva il problema di tanti lavoratori che perdono il posto di lavoro e che si trovano in seria difficoltà a procurarsi del pane essenziale alla vita. Si aspetta qualcuno che abbia il potere di trasformare le pietre in pani.

Come cristiani, discepoli e seguaci di Gesù, non stiamo con le mani in mano dinanzi alle difficoltà del momento e desideriamo assumerci le nostre responsabilità per cercare soluzioni a questa crisi, ma non possiamo esimerci dal pregare il Padre Nostro e dire: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano".

Come Israele nel deserto, anche noi saremo nutriti della manna e impareremo la grazia di Dio, che ci provvede giorno per giorno ciò di cui abbiamo bisogno. Il pane è necessario, ma il pane non basta: occorre cibarsi e vivere della Parola di Dio, quella Parola che educa le coscienze e rende solidali.

 

La seconda tentazione

In questa tentazione, Gesù è condotto a Gerusalemme, sul pinnacolo del Tempio (=piccola ala del Tempio). Non sappiamo se sia stato realmente trasportato o sia stata una visione o un dubbio della sua mente; in ogni caso, a Gesù, Figlio di Dio, è stato proposto di gettarsi giù dal tempio, tanto Dio, attraverso i suoi angeli, lo avrebbe preso a volo e sostenuto (Salmo 91,11-12).

All'uso provocatorio e blasfemo della Scrittura da parte del diavolo, Gesù risponde con un'altra parola della Scrittura: "Non tentare il Signore Iddio tuo" (Deut. 6,16).

Gesù ci insegna che la vera fiducia in Dio non consiste nel mettere alla prova Dio e a verificare se egli sia presente nella nostra vita attraverso suoi interventi soprannaturali, ma nella sottomissione a lui e nella totale fiducia in Lui senza dubitare.

Israele nel deserto commise il peccato di dubitare se Dio era tra loro quando a Massa (= tentazione) e Meriba (=contesa) tentarono il Signore dicendo: "Il Signore è in mezzo a noi, si o no?" (Es. 17,6-8).

Impariamo da questa seconda tentazione come il mondo ci possa sedurre proponendoci un cristianesimo legato al successo. È diabolico pensare di avere noi ogni soluzione nelle mani, visto che siamo figli di Dio.

Quanti tentativi sono stati fatti nel corso della storia per fare di Cristo un semplice taumaturgo e del cristianesimo un'ideologia miracolistica, che a richiesta sapesse soddisfare i desideri delle masse!

Anche a Gesù i contemporanei chiedevano sempre nuove prove, nuovi miracoli e sempre più spettacolari, come quando gli scribi e i farisei gli chiesero: "Noi vorremmo vederti fare un segno" (Mt. 12, 38). E Gesù rispose: "Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona" (Mt. 12, 39), cioè il segno della morte e della risurrezione di Gesù.

Chi cerca una religione dei miracoli non ha ancora compreso il messaggio dell'Evangelo, che ci porta alla croce, ci fa vedere la tomba vuota, che ci annunzia che Gesù è risorto e ci invita ad adorare Dio in Spirito e in verità,.

 

La terza tentazione

È l'idolatria: "Tutte queste cose io le darò a te, se prostrandoti, tu mi adori", dice Satana;. E Gesù, parafrasando Deut. 6,13, risponde: " Adora il Signore Iddio tuo, ed a lui solo rendi il culto".

Come nel giardino d'Eden, dove il serpente antico aveva sedotto Eva ed Adamo dicendo loro che sarebbero diventati come Dio, qui Satana offre a Gesù i regni della terra in cambio della sua adorazione. Ma Gesù lo scaccia via citando ancora una volta la Scrittura, che nella sua vita ha un'importanza centrale.

La tentazione è di essere un Messia "riformatore politico" che avesse il controllo dei regni della terra attraverso un potere forte, prestigioso, senza Dio e, dunque, asservito al potere del male. Un Messia capace di sconfiggere il nemico romano e fosse il restauratore della casa Davidica con la forza delle armi.

Gesù rifiuta quel tipo di Messia. Egli adora Dio, l'unico vero Dio, e non si sottomette a nessun altro, neanche in cambio di tutti i regni della terra. La sua vocazione non è il potere, ma il servizio. La sua vocazione non è essere seduto nei palazzi del potere, ma è tra la gente per servire il prossimo.

Oggi, la nostra società, in modo particolare quella italiana, patisce una crisi di valori, perché tutti pensano al successo, al potere personale, a dominare gli altri, a fare soldi, senza mettere in gioco nulla di sé per il bene del paese. Sta prevalendo nella nostra Italia una cultura che ha dimenticato ogni sentimento di solidarietà, di accoglienza, di condivisione, di abnegazione e di servizio per il bene di tutti, in uno spirito di giustizia e di pace. Una società costruita su uno spirito di dominio e di sopraffazione non può reggere nel tempo ed è destinata ad implodere. Al contrario, una società fondata su principi di vera libertà e democrazia, di rispetto, di amore e di servizio per Dio e per il prossimo è destinata a prosperare.   

 

Gesù ha vinto per noi

Le tre tentazioni di Gesù ci inducono ad una seria riflessione sulla coerenza tra la nostra fede, che professiamo, e la nostra vita, che pratichiamo. Troppo spesso sacrifichiamo principi di fede pur di ottenere qualche vantaggio o qualche interesse personale in qualche attività della nostra vita.

Gesù ci insegna ad essere figli di Dio fino in fondo, a saperci opporre alle insidie, alle tentazioni ed alle seduzioni di questo mondo, perché "egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato" (Eb. 4,15). Dunque siamo sempre chiamati ad avere una fede salda e non vacillante, a metterci nella sequela di Cristo.

La vera libertà si conquista non con le lotte di potere, né guadagnando tutte le ricchezze di questo mondo, né conquistando posizioni di primato e di grande successo. La vera libertà è un dono che Dio ci elargisce in Cristo, perché Gesù Cristo ci rappresenta come uomo, prendendo si di sé tutta la nostra misera umanità di peccato.

Il destino finale di Gesù alla croce, con la sua resurrezione e la sua glorificazione, non poteva avere delle scorciatoie e, dunque, imponeva un cammino obbligato. La strada per la vittoria finale era costellata di ostacoli a cominciare dall'esperienza del deserto. La sua vittoria non è stato un evento di un momento, ma è la vittoria che ha conseguito durante tutta la vita. E Gesù ha vinto ogni giorno per noi; ora vuole vincere in noi e con noi dandoci la forza e il coraggio di affrontare le tentazioni e superarle. 

Se il mondo vuole eliminare Dio dall'orizzonte della vita, noi siamo chiamati ad affermare la sua signoria e la sua sovranità e ad invocare sempre il suo intervento nella nostra vita, pregando: "Io sono misero e povero; o Dio, affrettati a venire in mio aiuto; tu sei il mio sostegno e il mio liberatore" (Salmo 70,5). Amen.  

 

                                                                                    Aldo Palladino