Non dimenticate l’ospitalità
Predicazione del Past. Michel Charbonnier
Domenica, 19 luglio 2026, Tempio valdese (centro) di Torre Pellice (TO)
Il testo biblico
“L'amor fraterno rimanga tra di voi. 2 Non dimenticate l'ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli”.
Altra lettura di appoggio: Genesi 18,1-10a
“Non dimenticate l’ospitalità”
Con queste parole la lettera agli Ebrei non ci esorta ad una generica ospitalità - aprire la nostra casa agli amici, ad esempio - ma ad un tipo ben preciso di ospitalità: quella nei confronti degli stranieri.
Il termine greco che viene tradotto con “ospitalità” è infatti “filoxenìa”: un termine che, riflettendoci su un attimo, chiunque non conosca il greco ma conosca l’italiano sa tradurre letteralmente. Esso è infatti l’esatto contrario di un altro termine di origine greca che - purtroppo - è oggi molto attuale: la xenofobia, la fobia - cioè l’avversione o semplicemente la paura - nei confronti dello straniero. Filoxenìa è il contrario: è l’amicizia, è l’amore verso lo straniero, che si manifesta innanzitutto attraverso l’accoglienza. In questo senso, la traduzione “ospitalità” `è corretta, ma dovremmo aggiungere: non dimenticate l’ospitalità nei confronti degli stranieri; non dimenticate di accogliere lo straniero.
La lettera agli Ebrei non fa dunque altro che riprendere un concetto fondamentale di tutta la Bibbia: l’amore nei confronti dello straniero, affermato con forza in vari passi dell’AT. Quello su cui vorrei che oggi ci soffermassimo non è tanto il comandamento in sé dell’amore verso lo straniero, quanto le motivazioni che stanno dietro al comandamento. Motivazioni che sono di vario genere. Vediamole.
La prima motivazione è quella del passo che abbiamo appena ricordato: “Amate lo straniero, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Deut. 10,19); la stessa motivazione è ripetuta più volte, anche in Esodo 22,21, 23,9 e nel Levitico 19,34. E’ interessante citare Esodo 23,9: “Non opprimere lo straniero; voi lo conoscete l’animo dello straniero (o: la vita dello straniero), giacchè siete stati stranieri nel paese d’Egitto”. Proprio perché avete sperimentato che cosa significhi essere degli emigrati, dovete amare l’immigrato. Inutile sottolineare che questa motivazione è di particolare rilevanza per noi italiani, che da secoli siamo stati un popolo di emigrati.
Vi è poi una motivazione di tipo egualitario, che tende cioè ad equiparare i diritti del forestiero a quelli dell’israelita. Anche qui si potrebbero citare vari passi: ne menzioniamo solo due, Levitico 19,34: “Il forestiero che soggiorna fra voi, lo tratterete come colui ch’è nato fra voi” e 24,22: “Avrete una stessa legge per il forestiero e per il nativo”.
Vi sono poi testi che esprimono una preoccupazione di tipo sociale; lo straniero è visto come una categoria debole da proteggere, accanto ad altre categorie deboli come gli orfani e le vedove. Un testo per tutti: Geremia 7,6: “Non opprimete lo straniero, l’orfano e la vedova”.
Vi è infine una motivazione di tipo teologico: lo straniero va amato perché Dio stesso ama lo straniero e gli dà pane e vestito (Deut. 10,18), perché Dio protegge i forestieri (Salmo 146,9). Addirittura, in Cristo, Dio si identifica nel forestiero: Matteo 25,35 “Fui forestiero, e m’accoglieste”.
Tutte queste motivazioni sono valide e interessanti. Hanno però un limite: sono tutte motivazioni di tipo “negativo”. O, per meglio dire, sono tutte motivazioni che invitano a dare, ad aiutare qualcuno - lo straniero - che è nel bisogno, che è in una situazione sfavorevole. In tutti i testi citati lo straniero è il bisognoso, è il povero, è l’oppresso. È un peso che va sopportato, un elemento debole che va protetto, una presenza problematica che va però tollerata.
Certamente, ciò corrisponde alla verità, anche oggi.
Ma ho l’impressione che, finché il nostro amore per lo straniero si alimenta di queste motivazioni di tipo negativo, o se volete di tipo “assistenziale”, finchè l’amore per lo straniero è fondamentalmente pietà e misericordia, non siamo ancora giunti alla vera filo-xenìa, al vero amore per lo straniero. Ameremo lo straniero perché bisogna pur farlo, ma resteremo convinti che la sua presenza è pur sempre quanto meno una rottura di scatole, se non addirittura una minaccia.
Nel testo della lettera agli Ebrei troviamo qualcosa che ci fa fare un passo in avanti. Come motiva il nostro testo la filoxenìa, l’ospitalità nei confronti del forestiero? “Non dimenticate l’ospitalità perché, praticandola, alcuni, senza saperlo, hanno ospitato degli angeli”. Strana motivazione, a prima vista. Ma non dobbiamo pensare agli angioletti con le ali e l’aureola in testa. Angelo significa messaggero di Dio, e il riferimento è a una serie di episodi biblici, primo fra tutti quello di Abrahamo e Sara che abbiamo letto (Genesi 18): senza saperlo, Abramo ha accolto degli angeli, vale a dire dei messaggeri dell’Eterno, che gli annunciano che, finalmente, Sara avrà un figlio.
Ecco finalmente una motivazione positiva: lo straniero non è solo un incomodo, ma può essere una ricchezza. Forse proprio il forestiero è un inviato dell’Eterno, è qualcuno che ha un messaggio per noi da parte di Dio. Che ne sai? Forse quel forestiero è un angelo. È qualcuno che ha un messaggio per te, una ricchezza da offrirti. Non è solo un peso. Come Dio, nella sua libertà, si serve del re pagano Ciro o dell’eretico samaritano, così la presenza nel nostro paese di immigrati che hanno una pelle, una cultura e anche una religione diversa dalla nostra può essere una ricchezza per noi. Lo straniero può essere un angelo del Signore, perché ha qualcosa da darci, qualcosa da testimoniare, qualcosa da insegnarci. Possiamo imparare dalla sua esperienza, dalla sua cultura, dalla sua stessa fede; possiamo ricevere dal suo amore.
Ma se la ricchezza di cui parla la lettera agli Ebrei non fosse solo fatta di sguardi, di testimonianze, di cultura, di insegnamento?
Nel 2014, nella chiesa metodista a Bologna, abbiamo presentato un libro, insieme agli autori Luigi Manconi e Valentina Brinis e al comico, attore, drammaturgo e scrittore Alessandro Bergonzoni: Accogliamoli tutti. Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati.
Il libro sostiene che le politiche dei respingimenti e della repressione, dietro cui si cela spesso un'ostilità intrisa di xenofobia e tentata dal razzismo, sono disastrose perché contrarie alle esigenze profonde dell'economia e della società. Sono politiche costose (ed eravamo nel 2014, ben prima dei milioni spesi per i centri in Albania, per non parlare dei deliri sulla remigrazione, che altro non è che propaganda populista, visto che avrebbe costi assolutamente astronomici); sono politiche che favoriscono l'aumento della criminalità e il lavoro nero.
Riconoscere diritti e offrire occasioni di inserimento agli immigrati è invece la scelta più opportuna per la sicurezza collettiva, per risolvere i drammatici problemi demografici e rilanciare industria e agricoltura. Non solo badanti, infermieri e pizzaioli: i dati testimoniavano già allora che i lavoratori stranieri sorreggono interi settori, senza entrare in competizione con i lavoratori italiani.
La tesi è nel titolo provocatorio. Accogliere tutti. È questa l'unica politica efficace in materia di immigrazione. È la soluzione più utile e produttiva per gli immigrati, ma soprattutto per gli italiani. Gli autori dimostrano, con argomenti sempre basati sulla realtà dei dati e dei fatti, che l'arrivo di donne e uomini stranieri è un'opportunità di salvezza per una società invecchiata e immobile come la nostra, per il suo dissestato sistema produttivo e il suo welfare in crisi. Dei veri e propri angeli, insomma.
Lo straniero come angelo, dunque, lo straniero come ricchezza: ecco il salto di qualità che siamo chiamati a fare se vogliamo davvero amare lo straniero.
Vorrei concludere ricordando un’antica tradizione dei nostri fratelli ebrei, almeno di quelli che non sono stati ancora intossicati dalla disumana propaganda sionista e xenofoba del governo israeliano. E’ tradizione dei pii israeliti di lasciare, specie nelle feste, un posto in più a tavola: un posto apparecchiato. Sul piano teorico, è il posto del profeta Elia. Perché chissà se il viandante che bussa alla tua porta non è proprio il profeta Elia, che, ricorderete, era stato “rapito in cielo”, e, dice la tradizione, deve tornare ad annunciare l’era messianica? Ma a livello pratico, questo posto viene lasciato per i poveri, per i viandanti, per lo straniero che bussa alla tua porta.
Mettiamo anche noi, alla nostra mensa, un posto libero: il posto del profeta Elia, il posto dell’angelo di Dio, il posto dello straniero.
Amen.
Past. Michel Charbonnier

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