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martedì 26 gennaio 2021

 

           Marco 5, 1-20

                                                                       L'indemoniato di Gerasa

                                                                     Un commento di Aldo Palladino

Il testo biblico

1 Giunsero all'altra riva del mare, nel paese dei Geraseni. 2 Appena Gesù fu smontato dalla barca, gli venne subito incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo, 3 il quale aveva nei sepolcri la sua dimora; nessuno poteva più tenerlo legato neppure con una catena. 4 Poiché spesso era stato legato con ceppi e con catene, ma le catene erano state da lui rotte, e i ceppi spezzati, e nessuno aveva la forza di domarlo. 5 Di continuo, notte e giorno, andava tra i sepolcri e su per i monti, urlando e percotendosi con delle pietre. 6 Quando vide Gesù da lontano, corse, gli si prostrò davanti 7 e a gran voce disse: «Che c'è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi». 8 Gesù, infatti, gli diceva: «Spirito immondo, esci da quest'uomo!» 9 Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?» Egli rispose: «Il mio nome è Legione perché siamo molti». 10 E lo pregava con insistenza che non li mandasse via dal paese. 11 C'era là un gran branco di porci che pascolava sul monte. 12 I demòni lo pregarono dicendo: «Mandaci nei porci, perché entriamo in essi». 13 Egli lo permise loro. Gli spiriti immondi, usciti, entrarono nei porci, e il branco si gettò giù a precipizio nel mare. Erano circa duemila e affogarono nel mare. 14 E quelli che li custodivano fuggirono e portarono la notizia in città e per la campagna; la gente andò a vedere ciò che era avvenuto. 15 Vennero da Gesù e videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che aveva avuto la legione; e s'impaurirono. 16 Quelli che avevano visto raccontarono loro ciò che era avvenuto all'indemoniato e il fatto dei porci. 17 Ed essi cominciarono a pregare Gesù che se ne andasse via dai loro confini.

18 Com'egli saliva sulla barca, l'uomo che era stato indemoniato lo pregava di poter stare con lui. 19 Gesù non glielo permise, ma gli disse: «Va' a casa tua dai tuoi, e racconta loro le grandi cose che il Signore ti ha fatte, e come ha avuto pietà di te». 20 Ed egli se ne andò e cominciò a proclamare nella Decapoli le grandi cose che Gesù aveva fatte per lui. E tutti si meravigliavano.

 

Testi biblici paralleli: Mt. 8,28-34 e Lc. 8,26-39

 

     Il vangelo di Marco è il più antico tra i vangeli sinottici, per cui è legittimo chiedersi dove Marco abbia attinto questa storia. Molti studiosi hanno sostenuto che abbia attinto alla tradizione, altri che abbia costruito integralmente questa storia a fini apologetici della divinità di Gesù e c'è chi pensa sia una storia reale ma non vera. È verosimile che Marco si sia ispirato a Isaia 65,1-4 in cui viene denunciata la venerazione dei morti e l'impurità del popolo d'Israele con le immagini delle tombe e dei cibi impuri come atti di ribellione contro Dio. Nondimeno, è un racconto ricco di insegnamenti che delinea il carattere salvifico e liberatorio di Gesù nei confronti di quanti ha incontrato lungo le vie della Palestina e di coloro che odono, ascoltano e ricevono il suo evangelo.

     Gesù, dunque, attraversa il Lago di Tiberiade o Mar di Galilea e sbarca nel territorio pagano della Decapoli (ΔεκάπολιςDekápolis, "dieci città"), abitato nel corso della storia dai greci e poi anche dagli occupanti romani. Quindi è una popolazione prevalentemente di gentili, di pagani considerati impuri.

     Non c'è accordo nei manoscritti greci sulla località del racconto. Matteo parla di Gadara (8,28), Luca cita Gerasa (8,26) seguendo la linea di Marco (5,1). Sono due città molto distanti dal Lago di Tiberiade che mal si conciliano con il racconto dei porci che precipitarono nel lago.

Origene, invece, che individua la località in Gergesa, riferisce del paese dei Gergeseni o dei Ghirgasei di Genesi 10,16.

Ma nel 1928, scavi archeologici avrebbero identificato il luogo del precipizio dei porci nella località di Mogà Adla nel territorio della città di Kursi che con Gerasa (o Kerasa) aveva in comune tre lettere (KRS). Ci sarebbe stata,quindi, una errata interpretazione di quelle lettere.

 Incontro con l'indemoniato e sua descrizione (vv. 1-5)

     Appena la barca approda sull'altra riva, Gesù scende dalla barca. Non si sa se siano scesi anche i discepoli, che non compaiono in tutto l'episodio. E subito gli va incontro un uomo. Marco dà una sommaria descrizione di quest'uomo: è "posseduto da uno spirito immondo" (v. 2), vive e dimora tra i sepolcri della necropoli (i sepolcri erano grotte scavate nelle colline rocciose), era stato legato con ceppi e catene (v. 3-4) per contenerlo e ridurlo all'impotenza ma lui le aveva rotte con la sua forza inaudita; trascorre i giorni tra i sepolcri e sui monti; inoltre urlava e si percuoteva con delle pietre (v. 5).

Possiamo farci un'idea di quest'uomo: è un uomo demente, un pazzo, tanto inavvicinabile e intrattabile che la comunità lo ha emarginato e allontanato dai luoghi della società "normale" per non avere niente a che fare con lui. È un uomo solo, che tutti schivano, che non ha rapporti con la vita civile. Infatti, trascorre il suo tempo tra i sepolcri e i monti, notte e giorno.

Incontro con gli spiriti (vv. 6-10)

Alla vista di Gesù, l'indemoniato si rivolge a Gesù dicendo: «Che c'è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi». È una formula di riconoscimento della figura di Gesù come Figlio di Dio, della sua divinità e del suo potere di guarigione e salvezza.

     Ma perché l'indemoniato chiede di non essere tormentato? Perché gli spiriti che lo possedevano e lo dominavano sanno bene che la sola presenza di Gesù è l'irruzione della luce nel mondo delle tenebre, è la fine della schiavitù, la vita nuova che irrompe per liberare dai ceppi e dalle catene spirituali tutti coloro che vivono come morti viventi, è l'ora della liberazione dei prigionieri e della punizione degli spiriti carcerieri. Gesù, dunque, rappresenta la rovina e la fine di quegli spiriti, che a ragione sono profondamente turbati per l'imminente giudizio di Dio. Gesù, infatti, chiede allo spirito immondo di uscire da quell'uomo. Qualunque sia la malattia, fisica o mentale, Gesù non tollera la condizione disumana di quell'uomo, che la sua dignità sia lesa e che l'immagine di Dio in lui sia oscurata da poteri tenebrosi.

     Ed è per questo motivo che Gesù gli chiede: «Qual è il tuo nome?». Gesù entra in relazione con quell'uomo con una domanda che è l'inizio della guarigione. Domanda di riconoscimento e di rispetto: «Dimmi, come ti chiami?». Il vero nome di quell'uomo non ci viene mai rivelato. Per tutti era un pazzo, un indemoniato, un forsennato da cui stare alla larga, che deve stare il più lontano possibile. Lui stesso non dice a Gesù il suo nome, ma rivela il nome di chi lo possiede. Il suo nome è Legione, perché è posseduto da una legione di spiriti (da notare che qui c'è un riferimento al dominio e all'oppressione romana che con le sue legioni avevano il controllo della Palestina).

 La punizione degli spiriti (vv.11-13)

     Dunque, Gesù vuole sapere da quell'uomo chi è e come si chiama. Ma gli risponde uno spirito, a nome di tutti gli altri spiriti, che prega Gesù di non mandarli via dal paese, ma di farli entrare in un branco di circa duemila porci dove trovare una nuova dimora. Gesù autorizza il loro trasferimento nei porci. Ma anche i porci, che forse mal tolleravano la presenza degli spiriti, impazziscono e precipitano nel mare. È la fine degli spiriti.

 La reazione degli abitanti della città (vv. 14-17)

     Il fatto è di una tale eccezionalità che non può essere tenuto nascosto. I mandriani dei porci si prodigano a raccontarlo dappertutto, in città e per le campagne, e scatenano la curiosità degli abitanti che vanno a rendersi conto dell'accaduto all'indemoniato e ai porci. Essi constatano una realtà completamente cambiata: l'indemoniato è una persona completamente normale, seduto, tranquillo e pacifico, sano di mente e i porci non ci sono più. Di fronte a questo scenario sono afferrati da un sentimento di paura che contagia tutti. La preoccupazione aumenta tanto che pregano Gesù di andar via. Stupisce il fatto che non una loro parola di ringraziamento e neanche di stupore sia rivolta a Gesù per la guarigione dell'indemoniato. Il testo ci indica solo il loro desiderio che Gesù vada via.

     Come mai questa reazione verso Gesù? È molto probabile che il timore degli abitanti fosse di ordine economico, perché la perdita di tanti porci costituiva un danno non indifferente arrecato all'economia della Decapoli. Dunque Gesù è visto più come una minaccia che come un guaritore.

Un uomo nuovo, inviato in missione (vv. 17-20)

     L'ex indemoniato, ormai guarito e ricondotto alla vita sociale, prega Gesù di potere stare sempre lui. Ma Gesù ha per quest'uomo altri progetti. Il compito che gli affida è di raccontare alla sua famiglia, ai suoi parenti e a tutti quelli che incontra le grandi cose che Gesù ha fatte e come il Signore abbia avuto pietà di lui. Dunque, è un incarico di testimone dell'amore di Gesù e della sua potenza di guarigione e di salvezza. E la sua testimonianza meraviglia tutti.

 L'insegnamento

     Il racconto di miracolo o di esorcismo parla ad ognuno di noi. D'alta parte tutto l'evangelo di Marco è rivolto ai suoi discepoli ovvero ad una comunità cristiana di origine pagana. Quindi è un vangelo rivolto oggi a tutte le persone che possono trarre un insegnamento personale. Gesù, infatti, è venuto tra noi che abitiamo la nostra "Decapoli" di impurità, di peccato, di contraddizioni, di violenze, cioè un mondo abitato da forze negative, diaboliche, che sono presenti nella nostra vita. È venuto incontro a noi per liberarci da tutti i mali da cui siamo afflitti e che tormentano la nostra umanità.

     Noi siamo l'indemoniato a cui Gesù vuole restituire la dignità di uomo libero, liberato dalle catene del pregiudizio, dai falsi moralismi e dalla legione di fantasmi che costringono a vivere come morti viventi, in una vita preclusa alla bellezza, alla relazione solidale e civile con la comunità sociale.

     L'incontro di Gesù con l'indemoniato ha conseguenze strabilianti: è un incontro di cambiamento e trasformazione. Come le tenebre si dissolvono quando arriva la luce così gli spiriti non possono sopportare la sua presenza. Quando Gesù entra nella nostra vita anche noi siamo trasformati e rinnovati. C'è una sorta di guarigione del cuore e della mente che investe il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. Non c'è più spazio per i nostri interessi personali, ma ciò che prevale è l'ubbidienza al Signore e il perseguimento del bene comune, la convivenza pacifica, la solidarietà, la condivisione, la giustizia sociale.

Dunque, l'opera di Gesù per la salvezza del mondo appare qui, in questo racconto, in modo incontrovertibile. Molte forze ostili gli si oppongono ma il suo disegno di grazia, di perdono e d'amore per tutti gli uomini non può essere fermato.

     Il racconto ha anche la finalità, come avvenuto per l'indemoniato, di indicarci la via della missione e dell'apostolato dopo essere stati da lui guariti, rinnovati, salvati. Nessuno può rimanere indifferente, ma tutti siamo chiamati a testimoniare e a raccontare  "le grandi cose che il Signore ti ha fatte, e come ha avuto pietà di te" (vv. 19-20).

                                                                                        Aldo Palladino

                                                                                                               

domenica 17 gennaio 2021






CONOSCI TE STESSO

«Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insanabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?» (Geremia 17:9).

«…non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull' uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell'uomo» (Giovanni 2:25).


Meditazione del Past. Ruggiero Lattanzio

 

    A Delfi, nell'antica Grecia, c'era un tempio dedicato al dio Apollo e, sulla facciata dell'ingresso principale, i visitatori, prima di entrare, potevano leggere una scritta scolpita sulla pietra: "Conosci te stesso!". L'essere umano fin dagli albori della sua storia ha aspirato a conoscere se stesso e questo desiderio o, meglio ancora, questa esigenza esistenziale si è accentuata nelle grandi civiltà antiche, come in quella greca, dalla quale è nata la filosofia occidentale. A partire da Socrate, il "conosci te stesso" è diventato uno dei grandi temi che ha accompagnato la storia della filosofia fino ai giorni nostri. Socrate riteneva che ogni individuo può conoscere se stesso tramite un retto ragionamento. La sua funzione di filosofo era appunto quella di aiutare la gente a scoprire la verità che risiede nell'essere di ogni persona. In tal senso, per Socrate il mestiere del filosofo è simile a quello dell' ostetrica: l'ostetrica aiuta la donna a partorire il suo bimbo e il filosofo aiuta l'individuo a partorire i suoi pensieri. È questo il cosiddetto metodo maieutico (l'arte di far partorire) adottato dal filosofo. Socrate era convinto che la verità risiedesse in fondo al cuore di ogni essere umano e che, tramite la maieutica, fosse possibile portarla alla luce, come l'ostetrica porta alla luce il bambino. Da allora in poi la filosofia si è concentrata a conoscere meglio l'essere umano con l'ausilio della sola ragione. La filosofia però, lasciandosi guidare dalle categorie del pensiero umano non è andata molto lontana. Certamente essa è stata la madre di tante scienze umane e queste scienze hanno contribuito a far sì che oggi l'uomo conosca meglio il funzionamento del proprio corpo e della propria psiche. Ma, in fondo, l'essere umano continua ad essere un mistero per se stesso. Oggi la filosofia non è andata tanto al di là rispetto a Socrate, il quale giunse alla conclusione che il sapere più elevato al quale l'uomo possa arrivare è il sapere di non sapere e quindi l'essere consapevoli di non poter giungere alla piena conoscenza della verità e nemmeno alla piena conoscenza di se stessi. L'essere umano non potrà mai conoscere se stesso fino in fondo col solo ausilio della propria riflessione filosofica. Ogni tentativo intrapreso dall' uomo per conoscere se stesso funziona fino ad un certo punto, oltre il quale non riesce più ad andare.

     Aveva ragione allora il profeta Geremia quando scriveva che "il cuore dell'uomo è ingannevole più di ogni altra cosa". E, dopodiché, si chiedeva: "chi potrà conoscerlo?". 2 Noi non conosciamo quello che è in fondo al nostro cuore, nel profondo di noi stessi. Questo è quanto ha poi scoperto il fondatore della psicanalisi, Sigmund Freud (1856-1939), venticinque secoli dopo Geremia! Freud distingueva nell'essere umano una parte conscia e una inconscia. Egli diceva che, come per un iceberg la parte che emerge dal mare è molto più piccola rispetto alla grande massa di ghiaccio che è immersa nel mare, allo stesso modo la coscienza di noi stessi è solo una piccola parte rispetto al nostro inconscio. Una simile scoperta dimostra appunto quanto poco ci conosciamo. Gran parte del nostro essere rimane sconosciuto a noi stessi. Ma ecco una buona notizia! L'evangelista Giovanni nella parte iniziale del suo Vangelo afferma che Gesù "conosceva quello che era nell'uomo". Cristo conosce l'uomo meglio di quanto questi conosca se stesso. Qui incontriamo un punto fondamentale della nostra fede cristiana che spesso trascuriamo: Gesù non è venuto soltanto per rivelare all'umanità chi è Dio ma è anche venuto per rivelarci chi è l'uomo..! Chi siamo noi veramente lo sapeva e lo sa soltanto lui, perché egli è stato pienamente uomo. Gesù ci manifesta il volto del vero Dio: "Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 14:9). Ma Gesù ci manifesta anche il volto del vero uomo: "Ecco l'uomo!" (Gv 19:5). Il Concilio di Calcedonia (451 d.C.) ha, pertanto, definito Gesù "vero Dio e vero uomo". Nessun uomo è mai stato e mai sarà più umano di Gesù. E, siccome egli è stato l'uomo per eccellenza, proprio per questo sapeva riconoscere quello che era nel cuore di ogni uomo. Per fare degli esempi, Gesù riconobbe in Natanaele un suo futuro discepolo prima ancora d'incontrarlo personalmente (Gv 1:45-50). Gesù conosceva il cuore della donna samaritana che incontrò al pozzo di Giacobbe e le disse addirittura quanti mariti aveva avuto (ben cinque) e che allora conviveva con un uomo che non era suo marito (Gv 4:16-19). Alla vigilia della sua passione, Gesù sapeva già che Giuda lo avrebbe tradito e alla fine della cena si rivolse a lui dicendo: "quello che fai, fallo presto" (Gv 13:27). Egli sapeva anche che sarebbe stato rinnegato da Pietro e gli disse: "In verità in verità ti dico che il gallo non canterà che già tu non mi abbia rinnegato tre volte" (Gv 13:38). E infine Gesù sapeva bene che i suoi discepoli, dopo il suo arresto, lo avrebbero abbandonato. Egli infatti disse loro: "L'ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno per conto suo e mi lascerete solo" (Gv 16:32). Gesù conosceva i suoi discepoli molto meglio di quanto essi conoscessero se stessi. E, allo stesso modo, il Signore conosce anche ciascuno di noi molto meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Ciò significa che possiamo conoscere veramente noi stessi solo per mezzo di Cristo, che è l'unico che ci conosce fino in fondo. La conoscenza di noi stessi passa attraverso la nostra conoscenza di Gesù Cristo. Cristo è l'unico che conosce fino in fondo le debolezze, le angosce, le amarezze, le ansie e i timori che spesso noi nascondiamo anche a noi stessi. Egli conosce tutto di noi perché è stato uomo come noi e ha condiviso con noi ogni tentazione, ogni sofferenza e ogni paura. Anzi, egli è stato più uomo di ogni uomo, perché non ha soltanto condiviso ma ha anche vinto ogni tentazione, ha affrontato a testa alta ogni dolore e ha superato ogni paura, compresa quella della tortura e della morte. E allora, chi meglio di Gesù può conoscerci? Noi non riusciremo mai a conoscere pienamente noi stessi coi nostri sforzi personali, ma Cristo ci rivela chi siamo. Noi siamo delle creature che si sono allontanate da Dio pretendendo di essere autosufficienti. Questa nostra pretesa ci ha separati dalla fonte del nostro essere che è Dio, facendoci ricadere in una condizione esistenziale di alienazione (estraniazione) da Dio, da noi stessi e dal nostro prossimo, che la Bibbia chiama "peccato". Questo stato di alienazione ci ha resi degli esseri sempre più egoisti e sempre più infelici. L'egoismo, quale condizione esistenziale incentrata sui nostri bisogni, ci ha resi diffidenti gli uni verso gli altri e la diffidenza reciproca contribuisce a quell'autoisolamento che ci rende infelici. Il nostro cuore è immerso in questo vortice negativo senza che noi ce ne accorgiamo. Geremia così si chiedeva: "Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e insaziabilmente maligno; chi potrà conoscerlo?" (Ger 17:9). Ma il Signore risponde alla domanda del profeta indicando se stesso come unica risposta. Ecco chi può conoscere il cuore di ogni uomo: "Io, il Signore, che investigo il cuore, che metto alla prova le reni, per retribuire ciascuno secondo le sue vie, secondo il frutto delle sue azioni" (Ger 17:10). Il nostro Signore, che si è rivelato a noi nella persona di Gesù Cristo, conosce il nostro cuore e ha anche il potere di trasformarlo. Egli può donarci un cuore disposto a seguirlo e a servirlo, un cuore non più ostile verso gli altri ma che sappia amare, un cuore non più diffidente ma fiducioso, un cuore non più infelice ma gioioso. Soltanto per mezzo di Gesù Cristo possiamo ricevere un cuore nuovo, ossia, una identità rinnovata, non più incentrata su se stessa ma aperta all'incontro con Dio e cogli altri. Affidiamo allora la nostra vita al Signore e, attraverso di Lui che ci conosce fino in fondo, potremo recuperare il senso originario della nostra identità umana! Noi siamo stati creati per essere in relazione con Dio come suoi "figli" ma, a causa del peccato, abbiamo smarrito la ragion d'essere della nostra esistenza. Ora, però, la nostra identità di "figli di Dio" ci viene ridonata per grazia mediante la fede in Gesù Cristo. Gesù disse: "Io sono il buon pastore e conosco le mie [pecore] e le mie [pecore] conoscono me" (Gv 10,15). Dio, in Cristo, ci conosce personalmente uno per uno: non noi ma Lui sa veramente chi siamo! Di fronte a questo messaggio evangelico, non si può che giungere a questa conclusione: soltanto stabilendo una relazione personale con Cristo, potremo ritrovare noi stessi e, alla sua luce, riscoprire chi siamo noi per Dio, per il nostro prossimo e per noi stessi.

 

                                                                                                   Ruggiero Lattanzio

 

sabato 4 aprile 2020

Matteo 8,18-27

LA FEDE NELLA TEMPESTA

Predicazione del Professore e Pastore emerito 
Paolo Ricca

«Gesù sali sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta, che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi, alzatosi, sgridò i venti e il  mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Chi è mai costui, al quale i venti e il mare ubbidiscono?».

     Perché la scelta di questo episodio ha potuto essere così veloce? Per le tante affinità e analogie tra l'esperienza fatta dai discepoli e da Gesù in quella occasione e quella che facciamo noi, assediati dal coronavirus. Ecco le analogie maggiori che, come si dice ricorrendo a un francesismo, "saltano subito agli occhi".  
1. La prima è questa: Siamo tutti nella stessa barca, compreso Gesù."Tutti" vuol dire proprio "tutti". Tutti i discepoli ma anche Gesù corrono lo stesso pericolo: se la barca dovesse capovolgersi per l'urto violento delle onde tutti rischiano di essere inghiottiti dalle acque. Così noi tutti siamo in pericolo: tutti possiamo essere   contagiati: tutti corriamo rischio di morire. 
2. Seconda analogia: la barca, l'unica barca per tutti, per loro (Gesù e i discepoli) e per noi, è nella tempesta. Una vera tempesta, non solo raccontata, ma vissuta. Una tempesta di fuori, ma anche una tempesta di dentro. È come se l'agitazione delle onde si trasferisse nell'agitazione degli animi. Questa agitazione produce ripensamenti, riflessioni critiche e autocritiche. Varrebbe la pena - se ne avessimo il tempo - di farne una rassegna, anche sommaria. Constateremmo che, improvvisamente, siamo pieni di buoni propositi: ora vogliamo finalmente rispettare l'ambiente, essere un po' meno consumisti e spreconi, cioè un po' meno pericolosi per il nostro habitat; forse, per paura del virus, stiamo diventando tutti un po' più saggi; addirittura il nostro premier Conte ha detto che, finita l'emergenza «saremo tutti migliori»! Speriamo, ma chi lo sa? Comunque è vero che, volenti nolenti, stiamo imparando o reimparando  tante cose, stiamo - così sembrerebbe - ricuperando  alcuni valori. Questi sono i possibili frutti buoni della tempesta dentro che tutti, in un modo o nell'altro, stiamo vivendo, come riflesso della tempesta fuori,
3Terza analogia: la tempesta sorge improvvisa, senza segni premonitori, quando nessuno se la aspettava.Se ci fosse stato qualche segno - ad esempio qualche nuvolone nero in cielo - che una tempesta si sarebbe presto scatenata, Gesù e i discepoli non si sarebbero imbarcati, non avrebbero iniziato la traversata del lago. Così il virus è giunto senza preavviso tanto che, all'inizio, quasi tutti ne hanno sottovalutato la gravità e pericolosità, paragonandolo a una semplice influenza, solo un po' più seria. Comunque il virus ci ha colti tutti impreparati non solo sul piano sanitario, non solo sul piano psicologico ed emotivo, ma anche sul piano spirituale. Anche la Chiesa è stata colta di sorpresa, e si è dimostrata del tutto impreparata, tanto che non sa che cosa pensare né che cosa dire. Non sa, o non osa o non vuole interpretare il fenomeno, si limita a dare qualche consiglio dettato più che altro dal buon senso, come quello di non sciupare il tempo che la clausura forzata ci mette a disposizione. D'accordo, ma non c'è bisogno di una Chiesa per arrivare fin lì. Da una Chiesa si ha il diritto di aspettarsi qualcosa di più e di meglio.
4.Infine, la quarta analogia: qui Gesù dorme.E' l'unica volta in tutto l'Evangelo che si parla di un Gesù addormentato, anche perché il Salmo 121 dice di Dio: "Ecco colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà" (v. 4). Qui invece Gesù dorme. Questo sonno è veramente una cosa stupenda e dobbiamo ammirare e lodare il coraggio degli evangelisti di riportare fedelmente questo fatto più unico che raro, che non può essere stato inventato. C'è chi sostiene che negli evangeli non c'è nulla di storico, cioè di realmente accaduto, è tutto un'invenzione, tutto una favola, una fantasia. Ecco. Un Gesù addormentato in mezzo alla tempesta nessun discepolo avrebbe osato inventarlo! Se c'è un passo che illustra al meglio la veracità e storicità degli evangeli è proprio questo! Gesù, dunque dorme, dorme davvero, dorme profondamente. Non lo sveglia neppure la tempesta, non lo svegliano il fragore delle onde né il rumore del vento; lo svegliano i discepoli disperati. Ora questo sonno di Gesù è di una attualità impressionante. È proprio quello che pensano tanti nostri contemporanei: "Dio dorme". Quando uno dorme è come se non ci fosse anche se c'è. Anche in Lutero troviamo una preghiera breve ma altamente drammatica pronunciata in un momento critico della sua vita: «O Dio, perché non intervieni? Forse che dormi? No, ti nascondi soltanto». Nessuno oggi prega così, neppure nelle Chiese, e comunque i nostri contemporanei pensano non che Dio si nasconda, ma che non esista, o, appunto, che dorma. Ma, a differenza dei discepoli, non pensano neppure di svegliarlo.
Come vedete, queste quattro analogie sono reali, ed è per questo che questo episodio, assolutamente singolare nella storia di Gesù, mi è venuto subito in mente mentre cercavo un passo biblico che ci potesse aiutare a capire che cosa ci sta succedendo e come potremo vivere questa emergenza, ma anche oltre emergenza. Si tratta però, ora, di cogliere il messaggio dell'episodio e del testo. E per poterlo cogliere dobbiamo anzitutto fare un passo indietro, cioè tornare indietro di qualche versetto e leggere il brano precedente che funziona benissimo come introduzione al nostro episodio. Leggiamo dunque nello stesso capitolo 8, i versetti dal 18 al 22 (versione CEI/Gerusalemme), il brano intitolato: «Le esigenze della sequela di Gesù» oppure «Come seguire Gesù»

Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all'altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque andrai». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo».  E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti». 

Avete capito il nesso tra i due brani e perché Matteo ha collocato l'episodio della tempesta sedata subito dopo il brano su «Come seguire Gesù», nel quale vediamo due candidati al discepolato, che vogliono seriamente seguire Gesù - «Ti seguirò dovunque tu andrai» dice addirittura il primo - ma Gesù avverte entrambi sulla difficoltà di essere suoi discepoli:  il discepolo di Gesù avrà una vita itinerante, randagia, e dovrà rompere certi vincoli sacri come quello di seppellire i propri cari perché c'è una urgenza maggiore: annunciare il Regno di Dio vicino. Ma se è difficile essere discepoli di Gesù in generale, fuori dalla tempesta, tanto più lo è nella tempesta, e l'episodio della tempesta sedata è una specie di fotografia dal vivo di questa difficoltà. I due brani parlano dello stesso tema: la difficoltà di essere discepoli di Gesù. Ecco perché Matteo li ha accostati e messi in successione uno dopo l'altro. Noi ci occupiamo della difficoltà di essere discepoli di Gesù nella tempesta: in quella scatenata venti secoli fa sul lago di Galilea, e in quella scatenata oggi dal coronavirus.
Ma ora chiediamoci: qual è il messaggio di questo episodio? Possiamo tentare di riassumerlo in quattro punti.
Il primo è che la tempesta viene, fa parte della natura, della storia e della vita. 
Il secondo è che non si sa né da dove viene né perché. 
Il terzo è che Gesù è nella tempesta e la placa. 
Il quarto è che la tempesta rivela che i discepoli sono (vale forse la pena, per una volta, riferire la parola originale greca, anche se Gesù - come sappiamo - parlava aramaico!) oligòpistoiolìgos, ingreco, significa «piccolo», «poco», «scarso»; pìstis significa «fede», «fiducia», «fedeltà», quindi oligòpistoi significa appunto  «gente di poca fede», «con una fede piccola». Chi sono questi oligòpistoi?  Sono i discepoli, che rappresentano la chiesa; gli oligòpistoi siamo noi. La chiesa con la fede piccola è quella che crede, sì, ma nella tempesta ha più paura che fede. Vediamo un po' più da vicino ciascuno di questi punti.

1. Il primo è una semplice constatazione: nell'esperienza umana c'è anche la tempesta!Non c'è solo il cielo sereno e il mare calmo, c'è anche il cielo scuro e il mare in tempesta. Ci sono tempeste nella natura, nella storia collettiva, nella storia individuale e familiare, ce ne sono nella Chiesa e  nella società. Ce ne sono nella vita di ciascuno di noi, di ogni creatura vivente. La tempesta viene in tanti modi esteriori e interiori, aggredendo il corpo oppure l'anima, oppure la psiche, oppure gli affetti e i sentimenti. Non c'è niente da fare, non la si può evitare, bisogna imparare a fronteggiarla. Nessuna vita ne è esente. Bisogna saperlo. La tempesta fa parte di questo mondo e di questa vita. Non c'è da stupirsi e nemmeno da scandalizzarsi. Se accettiamo questa vita dobbiamo sapere che con ogni probabilità ci troveremo anche noi in qualche tempesta. Anche se sono eccezionali, fanno però parte, purtroppo, della normalità della vita.

2Da dove viene la tempesta? Chi la manda? Chi la provoca? Da dove viene il virus? Chi è colpevole? Chi è responsabile? E perché viene?Naturalmente, per quanto concerne il coronavirus, sappiamo bene che ci sono evidenti responsabilità umane che hanno a che fare con l'inquinamento atmosferico, con la crisi ambientale e con i grandi squilibri che essa provoca nelle relazioni tra tutti gli organismi vegetali, animali e umani - e di questa crisi siamo tutti in varia maniera responsabili. Questo va detto e sottolineato, e mi sembra che su questo punto c'è consenso generale e tutti, o almeno molti, stanno recitando il necessario mea culpa: speriamo che sia sincero e conduca a un vero e duraturo ravvedimento che finora non c'è stato, per la salvezza del pianeta. Se però, aldilà di queste serissime ragioni contingenti e cause accertate, andiamo più a fondo e cerchiamo di scoprire le ragioni ultime di questa pandemia, che un giornalista molto bravo e serio non ha esitato a definire «la prima vera guerra mondiale della storia umana», perché, aggiunge, «il virus è mondiale», se cioè ci chiediamo come mai l'uomo è così folle o incosciente o cinico da distruggere con le sue mani il suo habitat, seminando la morte intorno a sé come nessun altro essere vivente ha mai fatto, e se ci poniamo interrogativi di questo genere, non è più tanto facile rispondere.
Per quanto concerne la tempesta sul lago di Galilea, non si capisce né da dove viene né perché. Non viene certo dagli uomini, non dai discepoli, non da Gesù, non dalla folla delusa perché Gesù se ne è andato. Forse che viene da Dio? C'è chi lo sostiene: Dio manderebbe delle calamità per far rinsavire un'umanità che sembra non capire altri discorsi. Io non credo affatto che sia così. Vale la pena, a questo proposito, riferire quanto scrive Dietrich Bonhoeffer in una lettera dal carcere di Tegel, a Berlino, dov'era rinchiuso dall'aprile del 1943 (la lettera è del 18 dicembre di quell'anno). L'affermazione è questa: "È vero che non tutto ciò che accade è semplicemente 'volontà di Dio', ma in fondo non accade nulla senza la volontà di Dio (Matteo10,29), cioè in ogni avvenimento, anche il più infelice, passa un sentiero che porta a Dio». Che cosa vuol dire? Vuol dire due cose molto semplici e molto belle: 
- la prima è che per Dio non tutto ciò che accade è semplicemente "volontà di Dio": il Male non è volontà di Dio, la disperazione e la morte non sono volontà di Dio; Dio vuole il Bene, essendone l'origine, e non il Male, che è ciò che egli ha sempre e radicalmente escluso, cacciato dal suo orizzonte. Perciò Dio non manda nessun virus in giro per il mondo a distruggere quello che lui ha creato; Dio è fonte di vita, non di morte. 
- La seconda cosa che Bonhoeffer dice è che di ogni avvenimento, anche del più infelice, non devi tanto chiederti: «Da dove viene?» quanto piuttosto: «Dove mi può portare?», perché in ogni avvenimento c'è un sentiero che porta a Dio e la volontà di Dio è proprio questa: che attraverso quello che accade, noi andiamo a lui.
Certo, so bene che nella Bibbia ci sono anche altre testimonianze, altre esperienze di fede. C'è la parola di Gesù che Bonhoeffer stesso cita: «Neppure un solo passero cade in terra senza il volere di Dio» (Matteo 10,29). C'è Dio che permette a Satana di mettere alla prova la fede di Giobbe, quindi - si direbbe - autorizza il diavolo a fare il male, quindi sembra che Dio non crea il male, ma lo permette. C'è la famosa affermazione del profeta Isaia, che riporta queste parole di Dio: «Io formo la luce e creo le tenebre; do il benessere, creo l'avversità, io, il Signore, sono colui che fa tutte queste cose» (Isaia 45,7). C'è anche il Salmo 107 dove leggiamo che Dio «suscita la tempesta che solleva le onde» (v.25), anche se poi la placa, «la riduce al silenzio e le onde si calmano» (v.29). Ci sono queste esperienze di fede ed è giusto tenerne conto. Ma se crediamo in Dio attraverso Gesù, così come appare nello specchio della sua vita e della sua opera, allora scopriamo che Dio non è mai alleato del Male ma sempre suo avversario, non patteggia mai con il Male ma lo esclude sempre e radicalmente; il male è proprio questo = ciò che Dio esclude. Dio per far rinsavire l'umanità non manda un virus, ma ha mandato Gesù. In ogni tempo e in ogni situazione manda sempre e solo lui. 
Concludendo questo secondo punto, possiamo dire: anche se dovesse risultare che siamo noi i maggiori responsabili di questa pandemia, restano tante domande aperte, tanti perché? senza risposta. In mezzo a questi interrogativi, sappiamo che in ogni avvenimento, anche il più infelice come certamente è questo, c'è un sentiero che porta a Dio.

3. Il terzo punto è questo: Gesù è nella barca e quando si scatena la tempesta anche lui è nella tempesta. Questa è una grande parabola di Dio: Gesù, qui più che altrove, rivela Dio come Dio-con-noi. Ricordate l'altro nome che l'angelo diede a Gesù annunciando a Giuseppe la sua nascita: egli sarà chiamato "Emmanuele" che tradotto vuol dire "Dio con noi" (Matteo 1,23). Questo è Gesù: Dio con noi, nella nostra barca, e se la barca è nella tempesta, anche lui è nella tempesta. Non fuori, non accanto, non lontano, non altrove. Gesù vuol dire questo, che Dio non è senza di noi e noi non siamo senza di lui. Gesù dunque - il Dio con noi - è nella barca e nella tempesta, ma dorme. Sommo paradosso! Perché dorme? Per disinteresse? Per  negligenza? Per incoscienza? No, dorme perché non ha paura, a differenza dei discepoli che invece hanno paura. Chi ha paura non può dormire. Chi non ha paura, perciò può anche dormire. Leggiamo nella Bibbia che, dopo aver creato la terra e i cieli e tutto ciò che esiste, e aver formato l'uomo e la donna, il settimo giorno Dio si riposò «da tutta opera che aveva fatta» (Genesi 2,2). La Bibbia non lo dice, ma se, durante il suo riposo, avesse fatto anche un sonnellino, non ci sarebbe stato niente di male! Dio può anche dormire. È Dio anche quando dorme! E ha creato un mondo e un uomo che stanno in piedi da soli! Gesù dunque dorme perché non ha paura. Non ha paura perché il suo nome è Dio-con-noi; non ha paura perché è sicuro di Dio. È sicuro che Dio, che ha creato il mare e il vento, può anche placare entrambi. Ed è talmente sicuro che sia così, che lo fa lui nel nome di Dio. È lui il Dio-con-noi, in lui è Dio che «sgrida il mare e il vento », che subito si calmano, «e si fece gran bonaccia» (v.26). Tanto che i presenti si meravigliano e chiedono: «Che uomo è mai questo che anche i venti e il mare gli obbediscono?» È Gesù, il cui secondo nome è Emmanuele, che tradotto vuol dire: "Dio-con-noi".

4. E così giungiamo al quarto, ultimo punto: nella tempesta i discepoli hanno paura.Hanno tutti paura. Non c'è n'è nemmeno uno - ad esempio il solito Pietro, sempre in prima fila - nemmeno uno che non abbia paura. Sono tutti oligòpistoi, così gli chiama Gesù, secondo Matteo, che è l'unico a adoperare questo termine che, come ho già detto, vuol dire  «di poca fede» o «con fede piccola», «che crede poco», crede sì, ma poco. Questa parola nell'evangelo di Matteo, è sempre e solo riferita ai discepoli. Sono loro che credono poco, è la loro caratteristica principale. Credono sempre poco, e nella tempesta diventa chiaro quanto poco credono. 
I discepoli rappresentano la Chiesa. È la Chiesa che crede poco: la tempesta, il virus, rivela la sua piccola fede. Per questo balbetta, non sa che cosa dire, non riesce a interpretare quello che sta succedendo, non aiuta la gente a capire. Non riesce a fare quello che, ad esempio, fece Agostino nel V secolo: quando Alarico, re dei Vandali, nel 410 conquistò Roma, segnando il tramonto definitivo della grande civiltà greca e romana, con il crollo dell'impero, sembrava vicina la fine del mondo, con la regressione drammatica dalla civiltà alla barbarie. Allora si poneva la grande domanda: la storia umana ha un senso oppure no? Procede verso una meta oppure gira eternamente a vuoto su se stessa, distruggendo quello che aveva creato? In quel frangente Agostino comincia a scrivere la Città di Dio. Possiamo immaginarlo idealmente seduto sulle macerie di una civiltà in rovina, scruta l'incerto futuro, ma fa decisamente posto alla speranza cristiana, che non sarà delusa perché non è un'illusione. Agostino legge la storia della sua generazione e quella dell'umanità nelle storie della Bibbia, interpreta il suo tempo nella luce dei tempi di Dio. Alarico conquista Roma, ma Dio costruisce unacivica, una comunità che ci sarà ancora quando Alarico non ci sarà più. Oggi non sembra che ci sia un Agostino, purtroppo, non sembra ci sia un Agostino che ci aiuti a capire che cosa ci sta succedendo. 
La Chiesa crede poco. Così stando le cose, comprendiamo perché è così difficile essere discepoli di Gesù nella tempesta: perché nella tempesta bisognerebbe credere di più, e invece proprio la tempesta rivela la nostra piccola fede. Può sembrare grande quando il mare è calmo ma, in realtà, è piccola anche allora. La gente «di poca fede» è quella che crede in Dio quando il mare è calmo e comincia a dubitare quando il mare è agitato. Crediamo sempre troppo poco, questa è la verità. Perciò, concludendo, possiamo senz'altro associarci alla supplica dei discepoli a Gesù che dorme dicendo: «Signore, salva, siamo perduti!» (v.25), salvaci dalla tempesta, salvaci dal virus, ma salva anche la nostra piccola  fede, l'unica - sembra - di cui siamo capaci!

   
                                                                                              Paolo Ricca

domenica 17 novembre 2019

Dio all'incontrario (1)
Giobbe 23

Predicazione del Prof. e Past. emerito Paolo Ricca

Chiesa Evangelica Battista di Rovigo, 1° settembre 2019

Letture introduttive: Salmo 18, 20-28. I Corinzi 4, 9-13. Marco 15, 29-37

Testo biblico di Giobbe 23
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 «Anche oggi il mio lamento è una rivolta,
per quanto io cerchi di contenere il mio gemito.
3 Oh, sapessi dove trovarlo!
Potessi arrivare fino al suo trono!
4 Esporrei la mia causa davanti a lui,
riempirei d'argomenti la mia bocca.
5 Saprei quel che mi risponderebbe,
capirei quello che avrebbe da dirmi.
6 Impiegherebbe tutta la sua forza per combattermi?
No, egli mi ascolterebbe!
7 Là troverebbe un uomo retto a discutere con lui,
e sarei dal mio giudice assolto per sempre.
8 Ma, ecco, se vado a oriente,
egli non c'è;
se a occidente non lo trovo;
9 se a settentrione, quando vi opera,
io non lo vedo;
si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.
10 Ma la via che io batto egli la conosce;
se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l'oro.
11 Il mio piede ha seguito fedelmente le sue orme,
mi sono tenuto sulla sua via senza deviare;
12 non mi sono scostato dai comandamenti delle sue labbra,
ho custodito nel mio cuore le parole della sua bocca.
13 Ma la sua decisione è una;
chi lo farà mutare?
Quello che desidera, lo fa;
14 egli eseguirà quel che di me ha decretato;
di cose come queste ne ha molte in mente.
15 Perciò davanti a lui io sono atterrito;
quando ci penso, ho paura di lui.
16 Dio mi ha tolto il coraggio,
l'Onnipotente mi ha spaventato.
17 Questo mi annienta; non le tenebre,
non la fitta oscurità che mi ricopre.

Cari Fratelli e Sorelle, 
questo capitolo 23 del Libro di Giobbe è una delle pagine più buie della Bibbia, forse la più buia di tutte. Avete sentito come finisce: «Dio mi ha tolto il coraggio, l'Onnipotente mi ha spaventato» (v. 16). Ci si aspetta da Dio che ci dia coraggio, non che ce lo tolga – quel poco di coraggio di vivere che ancora ci resta dopo le sventure e le prove che inevitabilmente accompagnano la nostra esistenza terrena. «L'Onnipotente mi ha spaventato!». Ci si aspetta da Dio che ci consoli, che ci infonda fiducia, non che ci spaventi! Il Dio di Giobbe,come appare in questo capitolo, fa il contrario di quello che Dio dovrebbe fare, è un Dio all'incontrario, un Dio che è l'opposto del Dio nel quale abbiamo creduto, un Dio – quasi non oso dirlo – che rassomiglia pericolosamente al Diavolo! Sentite l'ultimo versetto: «Questo mi annienta – cioè questo Dio mi annienta – non le tenebre nelle quali sono precipitato, non la fitta oscurità che mi ricopre!» (v, 17). È come se Giobbe dicesse: «Dio è più buio del buio; c'è più buio in lui che fuori di lui; Dio è più tenebroso delle tenebre – proprio lui che, secondo il Salmo che abbiamo letto poco fa, doveva essere la luce che «illumina le mie tenebre» (Salmo 18,28).
Ma allora perché predicare su questo testo?Perché il Lezionario della nostra Chiesa Un giorno unaparola(Editrice Claudiana – Torino) lo indica come «testo di predicazione» per questa domenica, 1° settembre 2019? Credo che sia perché proprio questo testo è di una attualità impressionante. È stato scritto circa 2200 anni fa, ma sembra scritto oggi. È stato scritto in tempi ormai remoti da un ebreo a noi sconosciuto (non sappiamo chi sia stato l'autore del Libro di Giobbe), ma potrebbe essere stato scritto da qualunque europeo moderno che, come Giobbe, si lamenta di Dio, protesta contro Dio, anzi è persino andato oltre Giobbe, nel senso che non si lamenta neanche più, non si rivolta più, ha semplicemente lasciato perdere Dio, vive, pensa, agisce come se Dio non ci fosse, lo ignora completamente. Questo capitolo 23 di Giobbe è il Manifesto dell'Europa moderna secolarizzata. L'Europa che, dopo essere stata la seconda patria della religione cristiana (la prima è stata la Palestina), è diventata la patria della critica della religione, cominciando proprio da quella cristiana: in nessun continente del mondo la religione cristiana è stata tanto criticata come in Europa. La quale, dopo essere stata la maggiore scuola di cristianesimo mai esistita nella storia e aver insegnato la fede a innumerevoli generazioni in Europa e altrove, è diventata la più grande scuola di scetticismo, di agnosticismo e di ateismo, anche militante, che ci  sia  al mondo: in  nessun altro continente  ci sono  tanti  atei come  in Europa. «Anche oggi il mio lamento è una rivolta» dice Giobbe (v. 1); la stessa cosa dice l'Europa secolarizzata moderna: ecco perché questo capitolo è il Manifesto dell'Europa moderna secolarizzata. Ed ecco perché dobbiamo prendere sul serio questo capitolo: anche se non siamo del tutto secolarizzati e cerchiamo di essere cristiani; però l'Europa moderna è comunque nostra madre, siamo tutti in un modo o nell'altro suoi figli, siamo tutti consapevolmente europei, e vogliamo anche esserlo. Perciò questo Manifesto è anche un po' nostro: forse ci fa star male, ci ferisce, ma anche ci interpreta, e comunque ci interpella. Non possiamo far finta che non ci riguardi.
C'è però una prima grande differenza tra Giobbe e l'Europa secolarizzata moderna: Giobbe era integro, giusto, innocente, com'egli stesso dice: «Mi sono tenuto sulla via di Dio senza deviare; non mi sono scostato dai comandamenti delle sue labbra; ho custodito nel mio cuore le parole della sua bocca» (vv. 11-12). Invece l'Europa moderna ha trasgredito in maniera sistematica i comandamenti di Dio, si è del tutto allontanata dalle sue vie, non è affatto innocente come Giobbe, al contrario è grandemente colpevole (pensate solo a fenomeni come il colonialismo, l'imperialismo, le due guerre mondiali, gli orrori inauditi dei lager e dei gulag, di cui l'Europa è stata non solo teatro, ma anche protagonista – no, l'Europa non è innocente come Giobbe, ma il capitolo 23 di Giobbe potrebbe averlo scritto lei, l'Europa secolarizzata moderna: la colpevole Europa parla oggi come l'innocente Giobbe. Ascoltando il capitolo 23 di Giobbe, ascoltiamo anche la voce dell'Europa moderna.

Che cosa c'è dunque in questo capitolo 23?Ci sono sostanzialmente tre cose: c'è il lamento che diventa rivolta; c'è la ricerca di un Dio che non si trova; c'è la fede che non soccombe nella morsa della contraddizione tra il Dio nel quale crediamo e lo spettacolo di un mondo che sembra senza Dio. Vediamo un po' più da vicino ciascuno di questi tre contenuti.
1.Il primo è il lamento che diventa rivolta. Perché Giobbe si lamenta ? Non si lamenta delle sue sventure. Non dice: «Perché proprio io?». Neppure dice (come diciamo, o pensiamo, spesso noi): «Che cosa ho fatto di male perché mi capitino tutte queste disgrazie?». Giobbe si lamenta di Dio. Si lamenta perché Dio non è come altri dicono che sia, e come lui stesso ha detto che sarebbe stato. Avete sentito le cose bellissime che dice il Salmista: «Sono stato integro verso Dio […], perciò il Signore mi ha ripagato secondo la mia giustizia, secondo la purezza delle mie mani in sua presenza. Tu ti mostri pietoso verso l'uomo pio, integro verso l'uomo integro; ti mostri puro con il puro, e ti mostri astuto con il perverso, perché tu sei colui che salva la gente afflitta, e fa abbassare gli occhi alteri. Sì, tu fai risplendere la mia lampada; il Signore, il mio Dio illumina le mie tenebre» (Salmo 18, 23-28). Così è Dio, così dovrebbe essere. Ma Giobbe ha sperimentato un Dio completamente diverso: Giobbe è stato pio, ma Dio non è stato pietoso verso di lui. Giobbe è stato integro, ma Dio non lo ha ripagato secondo la sua giustizia. Giobbe è stato afflitto, ma Dio non lo ha soccorso. Giobbe è stato ricoperto da una fitta oscurità, ma Dio non ha illuminatole sue tenebre. Da qui nasce il lamento di Giobbe: Dio non è come dovrebbe essere. Nel mondo, che noi crediamo essere creato e governato da Dio, succedono ogni giorno tante tragedie di ogni tipo piccole e grandi, individuali e collettive, che suscitano innumerevoli sofferenze. Molte di queste tragedie sono solo opera nostra, e non ha senso chiederne conto a Dio. Auschwitz - tanto per fare un esempio - non l'ha creato Dio, l'abbiamo creato noi contro la volontà di Dio; non dobbiamo perciò prendercela con Dio per Auschwitz, ma solo con noi stessi. Altro esempio: se lasciamo affogare nel Mediterraneo tanti migranti che fanno naufragio, mentre potremmo salvarli, la colpa della loro morte non è di Dio, ma solo nostra. Non dobbiamo lamentarci con Dio, ma solo con noi stessi.
Ci sono però ingiustizie, sventure e sofferenze che non dipendono da noi, ma da un destino avverso che all'improvviso si abbatte su di noi come s'è abbattuto su Giobbe: un terremoto che in pochi minuti distrugge città e villaggi e fa migliaia di vittime; uno tsunami che travolge ogni cosa seminando morte e distruzione; un bambino che ha appena cominciato a vivere e già deve morire per qualche malattia inesorabile; un giovane stroncato nel fiore dell'età; la mamma che muore dando alla luce il bambino; l'elenco potrebbe continuare a lungo: innumerevoli tragedie che non si spiegano, non si giustificano, non si possono accettare. Qui allora, sì, che il lamento ci sta, sia da parte di Giobbe, sia da parte dell'Europa moderna, sia da parte dell'umanità intera: è vero che in un mondo governato da Dio ci dovrebbe essere meno dolore, meno sofferenza, meno infelicità, meno sciagure, meno tribolazioni, meno angosce, meno cose che non si capiscono e ci fanno dubitare dell'esistenza di Dio, quanto meno del Dio nel quale abbiamo creduto, quello rivelato da Gesù: il Padre nostro che è nei cieli e che conosce persino il numero del capelli del nostro capo (Matteo 10,30).  Ci sta, dunque, il lamento, e ci sta pure che il lamento diventi rivolta, non solo da parte di Giobbe, ma anche da parte dell'Europa moderna.
Qui però c'è la seconda, grande differenza tra Giobbe e l'Europa moderna: mentre quest'ultima è passata dal lamento alla rivolta e dalla rivolta all'abbandono di Dio, Giobbe no: è passato anche lui dal lamento alla rivolta, ma non dalla rivolta all'abbandono di Dio. Dio, possiamo dire, ha abbandonato Giobbe, ma Giobbe non ha abbandonato Dio. Così come Dio – lo abbiamo sentito nella lettura – ha abbandonato Gesù sulla croce, ma Gesù non ha abbandonato Dio. Giobbe è come Gesù;  Gesù è come Giobbe; Gesù e Giobbe sono come il popolo ebraico che non ha abbandonato Dio neppure dopo Auschwitz. Giobbe e Gesù sono entrambi una perfetta personificazione del popolo ebraico che continua a credere in Dio anche dopo essere passato attraverso la Shoà. Questo è un autentico miracolo, il miracolo del popolo ebraico, che è anche il suo genio: continuare a credere in Dio e ad amarlo malgrado le innumerevoli sventure subite - umiliazioni di ogni genere, deportazioni, esili, discriminazioni, persecuzioni, espulsioni, ghetti,  pogrom - malgrado tutto e contro tutto, questo Giobbe collettivo che è il popolo ebraico ha continuato e continua a credere in Dio e ad amarlo. Questo è il primo messaggio del capitolo 23 di Giobbe: ci si può lamentare di Dio, il lamento può diventare rivolta, ma il lamento e la rivolta non diventano, in Giobbe, abbandono di Dio. Grazie, Giobbe, per il tuo lamento, grazie per la tua rivolta: sono entrambi giustificati, entrambi legittimi; ma grazie per averci insegnato che ci si può anche rivoltare contro Dio, senza però mai abbandonarlo.
Questo Giobbe che, benché «spaventato» da Dio, continua a parlargli perché continua a credere in lui e ad amarlo, mi ha fatto tornare in mente l'ultima preghiera di un ebreo del ghetto di Varsavia distrutto dai nazisti nell'aprile del 1943 – un ebreo di nome Yossl Rakover, che poco prima di morire nel ghetto ormai in fiamme, rivolge a Dio una lunga preghiera di cui riproduco la parte finale.

«Tra un'ora al massimo sarò con la mia famiglia e con milioni di altri uccisi del mio popolo, in quel mondo migliore in cui non ci sono più dubbi, e Dio è l'unico pietoso sovrano. Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non deluso, credente, ma non supplice, colmo di amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente "Amen!". […] Il mio rabbino soleva raccontarmi la storia di un ebreo che era sfuggito con la moglie e il figlio all'Inquisizione spagnola, e con una piccola barca, sul mare in tempesta, aveva  raggiunto un'isola rocciosa. Cadde un fulmine e uccise sua moglie. Venne una tempesta e un'onda maligna portò via il figlio che annegò, inghiottito dal mare. Solo e derelitto, nudo e scalzo, stremato dalla bufera e atterrito dei tuoni e dai fulmini, con i capelli arruffati e le mani tese a Dio, l'ebreo proseguì il cammino sull'isola rocciosa e deserta, e si rivolse al suo Creatore con queste parole: "Dio d'Israele, sono fuggito qui per poterti servire indisturbato, per ubbidire ai tuoi comandamenti e santificare il tuo Nome. Tu però fai di tutto perché io non creda in Te. Ma se con queste prove pensi di riuscire ad allontanarmi dalla giusta via, Ti avverto, Dio mio, Dio dei miei padri, che non Ti servirà a nulla. Mi puoi offendere, mi puoi colpire, mi puoi togliere ciò che di più prezioso e caro posseggo al mondo, mi puoi tormentare a morte, io crederò sempre in te. Sempre ti amerò, sempre, sfidando la tua stessa volontà!".
Queste sono anche le mie ultime parole per Te, mio Dio colmo di ira. Non ti servirà a nulla! Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te. Io invece muoio così come sono vissuto, pervaso da un'incrollabile fede in Te»[2].

     Questa preghiera, salita in cielo dal ghetto di Varsavia nel 1943, avrebbe potuto essere la preghiera di Giobbe 2200 anni fa. Anche lui, stremato dalle prove, ha continuato, come l'ebreo del ghetto, a  credere in Dio. C'è, in questo capitolo 23, una sorta di preghiera segreta che possiamo leggere tra le righe e che potrebbe essere riassunta così: «O Dio, non ti capisco, ma ti amo!».

2. Il secondo contenuto del capitolo 23 è la ricerca di un Dio che non si trova. «Oh, sapessi dove trovarlo! Potessi arrivare fino al suo trono! […] Egli mi ascolterebbe, troverebbe un uomo retto a discutere con lui, e sarei dal mio giudice assolto per sempre. Ma ecco, se vado ad Oriente egli non c'è, se ad Occidente non lo trovo; se a Settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; si nasconde egli a Sud, io non lo scorgo» (vv. 3,7-9). Qui Giobbe dice il contrario di quello che dice il Salmo 139. Ricordate. «Tu mi circondi, Signore, mi stai di fronte e alle spalle, e poni la tua mano su di me. […] Dove potrei andarmene lontano dal tuo Spirito, dove fuggirò dalla tua presenza? Se salgo in cielo Tu vi sei; se scendo nel soggiorno dei morti, eccoti là. Se prendo le ali dell'alba e vado ad abitare all'estremità del mare, anche là mi condurrà la Tua mano e la Tua destra mi afferrerà» (vv. 5-10). Secondo il Salmo 139, Dio è dappertutto: dovunque l'uomo vada, Dio è già là che lo aspetta. Giobbe dice il contrario: dovunque io vada, non lo trovo. Non dico che non ci sia; forse c'è, ma io non lo vedo; forse c'è, ma è come se non ci fosse: invisibile, introvabile, inafferrabile. E proprio questa è una delle grandi domande dell'uomo moderno: non più tanto se Dio esiste o non esiste, ma, se c'è, dov'è?  Dove  posso  accorgermi della sua presenza?  Dove  posso incontrarlo  e sperimentarlo? Dove abita? 
Nella storia cristiana, le risposte maggiori a questa domanda sono state due, una di Agostino, l'altra di Lutero.   
[a] Quella di Agostino si trova in un passo famoso delle sue Confessioni, che dice così: «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuovo, tardi ti ho amato! Ecco, Tu eri dentro di me, io stavo fuori: e qui ti cercavo, e sviato qual ero, mi buttavo su queste cose belle che tu hai creato. Tu eri con m,io non ero con Te, tenuto lontano da Te proprio da quelle creature che non esisterebbero se non fossero in Te …»[3]. Ecco la risposta di Agostino: Dove abita Dio? Dentro di te. Non cercarlo lontano, egli è vicino. Non cercarlo fuori, cercalo dentro. Non cercarlo nelle cose, cercarlo nella tua anima, perché Dio è l'anima della tua anima.  [b] La risposta di Lutero è diversa: Dove abita Dio ? Dio abita in tutto ciò che non ha apparenza divina; Lutero adopera un'espressione latina facile da comprendere: Dio si manifesta nascondendosi sub contraria specie, cioè «sotto apparenze contrarie». Come dice il profeta Isaia: «In verità, Tu sei un Dio che ti nascondi, o Dio d'Israele, o Salvatore!» (45,15). Dio nasconde la sua divinità nell'umanità di Gesù; la sua gloria la nasconde nell'umile condizione del figlio di un falegname; la sua potenza la nasconde nell'estrema fragilità di una parola umana; il suo perdono lo nasconde nella condanna a morte di un innocente; la sua giustizia la nasconde nell'ingiustizia di una sentenza iniqua; la sua signoria la nasconde nel più umile dei servizi, come quello di lavare i piedi dei suoi discepoli; il suo corpo lo nasconde nel pane e il suo sangue nel vino della Cena; non c'è nessuna trasformazione, il pane resta pane, il vino resta vino, ma c'è una presenza nuova recata dalla parola potente di Gesù, che crea quello che dice e suscita le cose che non sono come se fossero.
Sub contraria specie, «sottoapparenze contrarie»: è lì che abita Dio, è lì che lo puoi incontrare.  Ma qual è il significato di questo modo singolare di manifestarsi di Dio? I significati sono due. Il primo è che Dio non è evidente, ma è, appunto, nascosto. Come il tesoro che è nascosto nel campo; come la perla che è nascosta nella conchiglia. Dio si nasconde. C'è una preghiera di Lutero, che è quasi un grido in un momento drammatico della sua vita: «O Dio sei morto? No, ti nascondi soltanto!». Dio nascosto vuol dire che egli non è là dove ti aspetteresti che sia, ed è là dove non ti aspetteresti che sia. Ti aspetteresti di trovarlo seduto su un trono, e invece lo trovi appeso a una croce. Ti aspetteresti di trovarlo attorniato da santi, e invece lo trovi in compagnia di peccatori. Ti aspetteresti di trovarlo insieme a persone importanti, e invece lo trovi con persone che non contano nulla e non sono nulla agli occhi del mondo, ma sono molto agli occhi di Dio: gli ultimi che diventano primi. Giobbe cerca Dio e non lo trova perché lo cerca dove non c'è. Lo cerca a Oriente, a Occidente, nel Nord e nel Sud, lo cerca cioè nello spazio, ma Dio non è nello spazio: nessuno spazio, neppure i cieli e i cieli dei cieli lo possono contenere! Giobbe lo ha cercato dappertutto, ma Dio non è dappertutto. Non ha pensato di cercato dentro di sé: forse lì lo avrebbe trovato.
Ma il nascondimento di Dio sub contraria specie, «sotto apparenze contrarie», ha anche un secondo significato: vuol dire che Dio si offre, sì, a noi, ma non è a nostra disposizione; è, sì, con noi e anche dentro di noi, ma non è nelle nostre mani: resta il Signore anche quando si fa servo; resta primo anche quando diventa ultimo; resta Dio anche quando diventa uomo; si avvolge nel mistero anche quando si rivela; resta irriducibilmente altro anche quando diventa in tutto e per tutto «simile agli uomini» (Filippesi 2,7).  Ecco allora il secondo messaggio di questo capitolo: Dio può essere trovato, ma è nascosto: può essere trovato, ma non posseduto; trovato, ma non accaparrato.
3. C'è infine un terzo messaggio di questo capitolo. Lo ha colto bene un lettore autorevole e appassionato della Bibbia, il filosofo e teologo luterano danese Sören Kierkegaard, in un suo scritto intitolato La ripresa, del 1843, nel quale si rivolge direttamente a Giobbe in questi termini:

«Giobbe! Giobbe! Giobbe! È vero che non hai detto altre parole che queste bellissime: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!" (1,21)? Davvero non hai detto altro? Nel tuo grande dolore hai continuato a ripetere queste parole? Perché tacesti per sette giorni e sette notti? Che cosa passava allora per la tua anima? […]  Veramente  non sai  dire  di più  di  quello che  dicono  i consolatori  di professione ? Veramente non osi dire di più? […] Non è possibile! Quando tutta la vita è franata e s'è ridotta a un po' di cocci sparsi intorno a te, tu hai osato dire di più, tu hai osato dire di più.  […]  Sei diventato la voce di chi soffre, il gemito di chi si sente schiacciato, il grido di chi ha paura, il conforto di coloro che l'angoscia ha reso muti, il testimone fedele di quanto dolore e quanto strazio possono albergare nel cuore di un uomo, un fidato intercessore che, nell'amarezza della sua anima [Giobbe 7,11], osa lamentarsi e disputare con Dio.  […] Parla tu, o Giobbe indimenticabile! Ripeti quello che hai detto, o potente intercessore che ti presenti al tribunale dell'Altissimo come un leone ruggente. Forza è nelle tue parole, timore di Dio nel tuo cuore, anche quando difendi la tua disperazione … […] Ho bisogno di te, ho bisogno di un uomo che sappia lamentarsi con Dio»[4].
     Anch'io ho bisogno di te, Giobbe, «mio indimenticabile benefattore»[5]! Ho bisogno del tuo lamento, della tua protesta, della tua autodifesa: difendendo te davanti al trono di Dio, hai difeso anche me, e innumerevoli altri che come te hanno sofferto ingiustamente. Ho bisogno della tua rivolta, di un modello di cristiano ribelle, che sappia anche dire "No, così non va" e non solo e sempre "Sì, va bene anche così"; un cristiano che sappia anche indignarsi e insorgere contro i soprusi, le prepotenze, le violenze, le ingiustizie. Abbiamo bisogno di te, Giobbe, nostro indimenticabile benefattore, noi aspiranti cristiani del XXI secolo, vedendo che ci sono troppi cristiani rassegnati, remissivi, conformisti, arrendevoli, addomesticati, che accettano tutto, piegandosi davanti alla realtà senza neppure dire: «Così non va; così non può continuare».
Ecco allora il terzo messaggio di questo capitolo: il cristiano non è solo colui che dice: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore!». Sa anche, come Giobbe, dire altro. Ad esempio, sa rivolgersi a Dio con queste parole: «Signore, Tu sei il mio Dio e io Ti appartengo. Tu mi hai fatto forza, e mi hai vinto: sono tuo per sempre. Ma succede che talvolta, anzi spesso, nella mia vita e nella vita di tanti altri, i conti non tornano. Capitano molte cose, piccole e grandi, che non corrispondono a quello che io credo di Te, a come Ti ho conosciuto, a come so che Tu sei, a come Tu ci hai promesso di essere. Perciò non le capisco. Le devo accettare, ma non le posso approvare. Non posso dire, davanti a Te: "Sì e Amen!". Dico piuttosto: "Non può essere così!"».
O Giobbe! Giobbe! Giobbe! Ho bisogno di te, per imparare – non è mai troppo tardi – a essere anche, almeno qualche volta, un cristiano ribelle.
Amen

                                                                                                     Paolo Ricca








[1]  Prego colui o colei che si accinge a leggere questa predicazione, di non farlo se prima non ha letto attentamente il capitolo 23 di Giobbe e, se possibile, anche le tre letture introduttive al testo della predicazione. Il Salmo 18 dice il contrario di quella che è stata l'esperienza di Giobbe descritta nel capitolo 23. I Corinzi 4 descrive il destino dell'apostolo, cioè di colui che annuncia Dio al mondo, anzi a quel pezzo di mondo che è la Chiesa (nel caso specifico la Chiesa di Corinto): un destino di sofferenza e di rifiuto, in una parola, un destino di croce. Marco 15 è il racconto tanto drammatico quanto scarno della morte di Gesù: anche il Figlio di Dio, nel mondo, può solo finire su una croce come un delinquente comune. Tra lo scandalo infinito della croce e il lamento di Giobbe che si scandalizza di Dio c'è un filo segreto che il unisce.
[2]  Zwi Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a Dio, Adelphi, Milano 1997, pp. 27-29.
[3]  Agostino, Confessioni, libro X, capitolo 27.
[4] Sören Kierkegaard, Timore e tremore / La ripresa, Edizioni di Comunità, Milano 1977, pp.226-227.
[5]  Ivi, p. 228.