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martedì 19 febbraio 2019

17 Febbraio 2019 – Torino

Predicazione della Pastora 
Maria Bonafede
Galati 5,1
"Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi, state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù".

Care sorelle, cari fratelli in Cristo,
voi siete stati chiamati a libertà, noi siamo stati chiamati a liberta, la chiesa valdese, la nostra comunità, sono state e sono ancora oggi chiamate a libertà. Ecco la scoperta dell'apostolo Paolo: quando si parla di Cristo si parla di libertà, e in questa giornata di memoria di una libertà ottenuta dopo tante prevaricazioni, dopo tanti martiri per la propria fede, dopo tante vicissitudini dolorose, se vogliamo sintetizzare in una parola la forza e il senso del dono di Dio in Cristo, in questa giornata, si fa avanti questa parola preziosa: libertà! "Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi, libere".
Non c'è nessun secondo fine, nessun angolo dietro il quale ci aspetta l'inciampo. La libertà è il grande dono che la fede scopre. L'evangelo della libertà ci chiama a raccolta, ci fa drizzare le orecchie e ci allarga il cuore. "Libertà" è una parola che risuona in tutta la sua forza evocatrice, una parola che trova in ogni donna, in ogni uomo, in ogni popolazione e in ogni parte del mondo, un'eco profonda. È quasi un test, una verifica di vicinanza o di lontananza da Cristo. Dovunque la libertà spaventa, fa paura, si teme la libertà come il peggiore dei mali, lì ci si allontana da Cristo, e dove la libertà è cercata, curata, perseguita, rischiata con coraggio e determinazione, lì è possibile che sia in azione lo Spirito del Signore che, coma Paolo afferma in un'altra lettera, dove si mette in azione crea libertà. La presenza di Dio è come il vento, dice Gesù nel vangelo di Giovanni, di cui odi il rumore ma non sai né donde viene, né dove va.
Cristo ci ha liberati / liberate, perché fossimo liberi!
Non finiremo mai di lodare e ringraziare per questa magnifica notizia, persino oggi, persino noi che oggi siamo confrontati con il senso della libertà, con l'indirizzo della libertà, con l'uso della libertà.
     Ma che la libertà da ogni schiavitù sia la grande passione di Dio, non c'è dubbio, fratelli e sorelle: dall'Esodo fino all'ultima parola dell'Apocalisse, Dio è colui che ascolta il grido degli oppressi, e scende per liberarli e farli salire in un paese dove scorre il latte e il miele…
"Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa e non è sottoposto a nessuno" questo è l'inizio di un piccolo libro di Martin Lutero che si intitola appunto: "La libertà del cristiano". Questa è la Riforma. La scoperta che la libertà è non solo è possibile, non solo è l'anelito del cuore umano, ma è la grande passione di Dio. E noi lo sappiamo con tutta la nostra storia, con la storia che ci ha preceduto e che oggi celebriamo. E lo sappiamo anche con la storia di quanti oggi ancora muoiono per dare ad altri libertà e cura e speranza.
     L'altro ieri leggevamo nelle strisce che accompagnano i programmi televisivi che nello scorso anno, da gennaio 2015 a febbraio 2016, sono morti oltre seicento tra medici di associazioni come medici senza frontiere, volontari, assistenti sociali, giornalisti, uomini e donne che vanno a creare sostegno nelle zone in cui la gente è trucidata. Cristo ci ha liberati e quindi siamo liberi di metterci al servizio della libertà e della vita di altri.
     Sappiamo d'altra parte che oggi, esattamente come all'epoca in cui Paolo scrive, c'è per coloro che credono in Cristo e che hanno ricevuto il messaggio della libertà e l'appello ad essere liberi, il rischio di perdere la libertà, di buttarla via, di rinunciarvi.
Per questo l'apostolo ammonisce i suoi fratelli della Galazia dicendo "Non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù" e batte sul punto dirimente della circoncisione ricordando loro che in Cristo essere circoncisi o non esserlo non conta niente, che è come dire che chi è circonciso perché è lo era già non ha nessun bisogno di nasconderlo, di stravolgere la sua storia, e chi non lo è perché viene da un'altra storia, resti com'è, perché è già libero in Cristo. Perché quello che conta è solo "la fede che opera per mezzo dell'amore". Quindi occhio: state saldi, resistete, non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo … Questo appello accorato e forte è quanto mai necessario perché appunto la libertà la si può perdere. 
Il primo modo in cui si perde di vista la libertà è quello di ritenere la libertà una condizione acquisita e non una vocazione: non darsi pena della libertà, darla per scontata, essere indifferenti sulla libertà. Ci si arrabatta nella vita, la si conosce come ambigua, fatta di mezze libertà, di buon senso, di pensare ai fatti propri e si cerca di evitare i problemi il più a lungo possibile: spesso ci si riesce abbastanza bene, salvo capitolare di fronte alle grandi disavventure. Un po' di scetticismo e un po' di arroganza ci consentono di barcamenarci stando a galla e accettando il sistema nel quale siamo inseriti, con i suoi riti, il suo credo generale, i sì che il sistema richiede.
   
 Quante volte siamo tentati di vivere così, di dar retta al quieto vivere invece che all'interrogativo inquietante della libertà?
Ma le conseguenze dell'indifferenza possono essere terribili e nefaste come dice una famosissima citazione di un pastore dello scorso secolo. Martin Niemöeller , pastore luterano in Germania, in un sermone del 1946 diceva: «Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa. (Citazione riadoperata da B. Brecht  a proposito degli zingari, degli omosessuali, degli handicappati …)
   
 Eppure oggi siamo invitati a guardare alto, a tenere alto il tiro, siamo incontrati da una proposta migliore, che è quella dello stare saldi, della libertà che rende attenti e critici, che ci dice che essere liberi e volerlo rimanere significa vivere una fede che opera nell'amore. Che fare dunque?
Basta pensare, cari fratelli, care sorelle, a quello che ci insegna proprio la storia valdese del 17 Febbraio. Pensiamo a quanto è stato importante per noi, che non contavamo nulla, che non avevamo nulla, sapere che in Prussia, in Scozia, in America... c'era qualcuno che in mezzo a tutte le cose grandi e importanti di cui parlava il mondo, veniva a curiosare, si interessava. Ci sono 5.000 / 10.000 / 20.000 valdesi: non sono liberi, non è giusto, non è uguale, pensavano, che lo siano o che non lo siano, aiutiamoli! Questo servizio alla libertà che gli altri non hanno, questo servizio reso agli schiavi! Il 17 Febbraio, il culto della libertà, deve e può diventare il culto di un alto interesse per la vita e la libertà degli altri.
     Gaetano Salvemini, oltre sessant'anni fa, quando i cristiani pentecostali dopo essere stati perseguitati durante il fascismo, continuavano ad essere pesantemente discriminati e ostacolati dal governo democristiano di allora ebbe a dire, alludendo alle loro manifestazioni spirituali di tipo estatico: "Io non tremolo, ma se non difendo il loro diritto di tremolare, dove finisce il mio diritto di non tremolare? Chi lo difenderà domani se oggi io non mi batto per il loro diritto di tremolare?"
"Stare saldi nella libertà" insomma vuol dire saper decidere per la libertà, per la propria e per l'altrui libertà e rischiare anche di sbagliare.
     La libertà che Cristo dona non è un'assicurazione, una polizza sulla vita. La libertà va vissuta e si può vivere davvero non quando si dà libero spazio a quello che abbiamo dentro, ma dando libero spazio allo spirito di Dio nella nostra vita. E allora guardiamoci attorno e guardiamoci dentro, sempre in tutte e due le direzioni. Guardiamoci attorno e vedremo paura, soprusi, storie di sofferenza e di speranza nelle strade che ci sono quotidiane, vedremo, se guardiamo davvero, persone che faticano ad andare avanti, italiani e immigrati, storie difficili, magari come quella che stiamo vivendo noi stessi, magari molto più difficili. E guardiamoci dentro e vedremo la nostra voglia di scappare, di chiudere gli occhi o addirittura di sentenziare contro la sguaiataggine degli immigrati, contro la loro voglia di vivere e così ci sentiremo anche a posto se non ce ne occupiamo. E poi guardiamo in alto e nel profondo, che è lo stesso, a quella parola che fa di noi uomini e donne liberati per poter essere libere e proseguiamo il cammino sapendo che la libertà non è un possesso ma una vocazione!
Nel mondo ebraico c'è un antico proverbio che voglio citare e che dice: "E' più facile fare uscire Israele dall'Egitto, che l'Egitto da Israele…"
Il 17 Febbraio, il culto della libertà, deve e può diventare il culto di questo grande interesse per la vita e la libertà degli altri.
Che il Signore ci aiuti, amen.

                                                                                   Maria Bonafede

Predicazione del 17 febbraio 2019
Tempio valdese di C.so Vittorio Emanuele II, 23
Torino


lunedì 28 gennaio 2019


Giovanni 4: 1-42

Scheda esegetico-omiletica
 a cura di Aldo Palladino 



Il testo biblico
1 Quando dunque Gesù seppe che i farisei avevano udito che egli faceva e battezzava più discepoli di Giovanni 2 (sebbene non fosse Gesù che battezzava, ma i suoi discepoli), 3 lasciò la Giudea e se ne andò di nuovo in Galilea.4 Ora doveva passare per la Samaria.
5 Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe; 6 e là c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso il pozzo. Era circa l'ora sesta.
7 Una Samaritana venne ad attingere l'acqua. Gesù le disse: «Dammi da bere». 8 (Infatti i suoi discepoli erano andati in città a comprare da mangiare.) 9 La Samaritana allora gli disse: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Infatti i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani. 10 Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell'acqua viva». 11 La donna gli disse: «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?» 13 Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; 14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna». 15 La donna gli disse: «Signore, dammi di quest'acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere». 16 Gesù le disse: «Va' a chiamare tuo marito e vieni qua». 17 La donna gli rispose: «Non ho marito». E Gesù: «Hai detto bene: "Non ho marito"; 18 perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; in questo hai detto la verità». 19 La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare». 21 Gesù le disse: «Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». 25 La donna gli disse: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annuncerà ogni cosa». 26 Gesù le disse: «Sono io, io che ti parlo!»
27 In quel mentre giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che egli parlasse con una donna; eppure nessuno gli chiese: «Che cerchi?» o: «Perché discorri con lei?» 28 La donna lasciò dunque la sua secchia, se ne andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potrebbe essere lui il Cristo?» 30 La gente uscì dalla città e andò da lui.
31 Intanto i discepoli lo pregavano, dicendo: «Maestro, mangia». 32 Ma egli disse loro: «Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete». 33 Perciò i discepoli si dicevano gli uni gli altri: «Forse qualcuno gli ha portato da mangiare?» 34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l'opera sua. 35 Non dite voi che ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ebbene, vi dico: alzate gli occhi e guardate le campagne come già biancheggiano per la mietitura. 36 Il mietitore riceve una ricompensa e raccoglie frutto per la vita eterna, affinché il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme. 37 Poiché in questo è vero il detto: "L'uno semina e l'altro miete". 38 Io vi ho mandati a mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica».
39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui a motivo della testimonianza, resa da quella donna: «Egli mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40 Quando dunque i Samaritani andarono da lui, lo pregarono di trattenersi da loro; ed egli si trattenne là due giorni. 41 E molti di più credettero a motivo della sua parola 42 e dicevano alla donna: «Non è più a motivo di quello che tu ci hai detto, che crediamo; perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo».


Introduzione
Dopo l'incontro con Nicodemo, avente per oggetto la vera via della salvezza e come si può vedere il Regno di Dio (Gv. 3:3) e entrare in esso (3:5), quello con la donna samaritana al pozzo di Giacobbe è l'occasione per Gesù di affermare chi può entrare nel Regno di Dio, a chi è rivolta la sua missione. Se questo è l'obiettivo del racconto, che si affianca a quello di rivelare Gesù come Messia (v. 26) e come "salvatore del mondo" (17b), si può ben comprendere come sia fuorviante qualsiasi "trattazione pastorale del caso di una povera donna moralmente caduta in basso, condotta con grande finezza psicologica a riconoscere i suoi peccati e le sue colpe, a pentirsi e a convertirsi moralmente… Le parole di Gesù sul movimentato passato della Samaritana hanno soltanto lo scopo di provocare lo stupore per il suo sapere profetico" (H. Strathmann).
Alcuni elementi del racconto fungono da pretesto e da preparazione al vero messaggio che si intende lanciare e si dissolvono lasciando al lettore la soluzione. Notiamo, infatti, che la richiesta di acqua da bere da parte di Gesù (v.7) non è soddisfatta; così come il colloquio con la Samaritana viene interrotto e di lei alla fine del racconto non si sa più nulla. Bisogna, dunque, trarre dal testo contenuti nascosti dietro le parole che raccontano l'episodio o individuare simbolismi che racchiudono altri significati e/o rimandano ad altri eventi e insegnamenti. Pertanto, vediamo nella Samaritana la rappresentazione del samaritanesimo e la personificazione della comunità samaritana. E i cinque mariti del v. 18 ci potrebbero rimandare a quell'operazione d'innesto o di trapianto culturale (2 Re 17: 24 e ss.) che il re assiro Sargon fece dopo la conquista della Samaria nel 722 a.C., deportando la popolazione di quel territorio e sostituendola con cinque popolazioni differenti dell'Assiria, che si trasferirono  dalla loro patria alla Samaria portando con sé usi, costumi, pratiche religiose e, quindi, il culto ai loro cinque antichi dèi (2 Re 17: 24-32). Dunque, i cinque mariti, dietro il racconto di un cattivo comportamento della donna nel matrimonio, sono la rappresentazione della storia religiosa dei Samaritani che hanno adorato cinque divinità pagane. Il sesto marito è il Dio d'Israele. Questo sincretismo è all'origine della plurisecolare inimicizia tra Giudei e Samaritani, che si acuì quando sul monte Garizim (monte sacro secondo Deut. 11:29) fu costruito un tempio con un culto scismatico, alternativo a quello di Gerusalemme (fonti storiche sono quelle di Giuseppe Flavio in Ant. Jud.).
Altro motivo di distanza tra i due popoli è che i Samaritani rifiutarono i libri profetici e poetici (i Profeti e gli Scritti) del canone ebraico e riconobbero solo i libri di Mosè, il Pentateuco. Inoltre, i Samaritani attendevano un Taheb (=restauratore) della retta fedeuna figura quasi simile al Messia degli Ebrei.

Struttura narrativa
La struttura del racconto della Samaritana è in funzione dei temi trattati. Abbiamo così;
-   alcuni versetti di transizione (1-4);
-   la cornice geografica (5-6);
-   il tema dell'acqua viva (7-15);
-   il tema dell'autentico culto, legato allo Spirito (16-26);
-   il tema della missione e dell'apostolato (27-38);
-   il tema del riconoscimento di Gesù (39-42).


ESEGESI
 vv.1-4. Sono versetti introduttivi che contengono due motivi per cui Gesù decide di trasferirsi dalla Giudea alla Galilea. Il primo è di sottrarsi all'ostilità dei Farisei dopo i successi della sua attività in quella terra. Il secondo è decucibile da quel "ora dovevapassare per la Samaria" (v.4), che lascia intendere come i Samaritani, considerati dai Giudei degli eretici e pagani, rientrassero invece nel progetto salvifico divino, a cui hanno aderito prontamente e con entusiasmo (4: 39-41), come testimoniato anche da Luca in At. 8: 5.14. Il racconto probabilmente riflette il ricordo dell'evangelizzazione della regione della Samaria (At. 8: 5-8.12.14-17.25), avvenuta a seguito di una persecuzione scoppiata a Gerusalemme, che disperse i nuovi credenti per la Giudea e per la Samaria (At. 8: 1-4).
Anche se il Gesù matteano proibisce ai suoi discepoli di svolgere la loro missione nelle città dei Samaritani, accomunati ai pagani (Mt. 10: 5), il Gesù lucano sgrida i discepoli che chiedono di far scendere dal cielo un fuoco consumante sui Samaritani(Lc. 9: 52-54). Gesù negli vangeli non si allinea alla mentalità corrente antisamaritana, anzi la contrasta fortemente, come dimostrano, ad esempio, la parabola del buon Samaritano (Lc. 10: 25-37) e quella della guarigione dei dieci lebbrosi ( Lc. 17: 11-19)

vv. 5-6. Il contesto geografico in cui si svolge l'incontro con la Samaritana ha valore descrittivo per collocare l'episodio in un luogo e in un territorio ben definito (il pozzo di Giacobbe vicino alla città di Sicar (l'antica Sichem dell'AT menzionata anche in At. 7:16), ma dobbiamo supporre che esso abbia anche uno sfondo cristologico, dato che preannuncia il confronto fra Giacobbe e Gesù (v.12).
La storia del pozzo di Giacobbe, che troviamo in Gen. 33: 18-29; 48: 21-22; Gs. 24: 32, ci ricorda il dono che Giacobbe fece a suo figlio Giuseppe, una proprietà con un pozzo di acqua deperibile (vv. 6.13). A quella storia Gesù si rifà per parlare della "proprietà" che il Padre gli ha affidato e del dono dell'acqua viva che disseta per sempre.
Nell'AT il pozzo era luogo di incontri, di appuntamenti anche amorosi: il servo di Abramo trova Rebecca per Isacco (Gen. 24), Giacobbe incontra Rachele (Gen. 29:1-14), Mosè conosce Sefora (Es. 2:14-22), tutte coppie che danno l'immagine del matrimonio. L'incontro di Gesù con la Samaritana ovvero con il popolo samaritano può essere interpretato alla luce di un rapporto sponsale che Dio vuole intrattenere con questo popolo attraverso il Messia.
La ricchezza di simboli è evidente: il pozzo è anche simbolo della legge, della disciplina (Prov. 5:15) e, secondo la sapienza degli antichi, della conoscenza.

vv.7-15. Il tema dell'acqua viva
La narrazione dell'incontro di Gesù e della Samaritana ha un livello storico, ma è probabile che Giovanni nel suo racconto segua una linea metaforica e simbolica. Ad esempio, l'acqua  attinta dal pozzo di Giacobbe è metafora della sapienza e dell'insegnamento della Torah. E la Samaritana va a dissetarsi al pozzo di Giacobbe, cioè alla Torah, l'unico testo sacro riconosciuto dalla comunità samaritana.
v. 7.  Gesù rivolge la parola a una donna che non ha un nome, è samaritana e ha avuto cinque "mariti", sei tenendo conto di quello attuale. L'anonimia è assenza di identità personale ma anche segno di una indefinita identità religiosa che Gesù intende correggere. Lo fa superando tutte le barriere culturali e ogni tipo di pregiudizio rivolgendosi, con la richiesta: "Dammi da bere", a una donna, che era considerata un essere inferiore; a una samaritana, appartenente a un popolo impuro e pagano. Il dialogo, con un rovesciamento di ruoli, terminerà, come sappiamo, con la richiesta della Samaritana "dammi di quest'acqua".

v. 8. L'assenza dei discepoli è una finezza narrativa che rende più forte l'incontro privato di Gesù con la Samaritana.

v. 9. Un Giudeo che si rivolge a una donna crea stupore e forse anche curiosità e meraviglia nella Samaritana, che chiede di conoscere il "come mai" di quel comportamento controcorrente, anomalo, al di fuori della storia, giacché Giudei e Samaritani non hanno relazioni.

v.10. Gesù non si fa sfuggire l'occasione della domanda della donna per poterla "agganciare" stimolando la sua riflessione sulla conoscenza del "dono di Dio", sulla persona che le ha chiesto dell'acqua da bere e sull'"acqua viva".
Il tema del dono di Dio e dell'acqua viva dipende dal verbo "conoscere", che nel vangelo di Giovanni è ricorrente. I verbi "conoscere" e "sapere" ricorrono complessivamente nel racconto giovanneo circa 107 volte e spesso hanno una stretta attinenza con il mistero che permea Gesù e la sua divinità e introducono il credente, generato da questa conoscenza e da questo sapere, nel mondo di Dio. Il versetto che meglio interpreta ed esprime la vera natura di questa conoscenza, da cui discende il sapere, si trova in Gv. 17:3: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo". Il conoscere, dunque, è vita eterna, vita di Dio.
Il v. 10 segna il momento in cui Gesù fissa il tema del dialogo, che è incentrato sulla conoscenza di Gesù, dono di Dio e dispensatore di acqua viva, cioè di salvezza, di nuova vita.   

v.11-14. Ma la Samaritana ancora non comprende. Acqua viva per lei è l'acqua di sorgente, di fonte e quel "Giudeo" (v.9) (che ora chiama "Signore") non ha neanche un secchio per poterla attingere dal pozzo di Giacobbe, che è molto profondo. È interessante notare che la Samaritana inizia a mettere a confronto e a contrapporre i due doni, quello del pozzo di Giacobbe che ha dissetato se stesso, i suoi figli e il suo bestiame e fu donato ai samaritani (v.12b), e l'acqua viva che Gesù offre in dono alla donna, precisando che "chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna".

v. 15. La Samaritana non riesce a comprendere Gesù, ma continua a pensare ad un'acqua che spegne la sete del corpo, un'acqua portentosa, che le permette di non tornare più al pozzo per rifornirsene. La richiesta della Samaritana suona meglio come un'invocazione a Gesù: "Signore, dammi quest'acqua affinché non abbia (più) sete e non passi qui ad attingere".

 
vv. 16-26. Il tema dell'autentico culto, quello dello Spirito

v. 16-18. Gesù, vedendo che la strategia usata non ha dato il risultato atteso, sposta il dialogo sulla situazione matrimoniale della Samaritana. Il lettore rimane un po' spiazzato o disorientato, ma questo stacco traumatico è probabilmente voluto dall'autore per accompagnarlo verso il nuovo tema del culto spirituale. Infatti, la vita della Samaritana è disordinata, come lo è il popolo samaritano che ha inquinato il culto a Jahweh introducendo altre divinità (cinque mariti). Qui storia e simbolismo si coniugano, anzi una storia personale diventa una parabola dai significati più profondi.

v. 19. Messa davanti alle asserzioni di Gesù, la donna pensa che l'uomo che gli sta davanti è un profeta. È un ulteriore passo in avanti verso la vera conoscenza di Gesù, ma non siamo ancora alla scoperta della sua messianicità. La fede della Samaritana è fede in ricerca ed ha un suo percorso, un suo movimento, dato che al v. 10 per lei Gesù era solo un "Giudeo", nei vv. 11 e 15 un "signore", ed ora un "profeta", nel significato popolare di uomo di Dio o illuminato da Dio, riconoscendo, quindi, in Gesù autorevolezza morale e spirituale.

vv. 20. Questa è l'occasione propizia per ricevere una parola definitiva sulla diatriba che contrapponeva da secoli i Giudei ai Samaritani: dove, in quale luogo, su quale monte bisogna adorare Dio?  "I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare". Il monte di cui parla la Samaritana è il "Garizim" su cui sorgeva il tempio samaritano. La questione era rilevante poiché Dt. 12: 5-7 imponeva un unico luogo di culto: "ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che il Signore vostro Dio avrà scelto fra tutte le vostre tribù, come sede del suo nome; là andrete. Là presenterete i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime…".  Dt. 12: 5-7 non precisa quale sia quel luogo, ma i Giudei hanno sempre creduto che fosse Gerusalemme e i Samaritani  il monte Garizim, difendendo la scelta strenuamente, perché sbagliare il luogo di culto significava inficiare la validità del culto stesso.
Bisogna precisare, tuttavia, che 2 Cr. 6: 6; 7:12; Salmo 78: 68, precisano che il luogo stabilito successivamente è Gerusalemme, il monte di Sion, ma i Samaritani si sono sempre opposti alla costruzione del tempio gerosolomitano (Esdra 4:1-5, Nehemia 4.1-2).

vv. 21-24. Gesù risponde alla Samaritana superando la contrapposizione dei luoghi di culto. Le due vie contese, Garizim o Gerusalemme, non hanno più senso perché è giunto il tempo ("l'ora viene, anzi è già venuta") di non dare più valore ai luoghi, "perché Dio è oltre i santuari e non dentro, oltre i mille santuari del mondo. Praticamente Gesù qui proclama la loro fine. Non ci sono più un luogo santo, un monte santo, una città santa, una sede santa, una terra santa. Soltanto Dio è Santo, soltanto lo Spirito è Santo" (Paolo Ricca).
La nuova via che Gesù inaugura è quella dell'adorazione del Padre, "in spirito e verità", che sono i luoghi propri di Dio; "in spirito", cioè in un vivificante rapporto di vita con Dio, "Dio unico e Padre di tutti, che è sopra tutti, fra tutti ed in tutti" (Ef. 4:6). Non più Dio mio nostro, privatizzato o imprigionato nelle nostre identità confessionali, ma l'Iddio pneuma, vento, che come tale è libero. "In verità", cioè nella verità rivelata di Dio e non quella delle filosofie umane, dei nostri riti. E la rivelazione di Dio è Cristo, la croce, la risurrezione, di cui l'antico culto era solo un'ombra.
I "veri adoratori" sono coloro che si svincolano dai parametri storici e che si proiettano nella dimensione di Dio. I "veri adoratori" sono coloro che fanno del proprio essere un tempio dello Spirito Santo, della verità, e che celebrano il culto a Dio in Gesù Cristo nella propria vita, che diventa anche questa un luogo privilegiato.

vv. 25-26. A questo punto, la Samaritana confessa la sua fede nel Messia, anche se il Messia dei Samaritani ha connotati leggermente diversi da quello delle attese giudaiche. Non ha nulla di divino, essendo solo un "Taheb", cioè "colui che viene", "colui che torna", un "restauratore". È un Messia profetico che ha il compito di riferire, esporre ogni cosa, un compito informativo e didattico nell'insieme. Infatti, la Samaritana dice di credere in un Messia che viene e che annuncia (presente indicativo) (mentre il v.25b nella Nuova Riveduta pone il verbo al futuro).
La risposta di Gesù alla donna giunge chiara e senza possibilità di fraintendimenti: " Sono io, io che ti parlo".  "Sono io" ricorda l'"io sono colui che sono" di Dio a Mosè (Es. 3:14) e "io che ti parlo" (letteralmente il "parlante") ci ricorda il Logos, la Parola che si autorivela in un continuo dono di Sé attraverso una continua comunicazione che, una volta accolta, si fa comunione.
Gesù parla direttamente alla Samaritana sciogliendo ogni dubbio sul mistero della sua persona. Per la prima volta nell'evangelo di Giovanni Gesù si rivela come il Messia.


vv. 27-38. Il tema della missione e dell'apostolato

vv. 27-30. Lo scenario cambia: i discepoli tornano mentre la Samaritana lascia la brocca (simbolo della sua fede nella Torah) e corre al villaggio ad annunciare che forse ha incontrato il Messia. La scoperta al pozzo di Giacobbe le ha fatto una tale impressione che ha dimenticato la ragione per cui vi era andata.

vv.31-38. Prima che giungano gli abitanti del villaggio, troviamo nel nostro testo il colloquio di Gesù con i discepoli che ha come tema il lavoro missionario. Ma il colloquio si svolge su due livelli: quello dei discepoli, puramente materiale e legato alle necessità corporali, e quello di Gesù, che afferma che il vero cibo "è di far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l'opera sua" (v. 34). Questo non significa che Gesù non abbia fisicamente bisogno di cibo, ma piuttosto che la sua grande passione e il suo desiderio è di fare la volontà di Dio (5:30; 8:29); egli sa che l'uomo non vive di solo pane , ma "di tutto quello che procede dalla bocca del Signore" (Dt. 8:3). La sua priorità è spirituale, non materiale. Questa è la sua missione. Ma, stranamente, Gesù, parlando del lavoro missionario che è fatto di due tempi, semina e raccolto, e che si realizzano in quell'area geografica con un tempo di attesa di quattro mesi, qui, sottolinea la gioia di chi semina e raccoglie allo stesso tempo.
Nella Scrittura il seminatore e il mietitore sono contrapposti e la gioia è soltanto del mietitore (Salmo 126:5-6), ma nei tempi messianici "l'aratore raggiunge il mietitore (Amos 9:13) e la loro gioia può essere comune. Gesù realizza a pieno questi tempi messianici e nei confronti dei Samaritani egli ha la gioiosa emozione di essere seminatore e mietitore. I discepoli devono comprendere che il loro lavoro missionario altro non è che mietitura, poiché altri hanno seminato in passato, dai patriarchi ai profeti dell'A.T. fino a Giovanni Battista.


vv. 39-42. Il tema del riconoscimento di Gesù

v. 39-40. Riprende qui il racconto lasciato in sospeso al v. 30. La testimonianza della Samaritana ha prodotto un primo risultato: i Samaritani escono dal villaggio e vanno a Gesù, un'espressione che possiamo intendere anche in senso metaforico per indicare l'abbandono del culto sincretistico e l'avvicinamento a Gesù, imprimendo alla propria vita un nuovo orientamento. Infatti, "credettero in lui". Tuttavia, il percorso di fede dei Samaritani non si arresta: dopo essere andati a Gesù, essi gli chiedono di rimanere/trattenersi con loro ("andare" e "rimanere" sono due verbi significativi che preludono al discepolato, come in Gv.1:39). E Gesù dedica due giorni ai Samaritani

v. 41-42. Il risultato dei due giorni di ammaestramento è l'ammissione di molti Samaritani di credere "a motivo della sua parola". La contrapposizione tra la testimonianza della samaritana e della parola di Gesù è significativa in quanto asserisce che solo l'incontro con la persona di Gesù può fornire il fondamento sicuro per la fede. Si può accettare la parola che ci viene annunciata, ma la fede personale si radica solo quando scopre Colui che la parola stessa annuncia e confessa che Gesù Cristo è il salvatore del mondo.

PER LA PREDICAZIONE 
La varietà di elementi storici, politici, teologici, sociologici, antropologici, psicologici, presenti nel nostro testo potrebbero autorizzarci a sviluppare diversi temi ai fini della predicazione. Ma se vogliamo contenerli entro un'unica linea direttrice che li accomuna, occorre tenere presente che il pensiero teologico di Giovanni lascia in ombra la nozione del "Regno di Dio" per concentrare la sua attenzione sulla persona di Gesù Cristo. I credenti sono visti solo in rapporto con Gesù: come tralci attaccati al ceppo (15: 4), come pecore al seguito del pastore (10: 4), come uomini e donne che vanno alla fonte di acqua viva per dissetarsi (4: 13-15; 6: 35b).

1. Nella pericope della Samaritana, Gesù è visto nelle vesti di riconciliatore di nemici storici (Sloyan). Ma la sua opera di riconciliazione non è stata quella di indire una conferenza di pace per arrivare a un compromesso, ad un trattato di pace o di non belligeranza, ad una Dieta, ad una Concordia, no; Gesù, semplicemente, mosso da un sano sentimento per i Samaritani, rompe il silenzio, vince ogni forma di pregiudizio, ed entra in contatto con un popolo che secoli di contrasti e di ostilità hanno tenuto segregato e separato dai vicini Giudei.
La storia cristiana è piena di laceranti contrasti, d'invettive, di scomuniche, di antipatie storiche e di vecchie ferite: neri e bianchi, cattolici e protestanti, cattolici e ortodossi, ebrei e cristiani, gli uni contro gli altri pronti a difendere la "propria" verità in nome di Dio e a usarla per giudicare, condannare, soggiogare, se non per eliminare fisicamente l'altro. Gesù nei vangeli rifiuta ogni forma di ostilità basata sul pregiudizio e interpone la forza della parola e del dialogo verso tutti.  Questa è la via per affrontare, gestire e risolvere i conflitti presenti in ogni ambito della vita umana e costruire delle relazioni umane in cui, a partire dall'ascolto, sia fondamentale riconoscere, rispettare la dignità dell'altro e rispondere ai suoi bisogni materiali e spirituali. È quello che fa Gesù quando incontra la Samaritana, dialogando prima con lei, poi con i Samaritani che accorrono a lui. Gesù, infatti, accoglie tutti e offre se stesso a tutti, perché l'amore di Dio travalica ogni confine e abbatte ogni barriera (Gv. 3:16).

2. Si può vedere nella donna samaritana la figura del/della credente che ha bisogno del suo tempo per uscire dalla gabbia delle tradizioni e per riconoscere la novità di vita che gli/le viene proposta: Gesù svolge verso di lei la funzione di un pedagogo, perché la conduce con grazia e progressivamente a riconoscere che quel  "giudeo" è un "signore", poi un "profeta", infine è il "Salvatore del mondo". È per noi una lezione di come accompagnare verso la fede chi è nel dubbio o in ricerca.

3. Dall'esegesi si possono trarre spunti di predicazione sull'importanza dell'acqua e dell'aria (vento) per la vita dell'essere umano. Sono simboli che rinviano a Gesù Cristo e allo Spirito Santo, che in noi agiscono per condurci all'adorazione, alla lode, al servizio, nella libertà di figli di Dio.

4. Il dialogo di Gesù con i discepoli sul tema della semina e della mietitura è argomento di grande attualità per la chiesa, perché applicabile al tema dell'evangelizzazione. Bisogna, come insegna Gesù, cogliere  l'urgenza di evangelizzare, seminare la parola, con una vera passione per le anime e con il cuore sensibilizzato dalla prospettiva della mietitura.

                                                                             Aldo Palladino




Testi d'appoggio:
Rom. 3: 29-30; Ef. 4: 4-6

Inni: 312 (seguire Gesù); 263 (santificazione), 266 (vocazione), 135 (missione).
  
Bibliografia
- Hermann Strathmann, Il vangelo secondo Giovanni. Paideia Editrice, 1973.
- Gerard Sloyann, Giovanni. Claudiana, 2008.
- Santi Grasso, Il Vangelo di Giovanni. Città Nova, 2005.
- Alfred Wikenhauser, L'Evangelo secondo Giovanni. Morcelliana, 1968.
- Giovanni Lonardi, Il Vangelo secondo Giovanni. (Internet).
- Il Vangelo secondo Giovanni. Nuovo Testamento annotato. Claudiana.

venerdì 18 gennaio 2019





                                 SOCIETÀ MALATA

Una riflessione di Aldo Palladino

     

     Alcuni pensatori contemporanei, analizzando i mali della nostra società, affermano che il progresso industriale e tecnologico non è riuscito realizzare neanche uno dei suoi obiettivi di fondo, e cioè la felicità per tutti, la pace sociale, l'armonia dell'uomo con la natura. Essi sostengono, anzi, che l'umanità è destinata alla catastrofe, perché il modo di vivere dell'uomo, oggi più che in altri tempi, è  incentrato sullo sfrenato desiderio di possedere beni e potere, sullo spreco più che sul consumo razionalizzato, sull'egoismo. Infine, delineando una nuova etica, prospettano la possibilità di un nuovo atteggiamento dell'uomo verso la società e verso la natura tendente a ristabilire equilibri capaci di evitare la paventata catastrofe.

 L'uomo, dunque, è fortemente impegnato a ricercare delle soluzioni ai molti problemi che per la loro gravità si impongono alla società umana, primi fra tutti quelli della fame, della sovrappopolazione, del disordine ecologico, della mancanza di energia, delle guerre. Egli cerca alternative e correttivi, discute, studia, programma, sperimenta, ma i risultati  contraddicono tutti i buoni propositi di quei pensatori.
Perché mai questo?

Le cause
La Bibbia afferma che tutto questo avviene:
- perché gli uomini "pur avendo conosciuto Iddio, non l'hanno glorificato come Iddio, né l'hanno glorificato, ma si son dati a vani ragionamenti, e l'insensato loro cuore si è ottenebrato" (Rom. 1,21);
- perché l'uomo "confida nell'uomo" (Ger. 17, 5), non ricevendo per questo la benedizione di Dio; si appoggia sul proprio discernimento (Prov. 3, 5), subendo le conseguenze della sua limitatezza; continua a ripetere in modo arrogante: "Noi vogliamo camminare seguendo i nostri propri pensieri, e vogliamo agire seguendo la caparbietà del nostro cuore malvagio" (Ger. 18,12), attirandosi il giudizio di Dio.
     In sintesi, l'analisi che Dio fa dei problemi in cui si dibatte questa umanità si riconduce al fatto che l'uomo ha voluto sostituirsi in tutto e per tutto a lui. "Sarete come Dio" (Gen. 3, 5), aveva detto il serpente, ingannando l'intero genere umano. Da quel momento, l'uomo scrive la sua storia per essere come Dio, ma è la storia nel suo peccato e delle sue disastrose conseguenze.
     Disfacendosi di Dio e rifiutando Gesù Cristo, il Salvatore del mondo, la vera e unica soluzione a tutti i problemi, individuali e collettivi, l'uomo scade a bassi livelli di degradazione morale in una spaventosa condizione che lo spinge ad agire senza alcun freno per l'esaltazione del suo "io" (potere, prestigio, successo) per la sopraffazione del suo prossimo in vista di interessi soltanto personali.
     Dio individua la vera causa delle malattie di questa società malata non tanto in errori di impostazione ideologica o politica quanto nella condizione spirituale di ciascun uomo che Egli considera peccatore (Salmo 14, 2-3), ribelle (Is. 59, 13), incapace di fare alcun bene (Gen. 6, 5).

     Il rimedio
    È sulla base di ciò che Dio dichiara nella sua Parola che i credenti affermano di non confidare nei programmi e nelle prospettive di rinnovamento offerti dall'uomo.
     Per i cristiani "l'aiuto viene dall'eterno" (Salmo 121, 2) e Gesù è colui che l'ha portato in un modo perfetto dando la sua vita sulla croce e consentendo all'uomo di realizzare la pace con Dio (Col. 1, 20), la redenzione (Ef. 1, 7), di ottenere la liberazione dai peccati (Ap. 1, 5).
     Dio, e lui soltanto, offre in Gesù Cristo il vero rimedio a tutti mali spirituali, morali e materiali di questo mondo. Egli dice: "Lasci l'esempio la sua vita, e l'uomo iniquo i suoi pensieri: e si converta all'Eterno che avrà pietà di lui, e al nostro Dio che è largo nel perdonare (Ger. 55, 7).
Questo mondo non ha bisogno di uomini forti e sicuri di sé, che si credono onnipotenti, ma di uomini e donne che, mediante la fede, vivono una vita di fedeltà e di sottomissione alla Parola di Dio per la realizzazione di una comunità umana che persegue fini di pace, giustizia, amore e di grande solidarietà, secondo il progetto che Gesù ha disegnato con l'avvento del suo Regno.
  
                                                                                                     Aldo Palladino    

lunedì 15 ottobre 2018



I Corinzi 7, 29-31

Vivere "come se non..."

Predicazione di Aldo Palladino



Il testo biblico
29 Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato; da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l'avessero; 30 quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; 31 quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa.

***

     Queste parole dell'apostolo Paolo, se tolte dal loro contesto, potrebbero provocare in noi un certo sconcerto o sollevare in noi qualche dubbio, perché sembrano invitarci:
  • al libertinaggio, quando si invita chi ha moglie (o marito) a vivere come se non l'avesse;
  • ad un comportamento cinico, quando si dice che quelli che piangono vivano come se non piangessero e quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero;
  • ad un comportamento distaccato dalla realtà, quando si afferma che quelli che comprano vivano come se non possedessero;
  • ad un atteggiamento indifferente e deresponsabilizzato, quando si invitano quelli che usano di questo mondo, a vivere come se non ne usassero.

Ma non è questa l'intenzione dell'apostolo Paolo! In realtà Paolo pronuncia queste parole all'interno di un discorso più ampio che lui fa per rispondere ai credenti della chiesa di Corinto che su molte questioni erano divisi e fortemente in conflitto. In particolare, nel cap. 7, di cui fanno parte questi nostri 3 versetti, egli affronta il tema della sessualità, del matrimonio, del celibato, della circoncisione e della incirconcisione. Erano temi che erano diventati veri problemi al punto che i corinzi si erano divisi in due gruppi contrapposti:

1. da una parte il gruppo dei cosiddetti "entusiasti" – oggi noi diremmo "fanatici" -, i quali ritenevano che il matrimonio fosse incompatibile con la vita cristiana, che doveva essere libera da ogni attrattiva sessuale e da ogni forma passionale (gli "entusiasti" vedevano il sesso come una "schiavitù" nei confronti della "carne, come un impedimento per una vita veramente "spirituale").

2. dall'altra parte il gruppo che rivendicava una libertà sessuale più totale, senza obblighi e limiti.

     Dunque, a quei credenti che gli avevano chiesto il suo parere per risolvere i conflitti presenti nella chiesa, Paolo sul tema della sessualità risponde con 40 lunghi versetti del cap. 7. Non possiamo qui svilupparli tutti, possiamo però dire che l'idea principale di Paolo è questa: "È bene per l'uomo non toccare donna, ma, per le fornicazioni, ogni uomo abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito". (7,1-2). Paolo dunque fissa un principio generale che possa aiutare i corinzi  a vivere una giusta ed equilibrata vita di relazione tra uomini e donne, coerente con la fede e in vista dell'unità della chiesa. Il principio è questo: la condizione ideale per un cristiano è quella di astenersi da qualsiasi relazione sessuale; tuttavia chi non può trovare pace in questa condizione si deve sposare. In altre parole: chi si sposa fa bene ma chi non si sposa fa meglio.

Oggi noi su questa affermazione di Paolo possiamo farci anche una risatina, eppure questa è la risposta che Paolo dà ai credenti di Corinto.

A ben guardare, Paolo fornisce regole non assolute, ma relativizzate e rispondenti alle varie condizioni di vita delle persone, che sono chiamate ad un agire bene ma anche ad un agire meglio.

Vivere "come se non"
Anche i nostri versetti da 29 a 31 sono all'insegna di una certa relativizzazione. Paolo relativizza il nostro tempo, le nostre cose, le nostre attività, i nostri sentimenti. Ci esorta a vivere secondo la filosofia del "come se non", a comprare come se non si possedesse, a piangere come se non si fosse tristi, ad avere mariti o moglie come se non si fosse sposati.
Con le sue parole, non vuole affatto portarci allo scetticismo, nè vuole portarci a distaccarci dalla realtà. Vuole invece invitarci a riflettere sul nostro modo di usare il mondo e di essere consapevoli che la nostra esistenza è fortemente condizionata da due elementi, da due categorie teologiche e sapienziali:
  • il tempo che si è abbreviato o che è stato abbreviato (v. 29);
  • la figura di questo mondo che passa (v. 31).

Il tempo di cui parla Paolo non è quello cronologico, il chrónos, che in greco è appunto il tempo oggi regolato dagli orologi, bensì quello qualitativo del kairós che è il tempo nel suo contenuto di azioni umane, di vicende, di eventi vissuti sotto il segno della grazia di Dio. Paolo questo tempo lo sente "breve" perché crede nell'imminente incontro con Cristo e vive nell'attesa di quell'avvenimento, rispetto al quale ogni credente deve orientare la propria vita valorizzando il tempo presente operando scelte responsabili per una vita piena, di gioia, di libertà, di pace e di amore verso il prossimo. È il tempo della continua conversione per aprire le porte al Regno di Dio. Ma è anche il tempo che l'Ecclesiaste, il Qoelet, ci presenta con la ricchezza dei suoi contrasti e delle sue contraddizioni e che comunque deve essere vissuto come un dono di Dio. Quello che si "è" o si "ha" diventa relativo: ciò che urge è prepararsi all'incontro con Cristo, che se da una parte dà senso alla vita terrena, da un'altra apre alla vita definitiva.

La figura di questo mondo che passa, lo schéma, la figura esteriore, la struttura decadente del mondo che è una realtà destinata a passare a differenza di quelle realtà più vere e sostanziali che non avranno mai fine.
Nel Nuovo Testamento la parola mondo ha una valenza negativa, qui invece Paolo parla di una mondanità positiva e vitale, capace di costruire e progettare, che ci spinge a usare del mondo in modo utile e che Paolo associa al matrimonio, inteso non come istituzione ma come capacità umana di mettere radici, di fare figli e preoccuparsi per loro, di produrre, costruire, fare progetti, di fare insomma un buon uso del mondo e di agire bene. Al tempo stesso, il monito di Paolo è, come dicevo,  di sapere stare nel mondo all'insegna del "come se non" cioè di sapere che la nostra vita e tutti i beni che possediamo, le cose preziose e quelle di poco valore, i grandi e piccoli affetti, a cui però siamo morbosamente attaccati e che sovente condizionano in modo pesante la nostra esistenza, tutto è destinato a passare.
Nei vangeli Gesù invitava a "comprendere questo tempo" e a vivere in questo mondo in cui siamo inseriti non attaccando il nostro cuore ai tesori che vengono scassinati dai ladri o consumati dai tarli, non tormentandosi nell'affanno del possesso, bensì a scegliere la via della conversione al Regno di Dio e alla sua giustizia (Matteo 6, 19-34). Questo significa mettere il nostro tempo e la nostra vita sotto il giudizio e la benedizione di Dio, che nascono dalla morte e dalla risurrezione di Gesù Cristo.
Paolo dunque con le sue parole non ci invita al distacco dal mondo, anzi ci invita a prendere moglie o marito e ad assumerci le responsabilità per ogni tipo di relazione affettiva o per ogni attività che intraprendiamo. Però ci chiede anche di essere pronti ad ogni rinuncia dei beni che abbiamo per essere aperti alle cose migliori che il Signore ci offre, cioè alla giustizia, all'amore per Dio e per il prossimo. E questa è la sfida che dobbiamo affrontare, questa è l'avventura della fede.

Aldo Palladino



Domenica, 14 ottobre 2018
Tempio valdese di C.so Principe Oddone, 7
Torino