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25 giugno 2026

Matteo 10,24-39 Il coraggio di appartenere a Gesù




         Matteo 10, 24-39
                       Il coraggio di appartenere a Gesù

Predicazione del Past. Michel Charbonnier

Tempio Valdese di Torre Pellice (Centro), 21 giugno 2026

 

Il testo biblico

24 Un discepolo non è superiore al maestro, né un servo superiore al suo signore. 25 Basti al discepolo essere come il suo maestro e al servo essere come il suo signore. Se hanno chiamato Belzebù il padrone, quanto più chiameranno così quelli di casa sua! 26 Non li temete dunque; perché non c'è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all'orecchio, predicatelo sui tetti. 28 E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima; temete piuttosto colui che può far perire l'anima e il corpo nella geenna. 29 Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. 30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.

32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. 33 Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.

34 Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettere pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a mettere l'uomo contro suo padre, la figlia contro sua madre e la nuora contro sua suocera; 36 e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua. 37 Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. 38 Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.


Labess — niente di male

"La paura bussò alla porta. La Fede andò ad aprire. Non c'era nessuno."[1]

Vorrei che questa immagine restasse sullo sfondo di tutto quello che diremo oggi, perché questa frase è in fondo un riassunto concentrato del brano che abbiamo ascoltato. Gesù sta mandando i suoi discepoli in missione, e prima di lasciarli partire dice loro, in tre modi diversi: non abbiate paura. Non è un incoraggiamento generico. È la chiave per capire tutto il resto.

Gesù comincia con un principio quasi disarmante nella sua ovvietà: "Il discepolo non è da più del maestro, né il servo da più del padrone. Basti al discepolo essere come il suo maestro." Sembra di buon senso. Ma dietro questa frase semplice si nasconde una teologia precisa.

Non si tratta di imitare Gesù come si imita un modello morale, copiandone i gesti da fuori. Si tratta di qualcosa di più radicale: essere incorporati in lui, condividerne la sorte — compresa la croce. Calvino lo diceva con una frase tagliente: "Non dobbiamo cercare onori laddove il nostro Capo ha portato obbrobrio." Se a Gesù hanno affibbiato l'accusa di essere posseduto da Beelzebul, i suoi discepoli non si aspettino un trattamento migliore.

Per i primi cristiani, questa non è teoria, ma cronaca quotidiana.

Ma anche per molti cristiani e cristiane oggi, in tante parti del mondo.

All’inizio dell’anno ho avuto la fortuna di incontrare a Tunisi un gruppo di pastori e pastore metodiste di Tunisia e Algeria, partecipare al loro Consiglio di circuito, e ascoltare i loro racconti e le loro testimonianze. Raccontano di chiese chiuse, oppure sorvegliate; di incontri di formazione biblica sottoposti a controlli; di credenti che devono agire con cautela, di pastori convocati, interrogati, condannati.

E poi li ho rivisti recentemente alla Consultazione metodista. Dove hanno condiviso una parola che si usa nel Nord Africa quando si risponde a un saluto: "Labess", niente di male. "Va tutto bene?", "niente di male". Aggiungendo: anche quando le cose sono difficili, rispondiamo Labess.

Labess perché Dio sostiene la sua chiesa.

Labess perché l’Evangelo continua ad essere annunciato.

Labess perché anche quando gli edifici chiudono, la fede rimane viva.

Labess perché Gesù Cristo continua ad edificare la sua chiesa.

Noi non viviamo quella persecuzione. E paradossalmente, questo non rende la sequela più facile — la rende più sfuggente. Perché chi paga un prezzo alto per la fede sa, con dolorosa chiarezza, da che parte sta. Lo sapevano i nostri antenati valdesi, perseguitati, esuli, eppure mai in dubbio su dove stessero. Il rischio per noi, oggi, in questa "bolla" comoda e silenziosa che spesso abitiamo, è un rischio diverso e forse più insidioso: quello di non stare da nessuna parte. Di non essere mai costretti a decidere, e quindi di scivolare in una fede tiepida, senza contorni, che non costa nulla perché non sceglie nulla.

Il discepolo non è da più del maestro. Forse, per noi, la domanda di oggi non è "siamo pronti a soffrire per il Vangelo?" ma più semplice e più scomoda: sappiamo almeno di essere discepoli/e? siamo almeno disposti a scegliere da che parte stare?

Parte 2 — "Non temete"

Tre volte, in questi versetti, Gesù ripete: non temete. Non è un caso isolato. Dicono i maestri della tradizione rabbinica che l'espressione "non temere" ricorre nella Bibbia 366 volte — una per ogni giorno dell'anno, compreso il supplemento dell'anno bisestile. Come a dire: per ogni giorno della vita, c'è una parola di Dio che ci libera dalla paura.

E Gesù lo dice con una bellissima immagine: "Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati." Non è un'immagine vaga. È la provvidenza di Dio che scende fino al dettaglio più minuto della nostra esistenza.

“Non temere” non è ottimismo a buon mercato, e non è nemmeno la freddezza di chi si rende indifferente al dolore, come insegnava lo stoicismo. È qualcosa di diverso: è fiducia filiale. Sapere che la nostra vita è nelle mani di un Padre amorevole, e che questo non ci esonera dalla fatica, ma ci libera dall'angoscia di doverla affrontare da soli. Non ci mette al riparo dalle prove, ma ci dice che esse possono essere attraversate.

Per questo Gesù può dire: ciò che vi ho detto nell'orecchio, proclamatelo sui tetti. Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, io lo riconoscerò davanti al Padre mio. Perché questo Evangelo, questo Labess, è una meravigliosa notizia, che va condivisa, che non si lascia rinchiudere in una stanza privata. Ha bisogno di luce, di voce, di destinatari.

E qui credo che tocchiamo una ferita comune a molti di noi. Una persona, dopo aver riletto questo testo, mi ha scritto: "Ho pensato a quante volte ho avuto paura: di farmi vedere debole, di non essere all'altezza, di esprimere opinioni non gradite, di essere rifiutata. Forse in questo testo vedo quanto sarebbe stato meglio, anche se più faticoso, seguire quello che sentivo essere vero e giusto."

Penso che molti di noi si riconoscano in queste parole. Le nostre paure quotidiane raramente hanno la forma del martirio. Hanno la forma più dimessa del "così fan tutti", del non voler disturbare, del timore di perdere il favore di qualcuno che conta. Ed è bene ricordarlo: Pietro non ha rinnegato Gesù davanti a un tribunale imponente. Ha rinnegato davanti a una povera serva, in un cortile, in mezzo a un fuoco acceso per scaldarsi. E’ bastato così poco.

Allora la parola di oggi, per chi si riconosce in quella paura — di sembrare debole, di non piacere, di essere lasciato fuori — non è un rimprovero, ma piuttosto una promessa che precede ogni nostro coraggio: Labess, non temere, io sono con te. Non dobbiamo trovare da soli la forza di aprire la porta, per riprendere l’immagine iniziale di Martin Luther King. Possiamo lasciare che sia la fede ad aprirla per noi. E forse scopriremo che dietro la paura non c'era poi nessuno ad attenderci.

Parte 3 — "Non la pace ma la spada"

"Non sono venuto a portare la pace, ma la spada." Questo passaggio duro del testo non va ovviamente letto come un'apologia della violenza — come molti cristiani temono, e come molti altri, ahimè, sperano — perché sarebbe un tradimento di tutto il resto del Vangelo. Gesù sta piuttosto descrivendo, con crudo realismo, qualcosa che i profeti già conoscevano: la fedeltà a Dio può dividere, anche dentro le famiglie. Michea lo aveva già scritto: il figlio contro il padre, la figlia contro la madre. Gesù riprende quel linguaggio per dire ai suoi: non aspettatevi che l’Evangelo produca automaticamente armonia. A volte produce crisi — nel senso più letterale della parola: un giudizio che separa.

Per molte famiglie, nella storia della chiesa e ancora oggi, questa parola non è metafora, ma esperienza vissuta: chi sceglie di credere, o di credere diversamente da come crede la propria famiglia, può sperimentare davvero quella spaccatura.

E questo è forse qualcosa che parla anche a noi e a tante persone vicino a noi: a chi porta il dolore particolare di avere figli e figlie che non hanno abbracciato la fede cristiana, o che se ne sono allontanati. A volte questo dolore si accompagna a un senso di colpa — cosa ho sbagliato? cosa non sono riuscito a trasmettere? Ma io credo che possiamo dire, con tutta la delicatezza possibile, che questo testo non autorizza quella colpa. Gesù stesso prevede che la fede non si trasmetta in modo lineare, automatico, garantito dentro le mura di una famiglia. La fede resta sempre, anche per i nostri figli e le nostre figlie, una risposta libera, una scelta che devono compiere loro. Il nostro compito non è garantirne l'esito, ma essere — come comunità, come chiesa — quella famiglia allargata che accoglie, senza giudicare, chi è in cammino, qualunque sia la direzione che quel cammino sta prendendo in questo momento.

E infine, il versetto che chiude e in qualche modo riassume: "Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà." Calvino lo chiamava abnegatio sui — non annientamento di sé, ma liberazione dal mettere se stessi al centro assoluto. Bonhoeffer, secoli dopo, lo tradurrà come una chiamata a morire — non al suicidio, ma all'abbandono di un io che pretende di bastare a se stesso.

E io credo che in un tempo come il nostro, in cui l'identità è spesso un progetto vero e proprio da costruire e da mostrare e da vendere, in primis sui social, questo paradosso resta scomodo quanto lo era duemila anni fa. Ma è anche, a ben guardare, una liberazione: chi non deve continuamente salvare e difendere la propria immagine è, paradossalmente, l'unico davvero libero di vivere.

Il discepolo non è da più del maestro, ma deve sapere dove andare per seguirlo. E non dobbiamo temere. E forse, proprio perdendo qualcosa di noi stessi, troviamo finalmente da che parte stare.

Amen.

                                                              Michel Charbonnier


[1] Martin Luther King, La forza di amare


16 febbraio 2026

17 Febbraio, festa della libertà dei valdesi


17 Febbraio

La Festa della Libertà dei Valdesi


     Ogni anno, il 17 febbraio, nelle Valli Valdesi, in Piemonte, e in generale nell'Italia valdese, si celebra la Festa della Libertà in ricordo di quel giorno del 1848 in cui il Re Carlo Alberto concesse le cosiddette Lettere Patenti, con le quali dichiarò che "I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de' Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici".
     Le Lettere Patenti pongono fine a secoli di lotte, di persecuzione, di segregazione, di violenza, di morti nelle carceri, sul rogo. I Valdesi ricevono così un primo riconoscimento di popolo civile, che fa della sua fedeltà all'Evangelo bandiera della libertà di religione, di fede, di pensiero. Libertà di coscienza. Non solo per se stessi ma per tutti.
     È per questo che il 17 febbraio è un giorno di liberazione di ogni uomo, di ogni donna.
     È pur vero che le Lettere Patenti non autorizzarono la libertà di culto o quella di costruire templi al di fuori del ghetto alpino in cui furono per secoli relegati, ma furono il primo passo verso una più ampia e totale libertà. Per questa bisognerà attendere ancora molti anni. 
     Ma il 17 febbraio è una tappa fondamentale per il riconoscimento di tutti i diritti civili e politici che saranno sanciti nella nostra Costituzione repubblicana. Secoli di discriminazioni e persecuzioni hanno forgiato il carattere dei valdesi, resistente, tenace, combattente, sorretto dalla fede biblica.
     Questa festa non è soltanto memoria storica ma anche una celebrazione spirituale.
Dio ha liberato i Valdesi dal dominio dei persecutori, è stato presente con la sua Parola edificante che li ha sostenuti nei terribili momenti di disperazione e di paura.
Il salmista ha parlato ai loro cuori con queste parole: "Il Signore è mia luce e mia salvezza; di chi temerò? Il Signore è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura?" (Salmo 27,1).
Dio ha udito il loro grido, le loro imprecazioni, ed è intervenuto per trarli fuori dalla loro oppressione e schiavitù per assicurare loro una dignità di uomini liberi e donne libere.

     In ricordo di tutto questo, il 16 febbraio, in tutte le borgate delle valli valdesi piemontesi, si accendono i tradizionali "falò della libertà" per testimoniare che le tenebre sono statevinte dalla luce della fedeltà e dell'amore di Dio e intorno a quei fuochi si cantano due inni importanti: "il Giuro di Sibaud" e "Forte Rocca". Il primo ricorda il patto di reciproca fedeltà che i Valdesi del "glorioso rimpatrio" siglarono il 1° settembre 1689 nella borgata del Sibaud, a Bobbio Pellice (To); il secondo, prodotto da Martin Lutero (Ein feste Burg ist unser Gott), è un inno della Riforma protestante che loda Dio come Forte Rocca che sostiene e libera l'uomo da ogni pericolo. A questo inno si ispirò Johann Sebastian Bach nella sua Cantata BWV80. 

La libertà, dono e responsabilità  La festa della libertà del 17 febbraio deve essere vissuta non solo come libertà "da" qualcosa (dai mali del passato), ma anche come libertà "per" qualcosa. È un monito per tutti perché non succeda mai più che una minoranza religiosa sia costretta a subire violenze e brutalità a motivo della fede professata, e, al tempo stesso, un invito a perseverare nella fede in Gesù Cristo, a testimoniare il suo Vangelo, ad amare e servire il prossimo. L'apostolo Paolo ci ricorda: "Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù" (Galati 5,1).

Pertanto, godiamo di questa libertà come un dono che Dio ci ha fatto, ma anche come un affidamento di una grande responsabilità. Libertà e responsabilità, mai disgiunti dall'obbedienza della fede, dalla coscienza illuminata dalla Parola e dal servizio verso gli altri.                  Dunque, il messaggio universale di questa festa è questo: Dio è dalla parte di chi soffre l'ingiustizia e opera laddove le libertà dell'uomo, tutte le libertà, – religiosa, di fede, di pensiero, di coscienza - sono minacciate, perché la libertà è contemplata come parte del suo progetto di salvezza.

                                                                Palladino Aldo