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18 settembre 2026

Genesi 2,4-9.15.24


Genesi 2,4-9.15-24

L’uomo nel racconto della creazione

Meditazione di Aldo Palladino

 

Il testo biblico

4 Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati. Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli, 5 non c'era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il SIGNORE non aveva fatto piovere sulla terra, e non c'era alcun uomo per coltivare il suolo; 6 ma un vapore saliva dalla terra
e bagnava tutta la superficie del suolo.
7 Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente. 
8 Dio il SIGNORE piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l'uomo che aveva formato. 9 Dio il SIGNORE fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male…

15 Dio il SIGNORE prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. 16 Dio il SIGNORE ordinò all'uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 17 ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».18 Poi Dio il SIGNORE disse: «Non è bene che l'uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 19 Dio il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli avrebbe dato. 20 L'uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. 21 Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull'uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui e richiuse la carne al posto d'essa. 22 Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all'uomo, formò una donna e la condusse all'uomo. 23 L'uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall'uomo». 24 Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.

 

Introduzione

Fiumi d’inchiostro sono stati versati per scrivere riflessioni su questo testo tra i più letti, discussi  e fraintesi di tutta la Scrittura. È stato letto come un resoconto di cronaca, quasi come un "documentario" sulle origini, e tanto discusso da scienza e fede da portare alla polarizzazione in creazionisti ed evoluzionisti, sostenuti da un fondamentalismo letteralista da una parte e da un razionalismo scientifico e una teologia liberale e storico-critica dall’altra. Per amore della verità, queste contrapposizioni non hanno senso perché poggiano sull’errore metodologico di confondere il piano teologico con quello scientifico. La teologia, infatti, intende rispondere alla domanda sul “perché” e su “chi” mentre la scienza risponde alla domanda sul “come” e sul “quando”. I letteralisti, dunque, che difendono un creazionismo in senso stretto, negano ogni altro approccio perché fondano la loro fede sull’inerranza biblica e sul rifiuto di ogni forma di ateismo mascherato che esclude Dio dal mondo per far posto alla dea ragione. Ma la teologia e la scienza hanno dimostrato che possono convivere benissimo e riconoscere una Mente intelligente all’origine dell’universo. Ne danno testimonianza molti scienziati dinanzi a tutte le scoperte scientifiche, anche le più recenti.

Dunque, dinanzi a questo meraviglioso scenario della creazione (Genesi 1 e 2), pittoresco, poetico, simbolico, mitico, tipico di questo genere letterario, la domanda è: “Perché? Perché questo racconto?”. O meglio, “perché questi racconti?”. Qual era il proposito del redattore di questi racconti?

Due racconti della creazione

Si, due racconti. Perché nei primi due capitoli della Genesi incontriamo due racconti della creazione diversi l’uno dall’altro.

In Genesi 1 Dio è chiamato "Elohim", potente e trascendente, di cui udiamo la voce quando proferisce quel “Fiat Lux” che rappresenta l’inizio di un progetto in cui dà inizio alla vita nell’universo e alla relazione con l’umanità: cielo, terra, mari, piante, animali, infine l'uomo e la donna che sono a immagine di Dio.

In Genesi 2 Dio è "JHWH Elohim", il Signore Dio, un Dio “vasaio” che modella con le mani, un Dio “giardiniere” che pianta un giardino, che passeggia e contempla accarezzato dal venticello della sera. In questo secondo capitolo, l'ordine è rovesciato, perché l'uomo viene formato per primo, poi le piante e gli animali, infine la donna.

Questi due racconti derivano, secondo studi affermati dal XIX secolo in poi, da due tradizioni distinte, successivamente unificate dai dotti scribi del popolo d'Israele.

La prima tradizione, quella di Genesi 1 è chiamata “Sacerdotale (fonte P)”. È più recente, perché elaborata probabilmente durante o dopo l'esilio babilonese (VI secolo a.C.) per dare conforto e speranza al popolo in esilio.

La seconda tradizione, quella di Genesi 2, è chiamata "Jahvista (fonte J)", più antica nelle sue radici, forse risalente al X-IX secolo a.C., è stata redatta in epoca monarchica, con un linguaggio che utilizza il nome impronunciabile di Dio col tetragramma sacro YHWH.

In questo secondo racconto della creazione, Dio forma l’uomo come un vasaio lavora l’argilla. L’uomo è dunque tratto dalla terra, adamah, da cui deriva il suo nome, Adamo. Plasmato dalla divina creatività, Adamo diventa un essere vivente perché animato dal soffio di Dio. Dopo l’uomo, come già detto, secondo un ordine rovesciato rispetto al racconto di Genesi 1, Dio pianta un giardino, le piante, gli animali e la donna, tratta dalla carne di Adamo.

Il redattore scrive questo racconto in netta opposizione alle culture mesopotamiche (babilonesi e assire) e cananee, che avevano miti di origine contrassegnati da un pantheon di divinità in perenne conflitto tra loro. I racconti di Genesi 1 e 2, dunque, nascono in Israele per affermare l’unicità di Dio e presentare una creazione armoniosa in aperto contrasto col disordine dei culti politeisti dell’epoca. Inoltre, nei miti pagani l’uomo nasce come schiavo degli dèi, creato per liberarli dalla fatica mentre nel redattore biblico questa visione è rovesciata: l'uomo non è creato per servire Dio come uno schiavo serve un padrone capriccioso, ma per abitare un giardino che Dio stesso pianta per lui, "perché lo coltivasse e lo custodisse" (v. 15). È una polemica teologica sottile: contro gli dèi tirannici delle culture vicine, Israele annuncia un Dio che si prende cura, che pianta alberi "piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi " (v. 9).

La custodia del creato

Il compito che Dio affida all’uomo è quello di lavorare e custodire il giardino, la terra. Il lavoro non è una condanna ma è vocazione, è parte della dignità originaria dell'essere umano. Questo ha una portata enorme anche per noi oggi: in una cultura che spesso oscilla tra il culto della produttività e il disprezzo per il lavoro manuale, il testo ci ricorda che prendersi cura della terra - "custodirla", dice il testo, con un verbo che in altri contesti biblici indica la custodia di un tesoro sacro - è parte costitutiva dell'essere immagine di Dio nel mondo. In tempi di crisi ecologica, questo versetto meriterebbe di essere riscoperto: non "dominio" cieco, ma custodia responsabile, non sfruttamento e rapina delle risorse della terra ma amministrazione con amore, rispetto, cura e salvaguardia dell’intero creato, della sua natura, della vita ospitata, in una relazione armoniosa con “sora nostra madre terra” (San Francesco d’Assisi nel Cantico delle creature). Poiché non abbiamo un’altra “casa” dove vivere, l’umanità ha il dovere etico di mettere in atto tutte quelle iniziative perché la terra che ci ospita e ci nutre venga preservata da ogni sorta sfruttamento, di vandalismo e violenza, da tutte le politiche di aggressione e di distruzione degli habitat naturali per perseguire profitto e potere in nome di un pseudo-progresso.

Dalla solitudine alla relazione

Superando il tema della presenza dei due alberi nel giardino, l’albero della vita e quello del bene e del male, che ha necessariamente bisogno di una trattazione a parte, il seguito del racconto è ancora più sorprendente, perché affronta il tema della solitudine dell'uomo nel giardino. Circondato da una natura meravigliosa, l’uomo si relazione unicamente con gli animali. Nonostante avesse detto che ogni cosa creata era buona, Dio si accorge che la solitudine dell’uomo costituiva un problema e dice: "Non è bene che l'uomo sia solo" (v. 18). È la prima volta, in tutta la Scrittura, che qualcosa viene dichiarato "non buono". Qui troviamo una crepa: la solitudine non è buona. E Dio non risolve il problema con un miracolo istantaneo, ma con un percorso: fa sfilare davanti all'uomo gli animali, perché egli dia loro un nome. Dare un nome, nella mentalità semitica, non è un'etichetta: è un atto di conoscenza, quasi di autorevolezza e di relazione. Ma nessuno degli animali si rivela "che sia adatto a lui” o che gli corrisponda (v. 20). Dio, allora, ricorre ad un supplemento di creazione: come un anestesista fa cadere un sonno profondo sull'uomo e, come un chirurgo, trae dal fianco dell’uomo una donna.  Non la trae dalla testa per non dominarlo né dai piedi per essere maltrattata, ma dal fianco, per stargli accanto. Meglio ancora: l'espressione ebraica ezer kenegdo, difficile da tradurre, non significa una subalterna, un'ausiliaria minore, ma letteralmente "un aiuto di fronte a lui", uno che gli sta di fronte, alla pari, come specchio e come compagnia.  E l'uomo, vedendola, non le dà un nome come agli animali: prorompe in un canto, il primo verso poetico della Bibbia: "Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne" (v. 23). È un grido di riconoscimento, quasi un innamoramento originario: finalmente qualcuno simile a me, capace di rispondermi, di guardarmi negli occhi. Somiglianza e alterità. Qui il simbolismo della donna tratta dalla «costola» acquista un significato suggestivo. Quando Adamo finalmente vede la donna non la presenta come una creatura inferiore, ma come la corrispondente, quella che appartiene alla sua stessa carne e che gli sta davanti come persona distinta.

Da questo racconto nasce una delle affermazioni più dense di tutta l'antichità sul matrimonio e sulla relazione umana: "Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà con sua moglie, e saranno una stessa carne" (v. 24). In un mondo antico dove i legami di sangue, di clan, di appartenenza tribale erano tutto, questo versetto è quasi rivoluzionario: la relazione coniugale può generare un legame più forte persino di quello di sangue. "Una sola carne" non descrive solo l'unione fisica, ma una fusione di destini, un'alleanza totale.

Una parola per noi, oggi

Quali insegnamenti possiamo cogliere, noi che viviamo nel 2026, che sappiamo come funziona l'evoluzione biologica, che non abbiamo bisogno di leggere questo testo come un trattato scientifico né di fisica né di paleoantropologia?

Direi fondamentalmente questi insegnamenti:

essere umani significa essere fatti di terra e di soffio insieme: nessun disprezzo per il corpo, per la materialità, per il lavoro delle mani e insieme nessuna riduzione dell'essere umano a pura biologia. Possiamo affermare che il lavoro e la cura del mondo non sono un peso accessorio, ma parte di ciò che ci rende pienamente umani, in un'epoca che ha un disperato bisogno di persone che "coltivino e custodiscano" invece di sfruttare. Possiamo dire che la solitudine non è una colpa da nascondere né una debolezza da superare da soli: è Dio stesso, nel racconto, a riconoscerla come "non buona" e a muoversi per colmarla; e questo ci autorizza, oggi, a non vergognarci del nostro bisogno di relazione, di comunità, di essere visti e riconosciuti da qualcuno "che ci corrisponda".

Possiamo pensare, infine, che la relazione tra uomo e donna, nella sua radice più antica, è pensata come incontro tra pari, come reciprocità e non come gerarchia di possesso: un messaggio che ha impiegato millenni a farsi strada nella storia e che, ancora oggi, in molte case e in molte culture -  anche religiose - fatica a essere davvero ascoltato.

Non dobbiamo credere che Adamo sia esistito come individuo storico. Possiamo leggerlo come lo leggevano probabilmente i primi ascoltatori in Israele: come uno specchio in cui riconoscere la nostra condizione - fatti di polvere e di respiro, chiamati a custodire il mondo che abitiamo, e destinati, nella nostra stessa struttura d'esseri umani, a cercare un volto che ci corrisponda, per non restare soli.

Che questa Parola, antica di quasi tremila anni, continui a formarci, come l'argilla nelle mani del Vasaio.

                                                                                              Aldo Palladino

17 agosto 2026

Luca 18,9-14 A mani vuote davanti a Dio


Il fariseo e il peccatore - Paolo Curtaz


Luca 18,9-14

A mani vuote davanti a Dio

Predicazione del Past. Michel Charbonnier

Domenica, 16 agosto 2026, Tempio valdese (centro) di Torre Pellice (To)

 

Il testo biblico

Gesù disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

 

In due davanti a Dio

Conosciamo - o pensiamo di conoscere - la parabola e la sua morale, “Siate più umili”, e i suoi personaggi: il fariseo ipocrita, il pubblicano sfortunato nella vita ma dal cuore puro.

Chi sono veramente i due personaggi? “Fariseo” in aramaico significa “separato”, uno che è separato dagli altri per compiere davanti a Dio anche la santificazione degli altri peccatori. Fa più del dovuto per compensare ciò che gli altri non fanno, si carica delle responsabilità di tutti. Gli ebrei religiosi digiunavano una volta la settimana, ma i farisei due; gli ebrei erano tenuti a dare la decima soltanto sui prodotti della terra, e i farisei pagavano la decima su tutto quello che possedevano. Facevano più degli altri e al posto degli altri, come i monaci che digiunano e pregano anche per chi non digiuna e non prega, come oggi tutti quegli impegnati che si impegnano anche per chi non lo fa. Il fariseo è quello che ha capito come devono andare le cose e perciò si assume anche le responsabilità degli irresponsabili. I pubblicani invece erano dei collaboratori dell’occupante romano. Avevano l’appalto della riscossione delle tasse e, raggiunta la cifra pattuita con i romani, tutto quello che c’era in più era per loro. Perciò non avevano remore a taglieggiare i compatrioti, a esigere i balzelli anche dai poveri, dalle vedove e dagli orfani. Si arricchivano diventando complici e autori veri e propri dell’ingiustizia sociale. Erano molto ricchi, ma anche molto odiati e molto disprezzati. Vivevano sul filo di lana perché in caso di rivolta, sarebbero stati i primi ad essere uccisi. Sovente vivevano in case blindate, con porte di ferro e sbarre alle finestre per paura di ritorsioni.

Il fariseo non è un ipocrita. È un uomo serio che crede profondamente in quello che fa: è un uomo onesto, non ruba, è un buon padre di famiglia e non tradisce la moglie, ha a cuore i “valori”. Oggi è uno che si indigna davanti al degrado del mondo, fa del volontariato, è iscritto ad Amnesty International e a Natale manda 100 euro all’Unicef. Il pubblicano invece non è uno sfortunato reso cattivo dalla società. È uno che si è fatto i soldi sfruttando la violenza e l’ingiustizia della società, oggi sarebbe uno di quei nuovi ricchi che gestiscono certi locali notturni chiudendo un occhio sul consumo di alcol e altre sostanze varie, e due su tutto il resto. Quindi il fariseo è oggettivamente autore di buone opere, mentre il pubblicano è oggettivamente un malvagio. Questo è il punto di partenza di questo evangelo.

Ma che cosa succede quando i due compaiono alla presenza del Signore?

Davanti a Dio le prospettive si incrociano: l’uomo delle azioni giuste è condannato, l’uomo delle azioni malvagie è giustificato. Dio non ti giudica con la tua giustizia, ma con la sua. Gesù dice: “Io dico che il pubblicano tornò a casa sua GIUSTIFICATO”. Questa parola resta sola. La sola che giustifica il malvagio. “Contro” ci sono tutte le parole del mondo. Questa è la parola soltanto di Gesù. Ma è la parola che vince. E se pensi di domarla pensando: “sì, giustificato, ma…” oppure “chissà se questa è veramente la vera parola di Gesù…” allora questo Vangelo te lo perdi. Non lo dominerai mai, perché è solo di Gesù Cristo!

In che cosa confidi?

Che cosa dicono i due al Signore? Nella sua preghiera il fariseo esprime il suo orgoglio e il suo disprezzo per gli altri. Questi due peccati, l’orgoglio e il disprezzo per il prossimo, vanno sempre insieme. “Grazie che io non sono come gli altri e faccio tutto il giusto”. Non è una preghiera di riconoscenza. Non dice “Grazie di quello che mi hai dato, so che in un’ora mi puoi togliere tutto, mantienimi ancora sotto la tua grazia” Non riconosce i benefici di Dio perché conosce soltanto i benefici dell’Io. Sbaglia tutto: con se stesso, con il suo prossimo e con il suo Salvatore.

Il pubblicano invece non alza nemmeno gli occhi. Non può vantarsi davanti a Dio della sua vita schifosa. Non ha nulla in cui può sperare. Solo Dio può dargli qualcosa, può dargli il suo perdono incondizionato, può ricoprire l’ingiusto con la sua giustizia, può donare al peccatore la grazia che giustifica. Ecco perché la preghiera del pubblicano è una preghiera umile: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore”. E’ come se dicesse: “Non ho nulla di buono e posso solo sperare, mio Signore, che tu sia buono con me e che non mi tratti come merito davvero, ma secondo la tua parola di perdono”.

Il pubblicano si affida a Dio perché non può affidarsi a se stesso, perché non ha nulla con cui possa farsi scudo verso il giudizio di Dio, e questa speranza non viene delusa.

Che cosa dice Dio ai due che lo pregano. Colpo di scena: Dio perdona il delinquente pubblicano e condanna quella brava persona del fariseo. Il fariseo potrà fare tutte le buone opere del mondo, ma non conosce la bontà e la misericordia del Signore. Torna dal tempio non giustificato, non perdonato. Cioè, torna dal tempio condannato. Se non conosci la bontà del Signore, nessuna buona opera ti può salvare dall’inferno. Certo, le buone opere ci sono, nessuno lo nega, ma Dio non le accetta.

Facciamo un esempio. Sei in un ristorante all’aperto e ordini una frittata al tartufo. Un piatto da re. Mentre il cameriere arriva, gli cade per terra la frittata, la raccoglie, la rimette nel piatto, sporca di terra, e te la serve. Certo, la frittata è ottima. Ma tu la mangi? Io no! Così sono le opere del fariseo: buone in sé, ma rovinate dall’orgoglio e dal disprezzo verso il prossimo. E questi piatti il buon Dio non li manda giù!

Il pubblicano invece torna dal tempio giustificato. Dio l’ha perdonato perché non ha potuto fare altro che cercare la bontà e sperare nella misericordia che Dio ha promesso ai suoi figli e alle sue figlie.

Credo che sbaglieremmo a valutare questa sentenza della parola del Signore seguendo un criterio – ammiccante ma estraneo al testo – di distinzione dell’interiore dall’esteriore, pensando che il fariseo sia interiormente un delinquente e il pubblicano interiormente un uomo di buon cuore. No. Il fariseo fa effettivamente cose giuste, e le fa seriamente. Il pubblicano è effettivamente un delinquente. Ma il primo si affida alle sue buone opere, quindi a se stesso, ed è guidato dal disprezzo del prossimo, mentre il secondo si affida alla nuda misericordia del Signore.

Ora, la domanda è questa, ed è la stessa domanda che ha cambiato la vita, la fede e il pensiero dell’apostolo Paolo, di Agostino d’Ippona e del dottor Martin Lutero: dov’è la certezza del tuo cuore? In che cosa sei certo? Che cosa hai conosciuto che non può passare, che non può essere scalfito?

Sei certo di aver operato bene, ti fidi di aver operato bene, il tuo rifugio è la vita che ti sei costruito, o la certezza di far parte di un qualche popolo eletto? Il tuo vangelo è la tua morale, inconfessata, ma decisiva? O la tua arroganza di non aver bisogno di nessuna morale? Il tuo dogma è la tua idea della bontà e della giustizia di Dio, quella tua idea che ritieni giustissima, illuminatissima e indiscutibile? E che sotto sotto, alla fine della fiera, coincide con i tuoi piani e i tuoi scopi?

Oppure ti fidi e ti affidi solo alla parola del Signore, alla sua sentenza di misericordia scandalosa e immeritata da cui nessuno ti può allontanare e in cui Dio non ti condanna?

Chi sei tu? Sei quello che hai fatto, sei la tua realizzazione, la tua opera, sei la tua idea di giustizia e di bene? O sei quello che Dio dice di te? E ti dice: “Sei un peccatore, ma io ti perdono, ti giustifico senza riserve e senza condizioni”.

Tu sei quello che hai fatto e hai pensato nella vita, o quello che nella vita hai ricevuto dalla bocca di Dio?

Nel primo caso per te non c’è speranza. Quello che hai fatto di buono annega nella tua superbia e nel disprezzo che hai verso il tuo prossimo. Se invece ti affidi alla misericordia del Signore, se ti lasci vivificare e determinare dalla sua parola di liberazione, allora il perdono, la conoscenza, la verità e il paradiso sono per te.

Rinasci nella fede, nella speranza e nell’amore dalla parola di Dio e il tuo Padre nei cieli non ti abbandonerà. Dio ti giustifica. Per te non c’è più punizione, non c’è più ira, non c’è più condanna.

A mani vuote

Questa giustizia che giustifica il pubblicano è solo di Dio, perché tutte le giustizie del mondo condannano il peccatore. Il pubblicano sarebbe stato condannato da qualunque tribunale onesto di qualsiasi paese al mondo, anche nei paesi più corrotti, se non altro per mostrare una parvenza di giustizia. Il fariseo al contrario sarebbe stato lodato in qualsiasi ambiente sociale. E’ solo il Vangelo di Dio che condanna il fariseo e giustifica il pubblicano. E questo dimostra che la giustizia di Dio è solo di Dio, che lui solo può concederla, che lui solo può applicarla a noi.

Se ci presentiamo davanti a Dio dicendogli: “Signore, noi siamo umili, siamo pochi, siamo aperti, siamo accoglienti, cerchiamo di essere al passo coi tempi, siamo contro la globalizzazione, siamo per la solidarietà, siamo per la giustizia sociale, siamo per la società multiculturale, siamo i più bravi con l’otto per mille...” non facciamo altro che affermare la nostra giustizia, esattamente come fa il fariseo.

Ma c’è anche la versione travestita da “confessione di peccato”: “Signore, non siamo come dovremmo essere. Dovremmo essere più aperti, più al passo coi tempi, più capaci di cambiare. Dovremmo guardare di più a dove stiamo andando, dovremmo innovare, dovremmo cambiare tutto ciò che non funziona più. Dobbiamo fare di più…”.

Questa è la versione progressista, ma possiamo fare esattamente la stessa cosa anche in salsa reazionaria: “Signore, noi non siamo come dovremmo essere. Dovremmo essere più fedeli, più ancorati alla tradizione, dovremmo ricordarci di più da dove veniamo. Una volta eravamo più fedeli, più seri, più attaccati alla nostra storia…”.

Le riconoscete, queste finte confessioni di peccato?

Due versioni di un’apparente confessione di peccato, due atteggiamenti opposti, che però davanti a Dio diventano esattamente la stessa cosa: il tentativo di costruire la nostra giustizia, sostituendo semplicemente il fariseo di oggi con quello di ieri o con quello di domani. Il fariseo può indossare i panni del reazionario o quelli del progressista, ma rimane fariseo: continua a confidare in ciò che è, in ciò che fa e in ciò che pensa di dover essere.

E invece, ci si presenta a Dio con in mano niente, perché quello che pensi di avere, in quel momento ti condanna. O sei a mani vuote, o con le mani piene della tua condanna.

 

Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi al cielo. Guardava a terra, all’humus - da cui la parola umiltà. Non aveva più nulla da presentare a Dio. E proprio lì, dove non poteva più contare su se stesso, Dio lo ha trovato e lo ha giustificato.

Perché il problema del fariseo non è che abbia fatto cose buone. Il problema è che quelle cose buone sono diventate la misura con cui giudica se stesso e, soprattutto, il prossimo. Il suo orgoglio e il suo disprezzo per gli altri sono il segno che non si affida più alla misericordia di Dio: si affida alla propria giustizia. E quando ci affidiamo alla nostra giustizia, abbiamo sempre bisogno di qualcuno che sia meno giusto di noi, meno bravo di noi, meno fedele di noi, meno degno di noi. Il fariseo non può stare in piedi davanti a Dio senza mettere qualcun altro più in basso.

Per questo il Vangelo non ci dice semplicemente: “Siate più umili”. Ci dice qualcosa di più radicale: smetti di cercare la tua giustificazione in ciò che sei, in ciò che fai e nel confronto con gli altri. Perché finché la tua giustizia viene da te, l'orgoglio e il disprezzo del prossimo torneranno sempre, magari sotto forme diverse, magari perfino sotto forma di zelo religioso, di impegno morale o di critica verso chi non è come te.

Quando sai che non sei degno di cercare Dio, quando sai di essere a mani vuote, allora Dio ha trovato te e non ti ha trovato nell’alto dei cieli, ma ti ha trovato nella persona del suo Figlio, quello sulla croce. Quel Cristo è l’unica giustizia che Dio ti dà e che Dio riconosce come tale.

E allora puoi finalmente smettere di giustificare te stesso, te stessa, e di condannare gli altri. Puoi stare davanti a Dio a mani vuote, senza dover dimostrare di essere migliore di qualcuno. Perché se la tua giustizia è Cristo, non hai più bisogno dell'orgoglio che ti innalza né del disprezzo che abbassa il tuo prossimo.

Non c’è altro Vangelo: non c’è altra giustificazione del peccatore e della peccatrice al di fuori di questo.

Amen.

                                                                                   Michel Charbonnier



20 luglio 2026

Ebrei 13,1-2: Non dimenticate l'ospitalità



 Ebrei 13,1-2

Non dimenticate l’ospitalità

Predicazione del Past. Michel Charbonnier

Domenica, 19 luglio 2026, Tempio valdese (centro) di Torre Pellice (TO)

 

Il testo biblico
L'amor fraterno rimanga tra di voi. 2 Non dimenticate l'ospitalità; perché alcuni praticandola, senza saperlo, hanno ospitato angeli”.

Altra lettura di appoggio: Genesi 18,1-10a

“Non dimenticate l’ospitalità”

Con queste parole la lettera agli Ebrei non ci esorta ad una generica ospitalità - aprire la nostra casa agli amici, ad esempio - ma ad un tipo ben preciso di ospitalità: quella nei confronti degli stranieri.

Il termine greco che viene tradotto con “ospitalità” è infatti “filoxenìa”: un termine che, riflettendoci su un attimo, chiunque non conosca il greco ma conosca l’italiano sa tradurre letteralmente. Esso è infatti l’esatto contrario di un altro termine di origine greca che - purtroppo - è oggi molto attuale: la xenofobia, la fobia - cioè l’avversione o semplicemente la paura - nei confronti dello straniero. Filoxenìa è il contrario: è l’amicizia, è l’amore verso lo straniero, che si manifesta innanzitutto attraverso l’accoglienza. In questo senso, la traduzione “ospitalità” `è corretta, ma dovremmo aggiungere: non dimenticate l’ospitalità nei confronti degli stranieri; non dimenticate di accogliere lo straniero.

La lettera agli Ebrei non fa dunque altro che riprendere un concetto fondamentale di tutta la Bibbia: l’amore nei confronti dello straniero, affermato con forza in vari passi dell’AT. Quello su cui vorrei che oggi ci soffermassimo non è tanto il comandamento in sé dell’amore verso lo straniero, quanto le motivazioni che stanno dietro al comandamento. Motivazioni che sono di vario genere. Vediamole.

     La prima motivazione è quella del passo che abbiamo appena ricordato: “Amate lo straniero, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Deut. 10,19); la stessa motivazione è ripetuta più volte, anche in Esodo 22,21, 23,9 e nel Levitico 19,34. E’ interessante citare Esodo 23,9: “Non opprimere lo straniero; voi lo conoscete l’animo dello straniero (o: la vita dello straniero), giacchè siete stati stranieri nel paese d’Egitto”. Proprio perché avete sperimentato che cosa significhi essere degli emigrati, dovete amare l’immigrato. Inutile sottolineare che questa motivazione è di particolare rilevanza per noi italiani, che da secoli siamo stati un popolo di emigrati.

     Vi è poi una motivazione di tipo egualitario, che tende cioè ad equiparare i diritti del forestiero a quelli dell’israelita. Anche qui si potrebbero citare vari passi: ne menzioniamo solo due, Levitico 19,34: “Il forestiero che soggiorna fra voi, lo tratterete come colui ch’è nato fra voi” e 24,22: “Avrete una stessa legge per il forestiero e per il nativo”.

     Vi sono poi testi che esprimono una preoccupazione di tipo sociale; lo straniero è visto come una categoria debole da proteggere, accanto ad altre categorie deboli come gli orfani e le vedove. Un testo per tutti: Geremia 7,6: “Non opprimete lo straniero, l’orfano e la vedova”.

     Vi è infine una motivazione di tipo teologico: lo straniero va amato perché Dio stesso ama lo straniero e gli dà pane e vestito (Deut. 10,18), perché Dio protegge i forestieri (Salmo 146,9). Addirittura, in Cristo, Dio si identifica nel forestiero: Matteo 25,35 “Fui forestiero, e m’accoglieste”.

Tutte queste motivazioni sono valide e interessanti. Hanno però un limite: sono tutte motivazioni di tipo “negativo”. O, per meglio dire, sono tutte motivazioni che invitano a dare, ad aiutare qualcuno - lo straniero - che è nel bisogno, che è in una situazione sfavorevole. In tutti i testi citati lo straniero è il bisognoso, è il povero, è l’oppresso. È un peso che va sopportato, un elemento debole che va protetto, una presenza problematica che va però tollerata.

Certamente, ciò corrisponde alla verità, anche oggi.

Ma ho l’impressione che, finché il nostro amore per lo straniero si alimenta di queste motivazioni di tipo negativo, o se volete di tipo “assistenziale”, finchè l’amore per lo straniero è fondamentalmente pietà e misericordia, non siamo ancora giunti alla vera filo-xenìa, al vero amore per lo straniero. Ameremo lo straniero perché bisogna pur farlo, ma resteremo convinti che la sua presenza è pur sempre quanto meno una rottura di scatole, se non addirittura una minaccia.

     Nel testo della lettera agli Ebrei troviamo qualcosa che ci fa fare un passo in avanti. Come motiva il nostro testo la filoxenìa, l’ospitalità nei confronti del forestiero? “Non dimenticate l’ospitalità perché, praticandola, alcuni, senza saperlo, hanno ospitato degli angeli. Strana motivazione, a prima vista. Ma non dobbiamo pensare agli angioletti con le ali e l’aureola in testa. Angelo significa messaggero di Dio, e il riferimento è a una serie di episodi biblici, primo fra tutti quello di Abrahamo e Sara che abbiamo letto (Genesi 18): senza saperlo, Abramo ha accolto degli angeli, vale a dire dei messaggeri dell’Eterno, che gli annunciano che, finalmente, Sara avrà un figlio.

Ecco finalmente una motivazione positiva: lo straniero non è solo un incomodo, ma può essere una ricchezza. Forse proprio il forestiero è un inviato dell’Eterno, è qualcuno che ha un messaggio per noi da parte di Dio. Che ne sai? Forse quel forestiero è un angelo. È qualcuno che ha un messaggio per te, una ricchezza da offrirti. Non è solo un peso. Come Dio, nella sua libertà, si serve del re pagano Ciro o dell’eretico samaritano, così la presenza nel nostro paese di immigrati che hanno una pelle, una cultura e anche una religione diversa dalla nostra può essere una ricchezza per noi. Lo straniero può essere un angelo del Signore, perché ha qualcosa da darci, qualcosa da testimoniare, qualcosa da insegnarci. Possiamo imparare dalla sua esperienza, dalla sua cultura, dalla sua stessa fede; possiamo ricevere dal suo amore.

Ma se la ricchezza di cui parla la lettera agli Ebrei non fosse solo fatta di sguardi, di testimonianze, di cultura, di insegnamento?

Nel 2014, nella chiesa metodista a Bologna, abbiamo presentato un libro, insieme agli autori Luigi Manconi e Valentina Brinis e al comico, attore, drammaturgo e scrittore Alessandro Bergonzoni: Accogliamoli tutti. Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati.

Il libro sostiene che le politiche dei respingimenti e della repressione, dietro cui si cela spesso un'ostilità intrisa di xenofobia e tentata dal razzismo, sono disastrose perché contrarie alle esigenze profonde dell'economia e della società. Sono politiche costose (ed eravamo nel 2014, ben prima dei milioni spesi per i centri in Albania, per non parlare dei deliri sulla remigrazione, che altro non è che propaganda populista, visto che avrebbe costi assolutamente astronomici); sono politiche che favoriscono l'aumento della criminalità e il lavoro nero.

Riconoscere diritti e offrire occasioni di inserimento agli immigrati è invece la scelta più opportuna per la sicurezza collettiva, per risolvere i drammatici problemi demografici e rilanciare industria e agricoltura. Non solo badanti, infermieri e pizzaioli: i dati testimoniavano già allora che i lavoratori stranieri sorreggono interi settori, senza entrare in competizione con i lavoratori italiani.

La tesi è nel titolo provocatorio. Accogliere tutti. È questa l'unica politica efficace in materia di immigrazione. È la soluzione più utile e produttiva per gli immigrati, ma soprattutto per gli italiani. Gli autori dimostrano, con argomenti sempre basati sulla realtà dei dati e dei fatti, che l'arrivo di donne e uomini stranieri è un'opportunità di salvezza per una società invecchiata e immobile come la nostra, per il suo dissestato sistema produttivo e il suo welfare in crisi. Dei veri e propri angeli, insomma.

Lo straniero come angelo, dunque, lo straniero come ricchezza: ecco il salto di qualità che siamo chiamati a fare se vogliamo davvero amare lo straniero.

Vorrei concludere ricordando un’antica tradizione dei nostri fratelli ebrei, almeno di quelli che non sono stati ancora intossicati dalla disumana propaganda sionista e xenofoba del governo israeliano. E’ tradizione dei pii israeliti di lasciare, specie nelle feste, un posto in più a tavola: un posto apparecchiato. Sul piano teorico, è il posto del profeta Elia. Perché chissà se il viandante che bussa alla tua porta non è proprio il profeta Elia, che, ricorderete, era stato “rapito in cielo”, e, dice la tradizione, deve tornare ad annunciare l’era messianica? Ma a livello pratico, questo posto viene lasciato per i poveri, per i viandanti, per lo straniero che bussa alla tua porta.

Mettiamo anche noi, alla nostra mensa, un posto libero: il posto del profeta Elia, il posto dell’angelo di Dio, il posto dello straniero.

Amen.

                                               Past. Michel Charbonnier