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07 febbraio 2026

Atti degli Apostoli 10,(1-20) 21-36




        Atti degli Apostoli 10, (1-20) 21-36

Quando Dio abbatte le frontiere

 Meditazione di Aldo Palladino

 


Testo biblico                                                                                      21 Pietro, sceso verso quegli uomini, disse loro: «Eccomi, sono io quello che cercate; qual è il motivo per cui siete qui?» 22 Essi risposero: «Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, del quale rende buona testimonianza tutto il popolo dei Giudei, è stato divinamente avvertito da un santo angelo di farti chiamare in casa sua, e di ascoltare quello che avrai da dirgli». 23 Egli allora li fece entrare e li ospitò. Il giorno seguente si alzò e andò con loro, e alcuni fratelli di Ioppe lo accompagnarono. 24 L'indomani arrivarono a Cesarea. Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi amici intimi. 25 Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si gettò ai suoi piedi per adorarlo. 26 Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati, anch'io sono uomo!» 27 Conversando con lui, entrò e, trovate molte persone lì riunite, 28 disse loro: «Voi sapete come non sia lecito a un Giudeo avere relazioni con uno straniero o entrare in casa sua; ma Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato. 29 Perciò, essendo stato chiamato, sono venuto senza fare obiezioni. Ora vi chiedo: qual è il motivo per cui mi avete mandato a chiamare?» 30 Cornelio disse: «Quattro giorni or sono stavo pregando, all'ora nona, in casa mia, quand'ecco un uomo mi si presentò davanti, in veste risplendente, 31 e disse: "Cornelio, la tua preghiera è stata esaudita e le tue elemosine sono state ricordate davanti a Dio. 32 Manda dunque qualcuno a Ioppe e fa' venire Simone, detto anche Pietro; egli è ospite in casa di Simone, conciatore di pelli, in riva al mare". 33 Perciò subito mandai a chiamarti, e tu hai fatto bene a venire; ora dunque siamo tutti qui presenti davanti a Dio per ascoltare tutto ciò che ti è stato comandato dal Signore». 34 Allora Pietro, cominciando a parlare, disse: «In verità comprendo che Dio non ha riguardi personali, 35 ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito. 36 Questa è la parola ch'egli ha diretta ai figli d'Israele, portando il lieto messaggio di pace per mezzo di Gesù Cristo. Egli è il Signore di tutti."

 

Introduzione                                                                                                           Il racconto del capitolo 10 degli Atti degli Apostoli possiamo definirlo una scossa sismica, un terremoto nella storia della rivelazione, perché due personaggi, direi due culture, rappresentate da Cornelio, centurione della coorte "Italica", quindi romano, e da Simon Pietro, discepolo di Gesù, giudeo, sono spinti a incontrarsi dopo che entrambi hanno avuto una visione. A Cornelio, un pagano convertito all'Iddio unico che "faceva molte elemosine e pregava Dio assiduamente", un angelo gli appare e gli dice di mandare a chiamare Pietro, che si trovava a Ioppe (oggi Giaffa). Pietro, invece, "rapito in estasi" mentre prega, ha la visione di un lenzuolo contenente quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo. E una voce gli ordina di ammazzare e mangiare quegli animali. Per la religiosità giudaica era vietato mangiare animali impuri e Pietro, fedele alle tradizioni e alle prescrizioni imposte dalla Legge, si rifiuta. Ma per ben tre volte dal cielo quella voce gli ripete: "Le cose che Dio ha purificate, non farle tu impure".                                           

Per comprender il significato di queste parole, è doveroso ricordare quali comportamenti prescriveva la Legge.                                                                     In Levitico 11 c'è la classificazione dei cibi puri e di quelli impuri e in Deuteronomio 7 c'è l'indicazione dei popoli con cui è vietato mescolarsi. Inoltre, c'è il divieto di fare alleanze, il divieto dei matrimoni misti e l'indicazione di demolire gli idoli adorati da tutti gli altri popoli.                                                                                               C'è dunque, nell'Antico Testamento, l'ordine di separazione. Dio vuole che Israele sia un popolo santo, separato e ben distinto dai popoli pagani. Questa pedagogia di Dio è fondamentale per la testimonianza in un mondo idolatra e per custodire la rivelazione. Purtroppo, Israele ha recepito quell'insegnamento trasformandolo erroneamente in una barriera verso l'intera umanità e costruendo l'identità di "popolo eletto" sull'idea di una sua superiorità, dividendo il mondo in puri e impuri, degni e indegni, dentro e fuori. Ad Abramo Dio aveva detto: "In te saranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen. 12,3). Questa era la volontà di Dio. Il motivo e il fine della vocazione di Abramo era quello di essere testimone dell'amore di Dio nel mondo, ma Israele ha sempre imboccato sentieri di orgoglio e di onnipotenza. In nome di Dio ha distrutto e massacrato altri popoli, subendo a sua volta sconfitte e deportazioni.                                                         

Nondimeno, nell'Antico Testamento oltre a elementi di separazione o di particolarismo (Israele), bisogna saper cogliere i segni e il sogno dell'universalismo di cui sono messaggeri diversi profeti e di cui rendono testimonianza diversi libri e Salmi. Se ne deduce, quindi, che la separazione (o particolarismo) e l'universalismo sono due accenti teologici della stessa fede che stanno insieme.  L'affermazione del primo sul secondo è avvenuta solo per una ragione concreta: la sopravvivenza. Israele era un popolo piccolo che aveva bisogno di una forte identità per resistere ai grandi imperi (Babilonesi, Persiani e Greci) e la separazione, sul piano sociologico, rispondeva meglio al bisogno di resistenza per non essere assimilato culturalmente, per non perdere la fede nel Dio unico e per non cadere nell'idolatria. La Legge, le tradizioni, le convinzioni prevalenti di quei momenti storici venivano vissuti in un modo rigido e chiuso per non sparire nella storia. Ecco il motivo per cui l'accento universalista era un sogno escatologico mentre quello della separazione è diventato un vissuto storico.                     Bisognava che Israele comprendesse prima chi era Dio per poi capire che Dio è il Dio di tutti. Era necessario un processo di maturazione della fede per comprendere che la rivelazione aveva in sé un meccanismo di progressività che preparava la strada al cambiamento spirituale nel tempo che Dio aveva stabilito.

Gesù, il cambiamento                                                                                          "Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge" (Gal. 4,4). Gesù porta a compimento la Legge nel senso che scopre il suo significato profondo e il suo scopo, cioè quello di liberare coloro che erano legati dalle catene della Legge. Il cambiamento è radicale: la purezza rituale diventa purezza di cuore, la circoncisione del cuore prende il posto di quella della carne, eletti sono tutti i credenti nati di nuovo e quindi il popolo è quello generato dalla fede, i confini etnici sono superati dalla comunione dello Spirito. Gesù vive tra i peccatori, incontra i lebbrosi, le prostitute e la donna Samaritana; insegna che "non quello che entra nella bocca contamina l'uomo, ma è quello che esce dalla bocca che contamina l'uomo" (Mt. 14,11). Gesù valorizza la Legge, perché ne trae i valori che nobilitano la vita umana: l'amore per Dio e per il prossimo, la regola d'oro di trattare gli altri come vorresti essere trattato tu (Mt. 7,12). Chiama alla santità, alla giustizia, alla pace, alla verità. In un certo senso, reinterpreta la Legge andando a scavare nel suo cuore. Lo desumiamo dalle sue parole: "Avete udito che fu detto… ma io vi dico" (Mt. 5,21).

Atti 10                                                                                                                 Possiamo, dunque, affrontare il nostro testo avendo gli strumenti per comprendere cosa accade a questi due personaggi, Cornelio e Pietro, ambedue credenti. Cornelio è un alto ufficiale romano ma anche un uomo in ricerca, pio, timorato di Dio con tutta la sua famiglia, generoso con i poveri e uomo di preghiera (v. 1-2). Ciononostante, non è considerato facente parte del popolo dell'alleanza, perché secondo la visione ebraica poteva farne parte soltanto chi fosse di discendenza ebraica, circonciso e osservante della Legge mosaica, in definitiva chi fosse convertito al giudaismo. Cornelio, dunque, pur stimato e rispettabile era un escluso. Ma non per Dio, che in questo nostro testo lavora per il cambiamento attraverso l'incontro di Cornelio con Pietro e toccando il cuore di Pietro. Infatti, la visione che Pietro ha mentre pregava sul terrazzo di casa possiamo descriverla come la nuova pedagogia di Dio sul tema degli animali puri e impuri, dei cibi commestibili e incommestibili. Il superamento di questa distinzione è consacrato nella voce che Pietro ode: "Alzati, Pietro; ammazza e mangia".  E al rifiuto di Pietro, che da buon giudeo ha sempre obbedito alle prescrizioni di Levitico 11, la voce per tre volte replica, dichiarando che si doveva cessare di considerare profano ciò che Dio aveva purificato (vv. 14-16). Questo annuncio rivoluzionario che Pietro riceve ha l'effetto di cancellare la distinzione tra cibi puri, adatti ad essere consumati dagli uomini, e cibi impuri. Da questo momento, gli ebrei cristiani avrebbero potuto mangiare qualsiasi cibo senza la paura di contaminarsi. Esaminando gli insegnamenti di Gesù, solo più tardi i discepoli di Gesù, giudeo cristiani, si renderanno conto che l'abrogazione di quella legge era stabilita in alcune parole di Gesù, che aveva affermato non necessario lavarsi le mani per ragioni rituali (distinte dalle ragioni igieniche) prima di prendere cibo, come commentato da Marco 7,19: "Così dichiarava puri tutti i cibi". Anche l'apostolo Paolo scrive: "Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in se stesso" (Rom. 14,14), principio accettati dai cristiani di Corinto che hanno ritenuto pure persino le carni sacrificate agli idoli. Dunque, Pietro, Paolo e tutta la chiesa primitiva compresero di poter mangiare di tutto contrariamente a quanto insegnato dall'Antico Testamento.

Nessun uomo è impuro o contaminato                                                               Pietro, profondamente scosso dall'esperienza della visione avuta sul terrazzo, riflette su cosa essa potesse significare. E mentre è preso da questi pensieri, lo Spirito lo avverte che i tre messaggeri inviati da Cornelio a Ioppe, alla casa dove Pietro era ospitato, sono stati mandati da Dio. Dopo aver ascoltato i motivi per cui erano lì, Pietro comprende. I tre ospiti vengono accolti e ospitati per la notte.       È l'inizio della conversione di Pietro nel suo atteggiamento verso i Gentili. L'indomani parte per Cesarea con i tre messaggeri ma anche con alcuni fratelli di Ioppe (v. 23).                                                                                      

L'incontro con Cornelio è emozionante. Cornelio alla presenza di Pietro si inginocchia quasi per adorarlo, ma Pietro – dice il testo – lo rialzò, dicendo: "Alzati, anch'io sono un uomo!" (v.26). Una grande lezione umana e spirituale che aveva il significato che ci si prostra solo davanti a Dio, non davanti agli uomini. Possiamo onorare e rispettare gli uomini, ma non adorarli, perché non esistono persone più sacre e altre meno degne. Pietro non è né il primus inter pares né il centro; il centro è il Signore Gesù Cristo.                                                          

In casa, con Cornelio c'erano molte altre persone, probabilmente suoi parenti e amici. E Pietro dinanzi a quell'uditorio dichiara ciò che Dio gli ha rivelato: "Nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato" (v. 28). Come giudeo non avrebbe dovuto avere relazione con uno straniero e entrare nella sua casa, ma quello che proferisce è davvero sconvolgente:"In verità comprendo che Dio non ha riguardi personali, ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito. Questa è la parola ch'egli ha diretta ai figli d'Israele, portando il lieto messaggio di pace per mezzo di Gesù Cristo. Egli è il Signore di tutti" (vv. 34-36).                                                                  

Questo racconto di Atti 10 ci dice che Cornelio cambia la sua condizione religiosa, ma Pietro cambia il suo modo di vedere Dio. Pietro crede, è vero, ma qui deve ricredersi. Infatti, possiamo senz'altro dire che il vero convertito, in questo racconto, è proprio Pietro. Nonostante credesse in Gesù, predicasse, facesse addirittura miracoli, era un uomo ancora prigioniero di quella mentalità giudaica, ancorata alla legge mosaica, che a sua volta teneva rinchiuso Dio dentro schemi rigidi della sua religiosità o del suo pensiero teologico. Ma Dio è libero e agisce come e quando vuole. Infatti, in questo racconto Dio manifesta di avere un cuore anche verso i Gentili e mette in moto il rinnovamento degli spiriti. Non è, dunque, Pietro che porta Dio ai pagani ma è Dio che è già all'opera verso i pagani prima di Pietro.                                                                                                           

Più tardi, Pietro capirà che quel lenzuolo con gli animali impuri era una metafora, un modo per indurlo a trasferire quelle immagini su un piano umano; una vera lezione per comprendere come classificare gli esseri umani.                                       

Sarà l'apostolo Paolo più profondamente e più potentemente a sistemizzare nella sua teologia quello che Pietro ha vissuto in Atti 10. Leggendo Rom. 2,11; 3,29 e Gal. 3,28 - ma se ne potrebbero citare molti altri dall'Antico e dal Nuovo Testamento-, Paolo non elimina le differenze culturali, che sono sempre una ricchezza, ma chiarisce che esse non determinano l'accesso a Dio. Dio accoglie non sulla base dell'etnia, della nazionalità, non fa preferenze di persona, ma guarda al cuore, all'interiorità. Il muro di separazione (Ef. 2,14) è abbattuto e dinanzi agli occhi di Dio c'è un solo popolo, un'umanità amata a cui rivolge l'appello alla conversione e a vivere secondo quei principi che Gesù, suo Figlio, ha insegnato. È in quest’ottica che Gesù è il Signore di tutti (v.36), cioè non il Signore di un solo popolo, ma dell’intera umanità. È un’affermazione di grande valore spirituale, in quanto contiene la caduta dell’idea che Dio appartenga a una sola nazione, che la salvezza sia offerta a un solo popolo. Questo brano, dunque, sta smontando la barriera teologica veterotestamentaria che solo Israele può essere salvato o può avere accesso alla grazia. No! La grazia di Dio, la salvezza in Cristo Gesù, sono offerte a tutti, e l’uomo resta libero e responsabile di accogliere questi doni amorevoli. Atti 10 insegna la fine dell’esclusivismo, non della libertà umana.                                                                                                                                                                                            Palladino Aldo

05 gennaio 2026

Matteo 25,1-13 La parabola delle dieci vergini






                                           Matteo 25,1–13
                               La parabola delle dieci vergini
                     
                                               Meditazione di Aldo Palladino


Il testo biblico

1 «Allora il regno dei cieli sarà paragonato a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo. 2 Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute; 3 le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell'olio, 4 mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell'olio nei vasi. 5 Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono. 6 Verso mezzanotte si levò un grido: "Ecco lo sposo, uscitegli incontro!" 7 Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle avvedute: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". 9 Ma le avvedute risposero: "No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!" 10 Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: "Signore, Signore, aprici!" 12 Ma egli rispose: "Io vi dico in verità: Non vi conosco". 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

 

Introduzione

Questa parabola è inserita nel più ampio discorso escatologico esposto nei capitoli 24 e 25 del Vangelo di Matteo - discorso detto anche “apocalittico” o la piccola “apocalissi di Matteo” (apocalittico = (dal greco apokalyptorivelare, svelare o togliere il velo, scoprire, in riferimento al disvelamento di una qualche verità nascosta soprattutto se riguardo a Dio o al suo piano per il mondo) - attraverso il quale Gesù istruisce i suoi discepoli su come vivere l’attesa del compimento del Regno di Dio 

Tutti i discorsi apocalittici del Nuovo Testamento seguono i canoni dell'"apocalittica giudaica"- genere letterario che fiorì dal 200 a.C. fino al 135 d.C. –, che per quanto “figlia della profezia” e ad essa somigliante sviluppò tratti di differenziazione che le dettero nuovo carattere e personalità propria da costituire un corpus letterario a parte.  

Matteo, che si rifà a Marco per scrivere il suo vangelo, e Marco stesso hanno preso molto materiale dalla tradizione apocalittica allora circolante in Israele. Nelle “apocalissi sinottiche” di Marco, Matteo e Luca, ci sono frasi che si ritrovano in qualunque scritto giudaico di quel tempo che trattasse della fine di tutte le cose. 

Nel giudaismo era diffuso il presentimento di avvenimenti messianici e c’era la consapevolezza che i tempi nuovi fossero imminenti, ma che sarebbero stati preceduti da catastrofi cosmiche e storiche sconvolgenti descritte con una serie di immagini (Satana e i suoi angeli contro i giusti, terremoti, guerre, carestie e così via). Si può dunque supporre che non tutto quanto troviamo nel capitolo 24 provenga dalla bocca di Gesù, ma “che la comunità primitiva gli abbia attribuito parole che provenivano dalla tradizione e che siano perfino stati intercalati nel capitolo brani di un’apocalissi giudaica che andavano di mano in mano su di un foglietto volante” (Günther Dehn. Il Figlio di Dio. Claudiana Editrice. 1950).

 

La parabola delle dieci vergini

Gesù racconta questa parabola ai suoi discepoli per invitarli a vivere l’attesa del ritorno dello Sposo, che tarda a venire, con una vigilanza attiva, con un impegno responsabile che produca segni concreti di fedeltà e di amore, come è evidente anche nella parabola del servo fedele (24,45-51), dei talenti (25,14-30) e in quella del giudizio contro le nazioni (25,31-46).

Le dieci “vergini” del racconto sono ragazze o damigelle d’onore della Sposa che dovranno attendere l’arrivo dello Sposo, munite di lampade per illuminare il corteo nuziale nel percorso fino alla sala delle nozze, dove si celebrerà il matrimonio dello Sposo con la sua Sposa. 

Dunque, le dieci vergini non sono le spose, non sono loro le candidate al matrimonio, perché la Sposa c’è ma non appare nel racconto.

Delle dieci vergini cinque sono sagge e cinque stolte. Quelle sagge, nel prepararsi all’incontro con lo Sposo, prendono con sé le lampade e dell’olio per accenderle mentre le stolte si muniscono di lampade ma dimenticano di prendere dell’olio. L’attesa dello Sposo si fa lunga e le dieci ragazze, colte da probabile stanchezza e dal sonno, si addormentano, tutte. Ma ecco verso la mezzanotte qualcuno grida che lo Sposo è arrivato e che bisogna andargli incontro. Allora le dieci ragazze si svegliano e si accingono a preparare le lampade. È in questo momento che le stolte si accorgono di non avere l’olio per accendere le lampade. Chiedono alle ragazze sagge un po’ del loro olio, ma queste si rifiutano e consigliano di andarlo a comprare dai venditori. 

Nel frattempo lo Sposo arriva, le ragazze sagge accompagnano il corteo nuziale illuminando con le loro lampade il percorso ed entrano nella sala delle nozze. La porta viene chiusa e le cinque ragazze stolte, arrivate in ritardo, restano fuori. Alla loro richiesta:“Signore, Signore, aprici!”, la risposta fu: “Io vi dico in verità: Non vi conosco”.

E Gesù conclude il racconto con questo avvertimento: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.  

 

Comprendere la parabola

Questa parabola, come tutte quelle narrate nei vangeli, non è un raccontino per gente analfabeta né una semplice, banale storia. È una forma comunicativa che Gesù utilizza per spiegare ai suoi ascoltatori, con immagini tratti dalla vita quotidiana, che il suo Regno non è un regno geografico ma è la vita dell’uomo vissuta sotto la signoria di Dio. Attraverso le sue parole, Gesù comunica delle verità profonde che l’ascoltatore deve saper cogliere perché esse riguardano la sua esistenza. Chi le ascolta o le legge si sente interrogato, chiamato in causa per prendere posizione e fare una scelta personale. Sono parole che non servono per divertire né per giocare a risolvere un enigma, ma per stimolare un cambiamento, una trasformazione, per generare una conversione, persino a vedere il mondo con gli occhi di Dio. 

 Le dieci vergini, il sonno e l’olio

Gesù, dunque, descrive la comunità dei suoi discepoli ricorrendo alle immagini femminili di dieci ragazze. È l’unico caso in tutti i vangeli. La divisione in stolte e sagge può stupirci ma deve farci riflettere che non esistono persone perfette né comunità perfette. Infatti, tutte si addormentano nel tempo del ritardo dello Sposo. È il sonno che coinvolge la vita di tutti noi credenti e che fa sorgere la domanda sulla qualità della nostra fede, perché il ritardo dello Sposo interroga anche noi, oggi, e ci chiede di esaminare quanto siamo capaci di vigilare e vegliare, di non abbassare la guardia o di non perdere il nostro entusiasmo, il primo amore, nell’attesa del Signore che viene. 

Il comportamento delle ragazze è indicativo del loro percorso di fede, diverso per ciascuna di loro. Ognuno ha il proprio olio. 

Molti teologi e predicatori hanno pensato che l’olio sia immagine della fede, delle opere caritatevoli, dello Spirito Santo, della perseveranza, del rapporto personale con Dio. Tutte queste interpretazioni hanno un certo fondamento di verità perché l’olio permette di accendere le lampade per fare luce e la luce nella Scrittura può scaturire dalla fede, dalle opere caritatevoli, dallo Spirito Santo, dal rapporto personale con Dio, da qualsiasi virtù che nutre il cammino dei/delle credenti per una sincera comunione col Signore.

Tuttavia, nella parabola c’è un momento che ci lascia alquanto sconcertati, cioè quando le ragazze sagge rifiutano di dare dell’olio alle ragazze stolte, perché in una comunità la condivisione è l’espressione pratica della comunione fraterna. Eppure, dobbiamo capire e accettare che ci sono cose, nella vita ecclesiale, che non si possono neanche prestare, come la propria fede personale, il proprio rapporto con Dio, la propria conversione, la propria maturità interiore o la propria integrità morale. L’olio così inteso è strettamente personale, non è cedibile. Per questo le ragazze sagge lo hanno rifiutato alle stolte: la luce prodotta dalla vita spirituale è un cammino personale. 

Le lampade accese grazie all’olio ci dicono come le nostre vite devono essere pronte in qualsiasi momento ad accogliere lo Sposo, perché non sappiamo né il giorno né l’ora della sua venuta. E questo ci porta direttamente al seguente tema:

 

Il ritardo dello Sposo

Nel raccontare la parabola, Gesù introduce il tema del ritardo dello Sposo. Perché? Perché il tempo dell’attesa dell’arrivo dello Sposo è importante per provare i cuori. In Matteo 24, 36 è scritto: “Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo”.  E al v. 42 dello stesso capitolo, Gesù disse:  “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà”, avvertimento che chiude anche la nostra parabola: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Se le ragazze sagge e quelle stolte avessero saputo quando sarebbe arrivato lo Sposo, si sarebbero certamente preparate, sia pure all’ultimo momento, e tutte sarebbero entrate nella sala dei festeggiamenti, ma non sarebbe emersa la differenza tra chi vive un’attesa profonda e chi vive un’attesa superficiale. Il ritardo, dunque, è rivelatore dell’intensità spirituale che abita ogni credente nella fedeltà alle promesse del Signore. Le prime comunità cristiane credevano imminente il ritorno di Gesù. La sua venuta le ha sostenute soprattutto in tempi difficili durante le persecuzioni. E ancora oggi, a duemila e più anni di distanza dalle promesse che troviamo nella Bibbia, molti credenti alimentano la loro fede anche sull’attesa di questo avvenimento. 

Personalmente, credo che il Signore debba essere sempre atteso e incontrato oggi, qui ed ora, come se oggi si realizzasse la promessa del suo ritorno. L’attesa è tempo di responsabilità personale che deve caratterizzare la vita di oggi, ora, in questo momento, perché è oggi che sono chiamato a servirlo, a fare di Lui il Signore vero della mia vita. Dunque, Gesù viene, certamente, ma non domani o alla fine dei tempi cronologicamente individuati. Viene oggi, viene ogni giorno a incontrarmi. Ed io devo vegliare sulla mia vita spirituale perché Gesù “ritorna” tutte le volte che amo Dio e il mio prossimo, che perdono e chiedo di essere perdonato, che agisco e opero secondo la sua volontà nella giustizia e nella verità, che mi converto dagli idoli di questo mondo all’Iddio vero, Padre di Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.  

 

Lo Sposo e la Sposa

È interessante notare che lo Sposo nella parabola è una figura centrale, che anima il racconto, mentre la Sposa è assente. Tuttavia lo Sposo, anche se ritardatario, fa di tutto per incontrare la Sposa. Ma chi è lo Sposo e chi è la Sposa? La teologia ha indagato a fondo ed ha prodotto una gran quantità di libri al riguardo. Dunque, ci vorrebbe una trattazione a parte e una competenza specifica per rispondere alla domanda. Mi limito, quindi, a fornire qualche breve, succinta risposta dopo aver consultato alcuni commentari.

Lo Sposo è Gesù Cristo. Nella nostra parabola Gesù allude a se stesso quando parla dello Sposo, ma non lo dichiara apertamente; ma in Matteo 9,15 si definisce Sposo. E Giovanni Battista parla di Gesù come lo Sposo (Gv. 3,29).  In Apocalisse 19,7 si parla delle nozze dell’Agnello, lo Sposo che arriva alla fine dei tempi. 

Faccio notare che l’apostolo Paolo parla sempre Chiesa come di una fidanzata, mai di una Sposa, com’è scritto: “…perché vi ho fidanzati a un unico sposo, per presentarvi come una casta vergine a Cristo” (2 Cor. 11,2).  

La Sposa, quindi, secondo l’interpretazione più diffusa, è la Chiesa escatologica che Gesù incontrerà alla fine dei tempi. Ma non è l’unica interpretazione, perché c’è chi sostiene che la Sposa sia Israele, altri pensano sia il Regno come comunione finale col Signore. E altri ancora, leggendo Apocalisse 21, credono sia la città di Gerusalemme o l’umanità redenta.                                                                                                        Lascio, dunque, la risposta aperta perché ogni lettore approfondisca l’argomento e, secondo la propria fede o sensibilità spirituale e culturale, si dia la risposta che crede più giusta.                                                                                                                           Infine, al termine di questa meditazione, notiamo che Gesù non dà nessuna spiegazione dei vari personaggi ed elementi della parabola. Dal racconto emerge un unico e fondamentale insegnamento: vivere la fede personale con vigilanza e responsabilità “perché non sapete né il giorno né l’ora”.

A questo punto, possiamo anche congedarci da questa parabola. Invito, però, ciascuno/a di voi a farlo dopo aver risposto a queste domande:

  •  La mia lampada è accesa? 
  • Ho l’olio necessario per alimentarla?
  • Vigilo per coltivare il mio rapporto con Dio?
  • Sto vivendo in un modo che tiene conto dell’incontro, oggi, col Signore Gesù Cristo?

                                                                                    Aldo Palladino