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04 ottobre 2026

Marco 3,1-6




Marco 3,1-6

L’uomo al centro del cuore di Gesù


Predicazione di Aldo Palladino

Testo biblico

1 Poi entrò di nuovo nella sinagoga; là stava un uomo che aveva la mano paralizzata. 2 E l'osservavano per vedere se lo avrebbe guarito in giorno di sabato, per poterlo accusare. 3 Egli disse all'uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati là nel mezzo!» 4 Poi domandò loro: «È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?» Ma quelli tacevano. 5 Allora Gesù, guardatili tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore, disse all'uomo: «Stendi la mano!» Egli la stese, e la sua mano tornò sana.

6 I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui per farlo morire.

 

Introduzione

Sembra una storia marginale quella che abbiamo letto, come tante altre che incontriamo nei Vangeli. Ma ad un esame più attento, si possono accendere delle luci che rivelano il cuore stesso del Vangelo. Questi pochi versetti ci portano in una sinagoga, luogo solitamente destinato alla meditazione, alla preghiera, all’incontro comunitario ma che qui ci fa incontrare un malato, occhi che spiano, dove c’è una domanda senza risposta, sentimenti di indignazione, un miracolo e un complotto di morte, tutti elementi che ci fanno pensare in quanti modi diversi viene letta e vissuta la stessa legge di Dio.

     L’evangelista Marco ci riporta questo episodio al termine di una serie di altri racconti di guarigioni in cui è evidente lo scontro tra Gesù e i suoi oppositori, scribi e farisei, che lo accusano di bestemmia quando perdona i peccati al paralitico (Mc. 2,6), di “mangiare con i pubblicani e i peccatori” (Marco 2,16), del fatto che i suoi discepoli non digiunano come fanno i discepoli di Giovanni e i loro (dei farisei) discepoli (Marco 2,18). Infine, lo accusano perché i suoi discepoli strappano spighe di grano in giorno di sabato, violando una tradizione orale che interpretava in modo letterale l’ordine di non fare alcun tipo di lavoro in quel preciso giorno. È dunque evidente una tensione sempre crescente dalla prima controversia fino al nostro episodio. 

Al centro l’uomo
     Nella sinagoga dove è entrato, Gesù nota tra i presenti un uomo che aveva la mano paralizzata (secca o inaridita secondo altre versioni), un uomo che per questa sua disabilità è molto probabile avesse – anche se nel racconto non è precisato - difficoltà di lavorare e di guadagnarsi da vivere. È pure possibile che nell’ambiente in cui viveva fosse stato emarginato, perché costituiva un peso per tutta la collettività. Vedendolo, Gesù ha compreso subito il bisogno di guarigione fisica e morale di quell’uomo dalla dignità calpestata, sconfitto dalla vita, relegato tra gli ultimi. E Gesù non resta fermo, agisce con compassione. Comanda a quell’uomo: “Alzati là nel mezzo!” (v.3), cioè al centro dell’assemblea riunita, sotto lo sguardo dei presenti.  Tra questi ci sono anche i soliti farisei - religiosi fedeli all’osservanza alla lettera dei precetti divini e delle tradizioni religiose ma sempre pronti a utilizzarli come strumento di controllo e di giudizio, anziché di salvezza. Sicché questi guardiani della loro religiosità osservano e aspettano che Gesù lo guarisca per poterlo accusare (v.2) per la violazione del divieto biblico di Esodo 31,15. Questo versetto recita: “Si lavorerà sei giorni; ma il settimo giorno è un sabato di solenne riposo, sacro al Signore; chiunque farà qualche lavoro nel giorno del sabato dovrà essere messo a morte”. Secondo i dottori della Legge mosaica, rafforzata da tradizioni orali nel tempo recepite e codificate nella Mishnah, una guarigione in giorno di sabato di una persona non in imminente pericolo di vita era vietata. In effetti, quell’uomo al centro dell’assemblea nella sinagoga era disabile, provato dalla vita ma non in pericolo di vita. Per i farisei, quindi, se Gesù avesse operato la guarigione sarebbe incorso nella palese violazione  del divieto della Torah. 
Gesù si trova di fronte a una regola della Torah da rispettare e a un uomo disabile da guarire. Cosa o chi è più importante: la regola o l’uomo? Gesù non ha dubbi, lui che è contro ogni formalismo religioso, non cerca una scappatoia ma affronta la situazione rivolgendo una domanda provocatoria ai presenti : “È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?” (v. 4). Nello stesso episodio, raccontato nel Vangelo di Matteo (12,9-14), la domanda è molto più esemplificativa, semplice e diretta: “Chi è colui tra di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la prenda e la tiri fuori? Certo un uomo vale molto di più di una pecora!”. Con queste parole Gesù sottolinea che il rispetto della vita umana ha la precedenza su qualsiasi regola o tradizione umana, perché non fare del bene equivale a fare del male.
Di quell’uomo non si sa nulla: il suo nome, l’età, da quanto tempo soffrisse, la sua storia. È, però,  un uomo che per i farisei è solo un problema teologico mentre per Gesù rimane un uomo con i suoi bisogni, la sua sofferenza, le sue esigenze, la triste vita. 
La società contemporanea, ivi compresi certi ambienti religiosi, rischia di trasformare le persone in casi: il malato diventa «un caso», lo straniero un caso d’immigrazione, il vecchio diventa un costo, il carcerato un caso di detenzione, il disoccupato un numero, il povero una categoria statistica.
Gesù, invece, prima di tutto guarda l’uomo. Focalizza la sua attenzione e il suo sguardo compassionevole e misericordioso sulla persona che soffre. È  per questo che dice all’uomo con la mano paralizzata: “Alzati là nel mezzo!”, al centro. È un’operazione di guarigione ma anche di riabilitazione di un uomo che dai margini della società ritorna ad essere al centro. In pratica, Gesù dice a quell’uomo: “Non nasconderti, non vergognarti. Tu sei importante. La tua fragilità non cancella la tua dignità, la tua malattia non è tutta la tua persona”.
     Questa parola di Gesù raggiunge anche noi, perché tutti, prima o poi, abbiamo una «mano paralizzata», un impedimento, una ferita, un fallimento, una solitudine, un'età che avanza, una perdita, una colpa, qualcosa che ci fa sentire meno degli altri.  E Gesù dice: “Alzati là nel mezzo!”

Occhi che guardano senza vedere
     Una frase terribile incontriamo in questo racconto: “L’osservavano per vedere se lo guarisse in giorno di sabato, per poterlo accusare” (v.2). I farisei hanno gli occhi puntati su Gesù, non sull’uomo, e lo guardano non per capire, ma per accusare. 
È possibile, dunque, guardare senza vedere, ed è anche possibile avere gli occhi aperti e il cuore chiuso. 
Forse una delle domande più scomode del testo è: che cosa vediamo quando guardiamo una persona? Il suo aspetto esteriore, il suo modo di vestire o di parlare, la sua cultura, i suoi difetti, la sua sofferenza, la sua fragilità, i suoi bisogni? Guardiamo con occhi solidali e rispettosi oppure altezzosi e giudicanti? È una tentazione in cui possiamo cadere anche noi credenti, perché si può essere molto attenti alla dottrina e poco attenti alle persone. Possiamo conoscere perfettamente la Bibbia e dimenticare colui che ci sta davanti. Possiamo difendere Dio così bene da non accorgerci che, nel frattempo, stiamo ferendo qualcuno nel nome di Dio. È una possibilità terribile: avere una religione corretta e un cuore sbagliato.

Quando il silenzio diventa una risposta
     Alla domanda di Gesù se “è permesso in giorno di sabato fare del bene o fare del male” nessuno risponde. Tutti tacciono. Perché? Perché se i farisei avessero detto che bisognava rispettare la regola e non fare il bene si sarebbero mostrati spietati e senza cuore; se avessero detto che era giusto guarire quell’uomo avrebbero ammesso implicitamente che la loro contestazione a Gesù era pretestuosa e ingiustificata. Ma quel silenzio rivela l’ipocrisia dei farisei, la loro paralisi morale, la negazione della misericordia nella vita, l’assenza di compassione verso i sofferenti.
Il silenzio non ci rende neutrali, è sempre una scelta: dinanzi a una palese ingiustizia se non interveniamo diventiamo complici; dinanzi alla sofferenza dell’altro se non facciamo nulla dichiariamo la nostra indifferenza e la nostra distanza (la parabola del buon Samaritano insegna); quando non vogliamo ammettere la verità perché ci costerebbe qualcosa esprimiamo la nostra malafede.
Allora la domanda che Gesù rivolge ai presenti interroga anche noi: da che parte stiamo? Con i farisei o con Gesù? Dalla parte della regola o di quell’uomo? 
Certo, le regole, le norme, le leggi, i regolamenti, i protocolli, sono importanti in una società che non voglia cadere nel caos, ma non dobbiamo dimenticare che ogni norma, ogni regola deve essere al servizio della persona, non il contrario. È un principio che deve essere applicato nella politica, nella famiglia, nella chiesa, anche nella nostra vita spirituale.
Gesù afferma il valore della vita umana al di sopra di tutto. Aveva detto in un’altra occasione. “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per sabato” (Marco 2,27) insegnando che il sabato era un dono, memoria di liberazione, una norma pensata per la vita e non contro la vita.

Lo sguardo di Gesù
     Come è possibile non comprendere che fare il bene è fondamentale per una vita di relazione? Gesù, indignato e addolorato, volge il suo sguardo panoramico verso tutti i presenti. Quel silenzio alla sua domanda Egli lo interpreta come durezza di cuore. Ma non si scaglia contro di loro. Non li umilia, non ha parole di disprezzo né di giudizio. Comprende che hanno perso la capacità di lasciarsi toccare dalla sofferenza dell’uomo. È questo che lo rende triste.
Questo aspetto della durezza di cuore solleva una domanda che riguarda noi: siamo capaci di commuoverci e essere solidali dinanzi alla sofferenza dell’altro?   

La mano guarita 
     L’epilogo del racconto si chiude con la decisione di Gesù di far prevalere il bene sul male. Ordina all’uomo di stendere la mano. Doveva mostrarla a tutti, non nascondere la sua fragilità e non vergognarsi di quella ferita. Gesù guarisce e riabilita alla vita. L‘evangelista Marco è essenziale nel descrivere la guarigione. Si limita a dire soltanto che “la mano tornò sana” (v. 5). È un miracolo che possiamo leggere anche in modo simbolico. Quante volte nella nostra vita abbiamo le “mani paralizzate”? Mani che non riescono più a tendersi verso qualcuno. Mani chiuse dalla paura. Mani chiuse dal risentimento. Mani che non sanno più accarezzare. Mani che non sanno più chiedere perdono. Mani che non sanno più donare.
Il miracolo che Gesù vuole compiere è quello di restituirci la capacità di stendere la mano verso Dio, verso il prossimo, verso la vita.

Il complotto
     L’ultimo versetto del racconto è terribile, perché proprio quando un uomo torna a vivere, qualcuno decide di uccidere. E qui Marco ci sorprende. Ci aspetteremmo una conclusione felice. Un uomo è guarito. La comunità ha visto il miracolo. Tutti dovrebbero gioire. Invece: “I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui, per farlo morire” (v. 6). È una conclusione paradossale: un uomo viene guarito e qualcuno decide di uccidere il guaritore. La vita di uno diventa la ragione per progettare la morte dell'altro. È già comparsa, qui, l'ombra della croce. Marco ci sta dicendo qualcosa di profondissimo: quando Gesù mette la persona al centro, entra inevitabilmente in conflitto con tutti quei sistemi nei quali le persone devono essere sacrificate alle regole, al potere, all'interesse, all'ideologia, alla rispettabilità religiosa. Gesù non muore perché ha fatto il male. Muore perché ha mostrato che cosa significa veramente fare il bene.

Domande rivolte a noi
     Questo episodio ci offre spunti di riflessione che ci riguardano: chi è oggi l'uomo dalla mano paralizzata? Chi è la persona che rischiamo di non vedere? Chi abbiamo messo ai margini?
Chi abbiamo trasformato in un problema invece di riconoscere in lui una persona?
Una seconda domanda è questa: Qual è la nostra mano paralizzata? Che cosa non riusciamo più a fare? Che cosa ci impedisce di vivere pienamente? Che cosa abbiamo nascosto perché ci vergogniamo?
E infine c'è la domanda più grande di tutte. Gesù ci guarda e dice: «È lecito far del bene o far del male? Salvare una vita o lasciarla morire?» Non è soltanto una domanda rivolta ai farisei. È una domanda rivolta a noi. Perché alla fine non conta soltanto quanto conosciamo delle Scritture. Conta che cosa facciamo quando incontriamo una persona ferita. Possiamo avere ragione e non amare. Possiamo conoscere la Bibbia e non vedere. Possiamo difendere Dio e dimenticare l'uomo. Oppure possiamo fare come Gesù: mettere al centro chi è ai margini, guardare chi nessuno guarda, tendere la mano a chi ha una mano paralizzata. E scegliere la vita. Perché questa è forse la cosa più sconvolgente che il Vangelo continua a dirci: Dio non è dalla parte delle regole quando le regole diventano contro l'uomo. Dio è dalla parte della vita.
E allora, quando domani incontreremo qualcuno che soffre, forse sentiremo ancora quella voce:  “Alzati là nel mezzo”. E forse capiremo che il miracolo non consiste soltanto nel fatto che una mano paralizzata torna a muoversi. Il miracolo comincia quando un cuore paralizzato torna a riscoprire l’”umano nell’uomo” (espressione di Vasilij Grosssman, scrittore sovietico di origine ebraica). 

                                                                                                        Aldo Palladino

18 settembre 2026

Genesi 2,4-9.15.24


Genesi 2,4-9.15-24

L’uomo nel racconto della creazione

Meditazione di Aldo Palladino

 

Il testo biblico

4 Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati. Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli, 5 non c'era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il SIGNORE non aveva fatto piovere sulla terra, e non c'era alcun uomo per coltivare il suolo; 6 ma un vapore saliva dalla terra
e bagnava tutta la superficie del suolo.
7 Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente. 
8 Dio il SIGNORE piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l'uomo che aveva formato. 9 Dio il SIGNORE fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male…

15 Dio il SIGNORE prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. 16 Dio il SIGNORE ordinò all'uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 17 ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».18 Poi Dio il SIGNORE disse: «Non è bene che l'uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 19 Dio il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli avrebbe dato. 20 L'uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. 21 Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull'uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui e richiuse la carne al posto d'essa. 22 Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all'uomo, formò una donna e la condusse all'uomo. 23 L'uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall'uomo». 24 Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.

 

Introduzione

Fiumi d’inchiostro sono stati versati per scrivere riflessioni su questo testo tra i più letti, discussi  e fraintesi di tutta la Scrittura. È stato letto come un resoconto di cronaca, quasi come un "documentario" sulle origini, e tanto discusso da scienza e fede da portare alla polarizzazione in creazionisti ed evoluzionisti, sostenuti da un fondamentalismo letteralista da una parte e da un razionalismo scientifico e una teologia liberale e storico-critica dall’altra. Per amore della verità, queste contrapposizioni non hanno senso perché poggiano sull’errore metodologico di confondere il piano teologico con quello scientifico. La teologia, infatti, intende rispondere alla domanda sul “perché” e su “chi” mentre la scienza risponde alla domanda sul “come” e sul “quando”. I letteralisti, dunque, che difendono un creazionismo in senso stretto, negano ogni altro approccio perché fondano la loro fede sull’inerranza biblica e sul rifiuto di ogni forma di ateismo mascherato che esclude Dio dal mondo per far posto alla dea ragione. Ma la teologia e la scienza hanno dimostrato che possono convivere benissimo e riconoscere una Mente intelligente all’origine dell’universo. Ne danno testimonianza molti scienziati dinanzi a tutte le scoperte scientifiche, anche le più recenti.

Dunque, dinanzi a questo meraviglioso scenario della creazione (Genesi 1 e 2), pittoresco, poetico, simbolico, mitico, tipico di questo genere letterario, la domanda è: “Perché? Perché questo racconto?”. O meglio, “perché questi racconti?”. Qual era il proposito del redattore di questi racconti?

Due racconti della creazione

Si, due racconti. Perché nei primi due capitoli della Genesi incontriamo due racconti della creazione diversi l’uno dall’altro.

In Genesi 1 Dio è chiamato "Elohim", potente e trascendente, di cui udiamo la voce quando proferisce quel “Fiat Lux” che rappresenta l’inizio di un progetto in cui dà inizio alla vita nell’universo e alla relazione con l’umanità: cielo, terra, mari, piante, animali, infine l'uomo e la donna che sono a immagine di Dio.

In Genesi 2 Dio è "JHWH Elohim", il Signore Dio, un Dio “vasaio” che modella con le mani, un Dio “giardiniere” che pianta un giardino, che passeggia e contempla accarezzato dal venticello della sera. In questo secondo capitolo, l'ordine è rovesciato, perché l'uomo viene formato per primo, poi le piante e gli animali, infine la donna.

Questi due racconti derivano, secondo studi affermati dal XIX secolo in poi, da due tradizioni distinte, successivamente unificate dai dotti scribi del popolo d'Israele.

La prima tradizione, quella di Genesi 1 è chiamata “Sacerdotale (fonte P)”. È più recente, perché elaborata probabilmente durante o dopo l'esilio babilonese (VI secolo a.C.) per dare conforto e speranza al popolo in esilio.

La seconda tradizione, quella di Genesi 2, è chiamata "Jahvista (fonte J)", più antica nelle sue radici, forse risalente al X-IX secolo a.C., è stata redatta in epoca monarchica, con un linguaggio che utilizza il nome impronunciabile di Dio col tetragramma sacro YHWH.

In questo secondo racconto della creazione, Dio forma l’uomo come un vasaio lavora l’argilla. L’uomo è dunque tratto dalla terra, adamah, da cui deriva il suo nome, Adamo. Plasmato dalla divina creatività, Adamo diventa un essere vivente perché animato dal soffio di Dio. Dopo l’uomo, come già detto, secondo un ordine rovesciato rispetto al racconto di Genesi 1, Dio pianta un giardino, le piante, gli animali e la donna, tratta dalla carne di Adamo.

Il redattore scrive questo racconto in netta opposizione alle culture mesopotamiche (babilonesi e assire) e cananee, che avevano miti di origine contrassegnati da un pantheon di divinità in perenne conflitto tra loro. I racconti di Genesi 1 e 2, dunque, nascono in Israele per affermare l’unicità di Dio e presentare una creazione armoniosa in aperto contrasto col disordine dei culti politeisti dell’epoca. Inoltre, nei miti pagani l’uomo nasce come schiavo degli dèi, creato per liberarli dalla fatica mentre nel redattore biblico questa visione è rovesciata: l'uomo non è creato per servire Dio come uno schiavo serve un padrone capriccioso, ma per abitare un giardino che Dio stesso pianta per lui, "perché lo coltivasse e lo custodisse" (v. 15). È una polemica teologica sottile: contro gli dèi tirannici delle culture vicine, Israele annuncia un Dio che si prende cura, che pianta alberi "piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi " (v. 9).

La custodia del creato

Il compito che Dio affida all’uomo è quello di lavorare e custodire il giardino, la terra. Il lavoro non è una condanna ma è vocazione, è parte della dignità originaria dell'essere umano. Questo ha una portata enorme anche per noi oggi: in una cultura che spesso oscilla tra il culto della produttività e il disprezzo per il lavoro manuale, il testo ci ricorda che prendersi cura della terra - "custodirla", dice il testo, con un verbo che in altri contesti biblici indica la custodia di un tesoro sacro - è parte costitutiva dell'essere immagine di Dio nel mondo. In tempi di crisi ecologica, questo versetto meriterebbe di essere riscoperto: non "dominio" cieco, ma custodia responsabile, non sfruttamento e rapina delle risorse della terra ma amministrazione con amore, rispetto, cura e salvaguardia dell’intero creato, della sua natura, della vita ospitata, in una relazione armoniosa con “sora nostra madre terra” (San Francesco d’Assisi nel Cantico delle creature). Poiché non abbiamo un’altra “casa” dove vivere, l’umanità ha il dovere etico di mettere in atto tutte quelle iniziative perché la terra che ci ospita e ci nutre venga preservata da ogni sorta sfruttamento, di vandalismo e violenza, da tutte le politiche di aggressione e di distruzione degli habitat naturali per perseguire profitto e potere in nome di un pseudo-progresso.

Dalla solitudine alla relazione

Superando il tema della presenza dei due alberi nel giardino, l’albero della vita e quello del bene e del male, che ha necessariamente bisogno di una trattazione a parte, il seguito del racconto è ancora più sorprendente, perché affronta il tema della solitudine dell'uomo nel giardino. Circondato da una natura meravigliosa, l’uomo si relazione unicamente con gli animali. Nonostante avesse detto che ogni cosa creata era buona, Dio si accorge che la solitudine dell’uomo costituiva un problema e dice: "Non è bene che l'uomo sia solo" (v. 18). È la prima volta, in tutta la Scrittura, che qualcosa viene dichiarato "non buono". Qui troviamo una crepa: la solitudine non è buona. E Dio non risolve il problema con un miracolo istantaneo, ma con un percorso: fa sfilare davanti all'uomo gli animali, perché egli dia loro un nome. Dare un nome, nella mentalità semitica, non è un'etichetta: è un atto di conoscenza, quasi di autorevolezza e di relazione. Ma nessuno degli animali si rivela "che sia adatto a lui” o che gli corrisponda (v. 20). Dio, allora, ricorre ad un supplemento di creazione: come un anestesista fa cadere un sonno profondo sull'uomo e, come un chirurgo, trae dal fianco dell’uomo una donna.  Non la trae dalla testa per non dominarlo né dai piedi per essere maltrattata, ma dal fianco, per stargli accanto. Meglio ancora: l'espressione ebraica ezer kenegdo, difficile da tradurre, non significa una subalterna, un'ausiliaria minore, ma letteralmente "un aiuto di fronte a lui", uno che gli sta di fronte, alla pari, come specchio e come compagnia.  E l'uomo, vedendola, non le dà un nome come agli animali: prorompe in un canto, il primo verso poetico della Bibbia: "Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne" (v. 23). È un grido di riconoscimento, quasi un innamoramento originario: finalmente qualcuno simile a me, capace di rispondermi, di guardarmi negli occhi. Somiglianza e alterità. Qui il simbolismo della donna tratta dalla «costola» acquista un significato suggestivo. Quando Adamo finalmente vede la donna non la presenta come una creatura inferiore, ma come la corrispondente, quella che appartiene alla sua stessa carne e che gli sta davanti come persona distinta.

Da questo racconto nasce una delle affermazioni più dense di tutta l'antichità sul matrimonio e sulla relazione umana: "Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà con sua moglie, e saranno una stessa carne" (v. 24). In un mondo antico dove i legami di sangue, di clan, di appartenenza tribale erano tutto, questo versetto è quasi rivoluzionario: la relazione coniugale può generare un legame più forte persino di quello di sangue. "Una sola carne" non descrive solo l'unione fisica, ma una fusione di destini, un'alleanza totale.

Una parola per noi, oggi

Quali insegnamenti possiamo cogliere, noi che viviamo nel 2026, che sappiamo come funziona l'evoluzione biologica, che non abbiamo bisogno di leggere questo testo come un trattato scientifico né di fisica né di paleoantropologia?

Direi fondamentalmente questi insegnamenti:

essere umani significa essere fatti di terra e di soffio insieme: nessun disprezzo per il corpo, per la materialità, per il lavoro delle mani e insieme nessuna riduzione dell'essere umano a pura biologia. Possiamo affermare che il lavoro e la cura del mondo non sono un peso accessorio, ma parte di ciò che ci rende pienamente umani, in un'epoca che ha un disperato bisogno di persone che "coltivino e custodiscano" invece di sfruttare. Possiamo dire che la solitudine non è una colpa da nascondere né una debolezza da superare da soli: è Dio stesso, nel racconto, a riconoscerla come "non buona" e a muoversi per colmarla; e questo ci autorizza, oggi, a non vergognarci del nostro bisogno di relazione, di comunità, di essere visti e riconosciuti da qualcuno "che ci corrisponda".

Possiamo pensare, infine, che la relazione tra uomo e donna, nella sua radice più antica, è pensata come incontro tra pari, come reciprocità e non come gerarchia di possesso: un messaggio che ha impiegato millenni a farsi strada nella storia e che, ancora oggi, in molte case e in molte culture -  anche religiose - fatica a essere davvero ascoltato.

Non dobbiamo credere che Adamo sia esistito come individuo storico. Possiamo leggerlo come lo leggevano probabilmente i primi ascoltatori in Israele: come uno specchio in cui riconoscere la nostra condizione - fatti di polvere e di respiro, chiamati a custodire il mondo che abitiamo, e destinati, nella nostra stessa struttura d'esseri umani, a cercare un volto che ci corrisponda, per non restare soli.

Che questa Parola, antica di quasi tremila anni, continui a formarci, come l'argilla nelle mani del Vasaio.

                                                                                              Aldo Palladino

17 agosto 2026

Luca 18,9-14 A mani vuote davanti a Dio


Il fariseo e il peccatore - Paolo Curtaz


Luca 18,9-14

A mani vuote davanti a Dio

Predicazione del Past. Michel Charbonnier

Domenica, 16 agosto 2026, Tempio valdese (centro) di Torre Pellice (To)

 

Il testo biblico

Gesù disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

 

In due davanti a Dio

Conosciamo - o pensiamo di conoscere - la parabola e la sua morale, “Siate più umili”, e i suoi personaggi: il fariseo ipocrita, il pubblicano sfortunato nella vita ma dal cuore puro.

Chi sono veramente i due personaggi? “Fariseo” in aramaico significa “separato”, uno che è separato dagli altri per compiere davanti a Dio anche la santificazione degli altri peccatori. Fa più del dovuto per compensare ciò che gli altri non fanno, si carica delle responsabilità di tutti. Gli ebrei religiosi digiunavano una volta la settimana, ma i farisei due; gli ebrei erano tenuti a dare la decima soltanto sui prodotti della terra, e i farisei pagavano la decima su tutto quello che possedevano. Facevano più degli altri e al posto degli altri, come i monaci che digiunano e pregano anche per chi non digiuna e non prega, come oggi tutti quegli impegnati che si impegnano anche per chi non lo fa. Il fariseo è quello che ha capito come devono andare le cose e perciò si assume anche le responsabilità degli irresponsabili. I pubblicani invece erano dei collaboratori dell’occupante romano. Avevano l’appalto della riscossione delle tasse e, raggiunta la cifra pattuita con i romani, tutto quello che c’era in più era per loro. Perciò non avevano remore a taglieggiare i compatrioti, a esigere i balzelli anche dai poveri, dalle vedove e dagli orfani. Si arricchivano diventando complici e autori veri e propri dell’ingiustizia sociale. Erano molto ricchi, ma anche molto odiati e molto disprezzati. Vivevano sul filo di lana perché in caso di rivolta, sarebbero stati i primi ad essere uccisi. Sovente vivevano in case blindate, con porte di ferro e sbarre alle finestre per paura di ritorsioni.

Il fariseo non è un ipocrita. È un uomo serio che crede profondamente in quello che fa: è un uomo onesto, non ruba, è un buon padre di famiglia e non tradisce la moglie, ha a cuore i “valori”. Oggi è uno che si indigna davanti al degrado del mondo, fa del volontariato, è iscritto ad Amnesty International e a Natale manda 100 euro all’Unicef. Il pubblicano invece non è uno sfortunato reso cattivo dalla società. È uno che si è fatto i soldi sfruttando la violenza e l’ingiustizia della società, oggi sarebbe uno di quei nuovi ricchi che gestiscono certi locali notturni chiudendo un occhio sul consumo di alcol e altre sostanze varie, e due su tutto il resto. Quindi il fariseo è oggettivamente autore di buone opere, mentre il pubblicano è oggettivamente un malvagio. Questo è il punto di partenza di questo evangelo.

Ma che cosa succede quando i due compaiono alla presenza del Signore?

Davanti a Dio le prospettive si incrociano: l’uomo delle azioni giuste è condannato, l’uomo delle azioni malvagie è giustificato. Dio non ti giudica con la tua giustizia, ma con la sua. Gesù dice: “Io dico che il pubblicano tornò a casa sua GIUSTIFICATO”. Questa parola resta sola. La sola che giustifica il malvagio. “Contro” ci sono tutte le parole del mondo. Questa è la parola soltanto di Gesù. Ma è la parola che vince. E se pensi di domarla pensando: “sì, giustificato, ma…” oppure “chissà se questa è veramente la vera parola di Gesù…” allora questo Vangelo te lo perdi. Non lo dominerai mai, perché è solo di Gesù Cristo!

In che cosa confidi?

Che cosa dicono i due al Signore? Nella sua preghiera il fariseo esprime il suo orgoglio e il suo disprezzo per gli altri. Questi due peccati, l’orgoglio e il disprezzo per il prossimo, vanno sempre insieme. “Grazie che io non sono come gli altri e faccio tutto il giusto”. Non è una preghiera di riconoscenza. Non dice “Grazie di quello che mi hai dato, so che in un’ora mi puoi togliere tutto, mantienimi ancora sotto la tua grazia” Non riconosce i benefici di Dio perché conosce soltanto i benefici dell’Io. Sbaglia tutto: con se stesso, con il suo prossimo e con il suo Salvatore.

Il pubblicano invece non alza nemmeno gli occhi. Non può vantarsi davanti a Dio della sua vita schifosa. Non ha nulla in cui può sperare. Solo Dio può dargli qualcosa, può dargli il suo perdono incondizionato, può ricoprire l’ingiusto con la sua giustizia, può donare al peccatore la grazia che giustifica. Ecco perché la preghiera del pubblicano è una preghiera umile: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore”. E’ come se dicesse: “Non ho nulla di buono e posso solo sperare, mio Signore, che tu sia buono con me e che non mi tratti come merito davvero, ma secondo la tua parola di perdono”.

Il pubblicano si affida a Dio perché non può affidarsi a se stesso, perché non ha nulla con cui possa farsi scudo verso il giudizio di Dio, e questa speranza non viene delusa.

Che cosa dice Dio ai due che lo pregano. Colpo di scena: Dio perdona il delinquente pubblicano e condanna quella brava persona del fariseo. Il fariseo potrà fare tutte le buone opere del mondo, ma non conosce la bontà e la misericordia del Signore. Torna dal tempio non giustificato, non perdonato. Cioè, torna dal tempio condannato. Se non conosci la bontà del Signore, nessuna buona opera ti può salvare dall’inferno. Certo, le buone opere ci sono, nessuno lo nega, ma Dio non le accetta.

Facciamo un esempio. Sei in un ristorante all’aperto e ordini una frittata al tartufo. Un piatto da re. Mentre il cameriere arriva, gli cade per terra la frittata, la raccoglie, la rimette nel piatto, sporca di terra, e te la serve. Certo, la frittata è ottima. Ma tu la mangi? Io no! Così sono le opere del fariseo: buone in sé, ma rovinate dall’orgoglio e dal disprezzo verso il prossimo. E questi piatti il buon Dio non li manda giù!

Il pubblicano invece torna dal tempio giustificato. Dio l’ha perdonato perché non ha potuto fare altro che cercare la bontà e sperare nella misericordia che Dio ha promesso ai suoi figli e alle sue figlie.

Credo che sbaglieremmo a valutare questa sentenza della parola del Signore seguendo un criterio – ammiccante ma estraneo al testo – di distinzione dell’interiore dall’esteriore, pensando che il fariseo sia interiormente un delinquente e il pubblicano interiormente un uomo di buon cuore. No. Il fariseo fa effettivamente cose giuste, e le fa seriamente. Il pubblicano è effettivamente un delinquente. Ma il primo si affida alle sue buone opere, quindi a se stesso, ed è guidato dal disprezzo del prossimo, mentre il secondo si affida alla nuda misericordia del Signore.

Ora, la domanda è questa, ed è la stessa domanda che ha cambiato la vita, la fede e il pensiero dell’apostolo Paolo, di Agostino d’Ippona e del dottor Martin Lutero: dov’è la certezza del tuo cuore? In che cosa sei certo? Che cosa hai conosciuto che non può passare, che non può essere scalfito?

Sei certo di aver operato bene, ti fidi di aver operato bene, il tuo rifugio è la vita che ti sei costruito, o la certezza di far parte di un qualche popolo eletto? Il tuo vangelo è la tua morale, inconfessata, ma decisiva? O la tua arroganza di non aver bisogno di nessuna morale? Il tuo dogma è la tua idea della bontà e della giustizia di Dio, quella tua idea che ritieni giustissima, illuminatissima e indiscutibile? E che sotto sotto, alla fine della fiera, coincide con i tuoi piani e i tuoi scopi?

Oppure ti fidi e ti affidi solo alla parola del Signore, alla sua sentenza di misericordia scandalosa e immeritata da cui nessuno ti può allontanare e in cui Dio non ti condanna?

Chi sei tu? Sei quello che hai fatto, sei la tua realizzazione, la tua opera, sei la tua idea di giustizia e di bene? O sei quello che Dio dice di te? E ti dice: “Sei un peccatore, ma io ti perdono, ti giustifico senza riserve e senza condizioni”.

Tu sei quello che hai fatto e hai pensato nella vita, o quello che nella vita hai ricevuto dalla bocca di Dio?

Nel primo caso per te non c’è speranza. Quello che hai fatto di buono annega nella tua superbia e nel disprezzo che hai verso il tuo prossimo. Se invece ti affidi alla misericordia del Signore, se ti lasci vivificare e determinare dalla sua parola di liberazione, allora il perdono, la conoscenza, la verità e il paradiso sono per te.

Rinasci nella fede, nella speranza e nell’amore dalla parola di Dio e il tuo Padre nei cieli non ti abbandonerà. Dio ti giustifica. Per te non c’è più punizione, non c’è più ira, non c’è più condanna.

A mani vuote

Questa giustizia che giustifica il pubblicano è solo di Dio, perché tutte le giustizie del mondo condannano il peccatore. Il pubblicano sarebbe stato condannato da qualunque tribunale onesto di qualsiasi paese al mondo, anche nei paesi più corrotti, se non altro per mostrare una parvenza di giustizia. Il fariseo al contrario sarebbe stato lodato in qualsiasi ambiente sociale. E’ solo il Vangelo di Dio che condanna il fariseo e giustifica il pubblicano. E questo dimostra che la giustizia di Dio è solo di Dio, che lui solo può concederla, che lui solo può applicarla a noi.

Se ci presentiamo davanti a Dio dicendogli: “Signore, noi siamo umili, siamo pochi, siamo aperti, siamo accoglienti, cerchiamo di essere al passo coi tempi, siamo contro la globalizzazione, siamo per la solidarietà, siamo per la giustizia sociale, siamo per la società multiculturale, siamo i più bravi con l’otto per mille...” non facciamo altro che affermare la nostra giustizia, esattamente come fa il fariseo.

Ma c’è anche la versione travestita da “confessione di peccato”: “Signore, non siamo come dovremmo essere. Dovremmo essere più aperti, più al passo coi tempi, più capaci di cambiare. Dovremmo guardare di più a dove stiamo andando, dovremmo innovare, dovremmo cambiare tutto ciò che non funziona più. Dobbiamo fare di più…”.

Questa è la versione progressista, ma possiamo fare esattamente la stessa cosa anche in salsa reazionaria: “Signore, noi non siamo come dovremmo essere. Dovremmo essere più fedeli, più ancorati alla tradizione, dovremmo ricordarci di più da dove veniamo. Una volta eravamo più fedeli, più seri, più attaccati alla nostra storia…”.

Le riconoscete, queste finte confessioni di peccato?

Due versioni di un’apparente confessione di peccato, due atteggiamenti opposti, che però davanti a Dio diventano esattamente la stessa cosa: il tentativo di costruire la nostra giustizia, sostituendo semplicemente il fariseo di oggi con quello di ieri o con quello di domani. Il fariseo può indossare i panni del reazionario o quelli del progressista, ma rimane fariseo: continua a confidare in ciò che è, in ciò che fa e in ciò che pensa di dover essere.

E invece, ci si presenta a Dio con in mano niente, perché quello che pensi di avere, in quel momento ti condanna. O sei a mani vuote, o con le mani piene della tua condanna.

 

Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi al cielo. Guardava a terra, all’humus - da cui la parola umiltà. Non aveva più nulla da presentare a Dio. E proprio lì, dove non poteva più contare su se stesso, Dio lo ha trovato e lo ha giustificato.

Perché il problema del fariseo non è che abbia fatto cose buone. Il problema è che quelle cose buone sono diventate la misura con cui giudica se stesso e, soprattutto, il prossimo. Il suo orgoglio e il suo disprezzo per gli altri sono il segno che non si affida più alla misericordia di Dio: si affida alla propria giustizia. E quando ci affidiamo alla nostra giustizia, abbiamo sempre bisogno di qualcuno che sia meno giusto di noi, meno bravo di noi, meno fedele di noi, meno degno di noi. Il fariseo non può stare in piedi davanti a Dio senza mettere qualcun altro più in basso.

Per questo il Vangelo non ci dice semplicemente: “Siate più umili”. Ci dice qualcosa di più radicale: smetti di cercare la tua giustificazione in ciò che sei, in ciò che fai e nel confronto con gli altri. Perché finché la tua giustizia viene da te, l'orgoglio e il disprezzo del prossimo torneranno sempre, magari sotto forme diverse, magari perfino sotto forma di zelo religioso, di impegno morale o di critica verso chi non è come te.

Quando sai che non sei degno di cercare Dio, quando sai di essere a mani vuote, allora Dio ha trovato te e non ti ha trovato nell’alto dei cieli, ma ti ha trovato nella persona del suo Figlio, quello sulla croce. Quel Cristo è l’unica giustizia che Dio ti dà e che Dio riconosce come tale.

E allora puoi finalmente smettere di giustificare te stesso, te stessa, e di condannare gli altri. Puoi stare davanti a Dio a mani vuote, senza dover dimostrare di essere migliore di qualcuno. Perché se la tua giustizia è Cristo, non hai più bisogno dell'orgoglio che ti innalza né del disprezzo che abbassa il tuo prossimo.

Non c’è altro Vangelo: non c’è altra giustificazione del peccatore e della peccatrice al di fuori di questo.

Amen.

                                                                                   Michel Charbonnier