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giovedì 22 dicembre 2011



Ai Lettori e alle Lettrici di questo Blog, gli Auguri di un sereno Natale e di un prospero Anno 2012

Aldo Palladino e la Redazione di "bibbia e teologia"




È Natale!

È Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.


È Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l'altro.


È Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.


È Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.


È Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.


È Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.
                        Madre Teresa di Calcutta
         

Il Natale visto da Gandhi
Non si dovrebbe celebrare la nascita di Cristo una volta all'anno, ma ogni giorno, perché Egli rivive in ognuno di noi. Gesù è nato e vissuto invano se non abbiamo imparato da lui a regolare la nostra vita sulla legge eterna dell'amore pieno. Là dove regna senza idea di vendetta e di violenza, il Cristo è vivo. Allora potremmo dire che il Cristo non nasce soltanto un giorno all'anno: è un avvenimento costante che può avverarsi in ognuna delle nostre vite. Quando la legge suprema dell'amore sarà capita e la sua pratica sarà universale, allora Dio regnerà sulla terra come regna in cielo. Il senso della vita consiste nello stabilire il Regno di Dio sulla terra, cioè nel proporre la sostituzione di una vita egoista, astiosa, violenta e irragionevole con una vita di amore, di fraternità, di libertà, di ragione. Quando sento cantare "gloria a Dio e pace in terra agli uomini di buona volontà" mi chiedo oggi come sia reso gloria a Dio e dove ci sia pace sulla terra. Finché la pace sarà una fame insaziata, finché noi non saremo riusciti a rinascere come uomini illuminati dallo Spirito, a instaurare con le persone rapporti autentici di comunione da cui siano estranei i sorrisi forzati, l'invidia, la gelosia, la falsa cortesia, la diplomazia, finché non avremo come senso della vita la ricerca della verità su noi stessi, del giusto, del bello, finché non saremo capaci di spogliarci dell'inautentico, di ciò che abbiamo di troppo a spese di coloro che non hanno niente, finché continueremo a calpestare i nostri sogni più belli e più profondi, il Cristo non sarà mai nato.
Quando la pace autentica si sarà affermata, quando avremo sradicato la violenza dalla nostra civiltà, solo allora noi diremo che "Cristo è nato in mezzo a noi". Allora non penseremo tanto ad un giorno che è un anniversario, ma ad un evento che può realizzarsi in tutta la nostra vita. Se dunque si augura un "buon Natale" senza dare un senso profondo a questa frase, tale augurio resta una semplice formula vuota.

                                                                          Mahatma Gandhi


Una riflessione sul Natale

di Dietrich Bonhoeffer


«Nel Natale si parla della nascita di un bambino, non dell’azione rivoluzionaria di un uomo forte, non dell’audace scoperta di un sapiente, non dell’opera pia di un santo. C’è veramente il capovolgimento di ogni logica: è la nascita di un bambino che opererà la svolta decisiva di tutte le cose, che apporterà all’intera umanità salvezza e redenzione. Ciò per cui si sono affaticati invano sovrani e uomini di stato, filosofi e artisti, fondatori di religioni e maestri di morale, ecco ora si compie attraverso un neonato. Come a confondere gli sforzi e le imprese dei potenti, al cuore della storia universale viene posto un bambino. Un bambino nato dagli uomini, un figlio dato da Dio. Ecco il segreto della salvezza del mondo; vi sono qui racchiusi tutto il passato e tutto il futuro. L’infinita misericordia del Dio onnipotente viene a visitarci, si abbassa sino a noi sotto la forma di un bambino, suo Figlio. Che sia nato per noi questo bambino, che ci sia stato dato questo figlio, che questo figlio degli uomini, questo Figlio di Dio mi appartenga, che io lo conosca, lo abbia, lo ami, che io sia suo ed egli sia mio: è da questo ormai che dipende la mia vita. Un bambino tiene la nostra vita nella sua mano».



sabato 17 dicembre 2011


Isaia 61: 1-11
 "La parola che si compie oggi"
Predicazione del Past. Paolo Ribet

Tempio valdese – C.so Vittorio Enanuele II, 23 – Torino
Domenica, 11 dicembre 2011

Il testo biblico
1 Lo spirito del Signore, di DIO, è su di me,
perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili;
mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato,
per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi,
l'apertura del carcere ai prigionieri,
2 per proclamare l'anno di grazia del SIGNORE,
il giorno di vendetta del nostro Dio;
per consolare tutti quelli che sono afflitti;
3 per mettere, per dare agli afflitti di Sion
un diadema invece di cenere,
olio di gioia invece di dolore,
il mantello di lode invece di uno spirito abbattuto,
affinché siano chiamati querce di giustizia,
la piantagione del SIGNORE per mostrare la sua gloria.
4 Essi ricostruiranno sulle antiche rovine,
rialzeranno i luoghi desolati nel passato,
rinnoveranno le città devastate,
i luoghi desolati delle trascorse generazioni.
5 Là gli stranieri pascoleranno le vostre greggi,
i figli dello straniero saranno i vostri agricoltori e i vostri viticultori.
6 Ma voi sarete chiamati sacerdoti del SIGNORE,
la gente vi chiamerà ministri del nostro Dio;
voi mangerete le ricchezze delle nazioni,
a voi toccherà la loro gloria.
7 Invece della vostra vergogna, avrete una parte doppia;
invece di infamia, esulterete della vostra sorte.
Sì, nel loro paese possederanno il doppio
e avranno felicità eterna.
8 Poiché io, il SIGNORE, amo la giustizia,
odio la rapina, frutto d'iniquità;
io darò loro fedelmente la ricompensa
e stabilirò con loro un patto eterno.
9 La loro razza sarà conosciuta fra le nazioni,
la loro discendenza, fra i popoli;
tutti quelli che li vedranno riconosceranno
che sono una razza benedetta dal SIGNORE.
10 Io mi rallegrerò grandemente nel SIGNORE,
l'anima mia esulterà nel mio Dio;
poiché egli mi ha rivestito delle vesti della salvezza,
mi ha avvolto nel mantello della giustizia,
come uno sposo che si adorna di un diadema,
come una sposa che si adorna dei suoi gioielli.
11 Sì, come la terra produce la sua vegetazione
e come un giardino fa germogliare le sue semenze,
così il Signore, DIO, farà germogliare la giustizia e la lode
davanti a tutte le nazioni.

1. Vi sono molti modi di leggere la Bibbia ed in particolare i profeti. Due in particolare, fra questi modi, mi sembrano pericolosi o per lo meno destinati a non portare da nessuna parte: il primo è leggerla come un insieme di vaticini, di frasi staccate da ogni contesto storico e temporale, validi per ogni tempo – ma ci si domanda che senso potessero avere le parole profetiche per i loro primi ascoltatori. Il secondo modo, opposto al primo, è di vedere queste stesse parole come valide soltanto per il tempo in cui furono profferite – ma allora la domanda è quale senso possono avere per noi oggi. Io credo che il nostro compito sia quello, non facile, di comprendere le parole per il tempo in cui furono pronunciate, per cogliere in esse, con l'aiuto dello Spirito Santo, il senso per noi. È ciò che fa Gesù quando nella sinagoga di Nazareth legge le prime parole di Isaia 61 e le commenta dicendo: «Oggi si compie questa parola e voi l'udite» (Luca 4: 16–30). Qui e ora, "oggi", questo evangelo, dice Gesù, non è solo promessa, ma è realtà, viene messo in atto, oggi lo Spirito della profezia e lo Spirito del compimento sono uno, i tempi sono tempi nuovi. Questo "oggi" parla della contemporaneità del messaggio profetico che parla attraverso lo Spirito. Questo è l'oggi proclamato. Gli uomini possono avere parte all'anno accettevole del Signore solo se essi accettano colui che lo annuncia e lo porta.

2. Questo è il percorso che cercheremo di cogliere questa ma
ttina.                                                                                                        Nei capitoli 56 – 66 del libro di Isaia si riconosce, ormai da molti anni, la mano di un autore vissuto in Israele dopo il ritorno dall'esilio di Babilonia. Questo profeta sconosciuto viene generalmente definito come il "Terzo Isaia". Egli predica in una situazione difficile, quando le grandi aspettative nate dalla fine del giogo babilonese si sono scontrate con la dura realtà della ricostruzione, quando l'opera di riedificazione delle città e di ritessitura del tessuto sociale si dimostra ben più ardua di quanto si fosse sognato nei giorni radiosi della liberazione. Tornando da Babilonia, molti ebrei credettero di sognare ("quando il Signore cambiò le sorti di Sion, ci sembrava di sognare. La nostra bocca si riempiva di canti, la nostra lingua di gioia" – Salmo 126 1-2), ma quando arrivarono a Gerusalemme si scontrarono con la dura realtà: le città erano semidistrutte, i campi erano stati occupati da altri che non avevano nessuna intenzione di andarsene per lasciarli agli antichi proprietari, i popoli vicini non avevano nessuna voglia di veder crescere accanto a loro un potenziale nemico... Insomma, esistevano tutte le condizioni perché l'entusiasmo iniziale si trasformasse in delusione e disperazione. Se vogliamo fare un parallelo col nostro tempo, possiamo dire che dopo i tempi di crescita economica e di progresso sociale nel nostro Paese, ci rendiamo conto che la crescita non può durare in eterno e, dopo una fase positiva, segue una fase di recessione, con conseguente impoverimento della gente – che porta con sé delusione e depressione.

3. Eppure, il profeta ha ricevuto il mandato di predicare la gioia e la liberazione proprio in una situazione di quel tipo e a questo mandato deve rispondere:
Il profeta riceve una vocazione, egli è unto per portare un messaggio specifico: il giubileo, l'anno di grazia del Signore.
Alla vocazione fa seguito una promessa: la ricostruzione riuscirà, e ad essa parteciperanno anche degli stranieri – è una dimensione nuova quella che si apre dinanzi al profeta ed al popolo che egli incarna.
Segue l'incoraggiamento: al di là delle difficoltà, occorre andare avanti. In tempo di crisi abbiamo bisogno di ravvedimento, di consolazione e di visione.    Il capitolo si conclude con il canto di lode: è la risposta dei salvati, di coloro che sono stati raggiunti da questo messaggio di grazia.

4. Riprendendo il discorso che si faceva all'inizio,  proprio perché noi leggiamo la Bibbia in modo storico e non atemporale, dobbiamo anche domandarci perché debbano aver valore delle parole pronunciate tanto tempo fa ed in un contesto diverso dal nostro. La risposta non è semplice, né da dire né da accettare: la Parola di Dio è contenuta in quella parola umana ed essa esprime la volontà di salvezza di Dio nei nostri confronti oggi come allora. Essa ci dice l'attitudine di Dio nei confronti dell'umanità ed esprime il suo evangelo, il suo messaggio di salvezza. Noi diventiamo in qualche modo contemporanei del profeta e lui diventa contemporaneo nostro... E noi leggiamo le parole del Terzo Isaia durante l'Avvento, che è il tempo della preparazione a una realtà nuova che sta per compiersi. Ora sta a noi prepararci a edificare questa realtà nuova.

5. Ma attenzione, quello che si sta compiendo è appunto un tempo nuovo, non è e non vuole essere semplicemente la ripetizione dell'antico. La predicazione del Terzo Isaia, infatti, ha la stessa potenza eversiva del Cantico di Maria (Luca 1: 46 e ss.), che abbiamo letto insieme al testo di Isaia.
Il mondo viene rovesciato dall'intervento di Dio: il lieto messaggio della liberazione viene infatti indirizzato ai poveri, a coloro che hanno perso tutto, che sono stati imprigionati per debiti. Perché il Regno di Dio non è il regno dell'uomo ... un po' aggiustato: è il suo rovesciamento. Là dove vinceva l'egoismo, ora regna l'amore. Là dove regnava il degrado, ora vince la salvezza. Per questo, parlando a Nazareth a partire da questi versetti, Gesù può dire: «Oggi si avvera questa profezia!»
Il tempo dell'Avvento annuncia che questo "oggi" sta arrivando e noi siamo chiamati a costruirlo, come i contemporanei del profeta.

                                                             Paolo Ribet

Tratto dal sito http://www.torinovaldese/.org  

martedì 6 dicembre 2011

La manovra economica non "evangelica" di Mario Monti
di Aldo Palladino

Ormai i giochi sono fatti. E ciò che stupisce è che più volte il neo Presidente del Consiglio ha affermato che uno dei criteri che avrebbe ispirato la sua manovra sarebbe stata l'equità. Gli Italiani avevano esultato e avevano cominciato a sperare in una giustizia sociale da tempo attesa. L'illusione è durata poco, perché la manovra ha colpito i più poveri e i più deboli.
Ho l'impressione che il cattolico Monti, nonostante vada sempre in chiesa, non abbia assimilato la parola evangelica che invita a sostenere i poveri e a lavorare perché il Regno di Dio possa essere affermato attraverso l'attività di uomini di buona volontà disposti a gettare le basi per una società in cui si pratichi la giustizia, la verità, la solidarietà.
Questa manovra economica chiede sacrifici a lavoratori e pensionati, ma non tocca un centesimo sui grandi patrimoni.
Viene dunque da pensare che Monti si sia piegato alle imposizioni del partito di Berlusconi, quel PDL che, come sappiamo, ha sempre difeso evasori fiscali e ricchi, e che ha posto come condizione per il suo appoggio al nuovo Governo quella di non introdurre la tassa sui grandi patrimoni e di non osteggiare le televisioni Mediaset.
Come mai non si toccano i ricchi nelle manovre economiche dei nostri governi?                      
Perché si toccano gli interessi dei poteri forti, che hanno come unico obiettivo di accrescere il proprio potere occulto e di affermare la propria ideologia capitalistica per il raggiungimento dei propri interessi. Di solito due sono i motivi che inducono i governanti a piegarsi a quei poteri: la paura o la connivenza. Vorrei non pensare questo per il neo Presidente del Consiglio, che è uomo di alta statura morale, ma le sue scelte economiche parlano da sole e ci portano a pensare che deve ancora lavorare molto per essere dalla parte della maggioranza degli italiani. Questa era una occasione per affermare un cambiamento radicale degli indirizzi di politica economica, ma la storia di un vero cambiamento "evangelico" della società italiana deve ancora affermarsi. Perché l'italiano è "cattolico" senza conoscere l'Evangelo di Gesù Cristo, senza conoscere la Bibbia. 
                                                                            Aldo Palladino
                             

lunedì 28 novembre 2011


Domenica 11 dicembre 2011, ore 11,45 
Matinée organistica

Musica e preghiera

Brani musicali e letture bibliche commentate

D. Buxtehude (1637-1707)

PROGRAMMA

Toccata in F BuxWV 156
"Wie schoen leuchtet der Morgenstern" BuxWV 223
Magnificat primi toni BuxWV 203
Praeludium in C BuxWV 138

All'organo: il Maestro Walter Gatti












mercoledì 19 ottobre 2011

Passi verso la maturità spirituale

Meditazione di Aldo  Palladino

Testo biblico: Ef. 4: 11-15; 2 Pt. 3: 18


I due testi biblici
11 È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, 12 per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo, 13 fino a che tutti giungiamo all'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo; 14 affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l'astuzia loro nelle arti seduttrici dell'errore; 15 ma, seguendo la verità nell'amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo (Ef. 4:11-15).
…ma crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. A lui sia la gloria, ora e in eterno. Amen (2 Pt. 3:18).
oooOooo
Il testo della meditazione di oggi ha come tema la crescita ovvero come si diventa un cristiano o una cristiana spiritualmente maturi.
Ve la propone una persona che matura non è e che prima di predicare agli altri sulla maturità cristiana ha ricevuto dal Signore un invito a crescere sempre di più. D'altra parte non si può parlare agli altri se prima la Parola non ha parlato a noi. 
Siamo molto interessati al nostro progresso personale in ogni campo della nostra vita, economica, sociale, culturale. Impieghiamo molte energie e facciamo immensi sforzi e sacrifici pur di realizzare i nostri desideri, i nostri sogni per una vita più sicura e più felice, per noi e per i nostri figli, ma bisogna aggiungere nell'orizzonte della nostra materialità anche una vita spirituale.
       Noi sappiamo che la volontà di Dio per ogni credente è la crescita spirituale con l'obiettivo di perseguire una maturità spirituale. Questa è una delle più importanti priorità che la Parola di Dio richiede ad ogni convertito.
Come abbiamo letto: "Crescere in ogni cosa verso Colui che è il capo, cioè Cristo" (15).
Il desiderio di Dio per noi è quello di farci diventare simili a Gesù. Infatti Paolo dice: "Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rom. 8:29).



CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA CRESCITA

La crescita spirituale non è automatica
Come la crescita psicofisica di un bambino avviene se si prestano delle cure particolari (allattamento, attenzioni affettive, ecc.) così avviene per il cristiano appena convertito. Egli ha bisogno di essere seguito in ogni sua fase di crescita, perché la crescita spirituale non è un fatto automatico. Frequentare il culto della domenica mattina è giusto, ma non basta per crescere. Né basta essere convertiti da tanto tempo.
       Nelle chiese ci sono tanti credenti,  anche anziani di età che sono dei neonati spirituali, come dice l'epistola agli Ebrei: "Infatti, dopo tanto tempo dovreste essere già maestri; invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi oracoli di Dio; siete giunti al punto che avete bisogno di latte e non di cibo solido" (Eb. 5:12).
       Nella chiesa si può invecchiare rimanendo bambini. E questo non è sano.
Quando si verifica questo è perché non c'è stato o non c'è nella chiesa un programma che aiuti il neoconvertito a crescere. Non solo. C'è da dire che molti credenti non vogliono diventare maturi, preferiscono rimanere bambini, perché essere maturi comporta responsabilità e impegni seri.
Dunque, nella chiesa occorre avviare dei programmi per attivare dei processi di crescita. Ciò richiede da parte di tutti un impegno a voler crescere. Non bastano i programmi: occorre anche la volontà di ognuno a seguire dei percorsi verso la maturità spirituale.
Paolo dice: "Adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo" (Fil. 2:12-13). Gesù ha realizzato la nostra salvezza, ma noi dobbiamo collaborare crescendo in essa, non per essere salvati (noi non possiamo aggiungere nulla all'opera della croce), ma perché siamo stati salvati.

La crescita spirituale è per tutti
La crescita spirituale non è riservata a specialisti o a persone superdotate: è per tutto il popolo di Dio.

La maturità spirituale non è istantanea
La crescita spirituale è un processo fatto di varie tappe che richiede tempo. E' un cammino che dura tutta la vita. Quindi, impegno continuo.

La maturità cristiana non è una somma di concetti biblici teorici: si manifesta nella vita pratica
L'inizio del cammino di crescita per la maturità spirituale ha come fondamento la conoscenza della Bibbia, ma la maturità cristiana non consiste solamente nella conoscenza biblica. La maturità cristiana non è solo questione di credenze, di convinzioni, ma dipende anche dalla condotta personale, dal carattere plasmato e modellato dallo Spirito santo, dall'assimilazione di nuove abitudini di vita, di un modo di pensare rinnovato, dal cambiamento del nostro stile di vita che deve essere consacrato e impegnato.

Giacomo 2:17-18 afferma: "Così è della fede; se non ha opere è per se stessa morta. Anzi uno piuttosto dirà: "Tu hai fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede".

1 Giovanni 3: 18 ci ricorda: "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità".

Paolo ha insegnato le dottrine fondamentali del cristianesimo, ma ha sempre unito fede/credo ed etica, insegnamento e condotta. Non ha mai pensato ad un sistema di idee disgiunto dalla vita. Per l'apostolo Paolo il cristianesimo non è una filosofia: è una relazione, un rapporto che si realizza nella vita di ogni giorno col Signore e con la comunità ecclesiale e sociale nelle quali viviamo.

Gesù disse: "Li riconoscerete dai loro frutti" (Mt. 7:16). Tutto l'evangelo del nostro Signore è uno specchio  in cui ognuno può guardarsi e riconoscere quale immagine porta di quell'evangelo nella sua vita.


La maturità spirituale si nutre di relazioni fraterne
Le Scritture sanciscono senza mezzi termini che la nuova vita in Cristo significa far parte di un corpo, la chiesa, nella quale si è membri gli uni degli altri (Rom. 12: 4-5) in quella vita di relazioni fraterne dove la nostra fede personale e la nostra comunione vengono messi alla prova.

1 Giovanni 1:7 ci ricorda: "Se camminiamo nella luce, com'egli è nella luce, abbiamo comunione l'uno con l'altro".
Leggi anche 1 Giovanni 3:14, 4:.20.

Un credente maturo deve avere relazioni con altri cristiani (1 Giovanni 4: 20).
La qualità della nostra relazione con Cristo dipende in buona parte anche dalla qualità della relazione con i nostri fratelli.
"Il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi"  (1 Tess. 3: 12).

La maturità spirituale coinvolge il cristiano nello spirito, nell'anima e nel corpo
La forma del credente che viene fuori dal tipo di educazione che viene data nelle nostre chiese è una persona con una grande testa e con un corpo striminzito. Questo perché oltre all'insegnamento biblico non vengono fortemente sviluppate altre attività che rientrano nella sfera emotiva e relazionale dei credenti (canto, musica, adorazione, comunione, evangelizzazione, cura pastorale, ospitalità, ecc.).
Nella nostra vita spirituale non siamo chiamati a nutrire dottrinalmente soltanto il cervello, ma occorre sviluppare tutte quelle forme di servizio e di comunione che mettono in azione in nostro corpo. Non solo, dunque, il nostro cuore e la nostra mente, ma anche il nostro corpo per Cristo (Rom. 12:1-2).
L'equilibrio dello sviluppo della nostra intera persona, spirito, anima e corpo (1 Tess. 5:23) è argomento trattato nella bibbia (1 Tess. 4: 4-5) e ci coinvolge.



LE TAPPE DEL CAMMINO VERSO LA MATURITA' SPIRITUALE

Quali sono le tappe fondamentali per intraprendere questo cammino di crescita verso la maturità spirituale?

1.    Conoscere la bibbia (cuore e mente in azione)
2.    Imparare a ricercare il punto di vista di Dio nei fatti della nostra vita, cioè comprendere la volontà di Dio e sottomettervi
3.    Ricercare la pienezza dello Spirito santo (consacrazione)
4.    Sviluppare il carattere di Cristo (Cristo in me)


Per ognuno di questi temi occorrerebbe una meditazione più approfondita. Oggi mi limito ad anticiparne qualche elemento fondamentale.


1.     Conoscere la bibbia (cuore e mente in azione)
       (Lc. 24:27, 32, 45; giov. 5:39; At. 17:11; 2 Tim. 3:16)

Non è possibile iniziare alcun percorso formativo di crescita spirituale senza conoscere la bibbia. Sembra un fatto scontato questo, ma non lo è. Tanti credenti preferiscono leggere altri libri o libri che hanno attinenza con la bibbia e trascurano la semplice lettura della bibbia.
Tanti altri credenti si limitano soltanto a leggere la bibbia senza farne oggetto di studio, di meditazione, di ricerca.
Nella chiesa, dunque, occorrono programmi per la conoscenza della Parola di Dio in modo approfondito per far crescere sia i neo convertiti sia i vecchi membri di chiesa. Con l'attenzione, però, di sviluppare in tale persone l'impegno a vivere ogni giorno i valori e i principi divini appresi nella Scrittura.
Avere nelle chiese dei credenti con una grande conoscenza della bibbia, ma senza amore per il prossimo, pieni di sé e di giudizio, non fa una buona pubblicità alla bibbia stessa, anzi allontana le persone dalla Scrittura e dalle chiese.
Ricordiamoci che l'apostolo Paolo diceva: "La conoscenza gonfia, ma l'amore edifica" (1 Cor. 8:1).

Mettiamo dunque al centro della vita della chiesa e della nostra vita personale la Parola di Dio, ma attenti all'uso che ne facciamo! Se non la mettiamo in pratica o ne facciamo un'errata applicazione, commettiamo peccato.



2.    Imparare a ricercare il punto di vista di Dio  nei fatti della nostra vita, cioè comprendere la volontà di Dio e sottomettervi

L'applicazione ai fatti della nostra vita del punto di vista di Dio è una tappa importante della nostra crescita spirituale.
La conoscenza biblica ci insegna cosa Dio ha detto e fatto, ma la ricerca del punto di vista di Dio ci fa conoscere anche il "perché" Dio ha detto e fatto in quel modo. E questo è utile per comprendere il testo biblico con una maggiore profondità per meglio capire le vie di Dio per noi, per amarlo di più, e per essere meglio equipaggiati ad affrontare le difficoltà nella vita.

Il testo che abbiamo letto ci ricorda: "Affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l'astuzia loro nelle arti seduttrici dell'errore" (Ef. 4:14).

"Siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà" (Rom. 12: 2).


3.    Ricercare la pienezza dello Spirito santo

Gli ostacoli alla realizzazione della pienezza dello Spirito Santo nella nostra vita sono due: il nostro temperamento e le nostre abitudini legate alla vecchia natura. Lo Spirito santo è venuto a dimorare in noi dal momento della nostra conversione, ma la sua azione in noi è terribilmente frenata e ostacolata da noi stessi. Evidentemente c'è ancora da lavorare dentro di noi. Ed è per questo che le parole di Paolo "Siate ricolmi di Spirito" (Ef. 5:18) e "camminate secondo lo Spirito" (Gal. 5:16) suonano come un'esortazione a rivedere il nostro cammino e ad impegnarci a vivere in novità di vita, pieni di amore e di passione per le cose del Signore, nella chiesa e fuori della chiesa.
Ricercare la pienezza dello Spirito Santo significa, dunque, dare la priorità a Dio in tutti i nostri programmi, eliminare gli idoli vani della nostra esistenza, donarsi  totalmente per sostenere la Sua opera, vivere una vita di preghiera e di contatto con Dio, amare il prossimo, fare del bene a tutti, avere obiettivi e motivazioni in vista del regno di Dio.


4. Sviluppare il carattere di Cristo (Cristo in me)

La Scrittura ci insegna che il nostro io, il nostro carattere è la grande roccaforte che oppone resistenza all'azione dello Spirito Santo. Quando diamo il nostro cuore a Cristo, la nuova Vita entra in noi, ma irrompe in noi rispettando la nostra libertà e i nostri desideri.
Cosa ci rende restii al grande cambiamento nella nostra vita?

Forse il fatto di avere accolto Gesù in modo formale o per tradizione di famiglia, senza avere avuto un reale incontro con Lui.
Forse abbiamo accolto Gesù con delle riserve mentali per cui non ci siamo veramente schierati per Lui e lo abbiamo relegato in un angolino della nostra vita.
Sviluppare il carattere di Cristo in noi comporta assumere nella nostra vita valori e principi nuovi, significa orientare il nostro pensiero e il nostro cuore secondo la mente e il cuore del Signore.
Per questo non sono cambiato. Perché Gesù veramente non ancora vive pienamente in me. Lo tengo ancora un po' fuori dalla mia vita e lo lascio entrare solo quando ne ho bisogno. Questa non è fede genuina, è fede utilitaristica.
Paolo e tanti credenti hanno deciso per Gesù nella loro vita.
E' venuto il momento anche per noi di prendere una decisione personale profonda di impegno e di servizio, di adorazione del nostro Signore e Dio.

Quando Gesù vive in me, la preghiera si eleva spontanea, la lode e l'adorazione prorompono senza freni, chi ci sta intorno è visto come l'oggetto della misericordia e della grazia di Dio, quindi accolto senza pregiudizi e senza paure, la predicazione dell'Evangelo diviene obiettivo primario del nostro servizio, aiutare chi è nel bisogno diventa un impegno che risponde al desiderio del Signore di fare del bene a tutti, a cominciare da quelli di casa nostra.
Quando Gesù vive in me, tutta la spazzatura dentro e fuori di noi viene buttata via. Il nostro cuore si purifica.
Quando Gesù vive in me, Egli è l'unico riferimento e modello cui il nostro cuore aspira, perché abbiamo realizzato in noi la forza della sua azione redentrice e liberatrice che dà valore alla nostra vita, presente e futura. 
Quando Gesù vive in me, le cose vecchie sono passate, ecco tutto è diventato nuovo, in una nuova luce e in una nuova ottica.
Gesù ci ama.
Egli personifica il regno di Dio, che è diventato vicino, che è dentro di noi.
Amiamolo con tutto il nostro cuore, perché ha dato la sua vita per noi!

Leggere Col. 3: 12-17.
                                                                                                          Aldo Palladino

lunedì 26 settembre 2011



Filippesi 2: 1-13

Gesù Cristo,
fondamento della vita comunitaria

Predicazione di Aldo Palladino


Domenica, 25 settembre 2011
Tempio Valdese
C.so Vittorio Emanuele II, 23
Torino

Il testo biblico
1 Se dunque v'è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, 2 rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. 3 Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 4 cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 7 ma spogliò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
12 Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand'ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; 13 infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo.

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Contesto
La comunità di Filippi è la prima comunità cristiana europea (Atti 16,24-40), nata dall'evangelizzazione dell'apostolo Paolo. È una comunità che Paolo loda perché fortemente impegnata in campo missionario (1,3.5), per la solidarietà a lui manifestata con dei doni quando era in prigione (2,25) e per il sostegno alle chiese della Macedonia in difficoltà (2 Cor. 8,1-5).
Ma poiché non esistono comunità perfette, anche nella chiesa di Filippi non tutto fila liscio: i rapporti fraterni sono lacerati da incomprensioni, da rivalità, come testimonia l'appello di Paolo all'umiltà e alla concordia (2,2 ss) e la sua esortazione a due donne della comunità, Evodia e Sintiche, ad andare d'accordo (4,2-3).
Paolo dunque scrive e interviene per sopperire ad un deficit morale lì presente. Quale cura è adatta a quella comunità? Oggi la psicologia, la sociologia, la pedagogia forniscono gli strumenti per capire meglio i meccanismi e le dinamiche che sono alla base delle disfunzioni di un gruppo, di un corpo, qual è la chiesa, o di tutti i conflitti interpersonali, e offrono le soluzioni per fronteggiare ogni principio di disgregazione.
Ma a quell'epoca, in assenza di strumenti di analisi appropriati, quale terapia somministra l'apostolo Paolo ai Filippesi?

Inno cristologico
Nel nostro testo, le prime parole (1-4) di Paolo sono esortazioni che costituiscono l'abc della vita comunitaria: essere concordi e unanimi, non far nulla per spirito di parte o vanto personale, mostrare amore, rispetto e umiltà, vivere con sentimenti di solidarietà verso gli altri. Ma la cosa sorprendente e che "in una situazione di evidente crisi etica, Paolo non fa la morale ai Filippesi,  ma intona un inno a Cristo (quello che è riportato nei versetti da 5 a 11) e invita i Filippesi a cantarlo con lui, perché ritiene che non sia la morale a guarire l'immoralità, ma la fede"(©). Infatti, l'apostolo Paolo ricorda ai Filippesi quest'antico inno cristologico per orientare la loro vita e la loro fede.
Così inizia quest'inno:"Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù" .
Di quale sentimento avevano bisogno i Filippesi?  
È quello racchiuso nella persona e nell'opera di Gesù Cristo, contrassegnata dal duplice movimento di abbassamento (6-8) e innalzamento (9-11), che troviamo nel nostro brano.
È sorprendente che Paolo per mettere ordine nella vita comunitaria dei Filippesi scomodi il fondamento della rivelazione: Dio che decide di abbandonare il suo trono per scendere verso il basso a incontrare l'umanità e che in Cristo Gesù si fa uomo, di più, che si fa servo, schiavo; Dio che diventa altro, che cambia e si fa umano.
In questo ricordo del movimento verso il basso sta l'insegnamento di Paolo ai Filippesi, i quali hanno bisogno di rimuovere il senso di autosufficienza e di orgoglio e di riscoprire che la fede non fa salire in alto, ma ci fa scendere dal nostro piedistallo dai nostri altari, su cui ci siamo posti come idoli di noi stessi, per farci incamminare con umiltà verso quelle zone dell'umanità dove a nessuno piacerebbe vivere.
L'ascesi e la mistica cristiana incoraggiano il distacco dal mondo, la solitudine, il silenzio, la preghiera e promuovono il movimento verso l'alto, nella ricerca di Dio. Tutte cose belle e apprezzabili, ma Dio, in Cristo Gesù, nel nostro brano è in basso, nelle zone più disumanizzate di questo mondo, tra gli esclusi, gli emarginati, i poveri, i sofferenti, i malati, i carcerati, gli stranieri, gli affamati, tra tutti quelli che invocano aiuto, salvezza, pace, giustizia, verità. Gesù non abita nei palazzi del potere, ma tra la gente esclusa e ai margini della società. E per venire tra noi Cristo Gesù: "…spogliò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce".
1)      "Spogliò se stesso", nel senso che si svuotò (in greco ekenosen), mise da parte il suo status d'origine, privandosi del suo spendore e dei suoi privilegi (gloria, identità e diritti divini);
2)      "prendendo forma di servo" (in greco doulos, schiavo), abbandonando volontariamente la condizione di Signore e assumendo quella sociale di schiavo, vale a dire di uno che agli occhi del mondo non conta nulla; la salvezza dell'umanità inaugurata da Gesù non passa attraverso il potere, come l'uomo pretenderebbe, ma attraverso il servizio. 
3)      "divenendo simile agli uomini", perché in ogni cosa Gesù ha manifestato di essere uomo, dalla sua nascita alla sua morte, senza mai peccare (Ebr. 4,15);
4)      "umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce". La via dell'umiliazione, nell'ambito di quel movimento di abbassamento, sta nell'ubbidienza di Gesù a Dio Padre, del quale accetta liberamente e volontariamente il progetto di salvezza dell'intera umanità per realizzarlo fino alla morte sulla croce.

Cristo al centro della vita della chiesa
Questo movimento di abbassamento di Gesù Cristo diventa per tutti noi un progetto di vita, una proposta di una vita nuova nella comunità che rappresenta la vera avventura della nostra fede, cioè vivere e lavorare con persone che come me e come te sono state amate e redente dal Signore. La comunione fraterna che realizziamo non nasce in noi stessi, per quello che noi siamo, ma nasce dalla condivisione e dalla comunanza di avere come collegamento Gesù Cristo e la sua opera. Per mezzo di Cristo noi apparteniamo gli uni agli altri e questa appartenenza è più forte ed effettiva di quanto noi sentiamo, perché il legame che abbiamo è un legame eterno.
Se comprendiamo questa realtà spirituale, cominceremo a guardarci con occhi diversi, a comprendere e perdonare le debolezze che ci caratterizzano, a rispettarci, a stimarci e a vivere nella concordia e nell'amore. 

L'inno cristologico mette in evidenza che a Gesù Dio dà "il nome che è al di sopra di ogni nome" (11). E il nome è quello di "Signore" (Kyrios). E questo è sconvolgente per la mentalità del tempo, perché Signore è l'appellativo riservato a Dio.
Questo rappresenta il secondo movimento, quello dell'innalzamento di Gesù.
È un movimento che coinvolge anche noi, perché, come abbiamo letto: "Se alcuno vuol essere il primo, dovrà essere l'ultimo e il servitore di tutti" (Mc. 9:35).
Nel Nuovo Testamento, lo schema abbassamento-innalzamento si presenta come una parènesi rivolta prima ai diretti destinatari e poi a tutti i lettori.
Lc. 14,11: "Poiché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato" (ved. anche 18, 14).
Gc. 4, 10 dice: " Umiliatevi davanti al Signore, ed egli vi innalzerà".
1 Pt. 5, 6: " Umiliatevi dunque sotto la potente sua mano, affinché egli vi innalzi a suo tempo".

I Filippesi, dopo il canto dell'inno, come hanno reagito? Forse hanno risposto come facciamo anche noi oggi quando cantiamo inni di lode e di adorazione a Dio, quando cantiamo di essere disposti a servire, ad amare, ad ubbidire...
Certo è che i Filippesi si sono trovati di fronte a un inno che non era un imperativo, ma era una chiamata alla libertà di decidere cosa volevano essere nei confronti di Dio e verso i fratelli e le sorelle della loro comunità.
Anche noi oggi siamo dinanzi a questa scelta.

                                               Aldo Palladino

  


(©) Paolo Ricca. Come in cielo, così in terra. Itinerari biblici. Claudiana – Torino, (pag. 98).