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lunedì 15 ottobre 2018



I Corinzi 7, 29-31

Vivere "come se non..."

Predicazione di Aldo Palladino



Il testo biblico
29 Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato; da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l'avessero; 30 quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; 31 quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa.

***

     Queste parole dell'apostolo Paolo, se tolte dal loro contesto, potrebbero provocare in noi un certo sconcerto o sollevare in noi qualche dubbio, perché sembrano invitarci:
  • al libertinaggio, quando si invita chi ha moglie (o marito) a vivere come se non l'avesse;
  • ad un comportamento cinico, quando si dice che quelli che piangono vivano come se non piangessero e quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero;
  • ad un comportamento distaccato dalla realtà, quando si afferma che quelli che comprano vivano come se non possedessero;
  • ad un atteggiamento indifferente e deresponsabilizzato, quando si invitano quelli che usano di questo mondo, a vivere come se non ne usassero.

Ma non è questa l'intenzione dell'apostolo Paolo! In realtà Paolo pronuncia queste parole all'interno di un discorso più ampio che lui fa per rispondere ai credenti della chiesa di Corinto che su molte questioni erano divisi e fortemente in conflitto. In particolare, nel cap. 7, di cui fanno parte questi nostri 3 versetti, egli affronta il tema della sessualità, del matrimonio, del celibato, della circoncisione e della incirconcisione. Erano temi che erano diventati veri problemi al punto che i corinzi si erano divisi in due gruppi contrapposti:

1. da una parte il gruppo dei cosiddetti "entusiasti" – oggi noi diremmo "fanatici" -, i quali ritenevano che il matrimonio fosse incompatibile con la vita cristiana, che doveva essere libera da ogni attrattiva sessuale e da ogni forma passionale (gli "entusiasti" vedevano il sesso come una "schiavitù" nei confronti della "carne, come un impedimento per una vita veramente "spirituale").

2. dall'altra parte il gruppo che rivendicava una libertà sessuale più totale, senza obblighi e limiti.

     Dunque, a quei credenti che gli avevano chiesto il suo parere per risolvere i conflitti presenti nella chiesa, Paolo sul tema della sessualità risponde con 40 lunghi versetti del cap. 7. Non possiamo qui svilupparli tutti, possiamo però dire che l'idea principale di Paolo è questa: "È bene per l'uomo non toccare donna, ma, per le fornicazioni, ogni uomo abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito". (7,1-2). Paolo dunque fissa un principio generale che possa aiutare i corinzi  a vivere una giusta ed equilibrata vita di relazione tra uomini e donne, coerente con la fede e in vista dell'unità della chiesa. Il principio è questo: la condizione ideale per un cristiano è quella di astenersi da qualsiasi relazione sessuale; tuttavia chi non può trovare pace in questa condizione si deve sposare. In altre parole: chi si sposa fa bene ma chi non si sposa fa meglio.

Oggi noi su questa affermazione di Paolo possiamo farci anche una risatina, eppure questa è la risposta che Paolo dà ai credenti di Corinto.

A ben guardare, Paolo fornisce regole non assolute, ma relativizzate e rispondenti alle varie condizioni di vita delle persone, che sono chiamate ad un agire bene ma anche ad un agire meglio.

Vivere "come se non"
Anche i nostri versetti da 29 a 31 sono all'insegna di una certa relativizzazione. Paolo relativizza il nostro tempo, le nostre cose, le nostre attività, i nostri sentimenti. Ci esorta a vivere secondo la filosofia del "come se non", a comprare come se non si possedesse, a piangere come se non si fosse tristi, ad avere mariti o moglie come se non si fosse sposati.
Con le sue parole, non vuole affatto portarci allo scetticismo, nè vuole portarci a distaccarci dalla realtà. Vuole invece invitarci a riflettere sul nostro modo di usare il mondo e di essere consapevoli che la nostra esistenza è fortemente condizionata da due elementi, da due categorie teologiche e sapienziali:
  • il tempo che si è abbreviato o che è stato abbreviato (v. 29);
  • la figura di questo mondo che passa (v. 31).

Il tempo di cui parla Paolo non è quello cronologico, il chrónos, che in greco è appunto il tempo oggi regolato dagli orologi, bensì quello qualitativo del kairós che è il tempo nel suo contenuto di azioni umane, di vicende, di eventi vissuti sotto il segno della grazia di Dio. Paolo questo tempo lo sente "breve" perché crede nell'imminente incontro con Cristo e vive nell'attesa di quell'avvenimento, rispetto al quale ogni credente deve orientare la propria vita valorizzando il tempo presente operando scelte responsabili per una vita piena, di gioia, di libertà, di pace e di amore verso il prossimo. È il tempo della continua conversione per aprire le porte al Regno di Dio. Ma è anche il tempo che l'Ecclesiaste, il Qoelet, ci presenta con la ricchezza dei suoi contrasti e delle sue contraddizioni e che comunque deve essere vissuto come un dono di Dio. Quello che si "è" o si "ha" diventa relativo: ciò che urge è prepararsi all'incontro con Cristo, che se da una parte dà senso alla vita terrena, da un'altra apre alla vita definitiva.

La figura di questo mondo che passa, lo schéma, la figura esteriore, la struttura decadente del mondo che è una realtà destinata a passare a differenza di quelle realtà più vere e sostanziali che non avranno mai fine.
Nel Nuovo Testamento la parola mondo ha una valenza negativa, qui invece Paolo parla di una mondanità positiva e vitale, capace di costruire e progettare, che ci spinge a usare del mondo in modo utile e che Paolo associa al matrimonio, inteso non come istituzione ma come capacità umana di mettere radici, di fare figli e preoccuparsi per loro, di produrre, costruire, fare progetti, di fare insomma un buon uso del mondo e di agire bene. Al tempo stesso, il monito di Paolo è, come dicevo,  di sapere stare nel mondo all'insegna del "come se non" cioè di sapere che la nostra vita e tutti i beni che possediamo, le cose preziose e quelle di poco valore, i grandi e piccoli affetti, a cui però siamo morbosamente attaccati e che sovente condizionano in modo pesante la nostra esistenza, tutto è destinato a passare.
Nei vangeli Gesù invitava a "comprendere questo tempo" e a vivere in questo mondo in cui siamo inseriti non attaccando il nostro cuore ai tesori che vengono scassinati dai ladri o consumati dai tarli, non tormentandosi nell'affanno del possesso, bensì a scegliere la via della conversione al Regno di Dio e alla sua giustizia (Matteo 6, 19-34). Questo significa mettere il nostro tempo e la nostra vita sotto il giudizio e la benedizione di Dio, che nascono dalla morte e dalla risurrezione di Gesù Cristo.
Paolo dunque con le sue parole non ci invita al distacco dal mondo, anzi ci invita a prendere moglie o marito e ad assumerci le responsabilità per ogni tipo di relazione affettiva o per ogni attività che intraprendiamo. Però ci chiede anche di essere pronti ad ogni rinuncia dei beni che abbiamo per essere aperti alle cose migliori che il Signore ci offre, cioè alla giustizia, all'amore per Dio e per il prossimo. E questa è la sfida che dobbiamo affrontare, questa è l'avventura della fede.

Aldo Palladino



Domenica, 14 ottobre 2018
Tempio valdese di C.so Principe Oddone, 7
Torino

giovedì 5 luglio 2018





Giacomo 2,14-26

LA FEDE E LE OPERE

Breve riflessione biblica di Aldo Palladino






Il testo biblico 
14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, 16 e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? 17 Così è della fede; se non ha opere, è per sé stessa morta. 18 Anzi uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede». 19 Tu credi che c'è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano.
20 Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull'altare? 22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. 24 Dunque vedete che l'uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. 25 E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un'altra strada? 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.


Hanno detto della lettera di Giacomo

     Quella di Giacomo è un'epistola controversa nel corso dei secoli, a cominciare dai primi secoli del cristianesimo.
Origene (185-254 d.C.) aveva definito cattoliche o universali le epistole di Giovanni, Pietro, Giuda.
Eusebio (probabili date 265-340 d.C.) l'ha definita "cattolica" o "universale".
Oecumenius, nel 600 d.C., aveva affermato che le epistole di Giacomo e le altre sono cattoliche perché encicliche (circolari).
Ma Lutero (1483-1546), anche se affermò che Giacomo conteneva molte cose buone, la considerò "epistola di paglia" (ved. 1 Cor.3,12), perché non riflette le caratteristiche del Vangelo". Il suo atteggiamento contrario era dovuto alla sua avversione contro i papisti che, basandosi su Giacomo, sostenevano la giustificazione per opere (2,14.20) e il sacramento dell'estrema unzione (3, 14).
Calvino (1509-1564) la giudicò debole nella proclamazione della grazia di Cristo, ma ammise che conteneva insegnamenti pregevoli su vari aspetti della vita cristiana, in particolare sulla pazienza e costanza, la preghiera a Dio, l'eccellenza e il frutto della verità divina, l'umiltà, i servizi sacri, il freno da porre alla lingua.
Ma fu Soren Kierkegaard (1813-1855) che, escludendo l'arida ortodossia, nella metà del XIX secolo, utilizzò l'epistola come ispirazione contro la mondanità e l'ipocrisia della chiesa danese del suo tempo. Pur riconoscendo la verità della giustificazione per grazia mediante la fede, ritenne necessaria una verità complementare, mettendo in luce il lato pratico ed etico del cristianesimo, in modo che la fede cristiana non fosse una verità arida e un credo solo intellettuale.

L'epistola di Giacomo ha un messaggio di notevole spessore spirituale ed etico per tutta la chiesa e per il cristiano preso individualmente.
"Quando la fede non porta all'amore e il dogma, per quanto ortodosso, non ha un collegamento con la vita, quando i cristiani cedono alla tentazione di adagiarsi in una religione egocentrica e si scordano dei bisogni sociali e materiali degli altri, quando negano col loro modo di vivere il credo che professano e sembrano più ansiosi di essere amici del mondo che amici di Dio, allora l'epistola di Giacomo ha qualcosa da dire a loro" (R.V.G. Tasker).
Dopo aver conosciuto e accettato il vangelo della grazia, dopo aver raggiunto la certezza di essere un figlio di Dio, redento da Dio, il cristiano deve avanzare sulla via della santità e tradurre in realtà pratiche le implicazioni etiche della fede, leggendo e meditando l'epistola di Giacomo.
Dunque, Giacomo afferma che la religione separata dall'etica, le parole non accompagnate dai fatti, i credi che soddisfano la mente ma non scaldano mai il cuore, sono inutili.

Quale fede?
Quando Giacomo scrisse il testo che abbiamo letto non intendeva correggere la teologia dell'apostolo Paolo sulla giustificazione per grazia mediante la sola fede, perché sapeva che anche per Paolo "quel che vale è la fede che opera per mezzo dell'amore" (Ga 5,6).
Giacomo aveva ben chiaro che l'uomo è salvato per la grazia di Dio mediante la fede in Cristo Gesù (Ef. 2,8), senza alcun'opera meritoria dell'uomo (come Paolo aveva affermato), e che le opere non sono la causa della nostra giustificazione, ma il risultato, tuttavia ritenne utile correggere gli orientamenti e i comportamenti di certi "circoli" cristiani che avevano depauperato il senso delle parole "fede" e "giustificazione", esprimendo un cristianesimo di facciata, superficiale e fatto di sole parole.
Per Giacomo "fede" non è l'avere compreso ed aderito ad un sistema di principi, di dottrine, ad un impianto teologico teorico, ad una fede intellettuale e parolaia. "Fede" non è neanche appartenenza ad una chiesa. La fede delle sole labbra, della sola mente, della sola dottrina, che non si traduce in atti concreti d'amore verso il prossimo è una fede che non salva.
Dunque la "fede" per Giacomo deve necessariamente orientare la vita del cristiano nelle sue espressioni etiche. 
Anche la "giustificazione", che per Paolo è l'atto con cui Dio nella sua sovranità ci perdona in Cristo Gesù e/o ci dichiara giusti, per Giacomo deve essere sottoposta alla verifica delle azioni concrete della pietà cristiana. Le belle parole, le buone intenzioni,  non accompagnate da opere d'amore non sono espressioni di un cristianesimo autentico, essenziale e sostanziale, ma rivelano un cristianesimo astratto e irreale.  
La fede che parla ai poveri, nudi e mancanti di cibo (16), e che non si concretizza con il dono di quanto è necessario al loro corpo è una fede morta (17).

Esaminarsi
Le parole di Giacomo ci esortano ad esaminarci. Siamo invitati a rispecchiarci in quella Parola di vita che ci rivela l'essenza della nostra vocazione, il compito che ci è stato affidato, l'obiettivo del nostro servizio: amare Dio e amare il prossimo con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra forza (Mt. 22,36-40, Mc. 12,30-32, Lc. 10,25-28). Non permettiamo a nessuno di trasformare la nostra fede in una semplice dichiarazione di precetti, in un elenco di concetti dottrinali, impacchettati e pronti per l'uso nel chiuso delle nostre chiese, ma apriamo il nostro cuore allo Spirito di Dio, che ci chiama alla libertà di una fede viva per l'annuncio della salvezza in Cristo e per solidarizzare concretamente con i poveri di questa terra.

                                                                             Aldo Palladino

domenica 3 giugno 2018

 GEREMIA 23, 16-29

Predicazione di Aldo Palladino






Il testo biblico
16 Così parla il SIGNORE degli eserciti:
«Non ascoltate le parole dei profeti che vi profetizzano;
essi vi nutrono di cose vane;
vi espongono le visioni del proprio cuore,
e non ciò che proviene dalla bocca del SIGNORE.
17 Dicono a quelli che mi disprezzano:
"Il SIGNORE ha detto: 'Avrete pace';
e a tutti quelli che camminano seguendo la caparbietà del proprio cuore:
'Nessun male vi colpirà'".
18 Infatti chi ha assistito al consiglio del SIGNORE,
chi ha visto, chi ha udito la sua parola?
Chi ha prestato orecchio alla sua parola e l'ha udita?
19 Ecco, la tempesta del SIGNORE, il furore scoppia,
la tempesta scroscia,
scroscia sul capo degli empi.
20 L'ira del SIGNORE non si placherà,
finché non abbia eseguito, compiuto i disegni del suo cuore;
negli ultimi giorni, lo capirete appieno.
21 Io non ho mandato quei profeti; ed essi corrono;
io non ho parlato a loro, ed essi profetizzano.
22 Se avessero assistito al mio consiglio,
avrebbero fatto udire le mie parole al mio popolo;
li avrebbero distolti dalla loro cattiva via
e dalla malvagità delle loro azioni.
23 Sono io soltanto un Dio da vicino», dice il SIGNORE,
«e non un Dio da lontano?
24 Potrebbe uno nascondersi in luogo occulto
in modo che io non lo veda?», dice il SIGNORE.
«Io non riempio forse il cielo e la terra?», dice il SIGNORE.
25 «Io ho udito ciò che dicono i profeti
che profetizzano menzogne nel mio nome, dicendo:
"Ho avuto un sogno! ho avuto un sogno!"
26 Fino a quando durerà questo? Hanno essi in mente, questi profeti
che profetizzano menzogne,
questi profeti dell'inganno del loro cuore,
27 pensano forse di far dimenticare il mio nome al mio popolo
con i loro sogni che si raccontano l'un l'altro,
come i loro padri dimenticarono il mio nome per Baal?
28 Il profeta che ha avuto un sogno, racconti il sogno;
colui che ha udito la mia parola, riferisca la mia parola fedelmente.
Che ha da fare la paglia con il frumento?», dice il SIGNORE.
29 «La mia parola non è forse come un fuoco», dice il SIGNORE,
«e come un martello che spezza il sasso?

Due parole sul profeta Geremia
     Quando Geremia fu chiamato da Dio a esercitare il ministero profetico aveva 13 anni. La cosa certamente ci stupisce se pensiamo che i nostri figli fino all'età di 20-30 anni sono ancora in famiglia a studiare o forse in attesa di un lavoro.
     Ci possiamo domandare come mai il Signore abbia scelto un ragazzo per portare la sua parola al suo popolo, ma le decisioni di Dio anche se non le capiamo dobbiamo accettarle "perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie" dice il Signore in Is. 55,8.
È pur vero che a quell'epoca, secondo la legge mosaica, un ragazzo di 12-13 anni veniva sottoposto al rito del cosiddetto Bar mitzvah  (figlio del comandamento) che segnava l'ingresso nel mondo degli adulti e la sua ammissione alla vita comunitaria in cui poteva leggere la Torah pubblicamente, in cui doveva  rispettare precetti, tradizione e etica ebraica.
Lo stesso Geremia, quando fu chiamato da Dio, sollevò l'obiezione di essere un ragazzo e di non saper parlare, ma Dio lo incoraggiò dicendo: "Non dire sono un ragazzo, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti" (Ger. 1, 4-10).
      La vita di Geremia non è stata facile. È stato profeta sotto Giosia 18 anni, sotto Joachaz 3 mesi, sotto Joiakim 11 anni, sotto Sedekia 11 e 5 mesi, in tutto 41 anni. Fu minacciato di morte dai suoi avversari, perseguitato, imprigionato perché annunziava la rovina della sua patria, smascherava l'ipocrisia dei religiosi, esortava alla dirittura e all'integrità e sollecitava ripetutamente il popolo a tornare a Dio, di non contentarsi di riforme esteriori ma di cambiare il loro cuore (Ger. 11,20; 17,10; 20,12) facendo dell'ubbidienza la prima condizione per una vita di relazione con Dio (Ger. 7,4-7; 8,7-9; 11,1-8).
Insomma, quella di Geremia è stata una vita al totale servizio di Dio, di grande impegno e di grande coraggio.

Storie di dissenso
     Il testo che abbiamo letto deve essere collocato nel quadro di tutte quelle storie bibliche e non, che sono storie di dissenso contro l'ordine costituito che pretende di essere il solo giusto e il solo legittimo. È dissenso quello troviamo nel giardino di Eden, nella Genesi, quando il serpente riesce a mettere contro Dio Eva e Adamo, e Adamo contro Eva, Caino contro Abele; è dissenso quello di Giacobbe verso suo fratello Esaù; è dissenso quello di Mosè contro il faraone; è dissenso la ribellione del popolo d'Israele nel deserto. Tutte le forme di protesta, di scontri e di lotte  che troviamo nella Bibbia sono tutte espressioni di un dissenso, di un pensare e "sentire diverso".  Dissenzienti furono tutti i profeti che, chiamati da Dio, portarono un messaggio di giudizio a tutti quelli che avevano violato il patto e di salvezza a tutti quelli che confessavano il loro peccato e tornavano a Dio con umiltà e sottomissione.
Dissenziente fu anche Gesù, che proclamava il regno di Dio contro le ingiustizie del regno dell'uomo. Dissenzienti furono Pietro Valdo, Jan Hus, Martin Lutero e tutti i riformatori che presero posizione contro il pensiero dominante della Chiesa cattolica.
Dissentirono anche Martin Luther King, Nelson Mandela, Che Guevara e, con la semplice disobbedienza civile, Ghandi. E l'elenco potrebbe continuare.  
     Le forme del dissenso sono molteplici. Non esiste un modello unico. Esso infatti si esprime attraverso "la rivoluzione e la ribellione, la defezione e la protesta, la rivolta e l'ammutinamento, l'antagonismo e il disaccordo, l'insubordinazione e la sedizione, lo sciopero e la disobbedienza, la resistenza e il sabotaggio, la contestazione e la sollevazione, la guerriglia e l'insurrezione, l'agitazione e il boicottaggio" (Diego Fusaro, Pensare altrimenti. Einaudi Editore – Torino).

Lo scontro
     Dunque, il testo che abbiamo letto, come ho detto, è storia di un dissenso che si esprime attraverso uno scontro: da una parte i profeti di corte del re di Gerusalemme, Joiachim, e dall'altra Geremia. Scontro di parole, la Parola di Dio, veicolata attraverso Geremia, contro quella dei falsi profeti, che sono accusati:
-       di falsità, disonestà, di agire senza avere ricevuto alcun mandato da Dio, di profetare senza avere ascoltato la parola di Dio (v. 21);
-       di far passare per divine quelle che sono le visioni del loro cuore (v. 16);
-       di scambiare per pensiero di Dio le interpretazioni dei loro sogni, che sono paglia e non frumento (v. 28);
-       di rassicurare il re che la sua politica avrebbe prodotto pace e prosperità per il suo regno e per tutto il paese, e che nessun male li avrebbe colpiti (v. 17).
Il testo mette in contrasto le bugie dei falsi profeti con la verità annunciata da Geremia e l'essenza di quelle bugie è che il Signore è dimenticato e il popolo di Giuda è condotto fuori strada, lontano dalla volontà di Dio, anche se i falsi profeti continuavano a sostenere che Dio era a loro vicino, mentre la parola di Geremia criticava questa loro presunzione dicendo che Dio era "vicino alla loro bocca, ma lontano dal loro intimo" (Ger. 12, 2; 23, 28).
     Questo ci fa capire che la controversia tra falsi profeti e Geremia è un contrasto teologico sulla natura di Dio o sull'idea che si ha di Dio. La classe dirigente del Tempio di Gerusalemme rivendicava il fatto che Dio aveva fatto delle promesse nei confronti del Tempio, sempre valide nel tempo, per cui  agiva credendo che Dio fosse sempre e comunque dalla loro parte. Per questo il popolo di Giuda si era "appropriato" di Dio e fondava su questo la propria sicurezza.
     La teologia di Geremia, al contrario, è in totale antitesi con l'ideologia dei falsi profeti e annuncia che Dio è lontano, libero, sovrano, e non è certamente legato ad una religione istituzionale. Dio è lontano, perché Giuda ha violato il patto, ha disubbidito, e Gerusalemme non è immune dal giudizio. Infatti il giudizio verrà: ci sarà l'esilio e infine la distruzione del Tempio non per volontà dei Babilonesi, ma per volontà di Dio, perché Giuda continuò a vivere nel peccato e quindi ad allontanarsi da Dio, a vivere in un atteggiamento di ribellione radicale nei confronti della sua parola, nonostante Geremia esortasse continuamente il popolo a ritornare al Signore.
Geremia continuò la sua predicazione profetica annunciando che la parola di Dio è come un fuoco e come un martello (v. 29). Una parola dunque che come il fuoco brucia tutte le nostre scorie e ci purifica, e che riesce a modellarci e a edificarci attraverso il lavoro del martello.

Centralità della Parola di Dio
     Fratelli e sorelle, leggere e studiare la Parola di Dio è fondamentale per imparare a riconoscere la voce e il pensiero di Dio tra le tante voci che udiamo ogni giorno. Il pericolo che corriamo come credenti è di addomesticare il nostro Dio e di convertirlo alle nostre esigenze, un Dio tenuto nel cassetto e che tiriamo fuori per le grandi occasioni, per indossarlo come un abito per i nostri giorni di festa.
Abbiamo dimenticato, forse, che il nostro Dio è l'Iddio della relazione e della comunione che come Padre chiede ai suoi figli di vivere la vita intensamente con noi ogni giorno.
È necessario che la sua Parola abbia una posizione centrale nelle nostre giornate, e che sia un incontro quotidiano in cui lettura, studio, meditazione, preghiera risultano essere la via attraverso cui lo Spirito Santo lavora per modellarci, plasmarci, talvolta per strapazzarci, per renderci più maturi, più umili, più pronti a ubbidirgli e a servirlo. In una parola, per convertirci a Lui sempre e di nuovo per evitare di cadere in una religiosità popolare che ci porta a vivere "la grazia a buon prezzo" di cui parla D. Bonhoeffer.
Geremia si rivolge anche a noi oggi e scuote la nostra fede, spesso sonnolenta per non essere disturbati, spesso disimpegnati per continuare a vivere in pace per non essere coinvolti in niente, una fede intimistica in cui ci autogiustifichiamo e ci autoassolviamo. Ma è questo quello che vuole da noi il Signore? Una fede passiva che vuole solo ricevere? Noi siamo chiamati:
·    alla pace per essere costruttori di pace;
·    alla giustizia e alla verità per afffermare la dignità, il rispetto di ogni essere umano indipendentemente dal sesso, colore della pelle, cultura, religione, e di denunciare le opere delle tenebre, del male, della menzogna;
·  all'amore per costruire un mondo nuovo, senza odio e senza guerre, senza poveri, un mondo in cui abiti la giustizia.

A questo, fratelli e sorelle, siamo chiamati. E, con l'aiuto di Dio, tutti insieme possiamo farlo.
                                                                                              
                                                                                                                                    Palladino Aldo




Predicazione di Domenica 3 giugno 2018 nella Chiesa Evangelica Valdese di di Via Villa, 71 - Torino

venerdì 19 gennaio 2018


2 Corinzi 11,18. 12,1-10

Meditazione di Aldo Palladino



Il testo biblico
11,18 Poiché molti si vantano secondo la carne, anch'io mi vanterò.

12, 1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
 
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell'uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me. 7 E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8 Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; 9 ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Conflittualità nella comunità di Corinto
     La comunità di Corinto che ci viene presentata attraverso gli scritti di Paolo era certamente una comunità difficile da governare. Al suo interno c'erano gruppi che si contrapponevano e si contrastavano: forti e deboli, ricchi e poveri, più spirituali e meno spirituali, tifosi di Paolo, di Apollo, Cefa, Cristo (I Cor. 1,12). E non dimentichiamo le contese per la corsa al primato personale per far valere il proprio dono come migliore di quello posseduto da altri.
     In questo clima fiorisce uno spirito di critica e di contestazione che si focalizza sulla persona dell'apostolo Paolo. Sono critiche di natura personale, etica e morale e persino spirituale. A Paolo si rimprovera un atteggiamento autoritario (2 Cor. 1,24), definito come un signoreggiare sulla fede altrui. Lo accusavano di essere rozzo nel parlare (10,10), cioè di essere poco eloquente, di scrivere lettere minacciose, eccessivamente severe ma poi di non avere autorità nelle situazioni quando è presente di persona. Ma l'accusa più grave che gli viene fatta è quella di "camminare secondo la carne" (2 Cor. 10,3; Gal. 5,16; Rom. 8, 6. 9), è di agire come un uomo non credente, come un peccatore. Ma dalla risposta di Paolo si intuisce che l'accusa è ancora più grave perché, non essendo possibile mettere in dubbio la serietà e la purezza morale dell'apostolo, viene messo in discussione il suo ministero apostolico.
Chi sono quelli che hanno interesse a fare tutte queste critiche a Paolo?
Molto probabilmente sono persone che volevano ricollegare la comunità alla tradizione, all'antica fede del popolo di Dio. Sono "giudeo-cristiani", così chiamati perché sono cristiani in quanto accettano la rivelazione di Cristo e la sua salvezza, ma giudei in quanto continuano a dare forte importanza alla rivelazione mosaica. È questa corrente di pensiero che si oppone all'apostolato di Paolo.
Queste persone, appartenenti alla comunità di Corinto o venute da fuori per entrare a farne parte, hanno cominciato a vantarsi della loro origine ebraica, di avere ricevuto l'eredità promesse da Dio e di essere di Cristo, costringendo Paolo – lui che non considera il vanto una virtù cristiana, ritenendola una cosa non buona (12,1) -, a vantarsi lui stesso e ad esporre come un folle tutte le sue prerogative di apostolo, di ebreo, di cristiano.

Il vanto dell'apostolo Paolo
     Il suo vanto non è rivolto all'esaltazione di se stesso, ma a rispondere ai suoi critici e detrattori, i quali si gloriavano di avere doni dello Spirito, quali il parlare in lingue (glossolalìa), visioni, estasi ecc., che lui stesso era stato protagonista di un'esperienza estatica che lo aveva portato fino al terzo cielo[1].
Tuttavia, egli non fa di questi misteriosi eventi il cardine della sua vita spirituale. È fondamentale per lui caratterizzare il suo ministero di una forte dose di debolezza. Il suo vanto è dichiararsi debole. Debole nel corpo, avendo una "spina nella carne" [2](12,7) che lo spingeva alla preghiera e all'umiltà nel servizio, e debole anche nello spirito, sapendo che Dio fa della debolezza dei suoi servi la sua forza e la sua potenza.
Il paradosso di un Dio che è forte quando è debole è il cuore del messaggio cristiano, ed è anche trasversale in tutta la Scrittura:
  • Dio che si fa uomo in Cristo Gesù è segno di debolezza, perché è l'abbassamento della divinità nell'umanità di Gesù, che alla fine muore sul legno della croce, ma mostra tutta la sua forza e la sua potenza attraverso la risurrezione di Gesù Cristo. Dio è debole ma sua è la vittoria sulla morte, sul peccato, su tutti i suoi nemici.
  • Dio chiama al suo servizio personaggi di umile condizione sociale e li innalza al ruolo di patriarchi, re, profeti, apostoli con compiti di grande responsabilità nella missione loro affidata.

L'apostolo Paolo scrive ai Corinzi: "Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione: non ci son tra voi molti savi secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i savi; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; e Dio ha scelto le cose ignobili del mondo, e le cose sprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, affinché nessuna carne si glori nel cospetto di Dio… Chi si gloria, si glori nel Signore" (1 Cor. 1,26-31).

Sola gratia 
     La lezione che Paolo riceve da Dio, e che noi raccogliamo come testimonianza ed insegnamento per noi, è che dobbiamo vivere la nostra vita, pur nelle sofferenze e difficoltà, come un segno della grazia di Dio. "La mia grazia ti basta", dice il Signore a Paolo, che aveva insistentemente pregato perché gli togliesse quella spina nella carne. Sola gratia, perché tutto il resto è secondario e oggettivamente irrilevante. Infatti, Gesù disse ai suoi discepoli:" Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l'anima sua?" (Mt.16:26; Mc 8,36).
È comprensibile quanto sia difficile nel nostro tempo liquidare ogni nostra problematica con "La mia grazia ti basta", eppure se analizziamo la nostra vita per ricercarne senso e valori scopriamo che per la nostra stessa felicità e per il nostro benessere è necessario prima di tutto eliminare quella spazzatura che appesantisce la nostra vita e, fatta l'opportuna pulizia, porre al centro il Signore e la sua grazia salvifica.

                                                                      Aldo Palladino

                                                                                      



[1] Nei tardi scritti giudaici si trova il concetto di sette cieli. Tuttavia Paolo parla del "terzo cielo" come di una suprema benedizione dello stato o condizione in cui fu rapito. Potrebbe trattarsi del paradiso di cui parla Lc. 23,43.
[2] Molte interpretazioni sono state date dell'espressione "la spina nella carne". Alcuni hanno pensato ad una malattia degli occhi o a crisi epilettiche. Altri hanno pensato alla malaria o a crisi depressive. Altri ancora hanno pensato agli oppositori ostinati. Dunque, c'è incertezza al riguardo, ma noi assumiamo quella espressione come un assunto teologico da applicare alla nostra vita spirituale.
Amos 5, 21-24

Critica al culto in Israele

Note esegetiche e omiletiche a cura di Aldo Palladino 





Il testo biblico
21 "Io odio, disprezzo le vostre feste,
non prendo piacere nelle vostre assemblee solenni.
22 Se mi offrite i vostri olocausti e le vostre offerte, io non le gradisco;
e non tengo conto delle bestie grasse che mi offrite in sacrifici di riconoscenza.
23 Allontana da me il rumore dei tuoi canti!
Non voglio più sentire il suono delle tue cetre!
24 Scorra piuttosto il diritto come acqua
e la giustizia come un torrente perenne!"


Inquadramento storico del libro di Amos
     È lo stesso libro a fornirci nella soprascritta (1,1) tre elementi che ci consentono di collocare temporalmente il ministero profetico di Amos sulla scena religiosa e politica d'Israele:
- il primo ci segnala che Amos è stato attivo durante il regno di Geroboamo II (787-747 a.C.), re di Israele. La sua predicazione è tradizionalmente collocata nella seconda metà del regno di Geroboamo II.
- Il secondo aggiunge che nel regno del Sud (Giuda) regna Uzzia (presumibilmente 787-736 a.C.);
- il terzo ci informa che Amos ha operato "due anni prima del terremoto", da cui si deduce che l'attività profetica di Amos è stata molto breve, al massimo di un anno circa. Il periodo più probabile sembra essere quello compreso tra il 760 e il750 a.C.
     Sotto Geroboamo II, Israele è una piccola isola di benessere che vive la sua ora di libertà, l'ultima, in un clima di pace e di prosperità analogo a quello conosciuto sotto il regno del grande Salomone. L'Egitto è ripiegato su se stesso, altre potenze sono senza potere e l'unica minaccia, quella dell'Assiria, il grande nemico di domani di cui si intuisce la violenza espansionistica è impegnata su altri fronti, soprattutto con gli Aramei di Damasco, ai quali impedisce l'espansione verso sud, verso Israele e Giuda.
Per un decennio, Israele gode di grande tranquillità che completa processi di integrazione delle popolazioni nomadi attraverso il passaggio da un'economia fondata sulla pastorizia ad un'economia agricola. Infine, attiva un processo di urbanizzazione e favorisce un forte sviluppo economico: si intensifica il commercio, cresce il benessere degli ambienti economicamente più agiati e parallelamente si estende la corruzione, si dissolvono gli antichi rapporti di fratellanza e di eguaglianza, sostituiti da rapporti sempre più rigidi di dominio e di sfruttamento di una classe sull'altra.
    
La persona di Amos 
     Amos è il primo profeta, il più antico, ed è anche il primo profeta scrittore. Pur essendo nato a Tekòa, nel regno di Giuda, Amos ha predicato nel regno del Nord (1,1; 7,12), fatto rarissimo vista la concorrenza che c'è sempre stata tra i due regni. Anche se i due regni condividono la stessa lingua, ci sono gelosie e lotte intorno ad alcuni luoghi sacri e santuari. All'epoca di Amos il santuario reale di Bethel esiste da duecento anni e si trova in concorrenza con quello di Gerusalemme (Am 7, 10-13 e 1 Re 12, 26-33). È per questo che Amos è stato accolto male in Israele. Il suo intervento è visto come un'intrusione straniera, oltre al fatto che la sua profezia disturba l'ordine sociale. I suoi oracoli sono tutti diretti, senza eccezioni, contro il regno del Nord (1,1b), pronunciati presumibilmente soprattutto nella capitale, Samaria (3,9-4,3; 6,1-11), e in Bethel (7,10-17; cfr. 4,4 s.5,4 s.).
     Tekòa, la città natale di Amos, è situata a una quindicina di Km. a sud-est di Gerusalemme situata nella zona di terra dove finisce quella coltivata e inizia il deserto di Giuda. La sua posizione geografica ha consentito ad Amos una doppia attività agricola che lo ha reso economicamente indipendente anche quando era profeta. Era allevatore di una mandria di bovini e pastore di ovini, come è desumibile da 1,1 e 7,14, ma anche coltivatore di sicomòri, che ben prosperavano per il favorevole clima caldo della pianura del Giordano. 
L'appartenenza di Amos al mondo della pastorizia non rappresenta semplicemente una collocazione sociologica, ma in un certo senso una determinazione spirituale. Le grandi figure della storia sacra d'Israele sono pastori: i patriarchi, Mosè, in tempi ancora recenti Davide stesso. Il fatto che Amos sia pastore significa nel contesto d'Israele non una appartenenza a classi sociali disagiate, ma alla tradizione più autentica della fede; non evoca pensieri di ordine economico ma di natura spirituale, non è un povero ma un credente. E come tale conosce i problemi che si stavano ponendo alla fede della sua gente. 
     Non ci è dato di sapere come sia finita la sua attività profetica, se sia stato espulso dal Nord, come fa presumere Amos 7,10-17, o se sia stato deportato, o se abbia subìto il martirio in Bethel (come narrano le Vitae Prophetarum del I secolo d.C.).

Il messaggio profetico di Amos
     Come già scritto, Amos opera durante il regno di Geroboamo II, cioè durante un periodo economicamente e politicamente stabile in cui il benessere socio-economico è per pochissimi, mentre il popolo è in condizioni disastrose.
L'intervento di Amos è coraggioso e dirompente. Infatti egli predica:
a) contro il lusso e la ricchezza dei potenti. Egli non condanna la ricchezza in quanto tale, ma la ricchezza che porta la classe benestante a inorgoglirsi (6,8), ad allontanarsi da Dio, a rallegrarsi di avere conquistato potenza con l’uso della forza (6,13);
b) contro l'oppressione: usura, falsi pesi e misure, pegni, corruzione dei tribunali, costringere il povero a vendersi (8,4-6);
c) contro il culto: i nobili continuano i loro culti (Am. 4,4 e Am. 5, 21-24) senza alcun segno di ravvedimento.

Esegesi del testo
21-23: «Io odio, disprezzo le vostre feste, non prendo piacere nelle vostre assemblee solenni. 22 Se mi offrite i vostri olocausti e le vostre offerte, io non le gradisco; e non tengo conto delle bestie grasse che mi offrite in sacrifici di riconoscenza. 23 Allontana da me il rumore dei tuoi canti! Non voglio più sentire il suono delle tue cetre!» 
     La pericope 5,21-27 contiene la più aspra critica di Amos al culto, rifiutato in apertura del testo con verbi duri e dalla carica emotiva molto forte come “odio", "disprezzo" delle feste, "non prendo piacere" nelle vostre assemblee solenni. In seguito, il rifiuto del culto si estende a olocausti, sacrifici e alla musica per indicare il culto nella sua totalità. Anche l'aggettivo "vostre" indica la distanza di Dio da quella religiosità asfittica in forte antitesi a "diritto e giustizia" del v. 24. Quelle feste, assemblee, offerte e quei riti non Lo raggiungono e non Lo toccano. Il culto di Israele non giunge più a Dio perché è degenerato in un servizio a se stessi. Senza "diritto e giustizia" nessun culto è gradito a Dio. Israele celebra Dio, ma non si accorge che Dio non è presente alla festa. L'assenza di Dio rende il culto inefficace, inutile e Israele è apparentemente vivo, anzi non è soltanto votato alla morte, bensì è già morto e quindi oggetto del lamento funebre che il profeta intona in 5,1 s., 16 s. e 18 s.

24: «Scorra piuttosto il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne!».
     È ciò che Dio si aspetta da Israele, non come un grosso sforzo o un’impresa eccezionale bensì come l’espressione naturale della fede del suo popolo. "Diritto e giustizia" per Amos e per tutti gli altri profeti non sono fini che determinano la condotta, bensì prima di tutto doni di Dio che Israele può valorizzare e promuovere o invece ostacolare, anzi perfino "alterare, sovvertire, cambiare" (5,7; 6,12). L'esercizio di tali doni è utile per risolvere conflitti nella comunità, esercitando il diritto, e per fondare un atteggiamento dei singoli individui che orienti la condotta verso il miglioramento della comune convivenza, la realizzazione del bene comune e per tali fini abbia una considerazione particolare per i deboli e i poveri. Nell'Antico Testamento "giustizia" è un concetto relazionale; non esiste una gradazione della giustizia, parziale o approssimativa, bensì soltanto una giustizia attuata o una giustizia assente. In questa ottica succede che nel concetto di giustizia azione e conseguenza conincidano; la giustizia denota dunque, in pari maniera, l’azione che promuove la comunione e anche il bene comune che essa produce. Questo benessere, tuttavia, non è, in ultima analisi, opera dell’uomo, bensì è il favore di Dio (J.Jeremias). Dunque, la giustizia è condizione di ogni prosperità in ogni tempo e in ogni luogo. Per questo essa è paragonata a un "torrente perenne".   

Spunti per la predicazione

A)   Profezia di Amos e crisi sociale
     Il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne, inesauribile, possente. Queste parole di Amos hanno attraversato molti secoli e sono giunte sino a noi come parola di Dio che rivela, nell'affermazione del diritto e nell'applicazione della giustizia, il suo comandamento. Martin Luther King nel suo famoso discorso del 28 agosto 1963, "I have a dream", davanti al Lincoln Memorial di Washington, fece riecheggiare le parole di Amos, diventate impulso della fede profetica e fondamento della critica profetica dei sistemi sociali che trascurano e violano questo comandamento di Dio.
Le stesse parole sono riportate "sul muro esterno di una sinagoga di St. Paul, una città che si affaccia sul fiume Mississippi, e i passanti non possono fare a meno di afferrare che diritto e giustizia devono avere la forza dell'acqua del loro fiume" (James Limburg).
Anche la chiesa deve avere, oggi, il coraggio di annunciare la Parola di Dio come il ruggito di un leone (Amos 1,2; 3,8) quando i diritti fondamentali di ogni essere umano sono violati, quando la giustizia e la libertà sono negate, quando la legalità è compromessa a tutti i livelli, quando i poveri sono indifesi e abbandonati a se stessi. Dio non sa cosa farsene di un culto autoreferenziale, finalizzato a se stesso o ripiegato su stesso, o di una predicazione di tipo psicologico che miri al benessere dell'uditore, che lo "faccia sentire bene" o "che lo tranquillizzi". Abbiamo bisogno al contrario di chiese “profetiche” che annunciano e promuovono il regno di Dio di cui parlava Gesù, non per un mondo futuro o per un'altra inesistente entità, ma per questo mondo; chiese “profetiche” che stimolino "fame e sete di giustizia" (Mt. 5,6) adottando non solo quel linguaggio della fede che ha senso se contiene riferimenti riconoscibili alla nostra attuale esperienza  nel mondo, ma anche assumendo quelle iniziative come quelle che si sono concretizzate nei corridoi umanitari e in varie altre forme di aiuto e di accoglienza della Diaconia; chiese “profetiche” che sappiano “ruggire” dinanzi allo scandaloso dramma di 805 milioni di persone che oggi nel mondo soffrono di denutrizione, 3 miliardi di persone che vivono con meno di 2 euro al giorno, e diverse centinaia di milioni senza neppure un euro al giorno. Per non parlare della distanza tra paesi poveri e paesi ricchi che aumenta sempre di più.
    
     Nel libro del profeta Isaia (il terzo), troviamo uno dei brani più belli della Bibbia ebraica sull'importanza della giustizia. È quello di Isaia 58,5-7: "È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l'uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al Signore? Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo? Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?".Si tratta di un appello appassionato al cuore della comunità, un richiamo a ritrovare la vera umanità rimpiazzando gli interessi egoistici, freddi e calcolatori, con atti di bontà e amore che ricostruiscono la vera solidarietà sociale.
     Un altro testo forte, che deve illuminare il nostro cammino, è quello di Michea 6,8 in cui alla domanda: "Con che cosa verrò in presenza del Signore?" la risposta è: "Che altro chiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio". La risposta a sorpresa è che Dio non vuole nessuna cosa affatto! Dio non vuole oggetti, ma vuole te, la sua creatura, vuole un popolo, una chiesa, con un cuore e una mente rinnovata dall'amore che Egli ha manifestato in Cristo Gesù. Amore verso Dio e amore verso il prossimo, due comandamenti da cui "dipendono tutta la legge e i profeti" (Mt. 22,34-40).

B)   Profezia di Amos e crisi spirituale
     Sovente ci spieghiamo le crisi sociali ricorrendo ad analisi di tipo sociologico o politico o economico. Ma il dissesto, la disgregazione sociale, che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri o che si esprime con forme di violenza e di intolleranza verso coloro che sono fuggiti dai proprî paesi a motivo della guerra, della fame o altro, ha una motivazione più profonda: la rottura delle relazioni tra gli uomini e Dio.
Amos ha rivolto parole di condanna e di giudizio a Israele e ai popoli vicini perché la loro oppressione, la loro ingiustizia, è innanzitutto il segno della loro infedeltà e idolatria, che si accompagnano al rifiuto della parola profetica. E la chiesa, oggi, non può sottrarsi a denunciare, sempre e dovunque, a gran voce l’ingiustizia nel mondo e a protestare contro ogni forma di repressione della libertà e dei diritti umani. Se non lo fa solleva un inquietante interrogativo sulla sua vera vocazione e sulla finalità della sua missione.
L’apostolo Paolo scrive: Il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità esaminando che cosa sia gradito al Signore. Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele” (Ef. 5,9-11).
E Pietro ci esorta: “Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori” (2 Pt. 1,19).
     Dunque, predicare la Parola di/su Dio con convinzione e con potenza è l'unica strada possibile per risvegliare le coscienze e aiutarle a ricercare o ritrovare la via del ravvedimento da errori e peccati. Nel secolo scorso lo hanno fatto grandi pensatori come Pavel Florenskij, Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil, Albert Schweitzer. Anche in questo nostro tempo Dio susciterà dei profeti, perché Egli sempre effonde il suo Spirito per illuminare questo mondo.
 
                                                                                
                                                                                          Aldo Palladino





Bibliografia
Jorg Jeremias. Amos. Paideia Editrice; 1995.
Giorgio Tourn. Amos, profeta della giustizia. Claudiana; 1972.
Romeo Cavedo. Profeti. San Paolo; 1995.
James Limburg. I dodici profeti. Claudiana; 2005.