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lunedì 28 gennaio 2019


Giovanni 4: 1-42

Scheda esegetico-omiletica
 a cura di Aldo Palladino 



Il testo biblico
1 Quando dunque Gesù seppe che i farisei avevano udito che egli faceva e battezzava più discepoli di Giovanni 2 (sebbene non fosse Gesù che battezzava, ma i suoi discepoli), 3 lasciò la Giudea e se ne andò di nuovo in Galilea.4 Ora doveva passare per la Samaria.
5 Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe; 6 e là c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso il pozzo. Era circa l'ora sesta.
7 Una Samaritana venne ad attingere l'acqua. Gesù le disse: «Dammi da bere». 8 (Infatti i suoi discepoli erano andati in città a comprare da mangiare.) 9 La Samaritana allora gli disse: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Infatti i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani. 10 Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell'acqua viva». 11 La donna gli disse: «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?» 13 Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; 14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna». 15 La donna gli disse: «Signore, dammi di quest'acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere». 16 Gesù le disse: «Va' a chiamare tuo marito e vieni qua». 17 La donna gli rispose: «Non ho marito». E Gesù: «Hai detto bene: "Non ho marito"; 18 perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; in questo hai detto la verità». 19 La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare». 21 Gesù le disse: «Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». 25 La donna gli disse: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annuncerà ogni cosa». 26 Gesù le disse: «Sono io, io che ti parlo!»
27 In quel mentre giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che egli parlasse con una donna; eppure nessuno gli chiese: «Che cerchi?» o: «Perché discorri con lei?» 28 La donna lasciò dunque la sua secchia, se ne andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potrebbe essere lui il Cristo?» 30 La gente uscì dalla città e andò da lui.
31 Intanto i discepoli lo pregavano, dicendo: «Maestro, mangia». 32 Ma egli disse loro: «Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete». 33 Perciò i discepoli si dicevano gli uni gli altri: «Forse qualcuno gli ha portato da mangiare?» 34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l'opera sua. 35 Non dite voi che ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ebbene, vi dico: alzate gli occhi e guardate le campagne come già biancheggiano per la mietitura. 36 Il mietitore riceve una ricompensa e raccoglie frutto per la vita eterna, affinché il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme. 37 Poiché in questo è vero il detto: "L'uno semina e l'altro miete". 38 Io vi ho mandati a mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica».
39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui a motivo della testimonianza, resa da quella donna: «Egli mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40 Quando dunque i Samaritani andarono da lui, lo pregarono di trattenersi da loro; ed egli si trattenne là due giorni. 41 E molti di più credettero a motivo della sua parola 42 e dicevano alla donna: «Non è più a motivo di quello che tu ci hai detto, che crediamo; perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo».


Introduzione
Dopo l'incontro con Nicodemo, avente per oggetto la vera via della salvezza e come si può vedere il Regno di Dio (Gv. 3:3) e entrare in esso (3:5), quello con la donna samaritana al pozzo di Giacobbe è l'occasione per Gesù di affermare chi può entrare nel Regno di Dio, a chi è rivolta la sua missione. Se questo è l'obiettivo del racconto, che si affianca a quello di rivelare Gesù come Messia (v. 26) e come "salvatore del mondo" (17b), si può ben comprendere come sia fuorviante qualsiasi "trattazione pastorale del caso di una povera donna moralmente caduta in basso, condotta con grande finezza psicologica a riconoscere i suoi peccati e le sue colpe, a pentirsi e a convertirsi moralmente… Le parole di Gesù sul movimentato passato della Samaritana hanno soltanto lo scopo di provocare lo stupore per il suo sapere profetico" (H. Strathmann).
Alcuni elementi del racconto fungono da pretesto e da preparazione al vero messaggio che si intende lanciare e si dissolvono lasciando al lettore la soluzione. Notiamo, infatti, che la richiesta di acqua da bere da parte di Gesù (v.7) non è soddisfatta; così come il colloquio con la Samaritana viene interrotto e di lei alla fine del racconto non si sa più nulla. Bisogna, dunque, trarre dal testo contenuti nascosti dietro le parole che raccontano l'episodio o individuare simbolismi che racchiudono altri significati e/o rimandano ad altri eventi e insegnamenti. Pertanto, vediamo nella Samaritana la rappresentazione del samaritanesimo e la personificazione della comunità samaritana. E i cinque mariti del v. 18 ci potrebbero rimandare a quell'operazione d'innesto o di trapianto culturale (2 Re 17: 24 e ss.) che il re assiro Sargon fece dopo la conquista della Samaria nel 722 a.C., deportando la popolazione di quel territorio e sostituendola con cinque popolazioni differenti dell'Assiria, che si trasferirono  dalla loro patria alla Samaria portando con sé usi, costumi, pratiche religiose e, quindi, il culto ai loro cinque antichi dèi (2 Re 17: 24-32). Dunque, i cinque mariti, dietro il racconto di un cattivo comportamento della donna nel matrimonio, sono la rappresentazione della storia religiosa dei Samaritani che hanno adorato cinque divinità pagane. Il sesto marito è il Dio d'Israele. Questo sincretismo è all'origine della plurisecolare inimicizia tra Giudei e Samaritani, che si acuì quando sul monte Garizim (monte sacro secondo Deut. 11:29) fu costruito un tempio con un culto scismatico, alternativo a quello di Gerusalemme (fonti storiche sono quelle di Giuseppe Flavio in Ant. Jud.).
Altro motivo di distanza tra i due popoli è che i Samaritani rifiutarono i libri profetici e poetici (i Profeti e gli Scritti) del canone ebraico e riconobbero solo i libri di Mosè, il Pentateuco. Inoltre, i Samaritani attendevano un Taheb (=restauratore) della retta fedeuna figura quasi simile al Messia degli Ebrei.

Struttura narrativa
La struttura del racconto della Samaritana è in funzione dei temi trattati. Abbiamo così;
-   alcuni versetti di transizione (1-4);
-   la cornice geografica (5-6);
-   il tema dell'acqua viva (7-15);
-   il tema dell'autentico culto, legato allo Spirito (16-26);
-   il tema della missione e dell'apostolato (27-38);
-   il tema del riconoscimento di Gesù (39-42).


ESEGESI
 vv.1-4. Sono versetti introduttivi che contengono due motivi per cui Gesù decide di trasferirsi dalla Giudea alla Galilea. Il primo è di sottrarsi all'ostilità dei Farisei dopo i successi della sua attività in quella terra. Il secondo è decucibile da quel "ora dovevapassare per la Samaria" (v.4), che lascia intendere come i Samaritani, considerati dai Giudei degli eretici e pagani, rientrassero invece nel progetto salvifico divino, a cui hanno aderito prontamente e con entusiasmo (4: 39-41), come testimoniato anche da Luca in At. 8: 5.14. Il racconto probabilmente riflette il ricordo dell'evangelizzazione della regione della Samaria (At. 8: 5-8.12.14-17.25), avvenuta a seguito di una persecuzione scoppiata a Gerusalemme, che disperse i nuovi credenti per la Giudea e per la Samaria (At. 8: 1-4).
Anche se il Gesù matteano proibisce ai suoi discepoli di svolgere la loro missione nelle città dei Samaritani, accomunati ai pagani (Mt. 10: 5), il Gesù lucano sgrida i discepoli che chiedono di far scendere dal cielo un fuoco consumante sui Samaritani(Lc. 9: 52-54). Gesù negli vangeli non si allinea alla mentalità corrente antisamaritana, anzi la contrasta fortemente, come dimostrano, ad esempio, la parabola del buon Samaritano (Lc. 10: 25-37) e quella della guarigione dei dieci lebbrosi ( Lc. 17: 11-19)

vv. 5-6. Il contesto geografico in cui si svolge l'incontro con la Samaritana ha valore descrittivo per collocare l'episodio in un luogo e in un territorio ben definito (il pozzo di Giacobbe vicino alla città di Sicar (l'antica Sichem dell'AT menzionata anche in At. 7:16), ma dobbiamo supporre che esso abbia anche uno sfondo cristologico, dato che preannuncia il confronto fra Giacobbe e Gesù (v.12).
La storia del pozzo di Giacobbe, che troviamo in Gen. 33: 18-29; 48: 21-22; Gs. 24: 32, ci ricorda il dono che Giacobbe fece a suo figlio Giuseppe, una proprietà con un pozzo di acqua deperibile (vv. 6.13). A quella storia Gesù si rifà per parlare della "proprietà" che il Padre gli ha affidato e del dono dell'acqua viva che disseta per sempre.
Nell'AT il pozzo era luogo di incontri, di appuntamenti anche amorosi: il servo di Abramo trova Rebecca per Isacco (Gen. 24), Giacobbe incontra Rachele (Gen. 29:1-14), Mosè conosce Sefora (Es. 2:14-22), tutte coppie che danno l'immagine del matrimonio. L'incontro di Gesù con la Samaritana ovvero con il popolo samaritano può essere interpretato alla luce di un rapporto sponsale che Dio vuole intrattenere con questo popolo attraverso il Messia.
La ricchezza di simboli è evidente: il pozzo è anche simbolo della legge, della disciplina (Prov. 5:15) e, secondo la sapienza degli antichi, della conoscenza.

vv.7-15. Il tema dell'acqua viva
La narrazione dell'incontro di Gesù e della Samaritana ha un livello storico, ma è probabile che Giovanni nel suo racconto segua una linea metaforica e simbolica. Ad esempio, l'acqua  attinta dal pozzo di Giacobbe è metafora della sapienza e dell'insegnamento della Torah. E la Samaritana va a dissetarsi al pozzo di Giacobbe, cioè alla Torah, l'unico testo sacro riconosciuto dalla comunità samaritana.
v. 7.  Gesù rivolge la parola a una donna che non ha un nome, è samaritana e ha avuto cinque "mariti", sei tenendo conto di quello attuale. L'anonimia è assenza di identità personale ma anche segno di una indefinita identità religiosa che Gesù intende correggere. Lo fa superando tutte le barriere culturali e ogni tipo di pregiudizio rivolgendosi, con la richiesta: "Dammi da bere", a una donna, che era considerata un essere inferiore; a una samaritana, appartenente a un popolo impuro e pagano. Il dialogo, con un rovesciamento di ruoli, terminerà, come sappiamo, con la richiesta della Samaritana "dammi di quest'acqua".

v. 8. L'assenza dei discepoli è una finezza narrativa che rende più forte l'incontro privato di Gesù con la Samaritana.

v. 9. Un Giudeo che si rivolge a una donna crea stupore e forse anche curiosità e meraviglia nella Samaritana, che chiede di conoscere il "come mai" di quel comportamento controcorrente, anomalo, al di fuori della storia, giacché Giudei e Samaritani non hanno relazioni.

v.10. Gesù non si fa sfuggire l'occasione della domanda della donna per poterla "agganciare" stimolando la sua riflessione sulla conoscenza del "dono di Dio", sulla persona che le ha chiesto dell'acqua da bere e sull'"acqua viva".
Il tema del dono di Dio e dell'acqua viva dipende dal verbo "conoscere", che nel vangelo di Giovanni è ricorrente. I verbi "conoscere" e "sapere" ricorrono complessivamente nel racconto giovanneo circa 107 volte e spesso hanno una stretta attinenza con il mistero che permea Gesù e la sua divinità e introducono il credente, generato da questa conoscenza e da questo sapere, nel mondo di Dio. Il versetto che meglio interpreta ed esprime la vera natura di questa conoscenza, da cui discende il sapere, si trova in Gv. 17:3: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo". Il conoscere, dunque, è vita eterna, vita di Dio.
Il v. 10 segna il momento in cui Gesù fissa il tema del dialogo, che è incentrato sulla conoscenza di Gesù, dono di Dio e dispensatore di acqua viva, cioè di salvezza, di nuova vita.   

v.11-14. Ma la Samaritana ancora non comprende. Acqua viva per lei è l'acqua di sorgente, di fonte e quel "Giudeo" (v.9) (che ora chiama "Signore") non ha neanche un secchio per poterla attingere dal pozzo di Giacobbe, che è molto profondo. È interessante notare che la Samaritana inizia a mettere a confronto e a contrapporre i due doni, quello del pozzo di Giacobbe che ha dissetato se stesso, i suoi figli e il suo bestiame e fu donato ai samaritani (v.12b), e l'acqua viva che Gesù offre in dono alla donna, precisando che "chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna".

v. 15. La Samaritana non riesce a comprendere Gesù, ma continua a pensare ad un'acqua che spegne la sete del corpo, un'acqua portentosa, che le permette di non tornare più al pozzo per rifornirsene. La richiesta della Samaritana suona meglio come un'invocazione a Gesù: "Signore, dammi quest'acqua affinché non abbia (più) sete e non passi qui ad attingere".

 
vv. 16-26. Il tema dell'autentico culto, quello dello Spirito

v. 16-18. Gesù, vedendo che la strategia usata non ha dato il risultato atteso, sposta il dialogo sulla situazione matrimoniale della Samaritana. Il lettore rimane un po' spiazzato o disorientato, ma questo stacco traumatico è probabilmente voluto dall'autore per accompagnarlo verso il nuovo tema del culto spirituale. Infatti, la vita della Samaritana è disordinata, come lo è il popolo samaritano che ha inquinato il culto a Jahweh introducendo altre divinità (cinque mariti). Qui storia e simbolismo si coniugano, anzi una storia personale diventa una parabola dai significati più profondi.

v. 19. Messa davanti alle asserzioni di Gesù, la donna pensa che l'uomo che gli sta davanti è un profeta. È un ulteriore passo in avanti verso la vera conoscenza di Gesù, ma non siamo ancora alla scoperta della sua messianicità. La fede della Samaritana è fede in ricerca ed ha un suo percorso, un suo movimento, dato che al v. 10 per lei Gesù era solo un "Giudeo", nei vv. 11 e 15 un "signore", ed ora un "profeta", nel significato popolare di uomo di Dio o illuminato da Dio, riconoscendo, quindi, in Gesù autorevolezza morale e spirituale.

vv. 20. Questa è l'occasione propizia per ricevere una parola definitiva sulla diatriba che contrapponeva da secoli i Giudei ai Samaritani: dove, in quale luogo, su quale monte bisogna adorare Dio?  "I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare". Il monte di cui parla la Samaritana è il "Garizim" su cui sorgeva il tempio samaritano. La questione era rilevante poiché Dt. 12: 5-7 imponeva un unico luogo di culto: "ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che il Signore vostro Dio avrà scelto fra tutte le vostre tribù, come sede del suo nome; là andrete. Là presenterete i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime…".  Dt. 12: 5-7 non precisa quale sia quel luogo, ma i Giudei hanno sempre creduto che fosse Gerusalemme e i Samaritani  il monte Garizim, difendendo la scelta strenuamente, perché sbagliare il luogo di culto significava inficiare la validità del culto stesso.
Bisogna precisare, tuttavia, che 2 Cr. 6: 6; 7:12; Salmo 78: 68, precisano che il luogo stabilito successivamente è Gerusalemme, il monte di Sion, ma i Samaritani si sono sempre opposti alla costruzione del tempio gerosolomitano (Esdra 4:1-5, Nehemia 4.1-2).

vv. 21-24. Gesù risponde alla Samaritana superando la contrapposizione dei luoghi di culto. Le due vie contese, Garizim o Gerusalemme, non hanno più senso perché è giunto il tempo ("l'ora viene, anzi è già venuta") di non dare più valore ai luoghi, "perché Dio è oltre i santuari e non dentro, oltre i mille santuari del mondo. Praticamente Gesù qui proclama la loro fine. Non ci sono più un luogo santo, un monte santo, una città santa, una sede santa, una terra santa. Soltanto Dio è Santo, soltanto lo Spirito è Santo" (Paolo Ricca).
La nuova via che Gesù inaugura è quella dell'adorazione del Padre, "in spirito e verità", che sono i luoghi propri di Dio; "in spirito", cioè in un vivificante rapporto di vita con Dio, "Dio unico e Padre di tutti, che è sopra tutti, fra tutti ed in tutti" (Ef. 4:6). Non più Dio mio nostro, privatizzato o imprigionato nelle nostre identità confessionali, ma l'Iddio pneuma, vento, che come tale è libero. "In verità", cioè nella verità rivelata di Dio e non quella delle filosofie umane, dei nostri riti. E la rivelazione di Dio è Cristo, la croce, la risurrezione, di cui l'antico culto era solo un'ombra.
I "veri adoratori" sono coloro che si svincolano dai parametri storici e che si proiettano nella dimensione di Dio. I "veri adoratori" sono coloro che fanno del proprio essere un tempio dello Spirito Santo, della verità, e che celebrano il culto a Dio in Gesù Cristo nella propria vita, che diventa anche questa un luogo privilegiato.

vv. 25-26. A questo punto, la Samaritana confessa la sua fede nel Messia, anche se il Messia dei Samaritani ha connotati leggermente diversi da quello delle attese giudaiche. Non ha nulla di divino, essendo solo un "Taheb", cioè "colui che viene", "colui che torna", un "restauratore". È un Messia profetico che ha il compito di riferire, esporre ogni cosa, un compito informativo e didattico nell'insieme. Infatti, la Samaritana dice di credere in un Messia che viene e che annuncia (presente indicativo) (mentre il v.25b nella Nuova Riveduta pone il verbo al futuro).
La risposta di Gesù alla donna giunge chiara e senza possibilità di fraintendimenti: " Sono io, io che ti parlo".  "Sono io" ricorda l'"io sono colui che sono" di Dio a Mosè (Es. 3:14) e "io che ti parlo" (letteralmente il "parlante") ci ricorda il Logos, la Parola che si autorivela in un continuo dono di Sé attraverso una continua comunicazione che, una volta accolta, si fa comunione.
Gesù parla direttamente alla Samaritana sciogliendo ogni dubbio sul mistero della sua persona. Per la prima volta nell'evangelo di Giovanni Gesù si rivela come il Messia.


vv. 27-38. Il tema della missione e dell'apostolato

vv. 27-30. Lo scenario cambia: i discepoli tornano mentre la Samaritana lascia la brocca (simbolo della sua fede nella Torah) e corre al villaggio ad annunciare che forse ha incontrato il Messia. La scoperta al pozzo di Giacobbe le ha fatto una tale impressione che ha dimenticato la ragione per cui vi era andata.

vv.31-38. Prima che giungano gli abitanti del villaggio, troviamo nel nostro testo il colloquio di Gesù con i discepoli che ha come tema il lavoro missionario. Ma il colloquio si svolge su due livelli: quello dei discepoli, puramente materiale e legato alle necessità corporali, e quello di Gesù, che afferma che il vero cibo "è di far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l'opera sua" (v. 34). Questo non significa che Gesù non abbia fisicamente bisogno di cibo, ma piuttosto che la sua grande passione e il suo desiderio è di fare la volontà di Dio (5:30; 8:29); egli sa che l'uomo non vive di solo pane , ma "di tutto quello che procede dalla bocca del Signore" (Dt. 8:3). La sua priorità è spirituale, non materiale. Questa è la sua missione. Ma, stranamente, Gesù, parlando del lavoro missionario che è fatto di due tempi, semina e raccolto, e che si realizzano in quell'area geografica con un tempo di attesa di quattro mesi, qui, sottolinea la gioia di chi semina e raccoglie allo stesso tempo.
Nella Scrittura il seminatore e il mietitore sono contrapposti e la gioia è soltanto del mietitore (Salmo 126:5-6), ma nei tempi messianici "l'aratore raggiunge il mietitore (Amos 9:13) e la loro gioia può essere comune. Gesù realizza a pieno questi tempi messianici e nei confronti dei Samaritani egli ha la gioiosa emozione di essere seminatore e mietitore. I discepoli devono comprendere che il loro lavoro missionario altro non è che mietitura, poiché altri hanno seminato in passato, dai patriarchi ai profeti dell'A.T. fino a Giovanni Battista.


vv. 39-42. Il tema del riconoscimento di Gesù

v. 39-40. Riprende qui il racconto lasciato in sospeso al v. 30. La testimonianza della Samaritana ha prodotto un primo risultato: i Samaritani escono dal villaggio e vanno a Gesù, un'espressione che possiamo intendere anche in senso metaforico per indicare l'abbandono del culto sincretistico e l'avvicinamento a Gesù, imprimendo alla propria vita un nuovo orientamento. Infatti, "credettero in lui". Tuttavia, il percorso di fede dei Samaritani non si arresta: dopo essere andati a Gesù, essi gli chiedono di rimanere/trattenersi con loro ("andare" e "rimanere" sono due verbi significativi che preludono al discepolato, come in Gv.1:39). E Gesù dedica due giorni ai Samaritani

v. 41-42. Il risultato dei due giorni di ammaestramento è l'ammissione di molti Samaritani di credere "a motivo della sua parola". La contrapposizione tra la testimonianza della samaritana e della parola di Gesù è significativa in quanto asserisce che solo l'incontro con la persona di Gesù può fornire il fondamento sicuro per la fede. Si può accettare la parola che ci viene annunciata, ma la fede personale si radica solo quando scopre Colui che la parola stessa annuncia e confessa che Gesù Cristo è il salvatore del mondo.

PER LA PREDICAZIONE 
La varietà di elementi storici, politici, teologici, sociologici, antropologici, psicologici, presenti nel nostro testo potrebbero autorizzarci a sviluppare diversi temi ai fini della predicazione. Ma se vogliamo contenerli entro un'unica linea direttrice che li accomuna, occorre tenere presente che il pensiero teologico di Giovanni lascia in ombra la nozione del "Regno di Dio" per concentrare la sua attenzione sulla persona di Gesù Cristo. I credenti sono visti solo in rapporto con Gesù: come tralci attaccati al ceppo (15: 4), come pecore al seguito del pastore (10: 4), come uomini e donne che vanno alla fonte di acqua viva per dissetarsi (4: 13-15; 6: 35b).

1. Nella pericope della Samaritana, Gesù è visto nelle vesti di riconciliatore di nemici storici (Sloyan). Ma la sua opera di riconciliazione non è stata quella di indire una conferenza di pace per arrivare a un compromesso, ad un trattato di pace o di non belligeranza, ad una Dieta, ad una Concordia, no; Gesù, semplicemente, mosso da un sano sentimento per i Samaritani, rompe il silenzio, vince ogni forma di pregiudizio, ed entra in contatto con un popolo che secoli di contrasti e di ostilità hanno tenuto segregato e separato dai vicini Giudei.
La storia cristiana è piena di laceranti contrasti, d'invettive, di scomuniche, di antipatie storiche e di vecchie ferite: neri e bianchi, cattolici e protestanti, cattolici e ortodossi, ebrei e cristiani, gli uni contro gli altri pronti a difendere la "propria" verità in nome di Dio e a usarla per giudicare, condannare, soggiogare, se non per eliminare fisicamente l'altro. Gesù nei vangeli rifiuta ogni forma di ostilità basata sul pregiudizio e interpone la forza della parola e del dialogo verso tutti.  Questa è la via per affrontare, gestire e risolvere i conflitti presenti in ogni ambito della vita umana e costruire delle relazioni umane in cui, a partire dall'ascolto, sia fondamentale riconoscere, rispettare la dignità dell'altro e rispondere ai suoi bisogni materiali e spirituali. È quello che fa Gesù quando incontra la Samaritana, dialogando prima con lei, poi con i Samaritani che accorrono a lui. Gesù, infatti, accoglie tutti e offre se stesso a tutti, perché l'amore di Dio travalica ogni confine e abbatte ogni barriera (Gv. 3:16).

2. Si può vedere nella donna samaritana la figura del/della credente che ha bisogno del suo tempo per uscire dalla gabbia delle tradizioni e per riconoscere la novità di vita che gli/le viene proposta: Gesù svolge verso di lei la funzione di un pedagogo, perché la conduce con grazia e progressivamente a riconoscere che quel  "giudeo" è un "signore", poi un "profeta", infine è il "Salvatore del mondo". È per noi una lezione di come accompagnare verso la fede chi è nel dubbio o in ricerca.

3. Dall'esegesi si possono trarre spunti di predicazione sull'importanza dell'acqua e dell'aria (vento) per la vita dell'essere umano. Sono simboli che rinviano a Gesù Cristo e allo Spirito Santo, che in noi agiscono per condurci all'adorazione, alla lode, al servizio, nella libertà di figli di Dio.

4. Il dialogo di Gesù con i discepoli sul tema della semina e della mietitura è argomento di grande attualità per la chiesa, perché applicabile al tema dell'evangelizzazione. Bisogna, come insegna Gesù, cogliere  l'urgenza di evangelizzare, seminare la parola, con una vera passione per le anime e con il cuore sensibilizzato dalla prospettiva della mietitura.

                                                                             Aldo Palladino




Testi d'appoggio:
Rom. 3: 29-30; Ef. 4: 4-6

Inni: 312 (seguire Gesù); 263 (santificazione), 266 (vocazione), 135 (missione).
  
Bibliografia
- Hermann Strathmann, Il vangelo secondo Giovanni. Paideia Editrice, 1973.
- Gerard Sloyann, Giovanni. Claudiana, 2008.
- Santi Grasso, Il Vangelo di Giovanni. Città Nova, 2005.
- Alfred Wikenhauser, L'Evangelo secondo Giovanni. Morcelliana, 1968.
- Giovanni Lonardi, Il Vangelo secondo Giovanni. (Internet).
- Il Vangelo secondo Giovanni. Nuovo Testamento annotato. Claudiana.

venerdì 18 gennaio 2019





                                 SOCIETÀ MALATA

Una riflessione di Aldo Palladino

     

     Alcuni pensatori contemporanei, analizzando i mali della nostra società, affermano che il progresso industriale e tecnologico non è riuscito realizzare neanche uno dei suoi obiettivi di fondo, e cioè la felicità per tutti, la pace sociale, l'armonia dell'uomo con la natura. Essi sostengono, anzi, che l'umanità è destinata alla catastrofe, perché il modo di vivere dell'uomo, oggi più che in altri tempi, è  incentrato sullo sfrenato desiderio di possedere beni e potere, sullo spreco più che sul consumo razionalizzato, sull'egoismo. Infine, delineando una nuova etica, prospettano la possibilità di un nuovo atteggiamento dell'uomo verso la società e verso la natura tendente a ristabilire equilibri capaci di evitare la paventata catastrofe.

 L'uomo, dunque, è fortemente impegnato a ricercare delle soluzioni ai molti problemi che per la loro gravità si impongono alla società umana, primi fra tutti quelli della fame, della sovrappopolazione, del disordine ecologico, della mancanza di energia, delle guerre. Egli cerca alternative e correttivi, discute, studia, programma, sperimenta, ma i risultati  contraddicono tutti i buoni propositi di quei pensatori.
Perché mai questo?

Le cause
La Bibbia afferma che tutto questo avviene:
- perché gli uomini "pur avendo conosciuto Iddio, non l'hanno glorificato come Iddio, né l'hanno glorificato, ma si son dati a vani ragionamenti, e l'insensato loro cuore si è ottenebrato" (Rom. 1,21);
- perché l'uomo "confida nell'uomo" (Ger. 17, 5), non ricevendo per questo la benedizione di Dio; si appoggia sul proprio discernimento (Prov. 3, 5), subendo le conseguenze della sua limitatezza; continua a ripetere in modo arrogante: "Noi vogliamo camminare seguendo i nostri propri pensieri, e vogliamo agire seguendo la caparbietà del nostro cuore malvagio" (Ger. 18,12), attirandosi il giudizio di Dio.
     In sintesi, l'analisi che Dio fa dei problemi in cui si dibatte questa umanità si riconduce al fatto che l'uomo ha voluto sostituirsi in tutto e per tutto a lui. "Sarete come Dio" (Gen. 3, 5), aveva detto il serpente, ingannando l'intero genere umano. Da quel momento, l'uomo scrive la sua storia per essere come Dio, ma è la storia nel suo peccato e delle sue disastrose conseguenze.
     Disfacendosi di Dio e rifiutando Gesù Cristo, il Salvatore del mondo, la vera e unica soluzione a tutti i problemi, individuali e collettivi, l'uomo scade a bassi livelli di degradazione morale in una spaventosa condizione che lo spinge ad agire senza alcun freno per l'esaltazione del suo "io" (potere, prestigio, successo) per la sopraffazione del suo prossimo in vista di interessi soltanto personali.
     Dio individua la vera causa delle malattie di questa società malata non tanto in errori di impostazione ideologica o politica quanto nella condizione spirituale di ciascun uomo che Egli considera peccatore (Salmo 14, 2-3), ribelle (Is. 59, 13), incapace di fare alcun bene (Gen. 6, 5).

     Il rimedio
    È sulla base di ciò che Dio dichiara nella sua Parola che i credenti affermano di non confidare nei programmi e nelle prospettive di rinnovamento offerti dall'uomo.
     Per i cristiani "l'aiuto viene dall'eterno" (Salmo 121, 2) e Gesù è colui che l'ha portato in un modo perfetto dando la sua vita sulla croce e consentendo all'uomo di realizzare la pace con Dio (Col. 1, 20), la redenzione (Ef. 1, 7), di ottenere la liberazione dai peccati (Ap. 1, 5).
     Dio, e lui soltanto, offre in Gesù Cristo il vero rimedio a tutti mali spirituali, morali e materiali di questo mondo. Egli dice: "Lasci l'esempio la sua vita, e l'uomo iniquo i suoi pensieri: e si converta all'Eterno che avrà pietà di lui, e al nostro Dio che è largo nel perdonare (Ger. 55, 7).
Questo mondo non ha bisogno di uomini forti e sicuri di sé, che si credono onnipotenti, ma di uomini e donne che, mediante la fede, vivono una vita di fedeltà e di sottomissione alla Parola di Dio per la realizzazione di una comunità umana che persegue fini di pace, giustizia, amore e di grande solidarietà, secondo il progetto che Gesù ha disegnato con l'avvento del suo Regno.
  
                                                                                                     Aldo Palladino