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mercoledì 27 febbraio 2013

L'appello del Sindaco di Lampedusa

Lettera che il nuovo Sindaco di Lampedusa ha scritto all'Italia e all'Europa il 18 novembre 2012.
(Se potete, fatela girare)


Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio 2012, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore.
Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme; il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?
Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l'idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l'inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.
Sono indignata dall'assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell'Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull'immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l'unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l'Europa motivo di vergogna e disonore. In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l'unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.
Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all'accoglienza, che dà dignità di esseri umani a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all'Europa intera.
Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza".
Giusi Nicolini




Pubblico la lettera del Sindaco di Lampedusa per denunciare il silenzio in cui è stato riposto il problema dei tanti immigrati che sbarcano a Lampedusa e dei tanti morti in mare. Tante parole sono state spese in passato, ma il risultato è la solitudine degli amministratori di Lampedusa di fronte a questa emergenza.
Aldo Palladino

sabato 16 febbraio 2013


Fondamenti 

della 
Riforma protestante

  • SOLA SCRIPTURA
La fede, la teologia, la spiritualità e perfino l'organizzazione ecclesiastica protestante intendono basarsi soltanto sulla Scrittura. Questa frase ci distingue dal cattolicesimo che si basa non solo sulla Scrittura, ma anche sulla tradizione ecclesiastica. In anni recenti il ruolo della tradizione è stato ridimensionato, ma non cancellato. La mariologia cattolica, per esempio, si fonda in massima parte su tradizioni o leggende che non hanno nessuna base biblica. Dire «Sola Scriptura» non elimina i problemi. Per i valdesi medievali il centro della Scrittura era il Sermone sul Monte con le sue indicazioni di vita morale; per Lutero era la Lettera ai Romani: «Il giusto vivrà per fede». Per i Pentecostali hanno un posto importante hanno i capitoli delle epistole che parlano dei doni dello Spirito: guarigioni, parlare in lingue ecc.
Per altri, il centro è Daniele e l'apocalisse, ossia le profezie del futuro, non solo per fare dei conti più o meno strani sulla data della fine del mondo, ma soprattutto per essere incoraggiati dal pensiero che alla fine non ci sarà il nulla, bensì il Regno di Dio. Altri, ancora, concentrano la loro attenzione sui Salmi, specialmente quelli che contengono parole di lode e di riconoscenza al Signore.
Le chiese della Riforma, cioè le nostre chiese, sono comunità che sono state riformate e continuano a riformarsi secondo la Scrittura: la Scrittura, presa nella sua ricca, complessa, inseribile varietà e ricchezza, e non in uno solo dei suoi aspetti. La Scrittura letta e interpretata non in modo individualistico, ma nella comunità di uomini e di donne credenti, che si aiutano e stimolano reciprocamente a capirla e a viverla… Per esempio in quegli «studi biblici» talvolta trascurati, ma fondamentali e insostituibili per la vita e la fede degli evangelici.

  • SOLA FIDE
"Sola fide" vuol dire «soltanto per fede». In realtà questa è un'abbreviazione che, come tutte le abbreviazioni, rischia di creare qualche malinteso. La frase completa è questa: «Salvati per grazia mediante la fede».Chi ci salva, chi ci perdona, chi ci riconcilia con se stesso è Dio. Questa sua azione si chiama grazia. Fede vuol dire soltanto che siamo certi, siamo convinti che il perdono di Dio è autentico e totale, e come tale lo accettiamo. Occorre aggiungere che per molte persone la «fede» è spesso intesa come adesione intellettuale, come se volesse dire «tenere per vere certe proposizioni dogmatiche».Certo c'è anche questo elemento: se una persona ritiene che Dio non esista, non può certo fidarsi di lui; ma l'essenziale della fede è la fiducia, la convinzione profonda che Dio ci ama e che è fedele.  
Lutero, morendo, diceva: «Siamo tutti mendicanti»; non vuol dire che siamo dei miserabili; vuol dire che l'essenziale, cioè la vita, la salvezza, la vita eterna, le possiamo soltanto ricevere. La fede non è uno sforzo, non è una specie di impegno o di lotta che sarà ricompensata, non è un pagamento anticipato o posticipato. Fede è accettare da Dio la sua grazia come un neonato accetta dalla mamma nutrimento e affetto. L'espressione tradizionale «salvezza per fede» rischia dunque di essere fuorviante, perché fa della fede una sorta di opera o esercizio. La frase polemica di certe persone è, sotto questa aspetto, molto illuminante: «Noi dobbiamo fare delle opere, ma per i protestanti basta credere». Come se per gli uni la grazia costasse molto e per gli altri costasse poco. Anche in questo caso si riduce la fede a una sorta di prestazione, magari minima.
Credere è ricevere. Fede è fiducia. Pochi lo capiscono davvero. «Dinanzi a Dio siamo tutti mendicanti, questa è la verità». Il dono della grazia di Dio è così grande e così meraviglioso che non solo ci perdona, ma ci chiama ad essere discepoli riconoscenti.


  • SOLA GRATIA
Parola estremamente semplice: siamo salvati per la sola grazia di Dio. Ma qui, naturalmente, cominciano le questioni. Grazia, perdono, cancellare i peccati (ricordate il Padre Nostro:«Rimettici i nostri debiti…») sono tutte espressioni equivalenti. Ma ci sono due modi di perdonare un debito. Il primo è dire:«Il tuo debito non esiste più, straccio la cambiale». Questo è il concetto protestante della grazia: Dio cancella il nostro peccato, Gesù lo ha preso su di sé, esso non esiste più. Molte persone non riescono a pensarlo e continuano a vivere come se dovessero «pagare» qualche cosa. Alcuni addirittura ci si angosciano psicologicamente. Non dobbiamo pagare proprio niente: siamo liberi, siamo perdonati, siamo «nuovi» al cento per cento. Così grande è l'amore di Dio in Cristo...
C'è un altro modo di vedere il perdono, più tradizionale nei cattolici. Certo, essi dicono, siamo tutti salvati per grazia, ma per loro la grazia consiste nel fatto che Dio, per sua bontà, ci mette in grado di contribuire a pagare il debito. La differenza è evidente: in un caso l'essere umano collabora alla propria salvezza, le sue «opere buone» sono necessarie (anche se non sufficienti) perché sia salvato. Nell'altro caso Dio gli perdona totalmente, senza riserve, per pura bontà. Siccome noi siamo molto spesso incapaci di perdonare davvero al nostro prossimo (pensate alla frase ambigua:«Ti perdono ma non posso dimenticare») così ci pare che Dio non possa perdonarci completamente senza una pur minima controparte da parte nostra. In tal modo rendiamo Dio simile a noi, il che significa sminuirlo assai.

Ma, dirà qualcuno, le «buone opere» la moralità, il discepolato dove vanno a finire? Se Dio ci salva senza contropartita, che bisogno c'è di fare il bene? Non c'è nessun bisogno, nessun obbligo, ma c'è la chiamata di Dio rivolta a noi come persone libere e responsabili. A noi di decidere se e come rispondere al suo amore. La Bibbia ci invita a farlo e ce ne indica i modi possibili.

  • SOLUS CHRISTUS
È una parola latina che non c'è bisogno di tradurre, tanto è chiara. Ma che cosa vuol dire realmente? Da un lato è una specie di riassunto delle tre formule classiche: Sola Scrittura, Sola Grazia, Sola Fede. Ma vuol anche dire un'altra cosa, estremamente importante, cioè che la nostra "controparte", ossia la persona con cui parliamo, non è una qualche autorità ecclesiastica o spirituale terrena, ma è Gesù Cristo.. Egli è il nostro interlocutore, . Egli soltanto è colui al quale ci rivolgiamo e a cui parliamo. Ciò significa, prima di tutto, che tra noi e il Signore non c'è alcun intermediario.. Noi siamo davanti a lui faccia a faccia. Nessuna persona umana può pretendere di fare l'interprete o il mediatore tra noi e Gesù; nessun gesto sacro può frapporsi tra noi e lui.. Certo, qualcuno può aiutarci a incontrarlo con la testimonianza e con il consiglio, ma poi scompare e ci lascia a tu per tu con lui. Si noti inoltre che non abbiamo detto "io" sono davanti a Gesù, ma "noi" siamo davanti a lui. Pensiamo ai numerosi versetti dell'apostolo Paolo in cui ci parla del "corpo di Cristo". Noi, credenti, siamo membri di chiesa, siamo il "corpo di Cristo". Gesù dice: – Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. –
Per molte persone, la religione è l'essenziale di un rapporto esclusivamente individuale "tra me e Dio". Esiste senza dubbio anche la dimensione personale. Molti salmi e molti passi biblici ci mostrano il singolo in preghiera, ma questi lo è sempre in quanto membro della comunanza di fratelli e sorelle credenti, membro del corpo di Cristo membro del popolo di Dio. La preghiera che Gesù ci da insegnato dice: – Padre Nostro… – Anche quando la dico da solo, quel "nostro" mi colloca subito nella comunità e nella solidarietà dei credenti. Coloro che credono non sono membri di un club religioso o appartenenti a un'associazione volontaria, ma sono come me, in tutta la forza del termine, membra del corpo di Cristo.

  • SOLI DEO GLORIA
È bene che chi crede legga la Scrittura, creda nel perdono di Dio, si rivolga a lui nella lode e nella preghiera. Ma deve anche sapere come comportarsi nei riguardi degli esseri umani e del creato di Dio in generale. Deve cioè avere un'etica. Non per meritare in qualche modo il perdono e la salvezza, ma per rispondere al dono di Dio con riconoscenza. Il detto latino riportato più sopra significa «alla sola gloria di Dio». In altri termini l'attività del credente non ha lo scopo di glorificare se stesso, né il partito né la patria e neppure la chiesa, ma deve essere orientata a glorificare Iddio. Lo dice anche un versetto dell'Evangelo: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli». Se si guarda in una chiave biblica quante volte le parole «gloria» e «glorificare» compaiono nella Scrittura, se ne trovano parecchie colonne, il che vuol dire che per gli autori biblici si tratta di qualche cosa di importante. Nel nostro linguaggio moderno quelle due parole sono diventate piuttosto scialbe, quindi ci si domanda che cosa davvero voglia dire «glorificare Iddio». Riprendo la spiegazione che ne dà il Dizionario biblico: glorificare Iddio significa riconoscere e proclamare la signoria e la potenza di Dio sull'Universo intero. A questo deve tendere la nostra vita morale, la nostra etica, le cose che facciamo… Anche sul terreno economico e politico. È il nostro atto di riconoscenza verso colui che ci ha amati e salvati per grazia.
                                                                                                          
                                                                                               (Past. Aldo Comba)