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venerdì 29 settembre 2017

Isaia 58, 6-12
Una nuova visione della vita

Predicazione di Aldo Palladino



Il testo biblico
6 Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità,
che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
7 Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?
8 Allora la tua luce spunterà come l'aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del Signore sarà la tua retroguardia.
9 Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai, ed egli dirà: "Eccomi!" Se tu togli di mezzo a te il giogo, il dito accusatore e il parlare con menzogna; 10 se tu supplisci ai bisogni dell'affamato, e sazi l'afflitto, la tua luce spunterà nelle tenebre, e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno; 11 il Signore ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai.
12 I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine; tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età
e sarai chiamato il riparatore delle brecce, il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese.

 Altre letture: Luca 18, 18-22; Luca 10, 25-37; 1 Cor. 13, 1-8a.


Spiritualità apparente

Cari Fratelli, care sorelle,
Il testo che abbiamo letto nasce nel periodo di attività di quel profeta definito il Terzo Isaia o Trito-Isaia, periodo compreso tra il 539 e il 520 a.C.. Il tempio (la casa di preghiera di cui parla Isaia 56,1-8) è appena stato ricostruito, e i rimpatriati dall'esilio babilonese si trovano in condizione di povertà, di bisogno e di oppressione, in un contesto sociale di grave insicurezza politica ed economica (60,10-18; 62,8-9), tra rovine e distruzioni (61,4) e un perdurante stato di umiliazione (61,7; 62,4). 
 Dobbiamo capire che questa gente, un tempo sradicata dalla propria terra, al rientro in patria dopo anni di esilio, si trova senza lavoro, senza casa, insomma tutti devono ricostruirsi una vita.
Le cose non vanno meglio sul piano spirituale. Il profeta Isaia viene inviato da Dio al popolo di Giuda per denunciarne a gran voce le trasgressioni e il peccato.
Questo popolo, infatti, mostra di avere frainteso, distorto e dimenticato l'insegnamento fondamentale consacrato nella legge mosaica, nella Torah, riducendolo alla sola osservanza di norme cerimoniali, di riti, di pratiche liturgiche ripetitive, tra cui c'era il digiuno che serviva a mortificare il corpo. Ritualismo e formalismo religioso avevano inaridito la vita spirituale di questo popolo al punto che si confondevano le pratiche cerimoniali del culto con la volontà stessa di Dio, con la vera ubbidienza. I sacrifici, le offerte, le abluzioni, le preghiere e la pratica del digiuno, erano diventati attività di autocompiacimento, di soddisfazione e di orgoglio personale. Già molti anni prima Dio, attraverso il profeta Isaia (il Proto-Isaia), diceva a tutto Israele: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me" (Isaia 29,13).
Infatti, questo popolo digiunava e pregava, ma nella vita sociale mostrava di essere senza pentimento, senza compassione e pietà e senza giustizia: i lavoratori erano sfruttati e ognuno pensava ai propri affari, ai propri interessi individuali in modo egoistico avendo perso di vista il senso della loro vocazione come popolo, come comunità. Per questo il profeta denuncia ad alta voce tutta quella religiosità esibita e ostentata per farsi vedere dagli altri, una religiosità che era al servizio di se stessi e disumanizzante.

Il digiuno secondo Dio
Ed ecco, quindi, quel che dice Dio per bocca del profeta Isaia:
"Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?" (6-7).

Questa parola chiara, forte, incisiva, ha raggiunto tutto il popolo di Israele. E non è la prima volta, perché altri profeti in passato hanno rimproverato questo popolo perché aveva le mani piene di sangue, per la malvagità delle sue azioni, perché non cercava la giustizia, non rialzava l'orfano e non difendeva la vedova (Isaia 1,11-17).
Ma questa parola, se si analizza attentamente il testo, è rivolta all'uomo, alle donne e agli uomini di tutti i tempi, chiamati da Dio a porre al centro della propria vita l'altro, l'essere umano. Se digiuno significa astenersi dal cibo, dal nutrire il proprio corpo, se ai nostri giorni fare dieta significa rinunciare a qualcosa o limitare certi consumi per curare il nostro corpo, tanto più siamo chiamati a fare digiuni e diete di azioni malvagi, dalle più grandi alle più piccole, a fare digiuno e dieta di egoismo, di orgoglio, di indifferenza, di oppressione e sfruttamento di donne, bambini, dei poveri di questa terra, che cercano non il superfluo, ma l'essenziale della vita, come il lavoro e una casa per vivere una vita dignitosa.
Condividere il pane con chi ha fame, condurre a casa tua gli infelici privi di riparo, dare un vestito a chi non ce l'ha e guardare in faccia l'altro senza far finta di non vedere né sapere nulla dei suoi bisogni, sono le esigenze fondamentali della vita dell'uomo, che non devono e non possono essere appannaggio di un colore politico, né di destra né di sinistra, ma esprimono l'essenza di una solidarietà che è dovuta, perché siamo uomini e donne creati a immagine e somiglianza di Dio, oggetti delle sue attenzioni e del suo amore.
      In Luca 10, 25-37 e 18, 18-22, due uomini importanti, un dottore della legge e uno dei capi della sinagoga si presentano a Gesù e gli fanno la stessa domanda: "Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?". E la risposta di Gesù, nei due episodi, è: l'amore per il prossimo.
Scrive il discepolo Giovanni: "Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1 Gv 4,8), che non è un'affermazione impersonale, ma una forma diretta, personale, rivolta a ciascuno di noi: " Se TU non ami il tuo prossimo, non hai conosciuto Dio".
Anche nel nostro testo, dal v.7 in poi, Dio non si rivolge più a tutto il popolo, ma alla singola persona; passa dal "voi" al "tu" in un appello appassionato soprattutto a ciascun membro della comunità, del popolo, un richiamo a ritrovare la vera umanità con atti di bontà, di amore e di giustizia (tzedeq) che costruiscono l'autentica solidarietà sociale per ridare dignità a chi l'ha perduta, per eliminare le umiliazioni dovute alle ineguaglianze sociali ed economiche, per superare le ingiustizie strutturali in una comunità o nella società.
      Il ritorno al valore della persona produce effetti sociali costruttivi rappresentati in termini cari all'intero messaggio di Isaia, cioè luce, guarigione, restaurazione della giustizia e la riconciliazione con Dio (v. 8). È un nuovo inizio, un nuovo modo di costruire la comunità, e una nuova visione della vita che include non solo i rapporti tra essere umani ma anche il resto del creato, animali e mondo vegetale.
    
     Anche a noi, oggi, lo Spirito di Dio torna a parlarci attraverso la sua parola e con benevolenza e pazienza è pronto a darci le indicazioni e la forza per riprendere il cammino di una vita nuova con determinazione e coraggio, pieno di fiducia e speranza.
Non nascondiamoci dietro gli alibi che sappiamo ben escogitare: "La mia chiesa non organizza e non fa nulla" o, in campo sociale, "ci deve pensare lo Stato a queste cose", perché le scelte ecclesiali o politiche passano attraverso le nostre sollecitazioni e le nostre responsabilità.
     Come chiesa ricca di carismi, ministeri, conoscenza teologica, di storia e di cultura, tutti siamo chiamati ad avvicinare il nostro cuore, la nostra vita a Dio percorrendo la via dell'amore che Paolo ci propone nella sua lettera ai credenti di   Corinto.                                    Ricordiamo le sue parole: "Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla" (I Cor. 13,1-2).                                                                                             
     La via dell'amore è la via per eccellenza. Una via che non si predica, ma che si pratica (ortoprassi), una via fatta di aiuto concreto a chi è nel bisogno, a stare vicino a chi è sofferente, a confortare chi è nel dolore. Amen.

                                                                                                     Aldo Palladino



Domenica, 1° ottobre 2017
Predicazione nel Tempio Valdese di C.so Principe Oddone, 7 - Torino