Translate

mercoledì 28 marzo 2007

Giobbe (l'uomo sofferente) e Dio

GIOBBE (l'uomo sofferente) E DIO

di Aldo Palladino

 

Il tema del libro di Giobbe

Questo libro, che fa parte della letteratura sapienziale, affronta il tema della sofferenza. In particolare vuole rispondere alla domanda "perché i giusti soffrono?" e confutare la dottrina della tesi del delitto-castigo o della retribuzione diffusa negli ambienti ebraici antichi, particolarmente del Deuteronomista, secondo cui la sofferenza era conseguenza di uno stato di peccato personale.
Ma dinanzi alla sofferenza di un giusto, l'ebreo praticante entrava in crisi, perché l'A.T. dichiarava diffusamente che la rettitidune procura la prosperità e la malvagità provoca l'infelicità (Es. 23, 20-33; Lev. 26; Deut. 28; Salmo 1; 37; 73; Is. 58, 7-13; Ger. 7, 5-7; 17, 5-8, 19-27; 31, 29-30; Ez. 18).
La realtà della vita, inoltre, disorientava l'ebreo religioso in quanto era sotto gli occhi di tutti che i malvagi prosperavano e gli uomini retti languivano.
La morte di un giusto e la longevità dell'empio erano un vero scandalo (Ecc.7, 15; Ger. 12, 1 ss.).
I profeti non possono comprendere la fortuna degli empi e la disgrazia dei giusti (Ger. 12, 1-6; Ab. 1, 13; 3,14-18). E questo ha disorientato molti credenti dell'antichità.
Questa mentalità retributiva (peccato = sofferenza o delitto = castigo) esisteva ancora all'epoca di Gesù tant'è vero che nell'episodio del cieco fin dalla nascita, i discepoli chiedono a Gesù chi avesse peccato, lui o i suoi genitori (Giov. 9, 1-3).
La storia di quest'uomo, Giobbe, nasce in questo contesto culturale.

Informazioni sul libro di Giobbe

Diverse cose non si sanno di questo libro:
1) l'autore è ignoto: alcuni dicono possa essere Giobbe stesso, altri dicono Mosè, Salomone, Isaia, Ezechia, Baruch, Esdra, ecc.;
2) incerta è la data di composizione, che potrebbe andare dall'epoca patriarcale (Abramo, Isacco, Giacobbe), dal 2100-1900 fino al IV sec. a.C., quindi in uno spazio di circa 16-17 secoli;
3) il paese di Uz, da dove proviene Giobbe, non si è certi dove sia. Alcuni dicono che è la regione di Edom (ved. la nota nella bibbia - versione Nuova Riveduta), a sud del Mar Morto. Altri parlano di una regione del Libano meridionale. In ogni caso c'è incertezza sull'ubicazione di questo paese.
Tuttavia, il fatto che il libro sia stato inserito nel canone testimonia della sua ispirazione per l'alto patrimonio di sapienza e di spiritualità in esso contenuto di portata universale.

Chi è Giobbe?

Il nome Giobbe ha una radice ebraica 'ayab= l'odiato, il perseguitato (secondo Robert Gordis);
e' Ayy-'abum= dov'è il Padre divino (invocazione al Padre) (secondo Marvin Pope).
La Bibbia lo descrive così:
1. un uomo (Ez. 14,14; Gc. 5,11) del paese di Uz (Lam. 4,21; 1° Cron. 1, 42);
2. era un uomo integro e retto; temeva Iddio e fuggiva il male;
3. aveva sette figli e tre figlie ed era molto ricco e grande fra tutti gli Orientali, perché possedeva molti ovini, cammelli, asine;
4. faceva sacrifici per il peccato a favore dei figli per purificarli (era sacerdote per se stesso e la sua famiglia).

Due sono gli elementi che emergono dai primi versetti:
1. la collocazione al di fuori del tempo e dello spazio rende universale la vicenda personale di Giobbe;
2. la completezza morale di Giobbe.



PRIMA PROVA
Questi due elementi sono importanti per rendere ancora più forte la prova a cui Giobbe sarà sottoposto. La prova che nasce da un dubbio: " E' forse per nulla che Giobbe teme Iddio?… Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia" (1, 9-11).
La domanda del dubbio è: Perché Giobbe teme Iddio? Per quale interesse? Per una particolare forma di riconoscenza al suo stato di benessere? Per ottenere una sorta di riparo e protezione? O per quali altri benefici?
La prova a cui Giobbe è sottoposto è l'autenticità della sua fede! E' la sua fede quella che viene provata quando le disgrazie si abbattono su di lui, sulla sua famiglia e sui suoi beni.
Ma Giobbe resiste dimostrando un profondo sentimento di fedeltà: "Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: "Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore!" ( Gb.1, 20-22).
Questa è la risposta di Giobbe: riconosce la sovranità di Dio e i suoi diritti e, nella tragedia personale e familiare, adora l'Eterno.

SECONDA PROVA
La seconda prova tocca la salute, proprio la sua persona. La prova che nasce da quest'altro dubbio: "Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita; ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia" (2, 4-5).
In questa seconda prova, durante la quale viene colpito da un'ulcera maligna in tutto il corpo, è da notare che Giobbe non apre le sue labbra al peccato. Le apre al lamento contro se stesso (3, 11-19, 24-26), contro Dio (3, 20-23) e contro i nemici (3,3-10). Non maledice Dio, ma il giorno della sua nascita (3,1), invoca la morte (3, 11, 17-18) e s'interroga sulla vita (3,20).

I tre amici

Elifar, Bildad e Zofar entrano in scena per portare conforto e consolazione all'amico Giobbe, ma quando vedono il suo stato non possono trattenersi dal piangere, stracciarsi i mantelli , cospargersi il capo di polvere. Poi rimangono in silenzio accanto a lui per sette giorni e sette notti (2, 11-13).
E Giobbe rompe il silenzio e inizia il suo cammino di rifiuto e di ricerca, di investigazione, col lamento del cap. 3, dove ci sono cinque "perché?".

"I tre amici ritenevano che la sofferenza fosse la conseguenza dei peccati personali. Se essi avessero parlato di solidarietà umana nel peccato, Giobbe sarebbe stato d'accordo con loro, perché egli non afferma mai di essere un uomo perfetto: ma quando prima velatamente e poi chiaramente affermano che le sofferenze di Giobbe costituivano la conseguenza inevitabile di peccati da lui commessi e noti solo a Dio, Giobbe veemente e coerentemente rifiutò di accettare il loro giudizio" (Commentario Guthrie-Motyer).
Nella prima serie di discorsi, ai suoi amici che lo accusano di peccato Giobbe dichiara la sua innocenza con varie argomentazioni.
Nella seconda serie di discorsi (12-20), Giobbe resiste caparbiamente alle stesse affermazioni degli amici.
Nella terza serie di discorsi, Elifaz accusa apertamente Giobbe di aver nascosto il suo peccato.
Giobbe nega e, convinto della sua integrità, non comprende perché Dio sia così duro verso di lui.
Tuttavia, Giobbe non rinuncia a interrogare Dio né ad abbandonarlo.
C'è un momento in cui Giobbe, sprofondato nel dolore per le accuse che tutti gli rivolgevano, si apre in uno slancio di spirito a proclamare la sua fede: "Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla polvere. E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto il mio corpo, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno i miei occhi, non quelli di un altro" (19, 25-27).

Eliu, il quarto personaggio

(Secondo la datazione patriarcale, Eliu è figlio di Baracheel, un buzita discendente del nipote di Abramo, Buz (Gen. 22, 20-21). E il fratello maggiore di Buz si chiama Uz, che avrebbe dato origine al nome del "paese di Uz" di Gb.1, 1).
Infine, appare questo quarto personaggio, più giovane degli altri, che si rivolge ai tre amici e a Giobbe con quattro discorsi:
1° discorso (32-33). Eliu risponde a Giobbe che afferma che Dio tace, non risponde (13, 22; 33, 13) e sostiene che Dio parla per mezzo di sogni, visioni e sofferenze (33);
2° discorso (34). Eliu risponde a Giobbe che sostiene che Dio è ingiusto, che non lo libera dalle sue sofferenze (19, 6-7; 27, 2; 34, 5-6) e ribatte che Dio è giusto (34);
3° discorso (35). Eliu risponde a Giobbe che afferma che Dio non s'interessa, che non lo ricompensa per la sua innocenza (10, 7; 35, 3) e annuncia che Dio è sovrano;
4° discorso. Eliu riprende il tema della giustizia (36, 1-26) e della sovranità di Dio (36, 27-37, 24)
per rispondere a Giobbe e ai suoi tre amici.

Dio interviene alla fine

Ma Dio ha sempre l'ultima parola. Quando tutti cessano di parlare, Dio si rivela. Dal "seno della tempesta" (una tempesta o un temporale accompagnato da un forte vento, come in altri episodi della scrittura (2° Re 2, 1 e 11; Is. 40, 24; Sl. 107, 25; Is. 29, 6; Ez. 1, 4) Egli viene a stabilire la sua parola per Giobbe. Dio interroga l'uomo Giobbe. Lo interroga sulla natura inanimata (38, 4-38), sulla natura animata (38, 39-39, 30). Alla fine lo rimprovera e lo sfida a dare delle risposte. Dio gli chiede: "Il censore dell'Onnipotente vuole ancora contendere con lui?" (40, 2). E Giobbe riconosce la sua meschinità e la sua indegnità. Di fronte alla rivelazione di Dio e alle sue domande, l'uomo può opporre solo il silenzio: "Io mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola, due volte, ma non lo farò più" (40, 4-5).
In definitiva, Dio fa comprendere a Giobbe che la conoscenza dell'uomo non può comprendere e penetrare nel mistero delle dispensazioni divine.

Pentimento, umiliazione e ravvedimento di Giobbe
Questa è la condizione finale di fronte a Dio: "Io riconosco che tu puoi tutto…perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere" (42, 1-6).
Questa è la vera condizione per avere prosperità. Non una giustizia pretesa, ma la giustizia che ci imputa Dio per mezzo della fede in Lui.

Qual è dunque la conclusione a tutto questo?

Giobbe comprende che il mistero di Dio, essendo troppo profondo e insondabile per l'uomo, comporta una sola condizione: abbandonarsi nelle sue braccia e alle sue decisioni sovrane.

Quale Dio?
Ci viene spontaneo chiederci quale immagine di Dio vediamo nel libro di Giobbe.
Pawel Gajewski, pastore valdese, propone tre punti di vista su Dio:
1. l'Iddio del lettore;
2. l'Iddio di Giobbe;
3. l'Iddio del redattore.

Dio del lettore
Dio appare come risulta dalla narrazione. Le immagini sono quelle che risultano dal testo così com'è. E' l'Iddio della tradizione, fondamentalmente, in cui la decisione della corte con l'intervento di Satana fa ricadere tutto sul protagonista Giobbe.
I tre amici vorrebbero aiutare Giobbe, ma sono loro a costituire un problema per Giobbe.

Dio di Giobbe
E' importante ciò che Giobbe dice di Dio.
Due testi fondamentali ci fanno vedere il legame di Giobbe con Dio e qual è il Dio di Giobbe:
a) Gb 12, 13 e ss., da leggere insieme al Cantico di Anna (1 Sam. 2, 1 e ss.) e il magnificat di Maria (Lc. 1,1 e ss.), che hanno gli stessi di fondo, e cioè:
 a1) la sovranità di Dio che rovescia tutti i sistemi di potere e tutti i paradigmi per analizzare la nostra società;
a2) la piena fiducia e sottomissione al potere di Dio, così diverso dal potere dell'uomo;
b) Gb 19, 23 e ss. in cui c'è l'affermazione: " Io so che il mio Redentore vive".

Questo è l'Iddio di Giobbe. Dio che sconvolge il mondo, ma è vicino all'afflitto.

Dio del redattore
Il redattore ha l'obiettivo di presentarci Dio a partire dalle sofferenze di Giobbe.
Nel testo il redattore ha posto, per così dire, due firme:
a) 37, 22 e ss. Eliu dice cose belle ma incomplete sul mistero di Dio. L'idea fondamentale è la limitatezza del nostro linguaggio e della nostra ragione quando vogliamo scoprire Dio.
b) 42, 7-8. Il redattore qui afferma che nessuno può parlare di Dio se prima non ha parlato a noi.

La nostra immagine di Dio

E' evidente che l'immagine di Dio per i credenti dell'A.T. era quella che potevano vedere negli specchi dell'epoca, cioè in modo non chiaro e limpido. Senza una vera teofania, l'idea che l'uomo si costruiva partiva dalla propria realtà, storica e culturale. E l'immagine di Dio poteva essere distorta. Solo la sua rivelazione poteva portare luce all'uomo. E questo egli ha fatto attraverso i suoi servitori (patriarchi, re e profeti) che Egli chiamava e li investiva volta per volta col suo Spirito.
Oggi noi, dopo la rivelazione del Cristo, della sua morte e della sua resurrezione, nell'era della grazia e dello Spirito santo, abbiamo un'altra comprensione di Dio rivelato in Cristo.
Allora Giobbe può essere visto come il Giusto sofferente, come il Servo sofferente di Isaia, che dalla gloria finisce tra gli ultimi e diventa il primo solo attraverso la sottomissione completa alla volontà di Dio.

Dunque, attenzione a non crearci un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, a ridurlo a degli schemi o a rinchiuderlo nel mondo delle nostre idee. Dio è e rimane Spirito. Egli è vento, pneuma, e rimane Padrone assoluto dei suoi disegni eterni di salvezza. Egli è Dio e Padre. La sua paternità e le sue espressioni d'amore per i suoi figli non devono farci dimenticare che Lui è Dio.
                                                                                        Aldo Palladino