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martedì 14 aprile 2015



       Vangelo di Giovanni 20,19-31

         Predicazione della Pastora Maria Bonafede




Il testo biblico
19 La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E, detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 21 Allora Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi». 22 Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».
4 Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
26 Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
30 Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.




Cari fratelli, care sorelle in Cristo,
la figura di Tommaso che ci capita oggi nella liturgia mi sembra che abbia a che fare con quelle domande vere, fresche alla mia mente, che ci vengono poste. Perché Tommaso non è un discepolo che non ci crede, che non crede all'annunzio che il Signore è risorto, ma ha bisogno di essere rassicurato, di capire un po' di più e di non sbagliarsi. Non vuole che si dicano cose strane sul suo maestro, e lui sa che è morto.
Tommaso il Didimo, che vuol dire gemello, diviso in due, doppio. Tommaso, l'uomo dall'identità incerta e carico di dubbi. Tommaso che impersona un cammino di fede contraddittorio ma serio.
Insomma, chi è Tommaso?  Che razza di discepolo è questo Didimo che Giovanni ci presenta?  È la fede giovane, è l'inizio di un percorso che poi deve trasformarsi in una fede salda che abbandona i dubbi e l'incredulità, o è il più normale di tutti i suoi compagni? Giovanni dice di lui alcune cose molto precise con le quali provare un discorso sulla fede.
La prima è questa: Tommaso ci viene presentato come un uomo normale, un tipo che somiglia un po' ad ognuno di noi e che ha reazioni comprensibili: Tommaso non può accettare la resurrezione, non vuole accettare che l'amico, il maestro, il riferimento che aveva cambiato la sua vita, sia contrabbandato per vivo quando invece è morto.
Come facciamo a non condividere, a non sentirci partecipi, fino in fondo, di questa obiezione di Tommaso?  Non è questa anche la radice dei nostri dubbi e della crisi che accompagna quotidianamente la nostra fede: il contrasto tra messaggio evangelico ed esperienza quotidiana, fra annuncio della vita in Cristo e constatazione della realtà di morte, di negazione che spesso ci sovrasta?
Se pensiamo ai nostri rapporti, a quanta fatica ci costa l'autenticità e il riporre delle attese e a quante volte ci sentiamo negati, cancellati; ma anche se pensiamo ai progetti  personali, comunitari, collettivi per i quali siamo pronti a scommettere, a dedicare energie e tempo, intelligenza e passione, e che invece sono progetti e tentativi che non riescono a vivere e a crescere ... Insomma ... se non vedo, se non tocco, se non sperimento che le  cose  non stanno come io le vedo, come le vedono tutti, come io le soffro..., perché dovrei credere che è diverso, che la vita ci si fa incontro nella morte, che c'è un annunzio incredibile che può trovare la forza di mettere in questione la mia vita e la storia del mondo, una notizia che diventa un interrogativo in grado di  contraddire la sconfitta e la morte, a cui vale la pena di dar credito ?
E, del resto, l'incredulità di Tommaso è stata pienamente condivisa da tutti quelli che Gesù ha incontrato: essi pure sono passati per questa crisi della fede.
Nello stesso capitolo, al v. 9, dei discepoli che trovano la tomba vuota è detto "che non avevano ancora capito la Scrittura".  E poche righe dopo Gesù appare a Maria e lei lo scambia per l'ortolano; e ai versetti 19 e 26 si dice che i discepoli tengono le porte ben serrate perché avevano paura dei giudei; e ancora, nel capitolo successivo, Gesù incontra i discepoli ed essi "non sapevano che era Gesù. 
C'è insomma, nella chiesa, in coloro che hanno amato Gesù e che hanno sperato in Lui,  una profonda crisi di fede che coinvolge tutti e che in Tommaso e così radicale da confessarsi come incredulità. 
Ma appunto, questa crisi è anche la nostra e nostra è anche la domanda che rifiuta la predica degli apostoli che annunciava: "Abbiamo veduto il Signore".

Sì, Tommaso non è l'uomo eccezionale, non è il reietto e non è l'eroe della fede tormentata: Tommaso è l'uomo comune, Tommaso siamo noi, così  vicini a Gesù e insieme così lontani, così increduli e così vicini alla fede.
E in più Giovanni ci dà un'informazione illuminante: Tommaso è uno dei dodici.  Con questa precisazione l'evangelista ci dice che fin dall'inizio la chiesa del risorto include Tommaso.  Ci dice che forse l'unica possibilità per la chiesa, per il gruppo di uomini e di donne che stanno intorno a Gesù, è di porsi sempre ancora domande.  Tommaso, uno dei dodici, non incarna soltanto l'umanità qualunque, ma incarna la chiesa, i più vicini, i credenti, e soltanto Gesù può dir loro: "sii credente e non incredulo".  Solo su di una parola di Gesù, solo alla sua presenza la chiesa stessa diventa credente, ha la possibilità di credere nonostante la sua quotidiana, necessaria incredulità.

2) Eppure, c'è un punto su cui oggi seguiamo poco Tommaso, non gli assomigliamo. Giovanni dice al v. 26 che dopo 8 giorni Tommaso è ancora lì, insieme agli altri.  Lo ritroviamo al suo posto di sempre, insieme ai suoi amici.
Dopo otto giorni di crisi e di dubbi, senza aver  risolto né l'una né gli altri, Tommaso é insieme alla sua comunità. Egli non rompe con la sua comunità perché non é ancora tutto chiaro, perché non ce la fa a credere. Tommaso non se ne va, e nemmeno si  inventa una chiesa nuova, a sua immagine. Tommaso è lì, insieme ai suoi fratelli  e alle sue sorelle e con loro affronta la crisi che lo travaglia.  Mi pare questo uno spunto di riflessione importante: quel gruppo di persone, quella fede e quelle domande fanno parte della sua storia e lui della loro, e mantenere aperta la comunicazione e la fraternità può significare prendere sul serio se stessi e gli altri, e la speranza comune.

3) Giungiamo così alla svolta che presenta il racconto di Giovanni: Gesù affronta la crisi di Tommaso, gli va incontro per quello che lui è, non rifiuta la sua  incredulità e i suoi dubbi, ma lo accoglie, lo guarda con amore, partecipa alla sua storia.
Questo vuol dire il saluto di Gesù: " Pace a voi".
Il termine 'pace' ha nel linguaggio biblico, come è noto, un significato importante: sinifica vita piena, soddisfazione, sperimentazione dell'amore di Dio.
"Pace a voi". Gesù va  incontro a Tommaso e si fa riconoscere come quello che è morto, affinché la pace di cui parla possa essere un messaggio di vita, di resurrezione e non un invito alla rassegnazione. 
"Pace a voi" significa: non temete perché la morte, quella vera, che segna come segnano i chiodi della croce, non è l'ultima parola, la negazione non è il senso profondo delle cose, la sconfitta non è la prospettiva della vostra vita ma lo é la resurrezione.
La resurrezione, come uno squarcio di luce in una stanza buia, ci fa vedere le cose come stanno davvero: la normalizzazione che pretende che il mondo debba essere cosi com'è, il realismo della ragione dei forti e dei vincenti, non hanno ragione, non sono la verità della nostra vita.  La verità è un'altra, è la resurrezione e la potenza di vita in cui veniamo travolti e che apre squarci di vita e di resistenza in cui è possibile scommettere la vita.

4) "Signore mio e Dio mio": ecco la scoperta di Tommaso.  Tommaso risponde a Gesù con un grido che è insieme una preghiera ed una confessione di fede di fronte al risorto.  "Signore mio e Dio mio".
Questo grido di Tommaso acquista una rilevanza ancor maggiore se pensiamo a come lo ascolta e lo ripete la comunità che si raccoglie intorno all'evangelista Giovanni intorno al '90 dopo Cristo.  E' questa l'epoca di Domiziano uno dei più spietati  persecutori dei cristiani tra gli .imperatori romani. Domiziano esigeva di essere chiamato "Signore nostro e dio nostro".  Ecco allora che la confessione di Tommaso è per la seconda e per la terza generazione di cristiani, non solo la gioiosa scoperta della fede e della possibilità di incontrare in Cristo la vita e la speranza nonostante le contraddizioni e le smentite che quotidianamente incontriamo.  Ma è il grido della resistenza al maligno, la certezza con cui è possibile affrontare la negazione, resistere a  ciò che sembra poter avere ragione della nostra vita, resistere ogni qual volta quella certezza vuole essere strappata, sradicata dal tempo degli uomini e delle donne.
"Signore mio e Dio mio": è la preghiera della scoperta e dell'affidamento ed è  la confessione della fede di fronte all'arroganza del male.  Si tratta, per dirla con Bonhoeffer, di un grido che è insieme di "resistenza e di resa": resa al Signore che con la sua resurrezione ha sconfitto il male e la morte; e resistenza che da quella resurrezione diventa per tutti la prospettiva di una vita. che caparbiamente osa contrastare la "legge del peccato e della morte" (Rom. 8,2)
Che il Signore ci aiuti.
Amen.

                                                                      Maria Bonafede


Chiesa Evangelica Valdese
Via Villa
Torino
Domenica, 12 Aprile 2015

sabato 4 aprile 2015



Marco 16:1-8
Meditazione di Aldo Palladino




Gli addetti ai lavori sono concordi nel ritenere questi versetti l'autentica originaria conclusione del Vangelo di Marco, mentre quelli da 9 a 20 sarebbero un'aggiunta che non è dell'evangelista.
Dunque, Marco termina il suo scritto con l'annuncio della risurrezione di Gesù da parte di un "giovane vestito di una veste bianca" (v. 5). L'annuncio è che Gesù, il crocifisso, non è più nella tomba dove era stato deposto, ma è risuscitato (v. 6). E il mandato rivolto alle donne, a Maria Maddalena, a Maria, madre di Giacomo e a Salome, che sono andate al sepolcro per imbalsamarlo, è di andare a dire ai discepoli che Gesù li avrebbe preceduti in Galilea per incontrarli là (v. 7). Ma esse, come il testo afferma, "fuggono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e stupore, e non dissero nulla ad alcuno, perché avevano paura" (v. 8).

L'annuncio: la tomba è vuota!
Nonostante Gesù abbia tante volte parlato ai suoi discepoli della sua morte e della sua risurrezione (8:31, 9:31, 10:34, 14: 28), le donne vanno al sepolcro per imbalsamare il suo corpo con oli vegetali e aromi. Sono convinte di trovarlo lì. La loro fede non ha radici profonde, è una fede in embrione che non ha colto i particolari delle promesse di Gesù sulla vita dopo la sua morte. E l'unica loro preoccupazione è come spostare quella pietra per entrare nel sepolcro.
Questa è la fede di tanti credenti, una fede povera, superficiale, più piccola di un granello di senape, come disse Gesù in Luca 17:6. La pietra è un ostacolo per le donne e per tutti noi che non crediamo che Dio può operare per noi. Infatti, solo Lui può spostare quella pietra, che rappresenta il nostro cuore duro, e può introdurci a contemplare la realtà della tomba vuota raccontata con una teofania sorprendente: un angelo dalle vesti bianche e con le sembianze di un giovane, che ci proietta in una dimensione sovrumana in linea con le promesse fatte. Il suo annuncio è: "Gesù è risorto, non è qui" (v. 7). Dio sposta ogni ostacolo che si frappone tra la nostra incredulità e la realtà del suo piano di vittoria e di gloria, che realizza attraverso la morte e la risurrezione di suo Figlio Gesù Cristo, tra la croce e una tomba vuota, due simboli che si pongono a fondamento della fede cristiana.

L'invio
La tomba vuota è segno che il piano di Dio continua. L'azione di Dio nel mondo e l'attuazione del suo progetto di salvezza si realizzano con la collaborazione di donne a cui viene affidato il compito di "andare a dire..." e di uomini che Gesù vuole incontrare in Galilea. Stranamente le donne del nostro testo fuggono dal sepolcro e non dicono niente a nessuno, colte da timore, tremore e paura. Il Vangelo di Marco termina con questa scena che narra la defezione delle donne e il loro stato d'animo dopo quanto avevano visto al sepolcro. Cosa pensare di questa conclusione, che però non è la fine della storia?
Credo che più che interrogare il testo occorra qui farci interrogare dal testo, nel senso che è importante farci coinvolgere dal finale del racconto che vuole spronarci a dire quale sia la nostra reazione dinanzi alla rivelazione della risurrezione e quale coinvolgimento abbiamo dinanzi ai fatti raccontati. Abbiamo un atteggiamento di paura? Sentiamo l'impellenza di una testimonianza qui ed ora della storia di Gesù? Sentiamo l'importanza di un mandato che ci è stato affidato? Accettiamo la sfida di essere coinvolti nella propagazione dell'evangelo al seguito di colui che ci precede sempre e ci traccia il sentiero da percorrere?
Il credente è chiamato a porsi in continua attesa delle sollecitazioni che il Maestro ci fa e ad aprirsi al futuro di Dio.

                                                                               Aldo Palladino