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martedì 11 marzo 2008

Ebrei 12: 1-3 Sulle orme di Gesù


                                                                     Ebrei 12: 1-3
                                             Sulle orme di Gesù
  


                        Note esegetiche e omiletiche
                           per la predicazione
del 16 marzo 2008,
Domenica delle Palme

a cura di Aldo Palladino



Il testo biblico
1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, 2  fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. 3 Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo.

 

Breve introduzione alla lettera agli Ebrei


             La situazione della comunità giudeo-cristiana
Thomas Soggin, nella sua introduzione alla lettera agli Ebrei (ª), analizzando l'ambiente in cui viveva la comunità, afferma che buona parte della cultura era pervasa dalla ricerca di "unificare tutte le religioni nell'unica idea religiosa di un'unica divinità". Questo fermento sincretistico coinvolse il gruppo giudeo-cristiano, che assunse una sua connotazione specifica qualificandosi, nell'ambito della più grande corrente universalistica dell'epoca, come sincretismo giudaico. Tutti discutevano di tutto: dalle teorie angeliche dei filosofi gnostici alla legge mosaica, dal misterioso personaggio di Melchisedec ai sacrifici rituali, ogni argomento era buono per dissertare e sostenere un certo punto di vista.
In questo clima, preoccupato per il crescente raffreddamento della fede e per i rischi più gravi a cui la chiesa andava incontro, l'autore di Ebrei scrive questo discorso esortativo ai suoi destinatari/lettori, diventati - secondo lui - apatici, indolenti e pigri rispetto alla via della salvezza. Infatti:
-  non prestano più attenzione alla predicazione (2,1; 5,11; 6,12);
-  rischiano di rimanere indietro (4,1);
-  trascurano le assemblee cultuali, la comune radunanza (10,25);
-  prima sapevano resistere nella sofferenza e sopportavano le persecuzioni (10,32 s.);
-  ora stanno per perdere le forze, stanno per cedere ad una influenza di matrice giudaizzante che li riporta sotto il giogo della legge (13,9-11).
"La causa del raffreddamento della fede va cercata per l'autore in un deficit teologico. I suoi lettori sono rimasti fermi a un livello di conoscenza insufficiente (5,11 ss.). Ciò di cui hanno bisogno è una migliore comprensione della salvezza e, quindi, del dono che è stato dato loro tramite Gesù" (¨).

 

Esegesi


v. 1 -  "Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta,…"

Punto di transizione
In quel "dunque" (toigaroun) di inizio frase (che altre versioni traducono con "perciò" o "pertanto" e che altri ancora intendono "di conseguenza"), cogliamo la conclusione di un discorso sul valore della fede di diversi personaggi dell'AT e l'inizio di una esortazione rivolta ai destinatari della lettera.  L'antica alleanza viene saldata alla nuova e gli antichi testimoni hanno la loro continuità nella comunità giudeo-cristiana

Passaggio del testimone
Qui sono implicitamente messi in contrapposizione due gruppi: il primo, definito " una grande schiera di testimoni" o di martiri, è costituito da quella schiera di uomini e donne (cap.11, 4-38), che comincia con Abele  e termina con i profeti e altri anonimi credenti che morirono per la loro fede; il secondo è costituito dalla comunità cristiana ("noi") o giudeo-cristiana, per la quale Dio aveva previsto "qualcosa di meglio" (11, 40) vale a dire il compimento delle promesse in Cristo Gesù.
Questa schiera (folla, nuvola, nuvolo) di testimoni  ci circonda, ci avvolge, ci sta intorno o sta di fronte a noi. Cosa significa esattamente? Occorre mettere subito da parte l'ipotesi che dei morti dell'AT siano spettatori della nostra gara, perché quest'interpretazione non è suffragata dalla Scrittura.  Piuttosto, è condivisibile l'idea che la testimonianza abbia una continuità storica e che "tutti sono collocati sulla medesima fune, con un legame che collega l'intero popolo dei fedeli… Anche noi dunque afferreremo la fune per unirci a tutti gli altri che nel corso dei secoli vi si sono aggrappati, per fede"(Ä).  Ci troviamo, dunque, tutti insieme a formare una comunità di fede ininterrotta. Chi fa parte di questa comunità si trova idealmente a correre la propria gara in uno stadio (la nostra vita cristiana) secondo la vocazione ricevuta, nel tempo e nel luogo assegnato. Il testimone è passato da una mano all'altra per arrivare a noi. Gli atleti di un tempo sono ora ideali spettatori della nostra gara. È il nostro momento. Tocca a noi intraprendere la corsa. È un impegno personale, ma non è escluso un gioco di squadra dato che l'invito a correre è al plurale.

Le condizioni per una gara efficiente

a) Leggerezza dell'essere ("spogliarsi")
Il nostro testo, che fa uso di immagini sportive note al pensiero paolino e postpaolino, ci segnala alcune regole a cui nessun atleta può sottrarsi:
-    "Il corridore si veste il più leggermente possibile;
-    niente pesi di cui si possa fare a meno;
-    niente abiti che si avvolgono intorno alle membra e ne ostacolano il libero movimento;
-    via tutto quanto trattiene e pesa.   
In sostanza tutto questo è il peccato, cioè quanto si oppone a Dio. Esso va eliminato" (§).
Questo peccato "non può che riferirsi all'apostasia e non ad altro peccato particolare. Quei giudeo-cristiani sono infatti esposti al rischio di ritrattare la scelta di Cristo. Allontanarsi dalla fede, infatti, è l'unico grave impedimento alla corsa in essa" (§). La radice di tale comportamento è l'incredulità (2, 17; 3, 13).
Dunque, secondo questa lettura, "peso" e "peccato" hanno la stessa valenza. Ma è proprio così o, piuttosto, dobbiamo pensare a due significati profondamente diversi? F.F. Bruce distingue i "pesi", che possono rallentare la corsa e che sono soggettivi, diversi da persona a persona, dal "peccato", oggettivamente presente in tutti gli atleti e che costituisce la minaccia più grave alla corsa, distogliendo lo sguardo dall'obiettivo finale.

b) Perseveranza
In ogni caso, c'è qui un appello alla disciplina cristiana, perché siamo solo ad inizio gara. La volata finale è ancora lontana. Per raggiungere il traguardo occorre avere perseveranza, costanza (10, 36) o temperanza, consapevolezza della meta che ci sta dinanzi, come afferma Paolo a proposito delle norme che regolano la corsa cristiana (1 Cor. 9, 24-27). 
Dove sta la forza per adottare questa disciplina? Paolo risponde: "Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica" (Fil. 4, 13).
La nostra vita cristiana ha "pesi" e "peccato" che zavorrano la marcia, che la rallentano, ma ha altresì in Cristo le risorse per vincere le difficoltà e gli ostacoli che impediscono la nostra avanzata.

v. 2. "fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio…".

c) Guardare a Gesù con fiducia
Viene qui presentato il terzo elemento utile alla disciplina cristiana per la riuscita della corsa. Chi corre deve avere lo sguardo rivolto verso Colui che la corsa l'ha percorsa fino in fondo, raggiungendo il traguardo e ottenendo il premio.
"Il termine greco aphorontes ha il significato di fissare qualcuno negli occhi, guardare a qualcuno con fiducia, allo scopo di orientare verso lui la propria vita" (·).
 
Gesù: la completezza della fede
Gesù è l'autore (archegos, pioniere) e il perfezionatore (teleiotes) della fede·), perché è stato perfetto nel credere, perfetto nel suo cammino di ubbidienza e di sottomissione al Padre, perfetto nella sua opera di aiuto e di sostegno ai poveri, agli emarginati, agli indifesi ed agli esclusi dalla società, perfetto nel ridare voce e dignità a coloro che erano stati ridotti al silenzio e privati di ogni diritto e riconoscimento umano. Gesù è la forza trainante nella fede per coloro che scelgono di appartenergli o per coloro che pongono in lui ogni speranza di salvezza. Egli è autore o pioniere e perfezionatore della fede dei testimoni dell'AT e del NT. Originatore e consumatore della fede, il prototipo del credere. Egli, dunque, ha aperto la strada a coloro che lo seguono e ha lottato per tutti noi, assicurandoci la vittoria sul peccato, sulla morte.

La gioia al di là della croce
Come intendere la frase "per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce"?
Secondo Marcheselli-Casale, l'espressione "può avere due versioni: In vista della gioia posta innanzi a lui; In cambio della gioia che gli era posta innanzi. La seconda è preferibile, anche in base a Fil. 2,6-11, Eb. 2,5-18, 5,5-10" (·).
Altra lettura sembra dare Thomas G. Long: "Per Gesù il fine non era soltanto sedersi "alla destra del trono di Dio" (1,3; 12,29, ma conoscere la gioia di portare con sé altri atleti, di "condurre molti figli alla gloria" (2,10), tagliando il traguardo e dicendo: "Ecco me e i figli che Dio mi ha dati" (2,13) (Ä). Con questa affermazione si può ritenere che Gesù fosse consapevole della sua missione e, dunque, che la gioia fosse lo sbocco della sofferenza della croce.

La vergogna rimossa
Quella croce era infamante perché Gesù "non è morto per cause naturali o per un incidente, ma è stato messo a morte come un criminale, come una minaccia per la società umana…Ma l'infamia della croce era stata anche l'esperienza e l'umana emozione di essere esposti a pubblica vergogna"(Ä). Ricordiamoci che tale vergogna derivava dal retaggio culturale che riteneva "maledetto chiunque è appeso al legno" (Deut. 21,23 e Gal. 3,13) contro cui l'apostolo Paolo ha opposto la sua teologia della croce quale potenza di Dio e sapienza di Dio attraverso la debolezza, l'abbassamento e lo svuotamento (kenosis) di Cristo (Fil. 2,5 -11). Scandalo per i Giudei e pazzia per i Greci o per gli stranieri (1 Cor. 1,23), quella croce è diventata luogo della misericordia di Dio per la salvezza di chiunque crede.
v. 3 "Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo".

Secondo alcuni biblisti, non è certo che questo versetto faccia parte della microunità letteraria dei versetti 1-2. Nondimeno, qui la metafora cambia. La vita cristiana non è più vista come una corsa, ma come una lotta ("ostilità contro la sua persona"). In ambedue i casi il comune denominatore è la sofferenza di Gesù a causa dell'aggressione dei peccatori e ancora prima delle opposizioni e delle ribellioni alla sua predicazione sul Regno di Dio.
L'invito rivolto ai suoi destinatari/lettori da parte dell'autore di Ebrei è una esortazione a considerare l'inesauribile resistenza del Signore nell'esperienza della sofferenza e della morte (considerare, analogisasthe, appare una sola volta nel NT greco). Nel suo significato più ampio, "considerare" richiama l'idea del calcolo e di una profonda riflessione non solo sul valore del Signore, ma anche su se stessi. Sembra giustificabile perdersi d'animo in quella situazione, ma non è così. Essi sono di fatto già in cammino verso la perfezione della fede ed è impensabile arrestarsi proprio ora.
La provocazione è a vivere la fede a dispetto di ogni contrarietà, a riconoscere la propria identità di popolo di Dio che vive la sequela del Gesù terreno e del Cristo morto e risorto.

SPUNTI OMILETICI

Qual è la nostra posizione?
Per la predicazione della domenica delle palme non si può non ricordare l'episodio dell'entrata di Gesù a Gerusalemme a cavallo di un'asina e circondato da una folla acclamante,  che stendeva i mantelli, i rami degli alberi, le palme  e gridava: "Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!" (Mt. 21,8-11; Giov. 12, 12-19).
Paolo Ricca ricorda che Karl Barth disse in una sua predicazione per la Domenica delle Palme di tanti anni fa: " Come vorrei questa mattina essere quell'asina che porta Gesù nella mia città!". E lo stesso Ricca continua: "Anch'io vorrei questa mattina essere quell'asina che porta Gesù nelle vostre case, nei luoghi in cui lavorate, tra le persone con cui vivete. E noi tutti insieme, come comunità cristiana, non abbiamo altra ragione d'essere che quella dell'asina che porta Gesù…" (¥).
Questa riflessione ci induce a riflettere dove ci collochiamo noi.
Siamo tra la folla che acclama e che in seguito grida a  Pilato: "Crocifiggilo!"?.
Siamo tra i discepoli che si defilano impauriti? Siamo più simili a Pilato, che non vuole compromettere la sua carriera e non vuole rimanere coinvolto in questioni che riguardano la fede, o a Simone di Cirene che per un tratto della "via dolorosa" porta la croce di Cristo? Siamo come quell'umile asina che diventa strumento per introdurre Gesù nella città, nelle zone fortificate e chiuse della nostra vita che cercano sicurezza al proprio interno e non sanno riconoscere la liberazione che viene offerta?
O siamo, addirittura, come ci esorta l'autore di Ebrei, atleti che corrono e lottano con gli occhi puntati su Colui che la gara l'ha portata a compimento? 
La vita cristiana è sempre in tensione tra l'essere e non essere, tra impegno e disimpegno, e noi, spesso, sperimentiamo alternativamente di essere o spettatori o attori della fede, oppure occupiamo posizioni di retroguardia che rivelano stanchezza,  scoraggiamento, indifferenza, o altro.
L'esortazione che il nostro testo ci rivolge è quella di riflettere sulla nostra vocazione. Non si tratta di decidere di scendere in campo per correre, perché la gara è già iniziata e noi ci siamo dentro con tutte le nostre responsabilità. Si tratta di avere coscienza che come Cristo è andato avanti fino in fondo, anche noi possiamo proseguire il cammino orientati dal suo amore e dalla sua grazia, che alla fine sono vincenti in tutte le situazioni della vita.
Sulle orme di Gesù
Gesù resta il modello di riferimento per ogni comportamento cristiano, anche se è alto, irraggiungibile, ineguagliabile. L'esemplarità della vita di Gesù rimane dinanzi a noi in tutta la sua evidenza. 
Pietro dice: "Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme" (1 Pt. 2, 21). E aggiunge l'inno sulla passione di Cristo: "Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno.  Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente" (2 Pt. 2, 22 s.). Su questa linea si possono citare molte passi del NT che incoraggiano a percorrere le orme del Signore (1 Pt. 4, 1-2; Gv. 15,11-13; 1 Gv. 4, 11; Ef. 5, 2.25 e molti altri).
Il significato della sequela
Dietrich Bonhoeffer sostiene che il contenuto della sequela sta nell'obbedire alla chiamata di Gesù. La risposta è lasciarsi tutto alle spalle e seguirlo. Il discepolo non ha un programma personale, non ha un ideale verso cui possa tendere. Si tagliano semplicemente i ponti alle spalle e si va avanti, abbandonando tutto quello che c'è dietro. La chiamata alla sequela è il vincolo alla sola persona di Gesù Cristo. La conoscenza religiosa o un sistema dottrinale non rendono necessaria la sequela. Anzi le sono ostili. (In "Sequela", Queriniana ).
La sequela, dunque, è una forma di innamoramento del Signore, che comporta un mutamento interiore che dà un nuovo orientamento alla nostra vita. Significa stare con Gesù e la sua parola e imparare a credere. E credere non significa rimanere silenziosi,  ma ubbidire a Gesù.
Di conseguenza sequela è proclamare la parola di salvezza e di liberazione dell'uomo, denuncia dell'ingiustizia, dei privilegi e delle violenze che generano povertà, fame, guerra, morte. Sequela è fare luogo allo spirito di servizio per il bene comune. Significa intraprendere il nuovo cammino nell'ottica del Discorso della montagna in cui Gesù introduce il programma del Regno di Dio per questa umanità smarrita e nel peccato.
 
                                                                                                                                                                    Aldo Palladino
Testi di appoggio per la predicazione
Giovanni 12, 12-19; Filippesi 2: 5-11;

         
       
(ª) Nuovo Testamento annotato, vol. IV. Editrice Claudiana, 5/1966.
(¨) Gerhard Barth. Il significato della morte di Gesù. Editrice Claudiana, 9/1995, pag. 211.
(Ä) Thomas G. Long. Ebrei. Editrice Claudiana, 10/2005.
(§) Hermann Strathmann. La lettera agli Ebrei. Paideia Editrice, 09/1973.
(·) Cesare Marcheselli-Casale. Lettera agli Ebrei. Paoline, 2005.
            (¥) Paolo Ricca. Grazia senza confini.Editrice Claudiana, 2006; pag. 175.