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mercoledì 17 settembre 2008


Efesini 5,15-21
"Vivere la fede"

 

Note esegetiche e omiletiche

a cura di Aldo Palladino

 

Il testo biblico

15 Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi; 16 ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi. 17 Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore. 18 Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito, 19 parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al Signore; 20 ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; 21 sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

 
BREVE INTRODUZIONE
Divisione e autore della lettera

È evidente nella lettera agli Efesini una divisione in due parti:

§   la prima (capp. 1-3), con un impianto teologico esplicativo di temi quali il piano di Dio in Cristo, la riconciliazione di Giudei e Gentili in un corpo unico, la rivelazione del mistero di Cristo Gesù, [questo mistero, in 1, 9 - 10, è l'unico capo che raccoglie sotto di sé tutte le cose, del cielo e della terra, e, in 3, 6, è colui nel quale, mediante l'evangelo le promesse si estendono anche ai Gentili, eredi con i Giudei e membri di un medesimo corpo];

§   la seconda (capp. 4-6), con un tono esortativo, di carattere pastorale, che intende richiamare i credenti a vivere la fede con una condotta pratica coerente alla vocazione ricevuta, manifestando nella vita cristiana i tratti caratteristici dell'uomo nuovo (Cristo, il secondo Adamo, principio della nuova umanità) che prende il posto di quello vecchio.

Impianto teorico, prima, e applicazione pratica, dopo: è la tipica e ricorrente forma epistolare in uso all'epoca, molto utilizzata da Paolo e dalla sua scuola.

In questa lettera, scartata la paternità di Paolo, su cui non è il caso qui di ritornare, perché il tema è stato già trattato in passato, vari elementi d'ordine letterario, di stile, di linguaggio, ed anche alcuni riferimenti biblici, inducono a ritenere che l'autore della lettera sia stato un discepolo di Paolo o qualcuno a lui vicino.

Occorre tuttavia ricordare che "nella più antica tradizione, non ci fu alcun dubbio nei riguardi dell'autenticità della lettera. Verso la metà del II sec. Marcione, che in essa vedeva uno scritto indirizzato ai Laodicesi, la riteneva paolina. Ignazio, Policarpo, Clemente Romano, Erma, Ippolito, Ireneo, Tertulliano, Clemente di Alessandria, come pure il cosiddetto Canone di Muratori, hanno la stessa convinzione. Anche gli gnostici del II secolo, che stimavano molto questa lettera e la citano relativamente spesso (e non è un caso), la riconoscono come lettera di Paolo". (§) Dunque, la tradizione che attestava Paolo come autore delle lettera era forte, ma occorre considerare che allora mancavano gli strumenti di analisi letteraria, storico-critica, ecc. che oggi noi disponiamo.

 

Destinatari

La lettera è indirizzata "ai santi che sono in Efeso" (1,1). Ma tale espressione è presente soltanto in alcuni manoscritti; in altri antichi e prestigiosi manoscritti (Codex Sinaiticus, il Codex Vaticanus e il papiro di Chester Beatty degli inizi del 3° secolo) mancano le parole "in Efeso".

La tesi più avvalorata è che la lettera fosse una circolare, destinata a varie comunità, e che l'intestazione della chiesa destinataria fosse di volta in volta inserita prima dell'invio. È certo, tuttavia, che l'autore rivolgesse la sua attenzione a membri di chiese locali del sud della Frigia, cristiani provenienti dal paganesimo (1,15; 3,18; 6,18), distinti da quelli provenienti dal giudaesimo (1,13; 2,1.11.13.14; 3,1).

 
Data in cui è stata scritta l'epistola :                    

- verso la fine degli anni 70: Corsani, che non attribuisce la lettera a Paolo;

- anni 60-62, quando Paolo era in prigione a Roma (Atti 28,30): altri studiosi;

- anni 57-59, quando Paolo era in prigione a Cesarea (Atti 24,27): altri ancora.

Ma la data più condivisa è quella che colloca la lettera verso gli anni 70 o verso la fine del I secolo. 

 

 

NOTE ESEGETICHE

 

15. Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi;

      Il "dunque" segna il passaggio dal tono teologico e d'insegnamento a quello pastorale, che ha carattere di esortazione o di ammonimento. L'affermazione secondo cui i cristiani sono divenuti luce nel Signore (v. 8) per effetto della risurrezione che avviene nel battesimo (v.14), apre la strada ad una serie di avvertimenti: il primo è di "guardare con diligenza" il proprio comportamento, nel senso di badare, esaminare, considerare, riflettere, cioè di fare un esame continuo di se stessi, ma anche di vigilare su se stessi. Sono verbi più volte usati da Paolo (1 Cor. 3,10; 8,9; 10,12; 16,10; Gal. 5,15; Col. 2,8), che si trovano anche nell'A.T. e nei vangeli.

Ma l'Autore di Efesini pone l'accento sul "come" del comportamento, preoccupato di indicare ai suoi lettori la giusta condotta da tenere. Il cristiano deve avere una condotta sapiente ed intelligente (1,8; Col. 1,9.28) e deve perseverare nella sapienza che gli è stata rivelata e donata in Cristo Gesù, "potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Cor. 1,24). 

 

16. ricuperando il tempo perché i giorni sono malvagi.

      Questo secondo avvertimento, conseguenza del primo, per chi ha il cuore illuminato da questa sapienza, è di saper fare un giusto uso del tempo, che non è quello che ci è dato per le attività umane, il chronos, ma quello che Dio ci concede come opportunità per fare del bene a tutti (Gal. 6,10), il kairos, l'era dell'"ultimo giorno", era escatologica  che i cristiani devono vivere come tempo di Dio che avanza nel presente, tempo della decisione (Rom. 13,11) o tempo accettevole per la riconciliazione con Dio in Cristo Gesù.

Il motivo per cui occorre lavorare per il buon uso del kairos è che i giorni sono malvagi, altrimenti detti tempi difficili (2 Tim.3,1), ultimi giorni delle ricchezze accumulate (Giac. 5,3), ultimi giorni degli schernitori beffardi (2 Pietro 3,3). Sono gli ultimi giorni della tradizione apocalittica giudaica che considera la realtà umana dominata da calamità e tentazioni del maligno, sempre in movimento verso i tempi della fine.    

Ma durante i giorni malvagi c'è l'occasione per fare del bene. I cristiani sono chiamati a non subire il tempo della malvagità, ma a denunciare le opere delle tenebre (5,11), a proporre il tempo dell'amore di Dio, tempo salvifico, di luce e di speranza attraverso l'annuncio dell'evangelo di Gesù Cristo. Chi agisce così è saggio e intelligente.     

           

17. Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore.

      L'azione del cristiano non deve essere caratterizzata da superficialità né da leggerezza, ma da sapienza e intelligenza. Essa è proficua ed efficace, se protesa verso una ricerca continua e costante della volontà di Dio, che non è mai definitiva e assodata, ma mutevole nelle diverse circostanze e situazioni della storia. La volontà di Dio non è mai prevedibile, però è predeterminata e rivelata per ciò che concerne il piano salvifico preordinato fin dalle origini e realizzato in Cristo.

Dio "può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo" (3,20) e, dunque, non possiamo imprigionare la volontà di Dio nello scrigno delle nostre preghiere, dei nostri desideri o dei nostri pensieri, perché Egli si muove liberamente sempre al di là di noi, in vista del nostro bene. Per questo occorre conoscere "per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà" (Rom. 12,2).

Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom. 2,18), ma occorre aderire ad una Persona e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv. 14,26).

Questo giustifica l'ammonizione del v. 18, che recita:

 

18. Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito,

      "L'ubriachezza è un problema talmente diffuso nelle chiese del N.T. che è un pericolo da cui anche i responsabili devono guardarsi (1 Tim. 3,3.8; Tito 1,7 e 2,3). Il vino porta alla perdita di autocontrollo e le azioni incontrollate portano alla dissolutezza. Questo comportamento non si addice a coloro che hanno trovato in Cristo la fonte della sapienza.

L'autore di Efesini non vuole privare i suoi lettori dal ricercare soluzioni dinanzi ai molteplici problemi della loro esistenza, ma propone loro un modo migliore per affrontarli: essere "ricolmi di Spirito Santo" o, secondo un'altra traduzione, essere "ripieni in spirito". Altri traducono: "Lasciate che lo Spirito Santo vi riempia", che fa meglio comprendere che l'azione dello Spirito Santo non è un'esperienza che si fa una volta per tutte. Il cristiano deve essere sempre aperto all'azione dello Spirito. In Atti 2,4 e 4,31, infatti, è più volte detto che i discepoli e i presenti furono "ripieni di Spirito Santo".

  

19. parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il vostro cuore al

      Signore;

      Lo Spirito Santo crea comunione, dialogo, reciprocità, pluralità, coralità, tutti termini racchiusi nella parola "parlandovi". Non è un parlare a se stessi, ma un parlarsi reciprocamente con i temi e i canti contenuti nei salmi dell'A.T., ma anche con quelli prodotti spontaneamente nelle primitive comunità cristiane, di cui si ha traccia in Ap. 4,11; 5,9 s.; 15,3-4 e probabilmente anche in 1 Tim. 3,16. In parte commentati, li troviamo in Fil. 2,5 ss.; Col. 1,12 ss.; 1 Pt. 2,22 ss.

Questi salmi, inni e cantici spirituali devono essere espressione del "cuore" del credente. Non si tratta di un semplice sentimento o di uno stato emotivo, ma della determinazione e della decisione di rivolgersi al Signore e di aprirsi a lui nella preghiera, nella lode, nel canto.          

 

20. ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù

      Cristo;

      Lo Spirito Santo crea anche un sentimento di ringraziamento: si ringrazia Dio Padre nel nome di Gesù Cristo. La coralità liturgica che la comunità esprime diventa una conversazione che travalica la dimensione umana per diventare conversazione dello Spirito. Il canto che risuona in ambito comunitario e nell'intimo del credente diventa una preghiera di ringraziamento. A cominciare dal momento cultuale, che trova la sua massima espressione nell'annuncio della Parola e nella Cena del Signore, nell'Eucarestia, fino ad ogni momento della vita il credente è chiamato a rendere grazie a Dio per ogni cosa, per quelle buone e per quelle meno buone.          

 

21. sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

      L'azione dello Spirito nel credente non può produrre sopraffazione, dominio sull'altro e qualsiasi forma di soggiogamento di una persona, nella chiesa, nella famiglia e nella società civile.

Il principio qui affermato è quello della reciproca sottomissione, non solo degli uni agli altri ma anche degli altri agli uni. Una comunione gioiosa dipende dalla sottomissione volontaria di una persona all'altra all'insegna dell'agàpe (Ef. 4,2-3). Lo spirito autoritario e l'orgoglio per il proprio ruolo sono distruttivi per la comunione. Piuttosto, ciò che aiuta una comunità a crescere è uno spirito di servizio verso chiunque e una disponibilità a imparare umilmente da chiunque, ad essere corretti da chiunque.

La sottomissione reciproca deve avvenire "nel timore del Signore", cioè nella consapevolezza che il Signore è anche giudice dei nostri comportamenti (5,10).

 

 

SPUNTI PER LA PREDICAZIONE

 

Altri testi di appoggio: Gen. 12,1-3, Marco 12,28-34; Rom. 14,17-19

 

Assunto: Vivere la fede

 

1. Tornare a noi stessi

Da dove cominciare per un cammino improntato a saggezza ed intelligenza?

Dopo aver ricevuto una trattazione teologica teorica nei capitoli dall'1 al 3, che ha guidato il lettore nella comprensione della salvezza per grazia mediante la fede (2,8) ed alla conoscenza di Cristo Gesù e del suo infinito amore (3,19-20), ci troviamo di fronte ad un brano estremamente pratico, che intende impegnare il credente a vivere l'evangelo che ha ricevuto. Dopotutto, la verità evangelica non è solo questione di idee, di storia, ma di prassi. Confinare l'evangelo nei nostri scompartimenti intellettuali per farne oggetto di analisi e ricerche per una sua maggiore comprensione è cosa nobile, ma se non riusciamo a trasformarlo in parole e azioni responsabili non ne abbiamo colto il suo esteso significato.

Dunque, il brano è rivolto agli uomini e alle donne credenti di allora e di oggi per impegnarli a vivere la fede in un cammino rinnovato.   

Martin Buber, nel suo scritto "Il cammino dell'uomo", attraverso una serie di riflessioni arricchite di racconti chassidici, delinea la crescita, la maturità, l'autenticità dell'uomo a partire da un ritorno dell'uomo a se stesso, come l'Eterno aveva detto ad Abramo: "Lekh-lekha, cioè "va' a te stesso" (Gen. 12,1).

È evidente che non si tratta di cercare nell'uomo le energie o la forza per salvarsi da sé [questo è ciò che affermano le filosofie orientali o la New Age]; si tratta invece di dare una risposta responsabile alla vocazione di Dio, alla Parola che ci giunge dall'esterno e che ci invita a riflettere su tale Parola per poi intraprendere il cammino nella direzione che essa ci ha indicata. Iniziativa divina e risposta umana sono due aspetti della stessa medaglia (ved. Apoc. 3,20).

Molto tempo prima di Abramo, Adamo, nascondendosi da Dio, in definitiva si nasconde a se stesso. Ed è per questo che la domanda che Dio gli rivolge: "Dove sei?" (Gen. 3,9) - poiché Adamo rappresenta ognuno di noi - in definitiva è rivolta ad ogni uomo.

Dunque, la ricerca della via della sapienza per una condotta saggia e responsabile (v. 15), evocata dall'autore di Efesini, deve cominciare dentro di noi per ritrovare prima noi stessi. Una volta terminato l'autoesame, possiamo uscire dai nostri "nascondigli", dove ci siamo rifugiati per sfuggire alle nostre responsabilità, adducendo le scuse e le giustificazioni più strane, alla maniera di Adamo, e scivolando di conseguenza nella falsità.

Il tempo che viviamo è ricco in conoscenza e cultura, ma è povero in sapienza. Ciò che manca all'uomo di oggi è il timore di Dio, principio della sapienza ( Prov.1,7), inizio di pentimento e di ravvedimento che possono fare luce nella nostra vita e renderci saggi per "discernere la propria strada" (Prov. 14,8).

 

2. Liturgia per la vita

    Il nostro testo costituisce, attraverso una serie di esortazioni, una sorta di liturgia per la vita che può essere intesa come un percorso che parte dall'uomo, prosegue nella famiglia, nella comunità, e finisce con il mondo intero. 

Martin Buber afferma: "Si comincia da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé" (opera citata).

Le tappe di questo percorso sono qualificate da questi tempi:

  

a)      Il tempo della decisione

Il credente è chiamato a rispondere alla vocazione che Dio gli ha rivolto nel kairos, cioè in un tempo che deve essere considerato appartenente alle cose ultime, ai giorni finali. Non c'è più tempo oltre il kairos, per cui non si può perdere tempo: è l'ora ultima della decisione a servire il Signore, a schierarsi apertamente dalla sua parte senza compromessi, ad annunciare l'evangelo, a procacciare la pace, la giustizia, l'amore, e a fare il bene in un mondo asservito agli idoli del denaro, del potere, della guerra e dello sfruttamento dei più deboli, un mondo che sa essere efficiente ed efficace nella malvagità.

   

b)      Il tempo dell'ubbidienza

Ubbidire alla volontà di Dio. È necessario dunque conoscere e comprendere questa volontà (Col. 1,9) per sapere a che punto ci troviamo nel nostro rapporto con Dio, personalmente e comunitariamente. Qui ed ora, il compito che ci sta davanti è realizzare il compimento della nostra esistenza facendo posto a Dio, eseguendo la sua volontà.

"Dio abita dove lo si lascia entrare", recita una massima ebraica. 

 

c)       Il tempo dello Spirito

"Siate ricolmi di Spirito" o " siate ripieni in spirito": questo è il segreto per il rinnovamento della vita. I tentativi dell'uomo per procurarsi un certo livello di felicità o di gioia di vivere sono legittimi, ma inefficaci. Il vino, altre bevande o sostanze che simulano uno stato di felicità effimera e provvisoria, come pure gli idoli dei nostri tempi che fabbricano e ci propinano illusioni, non aiutano il nostro cammino di credenti. Per questo, nella Scrittura troviamo espressioni che, contrapponendo alla legge della carne quella dello Spirito (Rom.8 2,4), alle opere della carne il frutto dello Spirito (Gal. 5,19-23), danno delle indicazioni per una crescente maturità spirituale. Di questo Spirito abbiamo solo la "caparra"  (2 Cor. 1,22; 5,5; Ef. 1,14), un pegno, un anticipo, tuttavia è sufficiente per trasformarci da "bambini in Cristo" in "uomini [e donne] spirituali" (1 Cor. 3,1), se siamo aperti alla sua azione in noi.

 

 

d)      Il tempo della comunicazione, della lode, della comunione

La presenza dello Spirito Santo nella nostra vita produce dei risultati:

- i credenti si parlano, dialogano, comunicano, si edificano gli uni gli altri. Il loro vocabolario cambia, la qualità del linguaggio si affina. Le loro parole non sono più pietre o frecce avvelenate, ma sono "un favo di miele; dolcezza all'anima, salute alle ossa" (Prov. 16,24).

Nelle relazioni interpersonali non amano più esaltare se stessi e mettersi al centro (Gv. 5,44) o primeggiare (Lc.9,46), perché nell'economia del Regno i nuovi punti di riferimento intorno a cui si realizzano fede e servizio sono Dio e il prossimo, da amare con tutta la forza del proprio essere.

- I credenti pregano e cantano inni di lode, di adorazione.

- I credenti stabiliscono una comunione nell'unità della fede, una fraternità effettiva, "una realtà divina…pneumatica e non della psiche" (D. Bohnoeffer), che rende capaci di portare i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).

 

e)      Il tempo del servizio

Nella comunità dei credenti la sottomissione reciproca nel timore del Signore è il collante, il fondamento del vivere insieme in comunione fraterna. Non è facile mantenere sempre uno spirito di armonia, di concordia, di pace e soprattutto di sottomissione, perché spesso la parola "io" (egocentrismo, orgoglio, presunzione, volontà di primeggiare e dominare) continua a prevalere nella relazione/comunicazione con l'altro/a e crea ostacoli, barriere, pregiudizi. Ma se abbiamo sperimentato nella nostra vita la misericordia di Dio, non possiamo fare altro che servire il Signore e il prossimo con spirito di umiltà, avendo di sé "un concetto sobrio secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno" (Rom. 12,3).

È vero che a tutti è dato di realizzarsi, ma non a vantaggio di se stessi, bensì in vista dell'opera che siamo tutti insieme chiamati a compiere nella chiesa e nel mondo: l'avanzamento del regno di Dio.
Aldo Palladino
Bibliografia
Alberto Taccia, Nuovo Testamento Annotato, Vol. III, Claudiana
Bruno Corsani, Introduzione al Nuovo Testamento, Claudiana
Heinrich Schlier, La lettera agli Efesini, Paideia
Francis Foulkes, L'epistola di Paolo agli Efesini, Edizioni GBU
Martin Buber, Il cammino dell'uomo, Ed. Qiqaion
Dietrich Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana