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lunedì 7 dicembre 2009

Le chiese suonano l'allarme per il clima


 


federazione delle chiese evangeliche in italia
Commissione globalizzazione e ambiente


 

Via Firenze 38,  00184 Roma

tel. (+39) 064825120 - fax (+39) 064828728

e-mail: fcei@fcei.it

 

Le chiese suonano l'allarme per il clima

In Danimarca, a Copenhagen è in corso il Summit delle Nazioni Unite sul clima. Si chiama COP15.

Non sappiamo come si concluderanno i lavori perché questo dipende da variabili che viaggiano al di sopra delle teste dei cittadini, cioè dai governi ma sappiamo che il cambiamento climatico è iniziato!

 

Leggiamo i giornali e vediamo immagini dei ghiacciai che si sciolgono,  le estati sono più calde e più lunghe, mentre ancora gli effetti più pesanti devono arrivare … dal Sud del mondo.

Ogni mese sulla Terra si distruggono un milione di ettari di superficie forestale – un'area pari a un campo di calcio ogni due secondi – causando il 20 per cento delle emissioni di CO2 a livello globale.

Il cambiamento climatico causa già trecentomila morti ogni anno e milioni di profughi:

 

I meteorologi discutono, l'argomento è complesso, ma si sa che bastano pochi gradi di aumento della temperatura globale per alterare gli equilibri che tengono in vita una parte gli ecosistemi e delle specie che oggi popolano il pianeta, fra cui noi umani.

 

Per questo oggi, 13 dicembre, siamo qui.

 

Per dire che molte chiese cristiane nel mondo, dal Pacifico al Canada, agli Stati Uniti, a tanti Paesi dell'Europa, si sentono mobilitate dalla necessità di contenere la crescita della temperatura al disotto del due gradi Celsius, il che corrisponde ad una concentrazione di CO2 al di sotto delle 350 parti per milione.

 

La Conferenza delle chiese in Europa (KEK) e il Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE)  in occasione della Conferenza sul clima hanno scritto una lettera congiunta rivolta alle chiese e i/le cristiani in Europa in cui

 

-          esortano ad intraprendere azioni appropriate per affrontare la sfida del cambiamento climatico

-          invitano i Governi, con coraggiosa generosità, ad azioni di prevenzione, mitigazione e adattamento agli effetti del cambiamento climatico. L'impatto sulla crisi economica non deve rappresentare una scusa per evitare un'azione efficace per la tutela dell'ambiente.

-          incoraggiano le Chiese in Europa ad osservare che la sfida del cambiamento climatico è una questione di giustizia e di reponsabilità in primo luogo verso quelle regioni del mondo meno responsabili dell'inquinamento e   più colpite dal   cambiamento climatico

-          ricordano che il cambiamento climatico può causare sofferenze e privazioni incalcolabili, può ostacolare lo sviluppo umano integrale e recare danno al Creato. Noi sosteniamo lo sviluppo di nuovi strumenti finanziari che permettano di affrontare queste problematiche.

-          sollecitano le Chiese a partecipare ad iniziative per il risparmio energetico, alla promozione dell'energia rinnovabile, ad adottare stili di vita compatibiliti con la cura per la creazione di Dio."

 


Suonando 350 rintocchi, le chiese vogliono ricordare che tanti sono
i gesti concreti che intendono assumere, anche in questo tempo di
Avvento, nella scelta dei regali da fare e non fare, dei consumi che
siano ecologici, degli spostamenti che ricorrano il meno possibile
all'automobile.



Pubblicato con il consenso di Antonella Visentin.

Grazie.

Aldo Palladino

giovedì 19 novembre 2009

Matteo 25,31-46: Il giudizio sulle nazioni





Matteo, 25, 31-46
Il giudizio sulle nazioni
Predicazione di Aldo Palladino
Domenica, 15 novembre 2009
Tempio Valdese
C.so Vittorio Emanuele II, 23 - Torino

Il testo biblico
31 «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. 32 E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; 33 e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; 36 fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi". 37 Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?" 40 E il re risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me". 41 Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! 42 Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; 43 fui straniero e non m'accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste". 44 Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: "Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?" 45 Allora risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me". 46 Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna».


Gesù si identifica con i poveri della terra
     Spero che nessuno di voi avverta un certo disagio dinanzi a questo testo, che inizia evocando la scena escatologica del giudizio finale. Per tranquillizzarvi vi dico subito che questo brano non è una minaccia per nessuno di noi, ma è un serio e forte invito rivolto a tutti, cristiani e non cristiani, a riempire di significati la nostra fede, la nostra vita.
Questo testo si colloca nella tematica concernente l'attesa del tempo della fine, già presente nel discorso profetico di Gesù, al cap. 24 di Matteo, e nelle parabole delle dieci vergini e dei talenti, al cap. 25, dove tutte le nostre domande trovano la risposta con parole di Gesù che sono un richiamo alla vigilanza e al servizio.
     Il pensiero giudaico, al tempo di Gesù, era permeato dall'idea del giudizio finale. L'apocalittica giudaica, consacrata in quella letteratura che nasce nel cosiddetto periodo iintertestamentario, dal 200 a.C. al 100 d.C., era un'interpretazione della storia con immagini, simbologie, metafore - spesso accompagnati dal racconto di eventi sconvolgenti e catastrofici nel cielo e sulla terra - riguardanti il destino dell'uomo e del mondo, l'attesa messianica di un regno di pace e di giustizia.
I vangeli ci parlano di questo Regno che è giunto tra noi e in noi nella persona di Gesù. Anzi, Gesù è colui che annuncia, proclama, incarna il Regno stesso.
Gesù parla spesso ai suoi ascoltatori del suo Regno e della venuta. Egli annuncia più volte la venuta in gloria del Figlio dell'Uomo, che siederà sul trono (Mt. 19,28), alla destra di Dio (Mt. 26,64), nella gloria del Padre suo (Mt.16,27). E qui, nel nostro brano, di nuovo si parla del Figliuol dell'uomo che viene "nella gloria con tutti gli angeli" e prende posto "sul suo trono glorioso" (31), simbolo di regalità e della funzione di giudice supremo.
Questo titolo di Figliuol d'uomo viene attribuito a Gesù 81 volte nei Vangeli e solo altre 4 volte negli altri scritti del N.T. Esso proviene da un'espressione usata dal profeta Daniele (7,13), in cui uno simile a un figlio d"uomo (in ebraico: come un uomo o come figura umana) riceve potere e dominio sui popoli della terra. 
Noi sappiamo che Egli sarà umiliato, nella morte sulla croce, ma quella sarà per lui la via della vittoria sul peccato e sulla morte. La sua risurrezione è la via della sua gloria (Gv 12,23; 13,31). 
Dunque, il nostro testo si apre con una scena di giudizio.

Domande che nascono dal testo  
Ma quali domande solleva il nostro testo? Io penso che voi abbiate molte domande da fare. Ma io penso a quattro domande in particolare:
1.Chi sono le genti convocate a giudizio?
2.Qual è il criterio con cui vengono giudicati i popoli e le nazioni?
3.Quale valore attribuire alle opere di misericordia fatte dall'uomo?
4.Chi sono coloro che ereditano il regno di Dio?

Cominciamo con la prima domanda:
Chi sono le "genti" convocate a giudizio?
Le genti (gr. panta ta ethné) sono tutti i popoli delle nazioni, credenti e non credenti, che hanno ricevuto il mandato di comparizione e che, giunti dinanzi al giudice supremo, ricevono il giudizio. La separazione delle pecore dai capri (cioè gli eletti e i reprobi) deriva dal profeta Ezechiele 34,17, ma è un'immagine parabolica.

La seconda domanda è:
     Qual è il criterio con cui vengono giudicati i popoli e le nazioni?
Per rispondere a questa domanda prima permettetemi di raccontarvi un storia tratta dai racconti dei Padri del deserto.
     In una comunità dei Padri del deserto, correva voce che un padre anziano della comunità vedesse continuamente Gesù. I fratelli più giovani, dunque, un giorno andarono da lui e gli chiesero: "Abbà, vorremmo vedere Gesù, come lo vedi tu!". E l'Abbà rispose che per vedere Gesù avrebbero dovuto attraversare il deserto e giungere su una montagna dove egli avrebbe fatto vedere loro Gesù. L'indomani, all'alba, si misero in cammino diretti a quella montagna. E mentre attraversavano il deserto quei giovani incontrarono  un povero, ferito, assetato e affamato, ma essi non si fermarono, presi dall'idea di giungere presto sulla montagna. Per lo stesso sentiero del deserto passò anche il frate anziano il quale, alla vista di quel povero, si fermò, si prese cura di lui, gli dette da bere e da mangiare, poi lo prese con sé e lo portò sulla montagna. Lì, i giovani che l'attendevano chiesero subito: "Abbà, ci fai vedere Gesù?" E l'Abbà anziano disse: "Ecco Gesù", mostrando loro quel povero che nel deserto essi avevano ignorato e lasciato nella sua sofferenza.
Questo aneddoto ci insegna che per i Padri del deserto c'è una perfetta identificazione di Gesù con i tutti i bisognosi.
Questo dice Gesù nel nostro testo: "In verità vi dico che in quanto l'avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me".
E i minimi fratelli del Signore sono coloro - donne, bambini, uomini - che muoiono per fame, per malattie incurabili per mancanza di medicine, che muoiono per mancanza d'acqua; sono coloro ai quali non sono riconosciuti i diritti fondamentali dell'esistenza e che sono sfruttati senza alcun rispetto per la dignità umana; sono quelli che non contano, che non hanno voce, gli esclusi e i dimenticati dalla società.
     Nella Scrittura è forte l'immedesimazione di Dio con i poveri come metro dei rapporti sociali. Nel libro dei Proverbi è scritto: ""Chi opprime il povero offende il suo Creatore, chi ha pietà del misero lo onora" (Pr. 14,31); "chi deride il povero offende il suo Creatore" (Pr. 17,5). A Saulo da Tarso che va a perseguitare i cristiani di Damasco, Gesù dice: "Perché mi perseguiti?" (At. 9,4), identificandosi personalmente con gli oppressi.
Conclude Giovanni: "Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello" (1 Gv 4,20-21).
Agostino d'Ippona scrive, in un suo commento sull'episodio del giovane ricco che non diede i suoi beni ai poveri: "...nessuno esiti a dare ai poveri; nessuno pensi che a ricevere sia colui di cui vede la mano. In realtà riceve Colui che ha dato ordine di donare".
Dice Clemente Alessandrino: "Se qualcuno ti appare povero o cencioso o brutto o malato..., non ritrarti indietro...; dentro a questo corpo abitano in segreto il Padre e il Figlio suo che per noi è morto e con noi è risorto".
Blaise Pascal (1623-1662), in punto di morte, chiese che gli fosse portato innanzi un povero, per venerare in lui Cristo stesso.
Che questa parola rimanga impresso nei nostri cuori: "In verità vi dico che in quanto l'avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me".

E veniamo alla terza domanda:
Quale valore attribuire alle opere di misericordia fatte dall'uomo?
     Questo testo non è in contrapposizione alla giustificazione per grazia mediante la fede, che Lutero e tutti i riformatori hanno evidenziato come uno degli insegnamenti centrali della rivelazione, perché, come abbiamo letto: "È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù d'opere affinché nessuno se ne vanti."  (Ef. 2, 8-9). La salvezza non è una merce di scambio: io faccio delle buone opere e in cambio tu mi garantisci la salvezza. La salvezza non si contratta. Dio non è un commerciante di prodotti che ci garantiscono un futuro di felicità e l'eternità. Dio è il nostro Padre celeste che dona tutto quello che ha per la sua creatura, che ci viene incontro, che si avvicina a noi e si dona in Cristo Gesù. 
     Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che l'apostolo Paolo dice che senza amore, senza carità non siamo nulla (1 Cor. 13) e che Giacomo afferma che la fede senza le opere è morta ( Giac. 2, 14-18).
     Fare opere di misericordia non è solo un atto di carità. Significa dare un valore diverso ai minimi fratelli di Gesù. Essi non sono dei poveretti che hanno bisogno del nostro aiuto. Sono nostri fratelli, carne della nostra carne. Essi sono la nostra umanità, la nostra realtà. E quello che facciamo verso di loro non è per calcolo, né per interesse, né per "farsi un tesoro nel cielo" (Mt. 19,21), ma è per vero amore, come espressione del nostro essere uomini e donne. Quelli che vivono in questo modo sono chiamati giusti.
La fede, dunque, è qualificata dalle nostre opere.

La quarta domanda è:
Di chi sta parlando il nostro testo, dei cristiani o dei pagani?
Io sono convinto che il testo parli dei pagani ma che sia un forte avvertimento alla fede dei cristiani.
     Il pastore Aldo Comba ha scritto nel suo libro "Le parabole di Gesù": "Se parla dei Cristiani, il significato è che non basta lodarlo a parole dicendo "Signore, Signore!" ma bisogna anche soccorrere i bisognosi. Ma probabilmente egli parla dei pagani. (…). Il pagano che non ha mai sentito pronunziare il nome di Gesù l'ha tuttavia ogni giorno davanti agli occhi nella persona del povero; e se egli accoglie il bisognoso, accoglie, senza saperlo, il Messia stesso. La mera ignoranza del nome di Gesù non è un impedimento alla salvezza per chi ama il prossimo… tanto è grande il potere dell'amore! La vera discriminante non è dunque tra chi accetta o meno una dottrina, ma tra chi pratica e chi non pratica l'amore del prossimo".
È un richiamo al doppio comandamento dell'amore: "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo è: "Ama il prossimo tuo come te stesso"  (Mt. 22,37-39).
     Alla fine del nostro testo c'è la condanna dei reprobi, dei malvagi, che vengono giudicati per il loro peccato di omissione. Essi non hanno né veduto né assistito i minimi della terra.
Che il Signore ci aiuti a far risplendere la nostra luce tirandola fuori da sotto il recipiente.
È scritto:"Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei Cieli" (Mt 5:16). Amen.
                                                                                               
Aldo Palladino

lunedì 19 ottobre 2009

Marco 2,1-12 Il paralitico di Capernaum


Note esegetiche e omiletiche

a cura di Aldo Palladino

 

Il testo biblico

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, 2 e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola.

3 E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. 4 Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 5 Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 6 Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: 7 «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» 8 Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? 10 Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, 11 io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». 12 Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».

 

BREVE INTRODUZIONE    

Nella prima parte del suo vangelo, dopo l'esperienza battesimale nel deserto della Giudea, Marco presenta il ministero di Gesù in Galilea (1,14), le sue opere e la sua predicazione del Regno di Dio che Gesù inaugura, proclama e incarna. Come tutti i vangeli, quello di Marco non è un'autobiografia di Gesù, non racconta una storia di Gesù, ma delle storie su Gesù che evidenziano la domanda sulla sua identità (4,41). In esse troviamo eclatanti risposte attraverso dimostrazioni di vera autorità e la reazione di vari gruppi e persone, che vanno dall'aperto contrasto e rifiuto, per difesa delle tradizioni, della Legge o per incomprensione, fino all'adesione o alla conversione.

Il testo che andiamo ad esaminare contiene un racconto di miracolo (quinto e ultimo di una serie che troviamo in 1,21-2,12) e un racconto di controversia (il primo di una serie di cinque controversie in 2,1-3,6), cioè una prima sezione con l'insegnamento e la guarigione, che annunciano il Regno di Dio, e una seconda sezione con la reazione non verbale degli Scribi. 

 

NOTE ESEGETICHE

 

v. 1.  Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa,

La comparsa del taumaturgo

     Il testo della Riveduta traduce diversamente la versione greca di questo versetto, che recita: "Ed essendo entrato di nuovo in Cafarnao, dopo (alcuni) giorni si udì che era in casa". Dunque, l'espressione "dopo alcuni giorni" non sembra connessa al precedente episodio della guarigione del lebbroso, che costringe Gesù ad appartarsi "in luoghi deserti" (1,45) per poi rientrare a Capernaum (o Cafarnao) senza farsi notare. Al contrario, essa si riferisce al periodo di tempo in cui Gesù restò nascosto in casa prima che la gente si accorgesse della sua presenza in città.

La casa è probabilmente quella di Pietro, dove Gesù abitualmente dimorava (Mc. 1,29).

Capernaum è la città dove Gesù si trasferì dopo aver lasciato Nazaret (Mt.9, 13). Matteo afferma che essa divenne "la sua città" (Mt. 9,1). Non si conoscono i motivi del trasferimento da Nazaret a Capernaum. È  certo che questa città ben si prestava a facilitare incontri e contatti con persone di ogni tipo. Infatti, Capernaum era città di agricoltori, artigiani, pescatori, commercianti, posta su una grande via di passaggio per Damasco. Dunque, città aperta ai traffici e alle novità di ogni tipo.

I Romani vi avevano una loro guarnigione ed avevano buoni rapporti con i suoi abitanti.

Gesù rivolse la sua predicazione alla gente di Capernaum; scelse diversi suoi discepoli tra i pescatori di quel luogo (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) e tra i pubblicani reclutò Matteo.

I suoi miracoli lo avevano già reso celebre e la sua presenza non passava inosservata, ovunque andasse.

 

v.2. e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola.

Una moltitudine

     Il nome di Gesù attrae una moltitudine di persone. Gente di varia estrazione, ma soprattutto gente malata, povera, che ha visto i suoi miracoli o ne ha sentito parlare, desiderosa di ascoltare questo nuovo Rabbì che predica con autorità il vangelo di Dio. Non mancano i curiosi e neanche i soliti scribi e farisei che si ritengono possessori e custodi della verità, che vogliono controllare, esaminare, giudicare il messaggio e le opere di Gesù.

Il nostro testo evidenzia il fatto che c'è talmente tanta gente che non c'è più spazio davanti alla porta. Ciò fa supporre che la casa fosse già piena. Questo versetto ci prepara all'azione del v. 4.

     Marco sottolinea che Gesù "annunciava la parola" (lògos) alla moltitudine. Questa espressione, presente in modo diffuso nel libro degli Atti, è una formula per indicare la predicazione cristiana (At. 4,29.31; 8,25 e molti altri versetti). Marco o qualche redattore deve averla inserita per stigmatizzare la missione di Gesù nella predicazione prima di accreditarlo come taumaturgo.

In effetti, dal nostro testo si comprende che la gente rimane ad affollare lo spazio dentro e fuori la casa per ascoltare la sua parola. Matteo (9,1-8) non fa cenno ad una predicazione. Luca 5,17 sostituisce la predicazione con un dialogo tra Gesù e un folto numero di farisei e dottori della legge.

 

v. 3. E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini.

L'incontro

     Qui inizia la vicenda miracolosa. Gesù non va incontro ai malati lì presenti, ma continua a parlare alla folla. A prendere l'iniziativa di incontrarlo per sottoporgli un paralitico sono quattro uomini. Non si conosce nulla di loro né il narratore ci fornisce indicazioni sul tipo di malattia. Tuttavia, il fatto che il paralitico fosse "portato" su un lettuccio (ved. v. 4) ci fa pensare ad una malattia totalmente invalidante.

 

v. 4. Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 

L'ostacolo

     La folla rappresenta un grande ostacolo all'avvicinamento delle cinque persone al taumaturgo Gesù.

La scala e il tetto, inoltre, completano le reali difficoltà che si presentano ai portatori del paralitico. Sono elementi che entrano nel racconto per evidenziare il valore della fede, che rende possibile l'impossibile (Mc. 9,23), ovvero che supera ogni tipo di difficoltà, compresa la barriera architettonica di un tetto le cui travi e relativo materiale di copertura (canne, rami, fango seccato) vengono rimosse per poter calare il lettuccio col paralitico nella stanza dove Gesù si trova.

Matteo elimina ogni traccia dell'ostinata fede dei portatori, mentre Luca è vicino al testo di Marco riguardo alle loro motivazioni. Per il tetto, Luca parla di "tegole" e non del "tetto a terrazzo", in linea con la sua cultura greco-romana.

 

v. 5. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati».

Fede-perdono-guarigione

     Gesù viene sollecitato all'azione dalla fede di quel gruppo di persone, che sono convinte che egli non sarebbe rimasto insensibile dinanzi a tanta determinazione e sofferenza. Infatti, la sua parola, prima rivolta alla folla, è ora indirizzata al paralitico, cioè a chi tra i presenti ha maggiormente bisogno di soccorso. Il lògos diventa qui relazione d'aiuto. Gesù si fa prossimo al paralitico e gli dice: "Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati" o, secondo una traduzione più appropriata e dalle implicazioni teologiche più profonde, "i tuoi peccati ti sono rimessi".

     Quali sono i peccati che Gesù intende qui perdonare? E perché parla di perdono prima della guarigione?

Bisogna precisare che Marco, a differenza di Paolo, presenta lo stato del peccato dell'uomo con l'espressione "i peccati", sempre al plurale. Dunque, Gesù non si riferisce ad un elenco specifico di peccati noti, ma al principio del peccato, che è il vero problema che affligge ogni essere umano ("tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio"- Rm. 3,23). Da questo punto di vista, la malattia del paralitico è segno di frattura e di disarmonia, di guasto. La malattia, prima ancora di portare alla morte,  impedisce una corretta vita di relazione, quindi genera solitudine o isolamento; come il peccato, che crea scompiglio nella vita spirituale e morale, che paralizza la nostra personalità, che ci separa da Dio e dal prossimo. Perdonando i suoi peccati, Gesù riconosce la fede testimoniata del paralitico, che viene per questo restituito alla sua libertà di vivere una vita in armonia con se stesso e con gli altri.

Secondo Rèmi Brague (filosofo francese), il concetto di perdono, infatti, è qualcosa di umano che concerne le relazioni, mentre la remissione dei peccati può venire unicamente da Dio. Così egli scrive: "Infatti, quando qualcuno mi perdona un torto commesso nei suoi confronti, per quanto io sia il colpevole, cessa di considerarmi malvagio e definitivamente macchiato da questa colpa. Mi "lascia una possibilità", ma non fa granché d'altro. Certo, può distogliere lo sguardo da ciò che ho fatto, cercare di dimenticare per guardare solo al futuro. Ma non può cambiarmi, né può cambiare il mio "cuore". Non può darmi la libertà di non peccare più. Solo Dio ne è capace, ed è proprio quello che fa rimettendo i miei peccati. La remissione è una liberazione".

     Leggendo il testo biblico è un errore pensare, come riteneva la scuola rabbinica, che Gesù intendesse qui fissare il principio che ogni malattia sia conseguenza di qualche peccato personale. Ci sono altri racconti di miracolo in Marco in cui il peccato non è menzionato e, dunque, è legittimo pensare che Gesù non seguisse la teoria retributiva peccato-malattia.

Occorre, tuttavia, segnalare che su tale argomento alcuni esegeti hanno formulato l'ipotesi di una linea evolutiva del pensiero di Gesù, che prima mostra di collegare peccato e malattia secondo la tradizione ebraica attestata dall'A.T. (ved. l'episodio del paralitico di Betesda (Gv. 5,1-16) e quello che stiamo esaminando di Mc. 2,1-12) e poi va nella direzione opposta (ved. l'episodio dell'uomo nato cieco (Gv. 9,1-3), dove il nesso peccato-malattia viene spezzato in modo inequivocabile. Anche gli episodi di Lc. 13,2-3 (l'uccisione di Galilei da parte dei romani) e di Lc.13, 4-5 (l'incidente della torre di Siloe) sono la negazione di un rapporto conseguenziale  tra le sciagure che si abbattono sugli uomini e il peccato personale. 

    Così, Gesù si (im)pone come giudice di una società, in cui determinati poteri governano con un'erronea ideologia e con una mentalità disumana, e come riformatore che crea l'alternativa allo status quo.

     Alphonse Maillot (ved. la citazione bibliografica) sottolinea che Gesù in questo episodio reca il messaggio liberatorio nei confronti di tutti i malati. Per infrangere secoli, millenni di superstizioni affronta la catena che teneva legata la malattia con il peccato. Gesù non intende risolvere il problema teologico, perché sono gli uomini che lo interessano, la loro situazione, le loro sofferenze e, soprattutto, lavora per evitare che l'uomo non provi più un senso di colpa quando si ammala. Peccati e malattie sono cose ben distinte: i primi rientrano nella sfera dell'evangelo e le malattie nella competenza del medico.

Dunque, la dichiarazione di Gesù: " Figlio, i tuoi peccati ti sono perdonati" produce il primo effetto di provare che, nonostante il perdono dei peccati, il paralitico rimane paralitico. Per un breve lasso di tempo, Gesù fornisce la dimostrazione non solo che la causa della malattia non era la colpa, ma che egli aveva sia il diritto di dimostrarlo sia il potere di perdonare i peccati.     

 

vv. 6-7. Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?»

La controversia

     La reazione degli scribi non si fa attendere: "Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?" . Il nodo della questione viene fuori: gli scribi non tollerano che Gesù si metta al posto di Dio, in aperto contrasto, secondo loro, con tutto ciò che Dio aveva comandato. Ergersi contro l'autorità di Dio è anarchia e rivoluzione, pura bestemmia. Significa spazzare via tutte le condizioni e le mediazioni che Dio aveva stabilito per poter perdonare e togliere i peccati agli uomini, e cioè: 1) essere sacerdoti; 2) fare un sacrificio; 3) effettuare il sacrificio nel Tempio; 4) attendere lo Yom Kippur, il giorno del gran perdono; 5) avere un vero pentimento ("senza pentimento non c'è perdono").

Senza una di queste condizioni, il perdono non poteva essere concesso. La posta in gioco era enorme.

In effetti, Gesù qui intende smantellare il culto e la religione d'Israele, perché "in sostanza dichiara: "D'ora innanzi il vero, l'unico sacerdote sono io! L'autentica, unica vittima sono io! Il solo autentico Tempio sono io! E lo Yom Kippur sono tutti i giorni in cui verrete a me! Il vero pentimento, tutte le volte che mi darete fiducia". Tutto il Nuovo Testamento confermerà quest'interpretazione.

 

vv. 8-9. Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"?

La domanda

     Gesù non riprende severamente gli scribi. Il suo compito non era quello di fare il moralista, ma di manifestare la vita nuova e la speranza di realizzarla. A questo fine egli pone la domanda: "Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? Che cosa dunque è più facile riconoscere: il suo diritto di perdonare e giudicare o il suo potere di guarigione? Ovviamente è più facile riconoscere il potere di guarigione, perché da diverso tempo lo esercitava. L'altro potere, di perdonare i peccati o di giudicare, non era riconosciuto a nessun uomo, poiché secondo la concezione giudaica esso appartiene soltanto a Dio.

Qui di fatto Gesù lo rivendica come proprio, anche con una sua valenza squisitamente umanistica. E' come se avesse detto: "Se mi avete creduto mentre facevo guarigioni, se pensavate che le facevo per un fine di bene e non per un interesse personale, perché ora mentre considero innocente l'ammalato pensate che bestemmi? In che cosa è meglio credere: nell'utilità di una guarigione fisica o nella necessità di modificare la mentalità dominante?". In tal modo, Gesù più che proporsi come guaritore, offre la possibilità di ben più grandi e decisive liberazioni, finalizzate al bene dell'uomo, al superamento delle contraddizioni presenti in ogni contesto umano e alla rottura delle catene che tengono prigioniero il pensiero e la vita.

 

vv. 10-11. Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati,  io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua».

L'autorità del Figlio dell'uomo

     Per la prima volta nel vangelo di Marco appare la definizione di Gesù come Figlio dell'uomo, un titolo cristologico della prima tradizione cristiana, che considera l'azione di Gesù dal punto di vista della sua missione (Mc. 10,45; Mt. 11,19; Lc 7,34; 19,10), del suo invito alla sequela (Mt. 8, 20; Lc. 9,58; 6,22) e della potestà derivante dalla sua morte e risurrezione.

Il profeta Daniele (7,13) lo aveva preannunciato come una figura apocalittica, escatologica, a cui vengono dati dominio, gloria e regno, perché tutti i popoli della terra lo servissero. Qui Gesù mostra l'autorità di rimettere i peccati e per questo il potere di guarire. La guarigione è la dimostrazione di quella autorità, ma anche l'atto finale, direi obbligato, di quell'episodio che dava solidità all'intera strategia di Gesù, finalizzata allo smantellamento della religione d'Israele.

 

v. 12. Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».

La chiusa

     Il finale della narrazione ci lascia alquanto perplessi circa la reazione dei presenti. Il paralitico, che in tutto il racconto è un personaggio silenzioso, non dice una parola di ringraziamento, ma prende il lettuccio e, guarito, scompare dalla scena. Non sapremo mai cosa abbia capito di quel dibattito, ma all'ordine di Gesù di alzarsi e andare a casa ubbidisce.

Gli amici portantini del paralitico sfumano nella folla presente. Degli scribi non si dice più nulla. Ma si racconta dello stupore generale della folla, che glorifica Dio.

Matteo (9,8) sottolinea che le folle glorificavano Dio, che aveva dato tale autorità "agli uomini". Ciò dimostra che il popolo non aveva piena comprensione della messianicità di Gesù.

Luca riferisce che il paralitico andò via glorificando Dio e che la folla glorificò Dio, stupita e spaventata, a differenza di Marco che parla solo di stupore.

 

 

UNA RIFLESSIONE PER LA PREDICAZIONE

     L'esegesi del testo ci ha fornito sufficienti elementi per impostare una riflessione che diventi predicazione.

La fede dei portantini e la sofferenza del paralitico riescono ad attrarre l'attenzione di Gesù. Sempre nei vangeli fede e sofferenza scuotono Gesù e lo impegnano a dare risposta a chi chiede aiuto. La sua compassione per i malati e i poveri è risaputa, perché ogni situazione è la punta dell'iceberg di un'umanità che ha bisogno di essere guarita e di essere salvata dal male e dal peccato.

La malattia del paralitico, la paralisi, è l'allegoria della condizione umana che vive imbrigliata nelle catene  di una religione legalistica, formale, fatta di riti e prescrizioni minuziose, o di condizionamenti socioculturali che rendono sterili e freddi le relazioni umane. Il cammino dell'uomo è impedito da tanta zavorra.

L'uomo ha bisogno di amore, di autenticità e di riconoscimento della propria dignità a prescindere dallo stato sociale, dal colore della sua pelle, dal sesso, dalla nazionalità, dalla sua cultura. Gesù risponde avendo fede nella piccola fede espressa dai gesti dei tanti disperati che accorrevano a lui e mostra di essere dalla loro parte.

In effetti, Gesù libera e guarisce attraverso il perdono; egli insegna il perdono non esprimendo un concetto, ma un atto che concretizza mediante una scelta: entrare in contrapposizione con la cultura dominante che relega il malato ai margini della società. Gesù solidarizza col paralitico e gli ridà la capacità di camminare con i suoi piedi, a testa alta, non più come individuo ma come persona, una persona amata e riconosciuta, finalmente.

Forse dovremmo riscoprire il perdono per riprendere le relazioni (inter)rotte con l'altro per rimuovere quella sofferenza prodotta da sentimenti sbagliati quali l'avidità, fonte di tutti i veleni, la gelosia, l'egoismo, la superbia, il desiderio di prevalere e dominare, il desiderio di vendetta o rivalsa, ecc. Il perdono è solo il primo passo cruciale contro l'inquinamento interiore, contro quei sentimenti malefici che intossicano l'animo e di conseguenza la vita. Per questo motivo, credo che dare risalto all'autorità di Gesù e alla sua azione sia importante come principio fondante della libertà che ci è stata donata per servirlo nella piena comunione con quanti credono in Lui.
Aldo Palladino

 

Altri testi di appoggio

Isaia 43, 25; Ef. 4,22-32 oppure Col. 3,5-13

 

Bibliografia

Rudolf Pesch. Commentario teologico del NT-Il vangelo di Marco. Paideia Editrice

Lamar Williamson. Marco. Claudiana

Gunther Dhen. Il Figlio di Dio. Claudiana (1950)

Il Nuovo Testamento Annotato. I vangeli sinottici: Marco. Editrice Claudiana

Vito Mancuso. Il dolore innocente. Oscar saggi Mondadori

Rémi Brague. Il Dio dei cristiani. L'unico Dio? Raffaello Cortina Editore

Alphonse Maillot. I miracoli di Gesù. Claudiana   

martedì 1 settembre 2009

Giovanni 8,1-11 La donna adultera



Giovanni 8:1-11
La donna adultera

Predicazione di Aldo Palladino

II testo biblico
1 Gesù andò al monte degli Ulivi. 2 All'alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva.
3 Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, 4 gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. 5 Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?» 6 Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. 7 E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». 8 E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. 9 Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. 10 Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» 11 Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va' e non peccare più».

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Gesù va oltre la Torah


     Questo testo ci presenta uno degli episodi più sorprendenti e significativi di tutto il ministero di Gesù. Sorprendente perché ci rivela come Gesù risolve il caso che gli viene presentato, la storia della donna sorpresa in flagrante adulterio, e significativo perché ci fa capire in maniera inequivocabile lo scopo della sua missione, che è quello di manifestare la misericordia di Dio, la sua grazia, il suo perdono.

     Stranamente questo racconto, che proviene da un’antica tradizione, storicamente incontestabile, è stato omesso nei più antichi manoscritti greci e in alcune delle più antiche traduzioni. Si trova in alcuni manoscritti dell’antica versione latina (la Vetus Latina), nella Vulgata, nel lezionario siro-palestinese e nella versione etiopica. Con certezza non faceva parte del primitivo vangelo di Giovanni. Tutto questo perché i dirigenti della Chiesa antica, che si sforzavano di inculcare una severa disciplina, soprattutto in materia di adulterio, hanno preferito omettere questo episodio, in cui Gesù poteva sembrare troppo indulgente.
Ma, andiamo al racconto biblico.
Siamo nel Tempio di Gerusalemme, dove Gesù insegnava alla folla che puntualmente si raccoglieva intorno a lui. E gli scribi e i farisei, tradizionali oppositori, valutano che quella è un’ottima occasione per mettere in difficoltà Gesù. Il nostro testo dice “per metterlo alla prova, per poterlo accusare” (6). Così, gli portarono una donna, che era stata sorpresa mentre commetteva adulterio.
“Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare tali donne. Tu che ne dici?”

A volte le leggi possono presentare delle difficoltà interpretative. Non era questo il caso. Nessun dubbio che si trattasse di punire con la morte la donna infedele (come anche l’uomo a cui si era unita; ma il maschietto qui non c’è); nessun dubbio, “Dio lo vuole”.
Gesù non risponde subito. Si china e si mise a scrivere col dito sulla terra.
Cosa pensava Gesù in quel momento? 
Forse vedeva riflessa la fragilità e la debolezza di quella donna in tutti i presenti. Ci vedeva tutti incapaci di fedeltà come quella donna. E forse ci vedeva tutti oggetto dello sdegno di quegli uomini del tempio – noi diremmo di chiesa-, che sanno solo dire “sta scritto” e mai si sforzano di sapere che cos’è il vero bene, chi è, e che cosa vuole, il vero Dio per l’essere umano. In quella scena vedeva tutti noi, che il più delle volte con la verità della parola di Dio abbiamo un rapporto ambiguo: o la tradiamo per giustificare le nostre idee e i nostri comportamenti, oppure la usiamo per accusare gli altri, per giudicare e condannare. Questi siamo, e Gesù lo sapeva. E scriveva sulla terra. Toccava con mano la nostra miseria, e toccava la terra di cui siamo fatti.

     C’è una donna infedele, un gruppo di teologi accusatori e la Sacra Scrittura. E i teologi ricordano a Gesù che secondo la Scrittura la donna deve essere uccisa. Mettono il dito nella piaga, vogliono vedere fino a dove si spinge il suo nuovo annuncio, la sua buona notizia su Dio, il suo evangelo. Così gli chiedono: “Tu che ne dici?”, come a dire, “vediamo chi è più importante per te, se questa donna adultera o la legge di Dio, la Torah”. Vediamo fino a dove arriva la tua eresia, questo tuo smodato amore per gli uomini. Quanto a loro avevano studiato bene, erano teologi ortodossi, di quelli che hanno solo certezze e nessun dubbio. Gente sicura. Uomini pronti per cariche importanti.
Ma Gesù scriveva per terra. Cosa scriveva? Non lo sapremo mai, ma qualcuno ha osato pensare che Gesù stava scrivendo: “...ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato” (Deut. 24,16b). 
Girolamo ha pensato che scrivesse il testo di Ger. 17,13: “Quelli che si allontanano da te saranno scritti nella polvere” 
Poi però “siccome continuavano a interrogarlo, alzò la testa e disse: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra”. 
Silenzio di tomba. Le parole di Gesù lavorano in profondità e i presenti, gli accusatori della donna, si sentono accusati dalla loro coscienza a tal punto che le pietre vengono deposte e dal più vecchio al più giovane vanno via.
Altre pietre saranno riprese alla fine di questo capitolo 8 per essere tirate contro Gesù, anche quelle pietre non raggiunsero l’obiettivo perché Gesù si nascose e fuggi dal tempio. 
Alla fine del nostro episodio, Gesù, rimasto solo con quella donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» 11 Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va' e non peccare più».

Gesù non dice una sola parola che possa significare attenuazione della colpa della donna, ma neanche la condanna, perché Gesù non è venuto per condannare , ma per salvare. Egli non giudica la donna, ma completa l’antica legge e la supera, va oltre la lettera della norma. Posto di fronte alla scelta se stare dalla parte della regola legalistica della Torah o dalla parte della donna, Gesù fa la scelta coerente con la sua vocazione e la sua missione: stare dalla parte della donna adultera, simbolo di un’umanità fragile, sofferente, vittima del peccato.

Possiamo dire che la via dell’amore di Dio, via di compassione e misericordia, qui infrange la religione dell’obbedienza legalistica, spesso spietata e senza cuore.
Più importante per Gesù è rimettere in cammino quella donna verso una vita nuova: “…va' e non peccare più”. Gesù le indica una strada, non un tribunale.

Fratelli e sorelle, quali insegnamenti possiamo trarre da questo episodio della donna adultera? 

Il cuore del cristianesimo
1º) Ciò che distingue il cristianesimo da ogni altra religione è il suo antropocentrismo teologico, cioè il fatto che l’uomo, l’umanità, è al centro dei pensieri di Dio, che Dio vuole il bene dell’uomo. Giovanni 3,16 ci ricorda che “Dio ha tanto amato il mondo [l’’umanità] che ha dato il suo Unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna”.
Quindi chi afferma l'esistenza di un amore per Dio senza traduzione immediata nell'amore per l'uomo, non pensa cristianamente; come allo stesso modo non pensa cristianamente chi afferma l'esistenza di un amore per l'uomo che non sia stato generato dall'amore di Dio (cioè dall'amore del Bene)" (Vito Mancuso, Rifondazione della fede; Oscar Saggi Mondadori).
La fede cristiana è vera se è impregnata di amore per Dio e per l'uomo. Il Dio cristiano è colui che ha legato interamente se stesso alla vita degli uomini, di ogni singolo uomo e di ogni singola donna. E noi cristiani siamo chiamati ad esprimere la nostra fede schierandoci dalla parte di donne, uomini, bambini, tanto più se poveri, indifesi, oppressi, estromessi dalla vita sociale, ai senza diritti schiacciati dallo strapotere dei più forti. 
Kant diceva: "Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai come semplice mezzo" (Immanuel Kant, Fondazione della fisica dei costumi).
Per Tommaso d'Aquino la persona non può mai essere strumentalizzata, perché la persona umana non è mai mezzo ma fine (Inos Biffi, San Tommaso d'Aquino. Il teologo. La teologia).

Non giudicare  
2º) Per quanto riguarda i rapporti interpersonali, bisogna sempre stare attenti a non ergersi giudici di altri, perché come scrive l'apostolo Paolo: "… chiunque tu sia che giudichi, sei inescusabile; perché nel giudicare gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi, fai le stesse cose. Ora noi sappiamo che il giudizio di Dio su quelli che fanno tali cose è conforme a verità. Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio?" (Rom. 2, 1-3).
E Giovanni ricorda: "Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Giov.3,17).
E Giacomo: “ Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?” (Gc. 4,12).
D’altra parte, fratelli e sorelle, dobbiamo ricordare che tutte le volte in cui puntiamo il dito contro una persona ne abbiamo quattro che sono rivolti verso di noi. 
Gesù disse: "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave nell'occhio tuo?" (Mt. 7,3)

Aiutare a crescere nella fede e nell'amore 
3º) Dobbiamo prendere in seria considerazione il fatto che anche noi, discepoli del Maestro, abbiamo il compito di aiutare gli altri a crescere nella fede e nell’amore, ma mai a porre su di loro dei pesi o essere delle pietre d’inciampo che ostacolano il loro cammino, la loro crescita. La figura del Pastore di cui abbiamo letto del Vangelo di Giovanni ci offre il quadro bucolico di Gesù che ama e cura le sue pecore, e le difende da tutti i mercenari che rubano e depredano.
Impariamo dunque ad agire come Gesù, per accogliere quelli che Dio ci pone sul nostro cammino, non per giudicarli ma per curarli e amarli come Lui ha fatto e fa con ciascuno di noi.


                                                                                                Palladino Aldo