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sabato 25 dicembre 2010




Michea 5, 1-4a


Natale: tempo di scelte, di cambiamento

Predicazione del Past. Stefano D'Amore

Tempio Valdese
C.so Vittorio Emanuele II, 23 - Torino
Natale 2010

Test biblico
1 «Ma da te, o Betlemme, Efrata,
piccola per essere tra le migliaia di Giuda,
da te mi uscirà
colui che sarà dominatore in Israele,
le cui origini risalgono ai tempi antichi,
ai giorni eterni.
2 Perciò egli li darà in mano ai loro nemici,
fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà;
e il resto dei suoi fratelli
tornerà a raggiungere i figli d'Israele».
3 Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE,
con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio.
E quelli abiteranno in pace,
perché allora egli sarà grande fino all'estremità della terra.
4 Sarà lui che porterà la pace.


Cambiamento
Domenica scorsa la scuola domenicale ci ha portato un messaggio importante: Natale significa non aver paura di cambiare. Ci hanno detto che il cambiamento è un aspetto importante della nostra vita e della nostra fede, ci hanno detto che cambiando si può crescere.
Anche il passo di oggi parla di cambiamento. Le parole di Dio nella bocca di Michea sono proprio la promessa di una trasformazione della realtà, di qualcuno di nuovo che sta per arrivare, di qualcosa di diverso e rassicurante che sta per succedere.
Dopo un tempo di sofferenza, il giusto tempo per "scontare" le trasgressioni che finora il popolo aveva compiuto, il giusto tempo perché egli nasca e cresca… da un piccolo villaggio di periferia, allo stesso modo del grande e in eguagliabile re Davide, uscirà il Messia. Con la forza e con la maestà del Signore, il nuovo re governerà Israele, pascolerà il suo gregge, difenderà i suoi confini e sarà conosciuto fino alle estremità della terra.

Contesto
Se pensiamo a ciò che il popolo stava vivendo in quegli anni questo è davvero un fortissimo messaggio di speranza. L'invasione degli Assiri è alle porte e la corruzione interna è degenerata. Il tessuto sociale non tiene più, le diffamazioni e i rancori crescono. La crisi è evidente e schiacciante. Chi governa non è all'altezza della situazione e ha abbandonato la via dell'onestà; il popolo è deluso e sfiduciato.
Nasce in questo modo un'attesa che va al di là del presente, la speranza che Dio faccia qualcosa di inedito, che riparta da zero e invii qualcuno che sappia portare pace e serenità.

Attualità disarmante
Certo, diciamo pure che l'attualità del libro di Michea è quasi disarmante. Ci troviamo chi amministra con la menzogna e strappa diritti e speranze alle persone più deboli, chi si fa scudo con la religione e ritiene di poter dire che Dio è dalla sua parte e che per questo nulla gli potrà accadere, chi invoca azioni forti e magari repressive per risolvere i problemi e cambiare pagina. Ci troviamo una grande crisi, un popolo disorientato, calpestato e sfiduciato.
Una fotografia poco distante, se vogliamo, dall'Italia e dal mondo di oggi.

Promessa di liberazione
Proprio in quel mondo arriva la promessa contenuta nei nostri versetti. Come fosse fuori posto, fuori tempo, quasi uno scherzo di cattivo gusto.
Quello che forse più di tutto deve aver colpito chi ascoltava le sue parole e colpisce ancora noi oggi è la distanza e il contrasto tra la promessa di Dio, che Michea trasmette, e la realtà vissuta dallo stesso Israele.

Il contrasto di un Dio che annuncia la liberazione e la venuta di un salvatore proprio nel momento in cui il popolo si confronta con le violente invasioni degli Assiri a cui seguono e seguiranno flussi di rifugiati e deportazioni.

Il contrasto di un Dio che annuncia alla gente contadina di Betlemme-Efrata che sarà da loro che uscirà il salvatore promesso, proprio nel momento in cui la frattura sociale interna è grande e le famiglie di questo piccolo villaggio sono considerate inutili, snobbate e derubate dalle grandi personalità della vicina capitale Gerusalemme.

Il contrasto di un Dio che annuncia la riunificazione e l'unità di tutto il popolo proprio quando questo è ormai irrimediabilmente diviso, in due regni antagonisti, e che uno dei due sta per essere annientato.

Il contrasto di un Dio che annuncia un regno di pace proprio mentre il popolo di Israele vive e soffre la guerra.

E non dimentichiamo il contrasto tra la proclamazione della promessa e la sua realizzazione concreta. Se Michea aveva in mente Gesù di Nazareth…sarebbero passati ancora 700 anni prima del suo arrivo.

Come si può annunciare la speranza in un tempo di crisi? Com'è possibile festeggiare il Natale e annunciare buone notizie con la guerra che ti circonda o che ti tocca, con la fame che ti circonda o che ti tocca, con lo sconforto e la delusione che ti circondano o che ti toccano?

Messaggio per il presente
Io credo che la qualità di Michea, come di ogni profeta che si lascia attraversare da una parola esterna, dalla Parola di Dio per il suo popolo, non è tanto (o non solamente) quella di avere una visione e lanciare lo sguardo al futuro, ma principalmente quella di non staccare gli occhi dal presente.
Chi semplicemente desidera o promette cose belle e buone per il domani, o chi si fa ostaggio delle cose belle e buone che sono rimaste nel passato, chi insomma chiude occhi e orecchie per evadere e immaginare qualcosa di nuovo e rilassante, non è profeta.
Michea e non solo lui ci insegna che ogni profezia, ogni rivelazione, ogni messaggio di speranza e di pace è legittimo se nasce dalla conoscenza della realtà, dalla ostinata voglia di non passarle di fianco, ma di incontrarla. La vera promessa di novità passa prima dal riconoscere nella realtà ogni ingiustizia, ogni sopraffazione, ogni violenza. Solo avendo visto e riconosciuto questo si può ricevere, vivere e comprendere la promessa di un rovesciamento di questa realtà. Solo guardando in faccia e chiamando per nome senza paura ogni sopruso, ogni utilizzo assoluto del potere, ogni negazione della dignità, solo così saremo preparati ad accogliere e annunciare la venuta di un mondo nuovo, la grande novità di Dio per noi.

Già, ma di che novità si tratta?
Nel nostro modo di pensare ciò che è vecchio si butta e viene sostituito da ciò che è nuovo. Spesso ciò che è nuovo viene già sostituito da ciò che è nuovissimo. La novità è all'ordine del giorno, abbiamo fatto l'abitudine ad avere vicino o addosso sempre cose nuove.
A volte abbiamo quasi la mania di rinnovare: il repertorio, la cucina, le istituzioni. Forse siamo anche convinti che cambiare più velocemente (gli oggetti, le leggi, il cellulare) sia un segno di miglioramento.
Ma la novità di Dio non è questa. Oggi, il giorno di Natale, noi non siamo qui per dare una rimodernata alle nostre abitudini. Il Natale non è rinnovare casa, è rivoluzionare la propria vita.
Ogni anno noi partecipiamo a questo culto non perché possiamo uscire tra un'ora scarsa avendo dato una ritinteggiata alla nostra fede, o perché possiamo sperare di rimettere in piedi ciò che nella nostra vita barcolla, o per ricevere il messaggio che "sì ce la si può fare a raddrizzare un po' la nostra chiesa, i nostri rapporti interpersonali, le cose che non ci vanno tanto bene". In quante occasioni pensiamo che con un po' di buona volontà possiamo, dobbiamo impiegare tutte le nostre energie a raddrizzare la struttura che si piega. C'è chi propone di farlo con un po' di stucco e chi con un po' di polso e di fermezza, ma l'effetto rischia di essere sempre quello: un'imbiancata annuale, una rispolverata dagli effetti precari.
Lo facevano i regnanti al tempo di Michea, lo continuavano a fare Erode e i capi del popolo sette secoli dopo, continuiamo a farlo noi oggi: riporre la fiducia in ciò che ristabilisce l'ordine e la consuetudine, affidarsi a chi mostra i muscoli perché più qualcuno è potente più sarà all'altezza della situazione. La nostra sicurezza sta nella grandezza, nella ricchezza e nella capacità di ritornare a ciò che definiamo "normale", proprio come il popolo di Michea riponeva la fiducia nella forza militare, nella propria capacità di produrre ancora nuovi capi politici e religiosi che sappiano far cessare la violenza imponendo una volta per tutte la propria forza, il proprio potere.

Il Natale secondo Dio
Ma la novità di Dio è altro. Il potere nel pensiero biblico è un servizio, è la possibilità che Dio ci dona per costruire il bene comune. Se chi ha la responsabilità di esercitare un potere (perché gli è data questa responsabilità) ne fa un'arma per realizzare se stesso, per imporre gli interessi personali o della propria categoria, chiude la porta alla giustizia e la apre alla corruzione. Questo vale per tutti e per tutte, in ogni ambito. Quando il potere dei governanti non è esercitato per la realizzazione della giustizia e per la pace; quando il potere dei responsabili religiosi o ecclesiastici non è esercitata nell'ascolto di Dio e della sua volontà; quando il potere che ciascuno e ciascuna di noi può avere e ha nella vita privata e in quella pubblica non è corretto non è responsabile, non comunica amore. Quando tutto ciò accade ecco che viene Natale, ecco che Dio interviene inviando suo figlio.
In questo invio, lo abbiamo sentito dalle letture, non c'è nulla di consueto. Tutto viene ribaltato.
Il futuro re non uscirà dalla famiglia regnante, ma da un ramo secondario momentaneamente dimenticato, da un villaggio di campagna e di periferia. Chi pensa che il proprio centro sia anche il centro di Dio è fuori strada.
La scelta di Dio, il suo modo di ripartire, davvero ci spiazza ancora una volta: la forza si realizza nella debolezza, il piccolo è preferito al grande, il disprezzato all'orgoglioso, la campagna è privilegiata rispetto alla città, la periferia al centro.
Ma chi mai può ascoltare un messaggio come questo, che va contro ogni logica?

Fratelli e sorelle,
forse siamo chiamati ad essere un po' come i sapienti che vengono dall'oriente. Nella Gerusalemme capitale, nel centro della vita religiosa e politica del popolo di Israele, nella routine faticosa, deludente e rumorosa che non è più in grado di ascoltare, sono proprio loro, gente venuta da lontano, studiosi degli astri, lontani dalla cultura e dalla fede ebraica, sono proprio loro, quelli da cui meno ce lo aspetteremmo, che senza remore si lasciano guidare dai segni di Dio e riconoscono nel bambino il Re dei Giudei.
Ma come? Dio sceglie un banale bambino nato in periferia, lontano dai palazzi della nostra città, un amico dei pescatori, uno che sarà perseguitato dai potenti e crocifisso? Questa è la risposta di Dio alle attese del suo popolo? Non era certo questo che si aspettava chi leggeva da 700 anni le parole di Michea. Non è certo questo che si aspettano oggi un gran numero di credenti che vorrebbero che Dio imponesse la sua forza e la sua pace e che magari sono pronti a dargli una mano.

Ma questo è il Dio vivente che oggi ci viene annunciato e in cui noi crediamo.
È un Dio che non ha voluto provocare un evento spettacolare, ma ha scelto un fatto piccolo, semplice, e consueto per rivelarsi.
È un Dio che si mostra come è ai piccoli, che quando si mostra a potenti e ai prepotenti, questi pur vedendolo non lo capiscono perché i valori che governano la loro vita gli impediscono di vedere il Salvatore.
È un Dio che non sopporta che la giustizia e l'equità si allontanino dal suo popolo. Per questo chiede ai suoi servitori di denunciare a voce alta l'ingiustizia.
È un Dio che conosce bene il nostro animo sfiduciato e ci chiede la nostra fiducia. Ci invita a lasciarci governare da Lui, a credere che da un bambino figlio di profughi nascerà colui che cambierà con un messaggio d'amore il mondo.

E se il Natale fosse altro che questo: un giubileo annuale per valutare e valutarci alla luce delle scelte spiazzanti di Dio che preferisce la periferia, l'umiltà, la piccolezza? Augurare "Buon Natale" avrebbe allora un sapore diverso, sarebbe come dire "Buona verifica!" "Ti auguro con tutto il cuore che aprendoti a Dio tu possa scoprire che la tua vita è toccata dal suo messaggio, che è pronta a farsi cambiare e a lasciarsi guidare da un Dio che ti afferra e ti converte". "Buona valutazione!"

Oggi è Natale, il giorno in cui festeggiamo l'Emmanuele. Quante volte abbiamo interpretato il nome Emmanuele come "Dio è con noi", sentendoci portatori di verità e intendendo che, come in un'equazione, se è "con me" probabilmente non sarà "con loro". Ma ci è andata male, perché Dio non è "con noi" ma è in "mezzo a noi".
Fratelli e sorelle,
la Parola di Dio, Dio stesso non è rimasto nei luoghi altissimi, ma è sceso in mezzo a noi perché quando guardiamo a lui non dovessimo alzare lo sguardo alle nuvole ma lo tenessimo ad altezza umana, fissi su questa terra. Dio è sceso in mezzo a noi per immergersi nelle nostre quotidianità e ripartire insieme a noi, per impiegarci nei suoi progetti di vita e di pace. Che ogni giorno noi possiamo riconoscere che Gesù è colui che aspettavamo, che è la presenza di Dio sulla terra, che è la novità di Dio che ci spiazza. Che ogni giorno noi possiamo dire, insieme a Pietro il discepolo, "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente".
Amen.
                       Stefano D'Amore

mercoledì 1 dicembre 2010

Matteo 24:1-14

Il discorso apocalittico

Meditazione di Aldo Palladino

 

Il testo biblico
1
 Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. 2 Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
3 Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si avvicinarono in disparte, dicendo: «Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?»

4 Gesù rispose loro: «Guardate che nessuno vi seduca. 5 Poiché molti verranno nel mio nome, dicendo: "Io sono il Cristo". E ne sedurranno molti. 6 Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. 7 Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; 8 ma tutto questo non sarà che principio di dolori. 9 Allora vi abbandoneranno all'oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. 10 Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. 11 Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. 12 Poiché l'iniquità aumenterà, l'amore dei più si raffredderà. 13 Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 14 E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine.

 

***

 

Questo brano della Scrittura è l'inizio del discorso "apocalittico" di Gesù (dal greco apokalypto, rivelare, svelare) che segue i canoni dell' "apocalittica giudaica", quel genere letterario che fiorì dal 200 a.C. fino al 135 d.C., avente lo scopo di sostenere la fede dei credenti, incoraggiandoli a far fronte a situazioni e momenti difficili della loro storia.

Secondo quello che ci racconta l'evangelista Matteo, i discepoli di Gesù in privato chiedono al loro Maestro spiegazioni sul tempo della fine, che sarebbe iniziato con la distruzione del tempio di Gerusalemme. Tuttavia, quando Matteo scrive il suo vangelo, il tempio era già stato distrutto nel 70 d.C. dalle truppe del generale romano Tito. Questo dato ci permette di comprendere come mai non venga data risposta alla prima parte della domanda dei discepoli "Dicci, quando avverranno queste cose", riferita alla distruzione del tempio, mentre venga sviluppata solo la seconda parte " …e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?".

     Nel suo resoconto, Matteo rievoca i fatti accaduti accentuando la curiosità dei discepoli, che si è accesa probabilmente quando Gesù nel tempio, al termine della lunga polemica con i suoi oppositori, scribi e farisei, ha detto: " Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta" (23:38), riferendosi o al tempio o a Gerusalemme o anche alla stirpe di Davide.  Poi, rincarando la dose, fuori dal tempio, Gesù, rispondendo ad una sollecitazione dei discepoli, ha anche aggiunto: "Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata" (24:2). Lo stupore, la preoccupazione dei discepoli è forte. Ci sembra di sentire le loro osservazioni: "Maestro, come può accadere che queste costruzioni così imponenti siano distrutte? Esse sono la casa dell'Eterno! Qui c'è la nostra storia, la nostra sicurezza religiosa e politica. Il tempio rappresenta la vita e l'unità del popolo d'Israele!". "Sei sicuro di quello che dici? Quando e come avverrano queste cose?".

E la risposta di Gesù arriva puntuale con un incipit che potrebbe essere una chiave di lettura di tutto il suo discorso: "Guardate che nessuno vi seduca".

 

Insegnamenti da cogliere

Occorre cogliere bene il senso del discorso di Gesù perché, mentre i discepoli sono interessati a conoscere il "quando" e il "come" dei tempi della fine, la vera preoccupazione di Gesù è incentrata sul tempo presente, sui pericoli ai quali i discepoli sarebbero andati incontro, per prepararli ad affrontare il cammino cristiano con un serio impegno e con speranza.

Un primo insegnamento che cogliamo dalle parole di Gesù, quando afferma che del tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra, è che tutto ciò che ai nostri occhi sembra sicuro, indistruttibile, immutabile deve essere rivisto con l'ottica della precarietà. Non c'è nulla di definitivo e stabile sulla terra. Tutto è mutamento, cambiamento. La nostra vita passa. Civiltà intere sono passate. Una generazione dopo l'altra è passata. A che cosa ci aggrappiamo, dunque? Qual è il fondamento di ogni nostra speranza? Già in altra occasione, Gesù aveva detto: " Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo…perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore" (Mt. 6:19-21). E nel nostro cap. 24 dirà: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mt. 24:35). Profondità del pensiero di Gesù, che ha le sue radici nella sapienza dei padri!

Il Salmista aveva detto che la vita dell'uomo è come l'erba, che "verdeggia la mattina, la mattina essa fiorisce e verdeggia, la sera è falciata e inaridisce" (Salmo 90:5-6).

Un secondo insegnamento di Gesù ci mette in guardia dal potere di seduzione sempre presente nella vita dell'uomo.

Siamo sedotti dal desiderio di potere, di dominio, di supremazia, o molto più semplicemente di apparire, di essere qualcuno, addirittura di presentarsi come "il Cristo" o come altri che attraverso le guerre hanno inteso o intendono imporre un'ideologia o addirittura "esportare la democrazia".

Un terzo insegnamento è che occorre essere consapevoli che il cammino del credente è sempre contrassegnato da contraddizioni. Anche all'interno della chiesa si possono levare falsi profeti, abili seduttori di anime semplici, e l'amore viene meno.

In una situazione di degrado e di deriva, soltanto chi persevera nella fede può sopravvivere ed essere salvato.

Un quarto insegnamento è che come credenti dobbiamo avere la consapevolezza che la nostra vita deve essere vissuta con l'intento di lavorare per l'avanzamento del Regno di Dio qui e oggi, ma di avere lo sguardo e il cuore proteso verso la venuta (parousia) del nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo. La tensione di vivere tra il già e il non ancora rimane, ma un giorno sarà superata, quando "lo vedremo com'Egli è" (1 Gv. 3:2). Teologia dell'impegno e teologia dell'attesa devono convivere e mai prevalere l'una sull'altra. Scriveva il Past. Antonio Adamo: "La Chiesa del Signore è realtà di attesa e di annuncio, in cui le promesse sono vissute come vere e ogni giorno è breve come l'ultimo e lungo come il primo. La dimensione forte dell'essere della Chiesa sono la fede, la speranza e l'amore. Non si tratta di abbandonare il mondo né di sposarne i principi, ma di vivere con intensità il presente, attendendo con intensa passione le promesse. Nel tempo dell'Avvento ci fermiamo e ascoltiamo le promesse; facciamo silenzio e lasciamo parlare il Signore. Aspettiamo continuando con impegno il nostro viaggio, certi che il Signore saprà incontrarci come e quando egli vorrà.  Nell'attesa pronunciamo e facciamo qualcosa di buono, di pacifico, di risanatore. Cerchiamo di essere segno della nuova umanità in Cristo".

 

Aldo Palladino