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sabato 25 dicembre 2010




Michea 5, 1-4a


Natale: tempo di scelte, di cambiamento

Predicazione del Past. Stefano D'Amore

Tempio Valdese
C.so Vittorio Emanuele II, 23 - Torino
Natale 2010

Test biblico
1 «Ma da te, o Betlemme, Efrata,
piccola per essere tra le migliaia di Giuda,
da te mi uscirà
colui che sarà dominatore in Israele,
le cui origini risalgono ai tempi antichi,
ai giorni eterni.
2 Perciò egli li darà in mano ai loro nemici,
fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà;
e il resto dei suoi fratelli
tornerà a raggiungere i figli d'Israele».
3 Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del SIGNORE,
con la maestà del nome del SIGNORE, suo Dio.
E quelli abiteranno in pace,
perché allora egli sarà grande fino all'estremità della terra.
4 Sarà lui che porterà la pace.


Cambiamento
Domenica scorsa la scuola domenicale ci ha portato un messaggio importante: Natale significa non aver paura di cambiare. Ci hanno detto che il cambiamento è un aspetto importante della nostra vita e della nostra fede, ci hanno detto che cambiando si può crescere.
Anche il passo di oggi parla di cambiamento. Le parole di Dio nella bocca di Michea sono proprio la promessa di una trasformazione della realtà, di qualcuno di nuovo che sta per arrivare, di qualcosa di diverso e rassicurante che sta per succedere.
Dopo un tempo di sofferenza, il giusto tempo per "scontare" le trasgressioni che finora il popolo aveva compiuto, il giusto tempo perché egli nasca e cresca… da un piccolo villaggio di periferia, allo stesso modo del grande e in eguagliabile re Davide, uscirà il Messia. Con la forza e con la maestà del Signore, il nuovo re governerà Israele, pascolerà il suo gregge, difenderà i suoi confini e sarà conosciuto fino alle estremità della terra.

Contesto
Se pensiamo a ciò che il popolo stava vivendo in quegli anni questo è davvero un fortissimo messaggio di speranza. L'invasione degli Assiri è alle porte e la corruzione interna è degenerata. Il tessuto sociale non tiene più, le diffamazioni e i rancori crescono. La crisi è evidente e schiacciante. Chi governa non è all'altezza della situazione e ha abbandonato la via dell'onestà; il popolo è deluso e sfiduciato.
Nasce in questo modo un'attesa che va al di là del presente, la speranza che Dio faccia qualcosa di inedito, che riparta da zero e invii qualcuno che sappia portare pace e serenità.

Attualità disarmante
Certo, diciamo pure che l'attualità del libro di Michea è quasi disarmante. Ci troviamo chi amministra con la menzogna e strappa diritti e speranze alle persone più deboli, chi si fa scudo con la religione e ritiene di poter dire che Dio è dalla sua parte e che per questo nulla gli potrà accadere, chi invoca azioni forti e magari repressive per risolvere i problemi e cambiare pagina. Ci troviamo una grande crisi, un popolo disorientato, calpestato e sfiduciato.
Una fotografia poco distante, se vogliamo, dall'Italia e dal mondo di oggi.

Promessa di liberazione
Proprio in quel mondo arriva la promessa contenuta nei nostri versetti. Come fosse fuori posto, fuori tempo, quasi uno scherzo di cattivo gusto.
Quello che forse più di tutto deve aver colpito chi ascoltava le sue parole e colpisce ancora noi oggi è la distanza e il contrasto tra la promessa di Dio, che Michea trasmette, e la realtà vissuta dallo stesso Israele.

Il contrasto di un Dio che annuncia la liberazione e la venuta di un salvatore proprio nel momento in cui il popolo si confronta con le violente invasioni degli Assiri a cui seguono e seguiranno flussi di rifugiati e deportazioni.

Il contrasto di un Dio che annuncia alla gente contadina di Betlemme-Efrata che sarà da loro che uscirà il salvatore promesso, proprio nel momento in cui la frattura sociale interna è grande e le famiglie di questo piccolo villaggio sono considerate inutili, snobbate e derubate dalle grandi personalità della vicina capitale Gerusalemme.

Il contrasto di un Dio che annuncia la riunificazione e l'unità di tutto il popolo proprio quando questo è ormai irrimediabilmente diviso, in due regni antagonisti, e che uno dei due sta per essere annientato.

Il contrasto di un Dio che annuncia un regno di pace proprio mentre il popolo di Israele vive e soffre la guerra.

E non dimentichiamo il contrasto tra la proclamazione della promessa e la sua realizzazione concreta. Se Michea aveva in mente Gesù di Nazareth…sarebbero passati ancora 700 anni prima del suo arrivo.

Come si può annunciare la speranza in un tempo di crisi? Com'è possibile festeggiare il Natale e annunciare buone notizie con la guerra che ti circonda o che ti tocca, con la fame che ti circonda o che ti tocca, con lo sconforto e la delusione che ti circondano o che ti toccano?

Messaggio per il presente
Io credo che la qualità di Michea, come di ogni profeta che si lascia attraversare da una parola esterna, dalla Parola di Dio per il suo popolo, non è tanto (o non solamente) quella di avere una visione e lanciare lo sguardo al futuro, ma principalmente quella di non staccare gli occhi dal presente.
Chi semplicemente desidera o promette cose belle e buone per il domani, o chi si fa ostaggio delle cose belle e buone che sono rimaste nel passato, chi insomma chiude occhi e orecchie per evadere e immaginare qualcosa di nuovo e rilassante, non è profeta.
Michea e non solo lui ci insegna che ogni profezia, ogni rivelazione, ogni messaggio di speranza e di pace è legittimo se nasce dalla conoscenza della realtà, dalla ostinata voglia di non passarle di fianco, ma di incontrarla. La vera promessa di novità passa prima dal riconoscere nella realtà ogni ingiustizia, ogni sopraffazione, ogni violenza. Solo avendo visto e riconosciuto questo si può ricevere, vivere e comprendere la promessa di un rovesciamento di questa realtà. Solo guardando in faccia e chiamando per nome senza paura ogni sopruso, ogni utilizzo assoluto del potere, ogni negazione della dignità, solo così saremo preparati ad accogliere e annunciare la venuta di un mondo nuovo, la grande novità di Dio per noi.

Già, ma di che novità si tratta?
Nel nostro modo di pensare ciò che è vecchio si butta e viene sostituito da ciò che è nuovo. Spesso ciò che è nuovo viene già sostituito da ciò che è nuovissimo. La novità è all'ordine del giorno, abbiamo fatto l'abitudine ad avere vicino o addosso sempre cose nuove.
A volte abbiamo quasi la mania di rinnovare: il repertorio, la cucina, le istituzioni. Forse siamo anche convinti che cambiare più velocemente (gli oggetti, le leggi, il cellulare) sia un segno di miglioramento.
Ma la novità di Dio non è questa. Oggi, il giorno di Natale, noi non siamo qui per dare una rimodernata alle nostre abitudini. Il Natale non è rinnovare casa, è rivoluzionare la propria vita.
Ogni anno noi partecipiamo a questo culto non perché possiamo uscire tra un'ora scarsa avendo dato una ritinteggiata alla nostra fede, o perché possiamo sperare di rimettere in piedi ciò che nella nostra vita barcolla, o per ricevere il messaggio che "sì ce la si può fare a raddrizzare un po' la nostra chiesa, i nostri rapporti interpersonali, le cose che non ci vanno tanto bene". In quante occasioni pensiamo che con un po' di buona volontà possiamo, dobbiamo impiegare tutte le nostre energie a raddrizzare la struttura che si piega. C'è chi propone di farlo con un po' di stucco e chi con un po' di polso e di fermezza, ma l'effetto rischia di essere sempre quello: un'imbiancata annuale, una rispolverata dagli effetti precari.
Lo facevano i regnanti al tempo di Michea, lo continuavano a fare Erode e i capi del popolo sette secoli dopo, continuiamo a farlo noi oggi: riporre la fiducia in ciò che ristabilisce l'ordine e la consuetudine, affidarsi a chi mostra i muscoli perché più qualcuno è potente più sarà all'altezza della situazione. La nostra sicurezza sta nella grandezza, nella ricchezza e nella capacità di ritornare a ciò che definiamo "normale", proprio come il popolo di Michea riponeva la fiducia nella forza militare, nella propria capacità di produrre ancora nuovi capi politici e religiosi che sappiano far cessare la violenza imponendo una volta per tutte la propria forza, il proprio potere.

Il Natale secondo Dio
Ma la novità di Dio è altro. Il potere nel pensiero biblico è un servizio, è la possibilità che Dio ci dona per costruire il bene comune. Se chi ha la responsabilità di esercitare un potere (perché gli è data questa responsabilità) ne fa un'arma per realizzare se stesso, per imporre gli interessi personali o della propria categoria, chiude la porta alla giustizia e la apre alla corruzione. Questo vale per tutti e per tutte, in ogni ambito. Quando il potere dei governanti non è esercitato per la realizzazione della giustizia e per la pace; quando il potere dei responsabili religiosi o ecclesiastici non è esercitata nell'ascolto di Dio e della sua volontà; quando il potere che ciascuno e ciascuna di noi può avere e ha nella vita privata e in quella pubblica non è corretto non è responsabile, non comunica amore. Quando tutto ciò accade ecco che viene Natale, ecco che Dio interviene inviando suo figlio.
In questo invio, lo abbiamo sentito dalle letture, non c'è nulla di consueto. Tutto viene ribaltato.
Il futuro re non uscirà dalla famiglia regnante, ma da un ramo secondario momentaneamente dimenticato, da un villaggio di campagna e di periferia. Chi pensa che il proprio centro sia anche il centro di Dio è fuori strada.
La scelta di Dio, il suo modo di ripartire, davvero ci spiazza ancora una volta: la forza si realizza nella debolezza, il piccolo è preferito al grande, il disprezzato all'orgoglioso, la campagna è privilegiata rispetto alla città, la periferia al centro.
Ma chi mai può ascoltare un messaggio come questo, che va contro ogni logica?

Fratelli e sorelle,
forse siamo chiamati ad essere un po' come i sapienti che vengono dall'oriente. Nella Gerusalemme capitale, nel centro della vita religiosa e politica del popolo di Israele, nella routine faticosa, deludente e rumorosa che non è più in grado di ascoltare, sono proprio loro, gente venuta da lontano, studiosi degli astri, lontani dalla cultura e dalla fede ebraica, sono proprio loro, quelli da cui meno ce lo aspetteremmo, che senza remore si lasciano guidare dai segni di Dio e riconoscono nel bambino il Re dei Giudei.
Ma come? Dio sceglie un banale bambino nato in periferia, lontano dai palazzi della nostra città, un amico dei pescatori, uno che sarà perseguitato dai potenti e crocifisso? Questa è la risposta di Dio alle attese del suo popolo? Non era certo questo che si aspettava chi leggeva da 700 anni le parole di Michea. Non è certo questo che si aspettano oggi un gran numero di credenti che vorrebbero che Dio imponesse la sua forza e la sua pace e che magari sono pronti a dargli una mano.

Ma questo è il Dio vivente che oggi ci viene annunciato e in cui noi crediamo.
È un Dio che non ha voluto provocare un evento spettacolare, ma ha scelto un fatto piccolo, semplice, e consueto per rivelarsi.
È un Dio che si mostra come è ai piccoli, che quando si mostra a potenti e ai prepotenti, questi pur vedendolo non lo capiscono perché i valori che governano la loro vita gli impediscono di vedere il Salvatore.
È un Dio che non sopporta che la giustizia e l'equità si allontanino dal suo popolo. Per questo chiede ai suoi servitori di denunciare a voce alta l'ingiustizia.
È un Dio che conosce bene il nostro animo sfiduciato e ci chiede la nostra fiducia. Ci invita a lasciarci governare da Lui, a credere che da un bambino figlio di profughi nascerà colui che cambierà con un messaggio d'amore il mondo.

E se il Natale fosse altro che questo: un giubileo annuale per valutare e valutarci alla luce delle scelte spiazzanti di Dio che preferisce la periferia, l'umiltà, la piccolezza? Augurare "Buon Natale" avrebbe allora un sapore diverso, sarebbe come dire "Buona verifica!" "Ti auguro con tutto il cuore che aprendoti a Dio tu possa scoprire che la tua vita è toccata dal suo messaggio, che è pronta a farsi cambiare e a lasciarsi guidare da un Dio che ti afferra e ti converte". "Buona valutazione!"

Oggi è Natale, il giorno in cui festeggiamo l'Emmanuele. Quante volte abbiamo interpretato il nome Emmanuele come "Dio è con noi", sentendoci portatori di verità e intendendo che, come in un'equazione, se è "con me" probabilmente non sarà "con loro". Ma ci è andata male, perché Dio non è "con noi" ma è in "mezzo a noi".
Fratelli e sorelle,
la Parola di Dio, Dio stesso non è rimasto nei luoghi altissimi, ma è sceso in mezzo a noi perché quando guardiamo a lui non dovessimo alzare lo sguardo alle nuvole ma lo tenessimo ad altezza umana, fissi su questa terra. Dio è sceso in mezzo a noi per immergersi nelle nostre quotidianità e ripartire insieme a noi, per impiegarci nei suoi progetti di vita e di pace. Che ogni giorno noi possiamo riconoscere che Gesù è colui che aspettavamo, che è la presenza di Dio sulla terra, che è la novità di Dio che ci spiazza. Che ogni giorno noi possiamo dire, insieme a Pietro il discepolo, "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente".
Amen.
                       Stefano D'Amore

mercoledì 1 dicembre 2010

Matteo 24:1-14

Il discorso apocalittico

Meditazione di Aldo Palladino

 

Il testo biblico
1
 Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. 2 Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
3 Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si avvicinarono in disparte, dicendo: «Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?»

4 Gesù rispose loro: «Guardate che nessuno vi seduca. 5 Poiché molti verranno nel mio nome, dicendo: "Io sono il Cristo". E ne sedurranno molti. 6 Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. 7 Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; 8 ma tutto questo non sarà che principio di dolori. 9 Allora vi abbandoneranno all'oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. 10 Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. 11 Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. 12 Poiché l'iniquità aumenterà, l'amore dei più si raffredderà. 13 Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 14 E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine.

 

***

 

Questo brano della Scrittura è l'inizio del discorso "apocalittico" di Gesù (dal greco apokalypto, rivelare, svelare) che segue i canoni dell' "apocalittica giudaica", quel genere letterario che fiorì dal 200 a.C. fino al 135 d.C., avente lo scopo di sostenere la fede dei credenti, incoraggiandoli a far fronte a situazioni e momenti difficili della loro storia.

Secondo quello che ci racconta l'evangelista Matteo, i discepoli di Gesù in privato chiedono al loro Maestro spiegazioni sul tempo della fine, che sarebbe iniziato con la distruzione del tempio di Gerusalemme. Tuttavia, quando Matteo scrive il suo vangelo, il tempio era già stato distrutto nel 70 d.C. dalle truppe del generale romano Tito. Questo dato ci permette di comprendere come mai non venga data risposta alla prima parte della domanda dei discepoli "Dicci, quando avverranno queste cose", riferita alla distruzione del tempio, mentre venga sviluppata solo la seconda parte " …e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?".

     Nel suo resoconto, Matteo rievoca i fatti accaduti accentuando la curiosità dei discepoli, che si è accesa probabilmente quando Gesù nel tempio, al termine della lunga polemica con i suoi oppositori, scribi e farisei, ha detto: " Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta" (23:38), riferendosi o al tempio o a Gerusalemme o anche alla stirpe di Davide.  Poi, rincarando la dose, fuori dal tempio, Gesù, rispondendo ad una sollecitazione dei discepoli, ha anche aggiunto: "Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata" (24:2). Lo stupore, la preoccupazione dei discepoli è forte. Ci sembra di sentire le loro osservazioni: "Maestro, come può accadere che queste costruzioni così imponenti siano distrutte? Esse sono la casa dell'Eterno! Qui c'è la nostra storia, la nostra sicurezza religiosa e politica. Il tempio rappresenta la vita e l'unità del popolo d'Israele!". "Sei sicuro di quello che dici? Quando e come avverrano queste cose?".

E la risposta di Gesù arriva puntuale con un incipit che potrebbe essere una chiave di lettura di tutto il suo discorso: "Guardate che nessuno vi seduca".

 

Insegnamenti da cogliere

Occorre cogliere bene il senso del discorso di Gesù perché, mentre i discepoli sono interessati a conoscere il "quando" e il "come" dei tempi della fine, la vera preoccupazione di Gesù è incentrata sul tempo presente, sui pericoli ai quali i discepoli sarebbero andati incontro, per prepararli ad affrontare il cammino cristiano con un serio impegno e con speranza.

Un primo insegnamento che cogliamo dalle parole di Gesù, quando afferma che del tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra, è che tutto ciò che ai nostri occhi sembra sicuro, indistruttibile, immutabile deve essere rivisto con l'ottica della precarietà. Non c'è nulla di definitivo e stabile sulla terra. Tutto è mutamento, cambiamento. La nostra vita passa. Civiltà intere sono passate. Una generazione dopo l'altra è passata. A che cosa ci aggrappiamo, dunque? Qual è il fondamento di ogni nostra speranza? Già in altra occasione, Gesù aveva detto: " Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo…perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore" (Mt. 6:19-21). E nel nostro cap. 24 dirà: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mt. 24:35). Profondità del pensiero di Gesù, che ha le sue radici nella sapienza dei padri!

Il Salmista aveva detto che la vita dell'uomo è come l'erba, che "verdeggia la mattina, la mattina essa fiorisce e verdeggia, la sera è falciata e inaridisce" (Salmo 90:5-6).

Un secondo insegnamento di Gesù ci mette in guardia dal potere di seduzione sempre presente nella vita dell'uomo.

Siamo sedotti dal desiderio di potere, di dominio, di supremazia, o molto più semplicemente di apparire, di essere qualcuno, addirittura di presentarsi come "il Cristo" o come altri che attraverso le guerre hanno inteso o intendono imporre un'ideologia o addirittura "esportare la democrazia".

Un terzo insegnamento è che occorre essere consapevoli che il cammino del credente è sempre contrassegnato da contraddizioni. Anche all'interno della chiesa si possono levare falsi profeti, abili seduttori di anime semplici, e l'amore viene meno.

In una situazione di degrado e di deriva, soltanto chi persevera nella fede può sopravvivere ed essere salvato.

Un quarto insegnamento è che come credenti dobbiamo avere la consapevolezza che la nostra vita deve essere vissuta con l'intento di lavorare per l'avanzamento del Regno di Dio qui e oggi, ma di avere lo sguardo e il cuore proteso verso la venuta (parousia) del nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo. La tensione di vivere tra il già e il non ancora rimane, ma un giorno sarà superata, quando "lo vedremo com'Egli è" (1 Gv. 3:2). Teologia dell'impegno e teologia dell'attesa devono convivere e mai prevalere l'una sull'altra. Scriveva il Past. Antonio Adamo: "La Chiesa del Signore è realtà di attesa e di annuncio, in cui le promesse sono vissute come vere e ogni giorno è breve come l'ultimo e lungo come il primo. La dimensione forte dell'essere della Chiesa sono la fede, la speranza e l'amore. Non si tratta di abbandonare il mondo né di sposarne i principi, ma di vivere con intensità il presente, attendendo con intensa passione le promesse. Nel tempo dell'Avvento ci fermiamo e ascoltiamo le promesse; facciamo silenzio e lasciamo parlare il Signore. Aspettiamo continuando con impegno il nostro viaggio, certi che il Signore saprà incontrarci come e quando egli vorrà.  Nell'attesa pronunciamo e facciamo qualcosa di buono, di pacifico, di risanatore. Cerchiamo di essere segno della nuova umanità in Cristo".

 

Aldo Palladino 

martedì 23 novembre 2010

Giuda 1-16

La fede minacciata

Breve riflessione di Aldo Palladino

Il testo biblico

1 Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo, ai chiamati che sono amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo: 2 misericordia, pace e amore vi siano moltiplicati.

3 Carissimi, avendo un gran desiderio di scrivervi della nostra comune salvezza, mi sono trovato costretto a farlo per esortarvi a combattere strenuamente per la fede, che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre. 4 Perché si sono infiltrati fra di voi certi uomini (per i quali già da tempo è scritta questa condanna); empi che volgono in dissolutezza la grazia del nostro Dio e negano il nostro unico Padrone e Signore Gesù Cristo.

5 Ora voglio ricordare a voi che avete da tempo conosciuto tutto questo, che il Signore, dopo aver tratto in salvo il popolo dal paese d'Egitto, fece in seguito perire quelli che non credettero. 6 Egli ha pure custodito nelle tenebre e in catene eterne, per il gran giorno del giudizio, gli angeli che non conservarono la loro dignità e abbandonarono la loro dimora. 7 Allo stesso modo Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si abbandonarono, come loro, alla fornicazione e ai vizi contro natura, sono date come esempio, portando la pena di un fuoco eterno.

8 Ciò nonostante, anche questi visionari contaminano la carne nello stesso modo, disprezzano l'autorità e parlano male delle dignità. 9 Invece, l'arcangelo Michele, quando contendeva con il diavolo disputando per il corpo di Mosè, non osò pronunciare contro di lui un giudizio ingiurioso, ma disse: «Ti sgridi il Signore!» 10 Questi, invece, parlano in maniera oltraggiosa di quello che ignorano, e si corrompono in tutto ciò che sanno per istinto, come bestie prive di ragione. 11 Guai a loro! Perché si sono incamminati per la via di Caino, e per amor di lucro si sono gettati nei traviamenti di Balaam, e sono periti per la ribellione di Core.

12 Essi sono delle macchie nelle vostre agapi quando banchettano con voi senza ritegno, pascendo se stessi; nuvole senza acqua, portate qua e là dai venti; alberi d'autunno senza frutti, due volte morti, sradicati; 13 onde furiose del mare, schiumanti la loro bruttura; stelle erranti, a cui è riservata l'oscurità delle tenebre in eterno.

14 Anche per costoro profetizzò Enoc, settimo dopo Adamo, dicendo: «Ecco, il Signore è venuto con le sue sante miriadi 15 per giudicare tutti; per convincere tutti gli empi di tutte le opere di empietà da loro commesse e di tutti gli insulti che gli empi peccatori hanno pronunciati contro di lui».

16 Sono dei mormoratori, degli scontenti; camminano secondo le loro passioni; la loro bocca proferisce cose incredibilmente gonfie, e circondano d'ammirazione le persone per interesse.

***

Gli gnostici

Giuda, fratello di Gesù e di Giacomo e autore di questa lettera, suona il campanello d'allarme per la presenza nella comunità giudeo-cristiana di falsi dottori dei quali è difficile precisare l'identità. Dalla descrizione che ne fa, tuttavia, potrebbe trattarsi di gnostici, personaggi che ritenevano di poter pervenire alla visione del divino, del vero, e alla personale salvezza attraverso la via della gnosi (= conoscenza), una conoscenza distorta di Cristo, la cui incarnazione e morte erano da intendersi puramente simboliche.

Giuda li considera infiltrati, empi che volgono in dissolutezza la grazia di Dio e negano l'unico Padrone e Signore Gesù Cristo (4).

Sono falsi fratelli entrati nelle assemblee dei cristiani fingendo di essere dalla loro parte, mentre in realtà sono degli oppositori ed avversari. La loro azione distorce e perverte l'evangelo della grazia e della libertà, perché nega la sovranità di Gesù Cristo e sul piano morale giustifica ogni sorta di atti immorali.

Gli avversari di oggi

Non esiste vita cristiana autentica e testimonianza fedele senza avversari, anche nella chiesa attuale. Essi non sono necessariamente dei nemici, ma sono intolleranti e critici nei confronti della fede, disposti a schierarsi sempre contro. Oggi la loro presenza è accettata per l'accentuato relativismo che è diffuso in ogni ambito culturale. Neanche le chiese vi si sono sottratte. Infatti, esse ne sono permeate a tal punto che ogni idea e/o condotta, anche la più estroversa, sembra dover trovare ospitalità e accoglienza. La libertà - si dice - in fondo è personale e nessuno può entrare nella sfera privata dell'altro e giudicare. Una tale libertà è legittima, ma se mina la fede cristiana e minaccia la fedeltà alla parola di Dio e la sua testimonianza, deve essere ricondotta dentro quelle regole che sono alla base del funzionamento della chiesa.

Credo che occorra stare attenti. La comunità cristiana ha il mandato di annunciare l'evangelo della misericordia e della grazia a tutti, di accogliere chi è debole nella fede, ma non ha il mandato di fare sconti per quanto concerne i fondamenti della fede cristiana rivelati nella Scrittura. A nessuno.

Aldo Palladino

Giuda 17-25
La fede in azione

 

Breve riflessione di Aldo Palladino

 

 

 

 

Il testo biblico

17 Ma voi, carissimi, ricordatevi di ciò che gli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo hanno predetto, 18 quando vi dicevano: «Negli ultimi tempi vi saranno schernitori che vivranno secondo le loro empie passioni». 19 Essi sono quelli che provocano le divisioni, gente sensuale, che non ha lo Spirito. 

20 Ma voi, carissimi, edificando voi stessi nella vostra santissima fede, pregando mediante lo Spirito Santo, 21 conservatevi nell'amore di Dio, aspettando la misericordia del nostro Signore Gesù Cristo, a vita eterna. 22 Abbiate pietà di quelli che sono nel dubbio; 23 salvateli, strappandoli dal fuoco; e degli altri abbiate pietà mista a timore, odiando perfino la veste contaminata dalla carne.

24 A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria, 25 al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen.

 

***

 

Nelle piazze e nelle vie del villaggio globale nel quale viviamo, oggi più che in altri tempi, è facile venire a conoscenza di idee, filosofie e sistemi di pensiero più disparati. La loro divulgazione è alla portata di tutti nel grande "supermercato" che smercia i prodotti della cultura antica, moderna e contemporanea.

Nel suo cammino, dunque, è certo che il cristiano incontrerà persone che non condividono la visione spirituale della vita come è rivelata negli insegnamenti del Signore Gesù Cristo.

Quale atteggiamento avrà verso chi professa idee contrarie al Vangelo?

Giuda fornisce una guida al credente in quattro punti (20-21):

1)   edificare se stessi nella santissima fede;

2)   pregare mediante lo Spirito Santo (Ro 8,26; Ef 6,18);

3)   conservarsi nell'amore di Dio;

4)   aspettare la misericordia del Signore Gesù Cristo.

Così equipaggiato, il cristiano sarà in grado di incontrare gli altri, siano essi oppositori e avversari o no, con questo spirito: "Abbiate pietà di quelli che sono nel dubbio; salvateli, strappandoli dal fuoco; e degli altri abbiate pietà misto a timore" (22-23).

L'apostolo Paolo, scrivendo a Timoteo, così insegnava: "Il servo del Signore non deve litigare, ma deve essere mite con tutti, capace di insegnare, paziente. Deve istruire con mansuetudine gli oppositori nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi per riconoscere la verità" (2 Ti 2, 24-25).

E Giacomo scriveva:" …chi avrà riportato indietro un peccatore dall'errore della sua via salverà l'anima del peccatore e coprirà una gran quantità di peccati".

Questa fede in azione, fondata sul valore salvifico del sacrificio di Gesù alla croce, sostenuta dallo Spirito Santo, è il motore di ogni attività cristiana che ha come fine la salvezza delle anime (1 Pt 1, 9), ma è anche motivo di gioia ineffabile e gloriosa per il credente.

 

Aldo Palladino

giovedì 4 novembre 2010


Romani 14:1-9



Vivere per il Signore

(Accogliersi nonostante le differenze)

 

a cura del Past. Sergio Tattoli

 

Note esegetiche e omiletiche

 

Testo biblico

14:1 Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli. 2 Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l'altro che è debole, mangia legumi. 3 Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto. 4 Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone; ma egli sarà tenuto in piedi, perché il Signore è potente da farlo stare in piedi. 5 Uno stima un giorno più di un altro; l'altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente. 6 Chi ha riguardo al giorno, lo fa per il Signore; e chi mangia di tutto, lo fa per il Signore, poiché ringrazia Dio; e chi non mangia di tutto fa così per il Signore, e ringrazia Dio. 7 Nessuno di noi infatti vive per sé stesso, e nessuno muore per sé stesso; 8 perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. 9 Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi.

 

***

 

Commento introduttivo

Come avviene sovente "Un giorno una parola" propone una pericope, magari evocativa, ma non tale da consentire di percepire il contesto in cui collocare una predicazione. Non si può giungere a un'esegesi plausibile estrapolando parole dal loro contesto. Per questo propongo di estendere il testo partendo dall'inizio del capitolo. I primi 6 versetti possono essere trattati brevemente, concentrando poi maggiore attenzione ai versetti 7-9.

 

Esegesi

Vv.1-6

Paolo tratta il problema originato dalla particolare situazione in cui si trovavano i cristiani di Roma. Nella comunità romana si contrapponevano due gruppi identificati con l'etichetta di "forti" e "deboli" nella fede. Il pomo della discordia era il loro diverso approccio al cibo. Fra di loro, infatti, vi erano cristiani provenienti dall'ebraismo che, pur avendo accolto l'evangelo, ancora ritenevano di dover seguire i cerimoniali religiosi tradizionali della legge mosaica (donde la diversa considerazione dei "giorni" di cui si fa menzione al v. 5). Non mangiavano certi cibi, ritenendoli impuri, secondo precetti veterotestamentari. Ma anche tra coloro che provenivano dal mondo pagano c'era chi si creava problemi, soprattutto riguardo al consumo della carne. Alcuni membri della comunità di Roma (proprio come quelli di Corinto, che rivolgono un'interrogazione a Paolo in merito) erano turbati all'ipotesi di consumare carne precedentemente offerta agli idoli, ritenendo che ciò significasse in qualche modo contaminarsi e commettere idolatria. Altri membri della comunità, avendo meglio interiorizzato il messaggio di libertà, parte integrante dell'evangelo,  liberati da simili condizionamenti, ritenevano di poter mangiare e bere senza porsi problemi.

Si era creata così una contrapposizione tra coloro che avevano compreso che la salvezza è ricevuta solo per la libera iniziativa divina, solo per grazia, e si reputavano  spiritualmente "forti", e coloro che invece ritenevano che il cibo avesse un valore religioso, e che la comunione con il Signore richiedesse, o almeno fosse favorita, dall'astensione da certi cibi. Per questi loro "scrupoli, come li definisce il testo, erano tacciati di essere spiritualmente "deboli". I "deboli" accusavano i "forti" di essere incoerenti verso il messaggio cristiano e moralmente lassisti. I "forti" consideravano i "deboli" ignoranti e superstiziosi, compromettendo con quest'atteggiamento la comunione fraterna e sororale. Paolo si propone di conciliare quest'antagonismo, affermando sì la libertà cristiana, ma anche l'amore che porta ad avere pazienza e tolleranza gli uni verso gli altri. Nella 1 Corinzi esorta affinché il diritto alla libertà "non diventi un inciampo per i deboli" (8:9). Nel caso spedcifico, ai credenti di Roma, Paolo raccomanda di astenersi dalle reciproche condanne. Non al proprio simile ma a Dio ciascuno dovrà rendere conto, proprio come un servo deve rispondere al padrone del proprio operato, non agli altri conservi. Ciò che importa  non sono le differenze ma che ambedue, il forte e il debole, siano sorretti da convinzioni che tendono a rendere onore a Dio. Entrambi sono nella grazia divina. Entrambi, infatti, a prescindere dal tipo di cibo che assumono, rivolgono al Signore il loro ringraziamento. Le affermazioni che seguono si collocano nell'ambito del confronto tra queste due correnti presenti nella comunità.

 

Vv. 7-9

A questo punto l'Apostolo introduce il concetto di appartenenza al Signore. Lo sviluppa traendo dal caso specifico (quello che sta trattando) un concetto generale. 

L'affermazione "Nessuno di noi vive per sé stesso" sarebbe veritiera anche se quel "nessuno" fosse riferito all'essere umano in genere, nel senso che a prescindere dalla personale consapevolezza ogni individuo dovrà rispondere a Dio. Ma è più verosimile che l'Apostolo si riferisca ai cristiani: nessun cristiano (o cristiana) vive per sé stesso (o per sé stessa).

L'affemazione di vivere per Dio ricorda a tutti noi credenti il valore della vita da spendere secondo l'antica formula veterotestamentaria amando "Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze" (Dt. 6:5). È un appello rilevante oggi, in questo nostro mondo che sembra avere dimenticato il "timore di Dio". Viviamo in un mondo sempre più secolarizzato, il cui esito è tutt'altro che l'emancipazione dalla cappa superstiziosa della religiosità, com'era nel Medioevo; non è l'affrancamento dall'integralismo, che ancora alligna in diversi Paesi e nella coscienza religiosa di tanti. L'assenza di Dio dalla vita dell'uomo moderno si traduce piuttosto nella pericolosa deriva dell'indifferenza verso il proprio simile. Assistiamo sempre più sovente a inammissibili forme di intolleranza, d'insensibilità, d'arroganza. Notiamo un diffuso atteggiamento che pone sé stessi anziché Dio al centro della vita. La parola di Paolo ridà valore alla vita ponendola di fronte allo specchio della morte, e l'immagine riflessa che si vede è un'immagine in cui si scorge Dio, la sua onnipresenza, la sua onnipotenza. Dal testo si evince la facoltà di Dio di essere onnicomprensivo, e di porre sotto la sua ala l'intera vicenda umana, sia il "breve guado del tempo" di questa vita terrena sia l'oceano infinito della vita eterna.   

Per chiarire l'inopportunità del facile giudizio e del disprezzo verso coloro  che si comportano diversamente dalle nostre aspettative, Paolo indica quanto sia essenziale che il cristiano guardi a Dio e non a sé stesso. "Nessuno vive per sé stesso". Un pensiero analogo lo troviamo 1 Corinzi 15:19: "Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini". Se vogliamo comprendere qual è il senso della nostra speranza, se vogliamo comprendere in quale via stiamo camminando dobbiamo riflettere sulla meta verso la quale siamo diretti. La nostra meta non siamo noi stessi. Lo scopo della vita cristiana non è la propria realizzazione, ma è rendere gloria a Dio. Apparteniamo al Signore Gesù nel cui nome ci viene insegnato a fare ogni cosa: "Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui" (Cl. 3:17). Paolo aveva profondamente interiorizzato l'idea che la sua vita avesse senso solo alla luce di Cristo tanto da affermare: "Per me il vivere è Cristo e il morire guadagno" (Fi. 1:21).

Non solo non si vive per sé stessi, ma anche "nessuno muore per sé stesso".

Nel vivere dobbiamo tendere a glorificare Cristo mediante le azioni che compiamo nel suo nome; nel morire abbiamo la fede di essere glorificati con lui. Così, sia in vita sia in morte apparteniamo al Signore. Le parole di Gesù riguardo al rinunciare a sé stessi, riguardo al perdere la propria vita nella prospettiva di ritrovarla in Dio, sono eloquenti e illuminano questo aspetto esposto da Paolo. La morte non è liberarsi dal peso della carne (la prigionia della materia, secondo una diffusa convinzione gnostica), ma è un andare verso il Signore, è il viaggio verso Cristo. Cristo è il centro nel quale le linee della vita e della morte convergono.

Per effetto della fede la vita dei cristiani non è più ripiegata su sé stessa, non è più tesa al soddisfacimento del proprio "ego", poiché nel riconoscere Dio si riconosce la realtà che ci trascende e relativizza la nostra stessa esistenza. Nella fede la vita diventa relazione con Dio. Può sembrare che venga eluso il tema del rapporto con il prossimo, ma questo è adombrato nella metafora del servo il cui operato è sotto il giudizio del padrone. L'agire di noi cristiani ha rilevanza davanti a Dio il quale resta l'unico, legittimo giudice. Ecco il motivo dell'esortazione ad astenersi dal giudicare (e condannare) l'operato di coloro che hanno una diversa sensibilità etica. L'Apostolo spinge a guardare oltre sé stessi e vedere la propria esistenza in funzione di Dio. Paolo si spinge a vedere l'intera vicenda umana nei confronti di Dio: va oltre la vita terrena e afferma che in vita o in morte apparteniamo al Signore. 

           

Un aspetto rilevante della teologia paolina è che la conversione ci sottrae al dominio del male e ci pone sotto la tutela del bene. Ci sottrae alla schiavitù del regno delle tenebre e ci rende servi di Dio in Cristo. Nell'ottica paolina la conversione implica un cambiamento di padrone, per cui nella fede accettiamo di "assoggettarci" alla signoria di Cristo. In Cristo, le nostre azioni sono rivolte a Dio, sono svolte in funzione di Dio, sono compiute alla gloria di Dio. Dal momento che ogni cristiano appartiene al Signore, sia la vita sia la morte sono esperienze che riportano alla sua signoria. Per effetto della decisione alla sequela, noi cristiani non apparteniamo a noi stessi ma a Dio, pertanto non siamo più confinati nei limiti di questa vita terrena. Essendo "risorti con Cristo" (Cl. 3:1) apparteniamo al Signore sia in vita sia in morte.

Il fondamento teologico di quest'ultima affermazione lo troviamo al verso 9.

Il fondamento è nell'assoluto dominio di Cristo che è il frutto del suo morire e risorgere. "Egli è il Signore di tutti" (At. 10:36); oggetto di adorazione di tutte le creature: "E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all'Agnello, siano la lode, l'onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli"; (Ap. 5:13); è "il nome che è al di sopra di ogni nome" datogli da Dio dopo averlo "sovranamente innalzato" (Fi. 2:8-9); dopo la morte e la resurrezione, Gesù rivolgendosi ai discepoli disse: "Ogni potere mi è stato dato, in cielo e sulla terra (Mt. 28:18). La sua vicenda lo rende "Signore sia dei morti sia dei viventi". E noi suoi seguaci siamo chiamati a seguirlo in questo cammino, nel senso che la nostra esistenza va vissuta nella libertà che deriva da questa ampia visuale che travalica la vita terrena. Alla luce di questi concetti le differenze individuali, che sono spesso fonte di reciproco biasimo e motivo di contese, perdono ogni valore. Ogni cristiano è amato da Dio.

 

Schema omiletico

La diatriba tra "forti" e "deboli" potrebbe essere ricondotta all'esistenza in seno alle chiese di una componente gnosticheggiante che risolveva in due opposti modi la questione etica: gli "asceti" mortificavano in corpo con varie forme di astinenza, privilegiando lo spirito ; i "libertini" ritenevano che tutto fosse lecito. A loro Paolo ricorda che "non tutto è utile". Temo tuttavia che il riferimento alle due correnti dello gnosticismo possa appesantire il  sermone la cui mira deve essere l'accoglimento di tutti senza giudizi perché tutti apparteniamo al Signore.

-  Il sermone può essere articolato con un'introduzione sul contesto: il reciproco giudizio tra due gruppi di credenti per il loro diverso modo di vivere la fede in Cristo.

Poi si possono sviluppare i seguenti aspetti:

I) Paolo dissuade entrambe le parti dal persistere in simili atteggiamenti, poiché:

-         a) Ogni cristiano, come un servo, deve rendere conto del proprio operato al suo padrone e non agli altri servi;

-         b) Al di la delle differenze individuali, ogni credente, nel suo specifico modo di agire, intende rendere gloria a Dio; ciascuno, a suo modo, gli esprime la propria gratitudine;

-         c) Dio ama i suoi figli e le sue figlie indiscriminatamente, a prescindere dalle caratteristi­­che individuali.

II) Questa serie di pensieri viene rafforzata mediante affermazioni teologiche che mirano a precisare la natura del rapporto tra i cristiani e Cristo:

- Il cristiano vive e muore non in funzione di sé stesso ma del Signore;

- Per effetto della conversione, apparteniamo a Cristo;

- Cristo con la morte e resurrezione è diventato Signore dei morti e dei vivi, ed è lui che alla fine del tempo sarà l'unico giudice. Non ha senso, dunque, ergersi a giudice dell'altro dato che siamo tutti sottoposti al giudizio di Cristo.

 

                                                                             Sergio Tattoli

 

Testi di appoggio

1 Corinzi 8:4-11; Colossesi 3:1-4

 

 

Bibliografia

P. Althaus, La Lettera ai Romani, Paideia;

C.E.B. Cranfield, La lettera di Paolo ai Romani, Claudiana;

C.K. Barrett, The Epistle to the Romans, Adam & Charles Black.

 

mercoledì 27 ottobre 2010

Romani 3, 21 – 28

La giustizia di Dio

 

Esegesi e note omiletiche di Aldo Palladino

 

Il testo biblico 

21 Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: 22 vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: 23 tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - 24 ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. 25 Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, 26 al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.27 Dov'è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; 28 poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge.

 

 

INTRODUZIONE

 

L'evoluzione del pensiero di Paolo che emerge dalla Scrittura è sorprendente. Prima della sua conversione e vocazione, la sua fede si manifestava con un profondo zelo per il Dio d'Israele e per la Torah che lo spingeva a reprimere ogni forma d'infedeltà tra gli ebrei, usando se necessaria anche la violenza, e ad abbattere il giogo pagano che contaminava la terra d'Israele. Le sue note autobiografiche di Filippesi 3,5-6  ("io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge, fariseo;  quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile") e di Galati 1, 13-14 ("Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quand'ero nel giudaismo; come perseguitavo ad oltranza la chiesa di Dio e la devastavo; mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri") rivelano la sua convinzione in un giudaismo di probabile orientamento shammaita, più radicale e integralista rispetto alla Torah e più interventista in politica della scuola di Hillel.

L'osservanza della Torah, la centralità del Tempio per l'unità politica e religiosa di Israele, erano i punti chiave di un programma che doveva realizzare le promesse di Dio per Israele, per cui Dio avrebbe giudicato tutte le nazioni pagane e avrebbe salvato Israele. Questo processo è stato compreso col termine giuridico "giustificazione" che esprimeva, all'interno del giudaismo, quell'atto di redenzione e salvezza per Israele, popolo di Dio, secondo il patto, e che nel giudizio finale avrebbe visto Israele vincere la causa. Nella metafora del tribunale, dunque, Dio, il giudice, giudica e punisce i malvagi, i pagani e gli ebrei rinnegati, e vendica il popolo fedele di Israele. Come sappiamo, dopo l'esperienza sulla via di Damasco Paolo, che rappresenta uno dei casi emblematici di conversione, cambia la sua posizione e da persecutore diventa predicatore perseguitato. È probabile che il suo cambiamento fosse già avviato da tempo, ma la via di Damasco e la vocazione da parte del Signore sono l'occasione per manifestare il suo  pensiero riorganizzato  intorno a un nuovo centro, il Gesù crocifisso e risorto.

     A sviluppare il pensiero di Paolo sui temi della giustizia di Dio e, dunque, della giustificazione per grazia mediante la fede in Gesù Cristo, presenti nella nostra pericope, ha certamente contribuito il dibattito che sotto la pressione della predicazione cristiana si è sviluppato all'interno del giudaismo quando, prima i giudei di lingua aramaica, poi quelli di lingua greca, gli "ellenisti", giudei della diaspora, ed infine i non giudei, i gentili, i pagani convertiti al cristianesimo, hanno posto specifiche domande su Dio, sulla necessità o meno della circoncisione, sul valore e il rispetto della Toràh, sull'uomo e sulla sua salvezza.

Paolo ha dovuto necessariamente dare delle risposte.

Di Dio ha ridisegnato l'immagine: non più un Dio lontano dall'uomo, dispotico e collerico, un tiranno che esige obbedienza, ma l'Iddio della solidarietà, dell'ascolto e dell'accoglienza sulla base della fedeltà di Dio in se stesso oltre che ai patti e alle promesse.

Dell'essere umano ha riscoperto il valore, che non dipende dalle opere che l'uomo fa, ma dall'amore di Dio per tutta l'umanità, riconciliata e redenta per l'opera della croce.          

Ai pagani divenuti cristiani ha dato precise indicazioni affinché non si facessero circoncidere, perché la salvezza non derivava dall'essere giudei, ma dall'essere in Cristo.

Della Toràh poteva dire a tutti, giudei cristiani e cristiani non giudei, che è un "pedagogo per condurci a Cristo" (Gal. 3,24), che Gesù Cristo è la fine della Toràh.

Insomma, Paolo struttura il suo pensiero a partire dal duplice livello dell'esperienza di fede personale e del confronto con le varie scuole di pensiero del giudaismo - un giudaismo molto frammentato -, con le tradizioni e la cultura del suo tempo.

 

 

NOTE ESEGETICHE 

La giustizia di Dio

21-22a. Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti:  vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono.

      In questa pericope Paolo ripropone per la terza volta l'espressione "giustizia di Dio". In Rom.1,17, un versetto che illuminò la vita e le scelte di Lutero, essa è stata rivelata nel vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede. È la giustizia che investe l'uomo che cammina per fede e lo rende "giusto" (Abacuc 2,4, Gal. 3,11, Ebr. 10,38), vale a dire è la giustizia che giustifica e libera, non la giustizia punitiva che giudica e condanna.

In Rom. 3,3.5, la giustizia di Dio è la "fedeltà" di Dio che manifesta la "verità" nel suo agire e che si contrappone all'infedeltà dell'uomo.

      In questi versetti l'epifania della giustizia è presentata in vari aspetti: avviene "ora", "indipendentemente dalla legge", eppure testimoniata dalla "legge e i profeti", e "mediante la fede in Gesù Cristo".    

     "Ora", perché il tempo dell'ira di Dio contro i pagani e i Giudei (1,18-3,19) è giunto al termine per aprire al nuovo, al cambiamento, al Regno di Dio che avanza e si fa vicino. La legge ha fatto il suo tempo e "ora" viene inaugurato il tempo della grazia, in cui l'operato escatologico di Dio si manifesta nel perdonare e nel salvare.

         "Indipendentemente dalla legge", vale a dire senza alcun contributo della legge. Commenta Günter Bornkamm: "Se infatti l'uomo nella sua presunzione si colloca al di là della legge e ne vìola i limiti, l'unico risultato che ottiene è l'anarchia, e deve ben presto rendersi conto che, così facendo, gli è realmente impossibile sottrarsi alla legge e non fa che sentirne maggiormente il potere. Egli non deve dimostrare la propria giustizia confrontandosi con la legge, ma è la legge che proclama la giustizia di Dio, una giustizia che la sorpassa".

E Karl Barth afferma: "Dio parla dove è la legge. Ma egli parla dove non è alcuna legge. Egli parla dove è la legge, non perché vi è la legge, ma perché vuole parlare. Dio è libero".

      Testimoniata dalla "legge e i profeti", formula quest'ultima con cui la primitiva tradizione cristiana designa l'A.T. (Mt. 5,17; 7,12; 11,13; 22,40; Lc. 16,16; At. 13,15; 24,14; 28,23). Essendo attestata dalla legge e dai profeti, la giustizia di Dio è anteriore al pensiero paolino ed è presentata con formule verbali come essere giusto, dichiarare giusto, assolvere, fare giustizia, che sono riferite alla fedeltà di Dio al patto con il suo popolo. Dal canto suo, la giustizia dell'ebreo dell'A.T. consiste nell'avere una condotta conforme al patto nel pieno rispetto della volontà di Dio. Ma sappiamo bene, come dimostrano diverse espressioni presenti nei Salmi e nelle preghiere, che l'uomo non riesce ad osservare tale volontà e che non vi è "nessun giusto davanti a Dio" (Sal. 143,2; Gb. 4,17; 9,2). L'apostolo Paolo scriverà parole che hanno una consonanza con queste affermazioni, spingendosi però ben oltre. Infatti, in Rom. 3,20 dichiarerà che "mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a Lui" e in Gal. 2, 1-17 affermerà che "l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per la fede in Gesù Cristo …perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato".

Il solco tra ebraismo e cristianesimo è segnato e deriva dalla diversa comprensione della via della salvezza. Per il primo è la Torah, per il secondo è Gesù Cristo.       

      "Mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono". Questa espressione è la risposta di Paolo alla domanda su quali basi venga elargita la giustizia di Dio. Accantonata la legge, la giustizia di Dio diventa accessibile ora mediante la fede in Gesù Cristo (Gal. 1,23; 3,23.25; Rom. 3,27). Ma come intendere tale fede? Fu sant'Agostino che nel De Trinitade, a partire dalle Scritture, pose per la prima volta la distinzione tra fides quae creditur e fides qua creditur, vale a dire tra la fede con cui si crede e la fede che crede. Egli, infatti, scrive: "Una cosa è ciò che si crede, altra cosa la fede con cui si crede (aliud sunt ea quae creduntur, aliud fides qua creduntur). In altre parole: una cosa è la fede personale, altra cosa è il contenuto della fede. In entrambi i casi, tuttavia, si fa strada l'evento salvifico per tutti grazie all'opera di Gesù Cristo.

 

Peccato e grazia

22b-24 infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.

     Dinanzi ad una condizione generalizzata di peccato che priva l'uomo della gloria di Dio, la giustizia di Dio, intesa come fedeltà di Dio al patto, è l'iniziativa salvifica per ripristinare il giusto rapporto dell'uomo con Dio. Tutti, giudei e gentili, insieme sulla barca del peccato, sono dichiarati "giusti" secondo la metafora del tribunale.  Per la sua unicità e universalità Dio procura agli uni e agli altri la giustificazione a parità di condizioni. Dio non è soltanto il Dio dei Giudei, ma anche dei pagani (Rom. 3,29). Dio manifesta la sua grazia (Rom. 5,24; 5,2.15; 2 Cor. 8,9; Gal. 1,6; 5,4, ecc.) o il suo amore (Rom. 5,8; 8,35.39; 2 Cor. 5,14; Gal. 2,20) come dono o favore immeritato che l'uomo riceve per fede nell'opera di redenzione di Cristo Gesù, che ha pagato il prezzo della nostra liberazione dalla schiavitù del peccato con la sua morte in croce.   

 

Fede in Gesù

25-26.  Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato,  al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.

     Il valore sacrificale della morte di Gesù è qui rappresentato col ricorso all'immagine del propiziatorio nel culto dell'Antico Testamento, la piastra di copertura dell'arca del patto su cui c'erano due cherubini con le ali rivolte verso il basso.

Karl Barth spiega che il propiziatorio è " il luogo sul quale Dio stesso dimora (1° Sam. 4,4; 2° Sam. 6,2; Salmo 80, 2), il luogo dal quale Dio parla con Mosè (Es. 25,22; Num. 7,89, ma anzitutto il luogo ove, nel gran giorno delle espiazioni, viene compiuta la riconciliazione del popolo col suo Dio mediante l'aspersione col sangue (Lev. 16,14-15). Di conseguenza, sostiene che "Gesù è stato destinato da ogni eternità nel decreto di Dio…appunto per essere il luogo sopra il quale Dio dimora, dal quale parla, il luogo della riconciliazione. La vita di Gesù è il luogo da lui minato e caricato di esplosivo al fine della riconciliazione" (2 Cor. 5,19).  La morte cruenta sulla croce di Gesù, cui rimanda il termine "sangue", non è una semplice aspersione di sangue, come afferma Levitico, ma è il versamento del sangue col quale Gesù "si autentica come la prima e l'ultima parola della fedeltà di Dio verso il genere umano". È la parola del tempo della grazia in cui la giustizia di Dio, giusta e giustificante, rende giusto chi ha fede in Gesù.

 

Nessun vanto

27- 28. Dov'è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge.

     Paolo conclude questa pericope riproponendo il tema del vanto del Giudeo che si autoesaltava per la sua particolare posizione. Già in Rom. 2, 17-23 aveva affrontato l'argomento facendo un elenco dei motivi su cui il Giudeo fondava erroneamente la sua presunta superiorità rispetto ai pagani. Qui la risposta di Paolo è ferma: il vanto basato sulle buone opere è fuori posto, perché l'uomo è dichiarato giusto mediante la fede senza le opere della legge. Lutero dirà "mediante la sola fede" riassumendo con maggior precisione il pensiero di Paolo espresso in Gal. 2,16 ("soltanto per mezzo della fede") e in Rom. 11,20 ("tu rimani stabile per la fede) .

 

 

NOTE OMILETICHE

 

In Cristo Gesù

La predicazione su questo testo può prendere diverse direzioni perché i temi suggeriti, giustizia di Dio, giustificazione, fede, peccato, legge, grazia, salvezza, si prestano bene ad essere sviluppati singolarmente. Ma non bisogna dimenticare, come diceva un sacerdote anglicano, Richard Hooker, che "una persona non è giustificata per fede perché crede nella giustificazione per fede. Una persona è giustificata per fede perché crede in Gesù".  "In Gesù Cristo", infatti, è l'espressione molto usata nell'epistolario paolino (tre volte nel brano in esame), e in contesti molto diversi. Essa designa ciò che è accaduto per mezzo di Cristo: salvezza, liberazione, riconciliazione, redenzione, santificazione. Non sono concetti che restano nel mondo delle idee, un semplice richiamo a cose passate, né la mera promessa di consolazioni future, ma diventano realtà nella vita del cristiano nel suo parlare, pensare, agire, nel modo di relazionarsi col prossimo, in uno stile di vita rinnovato, perché essere "in Gesù Cristo" deve (o dovrebbe) trovare la sua corrispondenza nell'abitare di Cristo e del suo Spirito nella nostra vita. Paolo diceva: "Non più io vivo, ma Cristo vive in me (Gal. 2,20), perché la rivelazione e l'irruzione di Cristo nella sua vita hanno significato guardare la realtà con occhi nuovi. La giustizia di Dio, la sua fedeltà al patto, prende corpo in Cristo Gesù e il vecchio mondo, concepito come diviso tra Giudei e pagani, crolla. L'essere umano in Cristo Gesù ha un valore inestimabile, che non dipende più dal sesso, dall'età, dal colore della sua pelle, dal denaro, dalla nazionalità, dalla sua fede, dalla sua posizione sociale. La teologia cristocentrica di Paolo sostiene la nuova umanità inaugurata da Gesù, in cui il valore di ciascuno è propedeutico alla nascita di una comunità solidale. Di questa comunità Gesù aveva delineato il programma con il Sermone sul monte (Mt.5-7).

     La Riforma di Lutero, che non voleva dividere la Chiesa ma solo rimetterla sul giusto sentiero della fedeltà a Cristo e alla sua parola, in fondo altro non è che un moto di libertà e di liberazione dell'uomo da gerarchie ecclesiastiche che avevano ingabbiato la verità evangelica in codici, regolamenti, riti, tradizioni, tutto controllato da un sistema di potere che voleva solo obbedienza e sottomissione. Credo che oggi sia importante perpetuare lo spirito della Riforma per contrastare tutte le spinte presenti nel nostro tempo che tendono a gettarci nuovamente sotto lo spirito della "legge".

Scrive A. McGrath: "C'è ancora il pericolo che il cristianesimo venga inteso in modo esteriore e formale, come una serie di pratiche religiose. Simili atteggiamenti, propri dell'inizio della modernità, perdurano tuttora. Il sorgere dell'esistenzialismo ci ricorda perentoriamente la necessità di stabilire un rapporto tra Evangelo, da un lato, e, dall'altro, la coscienza soggettiva e il mondo delle esperienze in cui vivono gli individui. C'è una costante necessità di quel che Kierkgaard chiamava "un processo di appropriazione della interiorità più appassionata". Chi non riesce a radicare l'Evangelo nel mondo dell'esperienza di ciascuno, rischia di mettere in gioco il futuro stesso del cristianesimo".

Possiamo, dunque, affermare che la Riforma ha liberato l'uomo e lo ha posto di fronte a Dio con l'unica mediazione di Gesù Cristo. Il valore della Riforma è di non averlo gettato nelle nebbie di un esasperato, radicale individualismo, ma di averlo indirizzato a vivere la sua fede nell'ambito della comunità ecclesiale per evitare una spiritualità "fai da te", che è l'inizio della fine di un serio, significativo e responsabile impegno cristiano.

La chiesa si trova ancora oggi di fronte alla sfida di uscir fuori dalle acque tempestose di una secolarizzazione sempre crescente. Il ritorno allo spirito della Riforma può rappresentare la via alle sue difficoltà di rispondere ai bisogni dell'uomo. Ma probabilmente essa stessa deve avere il coraggio di scelte difficili e coraggiose seguendo l'esempio di conversione di Paolo e la proposta di una vita vera ed autentica come quella di Cristo. Non sono scelte teologiche che si prendono nel chiuso di torri d'avorio in cui si coltiva e si esprime la propria fede, ma sono scelte che emergono dal contesto di una vita comunitaria e dalle situazioni concrete che si vivono insieme. Questo ce lo insegna Lutero con la sua teologia pastorale sempre rivolta ai bisogni e alle preoccupazioni dei credenti. Ce lo insegna Giovanni Calvino con una volontà ferrea di impegnarsi a Ginevra a fronteggiare le problematiche sociali, politiche ed economiche della vita cittadina, sforzandosi di interpretare e applicare l'Evangelo alle varie situazioni. Ce lo insegnano tutti i Riformatori, che vivevano nelle loro comunità con l'afflato del pastore per le sue pecore.

Anche oggi è tempo di Riforma.

 

                                                                                    Aldo Palladino