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mercoledì 24 dicembre 2014

Cari Lettori, care Lettrici di Bibbia e Telologia,

la Redazione di questo blog 
vi augura 
un Felice Natale e un Sereno Anno Nuovo!

Nonostante tutte le cattive e tristi notizie che arrivano da più parti del mondo, come cristiani osiamo nutrire la speranza di un mondo migliore, di un futuro più radioso. Lo possiamo affermare con tranquillità e fiducia, perché la venuta di Cristo Gesù in questo mondo è la notizia più rassicurante che l'uomo abbia mai ricevuto. Ecco perché:
1)   perché Cristo è il Salvatore del mondo. "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore" (Luca 2:11). Gesù non è venuto per condannare questo mondo, ma per salvarlo (Giovanni 3:17).
2)   perché Gesù Cristo è l'amore di Dio che si rivela e si riversa su di noi. "Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Giovanni 3:16).
3)   perché Gesù Cristo è L'Emmanuele, Dio con noi. La sua presenza rimuove la paura e ci dà forza e coraggio per andare avanti nella vita, con fiducia.

Gesù Cristo, dunque, è la notizia più gioiosa che abbiamo ricevuto. È rivolta a tutti gli uomini e coloro che la ricevono con fede hanno la responsabilità di annunciarla e di viverla.

Caro Lettore, cara Lettrice, questo mondo può cambiare se il cambiamento comincia da te, da me, da noi.

Auguri di pace e di ogni bene.

                                                                              Aldo Palladino

domenica 7 dicembre 2014


Marco 1: 1-8

Giovanni Battista, 

il messaggero che prepara la Via


Predicazione di Aldo Palladino




Il testo biblico
1 Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio.
2 Secondo quanto è scritto nel profeta Isaia:
«Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via.
3 Voce di uno che grida nel deserto:
"Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri"».
4 Venne Giovanni il battista nel deserto predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati. 5 E tutto il paese della Giudea e tutti quelli di Gerusalemme accorrevano a lui ed erano da lui battezzati nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
6 Giovanni era vestito di pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi, e si nutriva di cavallette e di miele selvatico. 7 E predicava, dicendo: «Dopo di me viene colui che è più forte di me; al quale io non sono degno di chinarmi a sciogliere il legaccio dei calzari. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Testi d'appoggio: Isaia 40: 1-5, 9-11; 2 Pt. 3: 8-14

Non deve sorprenderci se in questa seconda domenica d'Avvento per la nostra riflessione ci soffermeremo sul vangelo di Marco in cui, come è noto,  non c'è un racconto della nascita di Gesù. L'originalità di Marco sta nel presentarci, nel brano che abbiamo letto, l'avvento del Signore non tra angeli, pastori e magi, ma attraverso la predicazione di un personaggio, Giovanni Battista, che chiude la storia del profetismo in Israele. Egli è stato preannunciato nell'Antico Testamento dai profeti Isaia, Malachia e dal libro dell'Esodo (Isaia 40:3; Mal. 3:1; Es. 23:20) secondo i quali Gesù Cristo sarebbe stato preceduto da un messaggero, un redivivo profeta Elia, che ne avrebbe preparata la venuta. Dunque, Giovanni Battista fa da ponte tra passato e futuro, tra l'Antico Patto e il Nuovo Patto, e prepara l'imminente passaggio dall'economia della legge all'economia della grazia.
Ma ciò che di questo profeta attrae le folle dalla Giudea e da Gerusalemme (v. 5), più che il suo modo di vestire con pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi, e il suo stile di vita da uomo del deserto nonché la sua alimentazione a base di cavallette e miele selvatico [che pure devono avere attirato parecchi curiosi!], è il contenuto della sua predicazione, che ha tre tematiche:
1)    il tempo dell'attesa;
2)    il tempo del ravvedimento (ciò che devono fare gli ascoltatori);
3)    il tempo  di Dio che viene (ciò che farà Dio).
Cerchiamo di esaminare ciascuno di questi aspetti della sua predicazione.

Il tempo dell'attesa
Il giudaismo di quell'epoca attendeva con ansia il risveglio della profezia, un'attesa lunga durante la quale ogni giudeo, ciascuno secondo le proprie sensibilità, era animato dalla speranza di una restaurazione politica, sociale, spirituale.
Israele è sotto il dominio e il giogo romano, sofferente per la perdita della libertà politica, per le imposte che gravano sulla vita economica, per l'arbitrio illegale e gli atti di violenza dei soldati che amareggiano gli animi, per la divisione del popolo in partiti e gruppi che si fronteggiano con odio mortale: Farisei, Sadducei, Zeloti, pubblicani.
Insomma il clima di profonda crisi fa presagire che un cambiamento è necessario, semplicemente perché il mondo non può continuare così. Aspirazioni politiche e religiose si mescolano: liberazione d'Israele dal giogo dei Romani, da una parte, e restaurazione del Regno di Dio sulla terra, dall'altra.
E qui viene spontaneo un accostamento all'attuale, difficile momento che il nostro Paese sta attraversando: depressione economica, forte disoccupazione, soprattutto giovanile, perdita di posti di lavoro, forte tassazione fiscale, alta evasione, una classe politica incapace di trovare unità intorno ai bisogni della gente, crisi della democrazia e della giustizia sociale, una corruzione dilagante e quasi inarrestabile. Anche noi, siamo in attesa di vedere la luce in fondo al tunnel che stiamo percorrendo con tante preoccupazioni e difficoltà.
Il tempo dell'attesa è un momento in cui si concentrano aspirazioni, si disegnano i propri sogni e i propri ideali, con la speranza di poterli vedere realizzati. In più, per noi credenti, esso diventa uno stile di vita, che fonda la propria vita in Colui che ha promesso che verrà a noi con il suo evangelo/evanghelion, la buona notizia, di un mondo nuovo.

Il tempo del ravvedimento
Giovanni Battista appare sulla scena di questo mondo e annuncia che il tempo dell'attesa è finito. È giunto il tempo del ravvedimento per prepararsi alla venuta del Signore. E grida: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri"… e invita le folle a scendere nelle acque del Giordano per un "battesimo di ravvedimento per la remissione dei peccati".
Che cosa significa ravvedimento? Il vocabolo greco metanoia/ravvedimento, che compare in Marco solo questa volta, può meglio essere compreso se lo traduciamo con "conversione", cioè un cambiare direzione, cambiare opinione, un volgersi dell'uomo dalle sue opere e dalle sue vie malvage, attraverso il pentimento, alla fede nel Dio vivente. Israele deve riconoscere di essere lontano da Dio, di essere un popolo peccatore e di avere bisogno di una conversione. Bisogna farsi battezzare  "per il perdono dei peccati" (v. 4). Con questo concetto il Battista coglie il centro dell'idea di salvezza vetero-testamentaria. Geremia infatti aveva detto che l'ultima parola di Dio sarebbe stata parola di perdono (Ger. 31:34; Is. 33:24; Michea 7:18). I Salmisti avevano cantato la misericordia, la grazia, la pazienza e la gran benignità di Dio (Sal. 103:8; 145:8) e che presso di lui vi è perdono (Sal. 103:4).
La colpa di Israele è di avere cercato di percorrere le sue vie, le sue soluzioni ai problemi del paese senza Dio, senza alcun timore di Dio o, peggio, di averlo fatto con una religiosità ipocrita. Israele ha dimenticato come Dio lo abbia liberato dalla schiavitù e come lo abbia sorretto nel corso della storia quando Israele ha rivolto il suo cuore a Lui. Ma ora è tempo di tornare a Dio, di confessare il proprio peccato scendendo nelle acque del Giordano per farsi battezzare. Il simbolismo degli elementi è evidente; tutto è provvisorio. L'acqua del Giordano è acqua di purificazione, ma il vero battesimo avverrà nella sua Parola e nello Spirito Santo quando ci sarà l'avvento del Signore, Gesù Cristo.
Fratelli e sorelle, anche per noi è tempo di ravvedimento. Anche noi siamo chiamati:
-       alla decisione della fede e non soltanto a un tendere l'orecchio all'Evangelo senza mai impegnarci;
-       a non confondere la fede con certe emozioni o stati d'animo passeggeri, perché il Regno di Dio non è fatto di ammiratori e di commossi, perché ammirazione, commozione, curiosità, anche se sono la porta del ravvedimento, non sono ravvedimento; 
-       a non vivere una fede – come alcuni filosofi osservano - senza Dio, come orfani di Dio, o dopo Dio, come se Dio fosse andato in pensione, perché ravvedimento è anche riconoscimento che Dio è vivente e operante;
-       a non vivere la nostra fede come giudizio degli altri, con la falsa presunzione di essere migliori degli altri, perché il giudizio appartiene a Dio che ha la parola ultima su tutto e su tutti.
 Insomma ravvedimento è anche un liberarsi da ogni surrogato della fede per essere possibilmente credenti veri e autentici.

Il tempo di Dio che viene
«Dopo di me viene colui che è più forte di me». Nella sua predicazione Giovanni pone l'accento sull'evento che egli sta preparando, su Colui che viene. Di Lui Giovanni afferma due cose:
1°) che Colui che viene è più grande del suo messaggero al punto che Giovanni dice di non essere degno di slegargli i legacci dei calzari. Lui, uomo di tanto valore  che non s'inchina davanti a nessuno, dichiara di essere più piccolo del più umile schiavo del suo padrone.
2°) che il Signore che viene battezzerà con lo Spirito Santo. Giovanni riconosce la superiorità divina di Colui che viene e della sua opera messianica di salvezza attraverso la quale effonderà il suo Spirito per creare un popolo di discepoli e testimoni della sua grazia.
Fratelli e sorelle, Dio viene anche per noi. Viene nel deserto di questo mondo per incontrarci, per curare le nostre malattie e per consolarci, per essere al nostro fianco nella vita quotidiana e per orientare le nostre scelte e il nostro cammino nella chiesa e nella società. Il Signore viene per ricondurre quest'umanità smarrita e disorientata sulla sua via. È la via dell'amore per Dio e per il prossimo, la via della pace, della giustizia, dell'accoglienza e della solidarietà. È la via attraverso la quale il Regno di Dio si instaura e si fa vicino.
                                                                                  Aldo Palladino


Domenica, 7 dicembre 2014
Tempio valdese di C.so Principe Oddone, 7
10144 - Torino

lunedì 1 dicembre 2014

I poveri nella Bibbia

di Jean-Paul Guetny

(articolo tratto da www.dimensionesperanza.it)



I poveri occupano un posto importante nella Bibbia, dal profeta Amos a Matteo: Dio ha per essi uno sguardo particolare. Egli ha con loro una relazione privilegiata. E, secondo san Paolo, bisogna scoprire in essi l'immagine di Cristo che si è fatto povero.
Quando si parla di cristianesimo, soprattutto nella sua versione cattolica, vengono in mente due immagini contrastanti tra loro: da una parte quella di una chiesa opulenta, «i tesori del Vaticano»; dall'altra una fila di uomini di fede, dall'eremita Antonio fino al padre Joseph Wresinski (1), passando dal poverello di Assisi, che hanno scelto la via della povertà. Che essi vivano nell'agiatezza o nella miseria, tutti i cristiani accettano come riferimento la Bibbia. Chi ne dà la migliore interpretazione?
Nel percorrere questa biblioteca, si resta colpiti nel costatare il posto importante che occupano i poveri. Durante "la belle époque" (2) che costituisce l'ottavo secolo precedente l'era corrente, il profeta Amos prende la loro difesa (Am 5,11-12). Un secolo più tardi, un altro profeta, Sofonia, fa dei "poveri del paese" i promotori di un cambiamento positivo: essi sono definiti il "resto d'Israele" (So 3, 11-13). Il Deuteronomio, libro legislativo, stipula: "Che non ci siano poveri presso di te (Dt 15,14)". I membri del popolo sono invitati a considerarsi tutti fratelli. Sono prescritte un certo numero di pratiche di solidarietà: il riscatto degli schiavi ebrei al termine del settimo anno di servizio; un anno di riposo della terra, ogni sette anni, per la condivisione con i poveri, ecc.
Il ritorno dall'esilio a Babilonia rappresenta una svolta decisiva. I poveri non costituiscono più una categoria di persone del popolo che ritorna nella sua terra, ma il popolo intero (leggi Isaia, capitoli 40-55), rappresentato sotto i tratti del servo sofferente (capitoli 52 e 53). Israele è chiamata "la mendicante" (51-21). Al capitolo 61 dello stesso Isaia, si fa allusione ad un personaggio dall'identità misteriosa - si tratta del profeta? Del Messia? Di Gerusalemme? - che dichiara: "Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato: egli mi ha mandato a proclamare la buona novella ai poveri" (v1). La parola greca corrispondente è "evangelizzare".
Questi poveri li si ritrova nei Salmi. Spesso sono essi che prendono la parola; e Dio non resta sordo al loro grido: "Un povero grida e Dio lo ascolta e lo salva da tutte le sue angosce (34,7, secondo la numerazione ebraica)."
Ai sapienti spetta il compito di superare la stretta visione di Israele e di allargare la riflessione a tutta l'umanità.
Se arrivano a denunciare la povertà come un frutto possibile della pigrizia (vedi il libro dei Proverbi 24, 30-34) la maggior parte del tempo essi ricalcano la posizione dei profeti e prendono le difese dei poveri. "Chi opprime il povero, dice uno di essi, offende il suo creatore (Pr 14,31)".
E' dunque chiaro che Dio prende le parti dei poveri. Questi costituiscono l'oggetto privilegiato della sua attenzione.
Ma cosa si intende esattamente per "poveri"? E come mai questa "scelta preferenziale" di Dio nei loro confronti?
Per noi il povero è colui che possiede poche cose. Ma "il Semita - nota l'esegeta Jacques Dupont - è più sensibile all'inferiorità sociale che rende le persone di modesta condizione le prede dei potenti e dei violenti… Il povero appare come uno sprovveduto, i Giudei lo guardano come un uomo indifeso." (3) I due principali termini ebraici per designare i poveri – 'ani e 'anaw, usati prevalentemente al plurale 'anawim - fanno riferimento ad una situazione di miseria sociale. Tuttavia in alcuni testi il secondo esprime ugualmente una sfumatura religiosa.
"Cercate l'anawah", dice Dio per bocca del profeta Sofonia (So 2,3).
Il motto ebreo è generalmente tradotto col termine "umiltà".
Paul Bony sottolinea che non si è lontani dall'attitudine della "sottomissione a Dio" raccomandata dall'Islam.
La preoccupazione biblica dei poveri si esprime in molti modi. L'esperienza fondante di Israele e "il filo conduttore" della sua storia, è - ci ricorda Alain Durand – "la liberazione dall'oppressione subita dal popolo in Egitto" (4). Tutte le prescrizioni del libro del Deuteronomio, di cui alcune riguardano il comportamento nei riguardi dei poveri, sono inquadrate da alcune narrazioni che fanno memoria dell'Esodo (Es 6,20-24 e 26, 1-11).
"Mio padre era un Arameo errante - dice il secondo passo - egli è disceso in Egitto (…) ma gli Egiziani ci hanno maltrattati, essi ci hanno ridotto in povertà, ci hanno imposto una dura schiavitù…" E' proprio per il fatto che Dio ha avuto pietà della miseria del popolo, che esso è chiamato a mostrare la sua solidarietà verso i miserabili. La liberazione dall'Egitto è da mettere in correlazione con l'elezione divina di cui beneficia Israele. Ora, per il profeta Amos, opprimere il povero significa andare contro questa elezione. Il popolo non è più tale quando opprime i poveri.
Ma il Dio d'Israele, afferma la Bibbia, è lo stesso Dio di tutti gli uomini. Creati "a sua immagine" (Genesi 1, 27), noi abbiamo la stessa dignità . "E' per questo - sottolinea Alain Durand - l'esclusione del povero è un attentato all'immagine stessa di Dio", allora che la pratica della solidarietà "renda testimonianza all'universalità dell'atto creatore".
Sulla questione della povertà, il Nuovo Testamento assume l'insegnamento dell'Antico. Nel Magnificat (vangelo di Luca 1,46-56), Maria celebra un Dio che viene a sconvolgere le gerarchie sociali: "Abbatte i potenti dai loro troni e innalza i gli umili" (52) idea già espressa da alcuni salmi (107,40-41; 113,7-9). Gesù è presentato come il Messia dei poveri. Agli inviati di Giovanni Battista che lo interrogano sulla sua identità (Matteo 11,3 – Sei tu colui che deve venire?"- Gesù risponde citando la frase di Isaia al cap. 61: "I poveri ricevono la buona novella ".
Lo stesso testo di Isaia serve di supporto al discorso programmatico nella sinagoga di Nazaret (vedi Luca 4,16,22) ed egli aggiunge una citazione ad Isaia "per rimandare in libertà gli oppressi" (Esodo 58,6 ), "cosa che, nota Paul Bony, accentua la dimensione sociale della liberazione" realizzata da Lui.
Tutto il Vangelo è dello stesso genere. La prima delle beatitudini si presenta così: "Beati voi, poveri…" secondo la versione di Luca (6,20) di carattere sociale; "Beati voi, poveri di spirito …", secondo la versione di Matteo (5,3) di carattere più religioso. Se i poveri sono definiti "beati", non è in virtù di una qualsiasi superiorità ontologica, ma perché essi saranno liberati e in loro si manifesterà la potenza divina.
Nei vangeli Gesù è presentato come il povero per eccellenza. Nasce in una mangiatoia, trascorre una vita itinerante da povero, senza casa né luogo. In termini odierni lo si direbbe "senza domicilio fisso" (Lc 9,58). La sua ignobile morte è quella propria degli schiavi. Il suo ministero si indirizza dall'inizio agli esclusi del suo tempo: i poveri, i bambini, i peccatori. Egli è - scrive Alain Durand - il "destinatario insospettato" di ciò che viene fatto per i poveri. Tale è il senso dell'episodio del giudizio finale, riportato da Matteo al capitolo 25 (11-34). Il "gregge" della fine dei tempi sorpassa il solo Israele; esso si estende a tutte le nazioni.
I "prescelti" sembrano perplessi; essi non comprendono la fortuna di cui beneficiano.
Cristo ne dona la chiave: "In verità vi dico, ogni volta che avete fatto questo a uno solo dei miei fratelli più piccoli, voi l'avete fatto a me (v.40)". A proposito di questo episodio, Paul Bony parla giustamente dell'"identità cristica dei poveri ".
La prima comunità cristiana si è ricordata di questo insegnamento. La messa in comune dei beni, costituisce, sottolinea Alain Durand, "una pratica economica nuova": "non c'erano indigenti fra loro (Atti 4,3-4) " E quando Paolo e Pietro si dividono la predicazione "noi verso i pagani, voi verso i circoncisi ", cioè i Giudei, c'è una cosa che non è divisa: il ricordo per i poveri" (Gal 2-10), che deve continuare ad animare ciascuno. Dio, scrive Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi, (1, 26-31) ha scelto i "senza": senza saggezza, senza nascita, senza potenza.
con l'idea di onnipotenza… ora il Dio cristiano ha questo di paradossale, che la sua onnipotenza è percepita nel modo più giusto proprio a partire dall'idea di povertà piuttosto che da quella di forza.

Distorsioni cristiane
Alain Durand punta un certo numero di errori che si sono potuti riscontrare nella storia cristiana a proposito della povertà:
  • Il primo consiste nel ridurla ad un tema: il discorso – generoso - tient lieu de rèalitè - una solidarietà effettiva con i poveri
  • Il secondo torna a confondere l'utilizzo moderato dei beni – lo stile di vita modesto - con questa stessa solidarietà
  • Il terzo interpreta la povertà evangelica come una virtù per privilegiati, riservata a qualcuno che ne ha fatto il voto, mentre la massa dei cristiani ne sarebbe dispensata.
  • Il quarto - e su questo punto, il nostro autore cita Albert Nolan, il teologo sudafricano - risiede in una concezione "romanzesca" del povero, trasformato in una sorta di eroe. Vi è stato un tempo, scrive Nolan, una tendenza a "romanzare la vita monastica, poi quella del missionario, poi del sacerdote. Ed ora – aggiunge - entriamo in un periodo in cui si hanno idee romantiche sui poveri."
I diritti dell'affamato
Nella sua omelia 6 Contro la ricchezza, Basilio di Cesarea (329-379), un Padre della Chiesa della regione della Cappadocia, ha alcune affermazioni nette: "Quali sono i beni che ti appartengono? Da dove tu, ricco, li hai presi? Tu assomigli a un uomo che, prendendo posto in un teatro, vorresti impedire agli altri di entrare e vorresti gioire da solo dello spettacolo al quale tutti hanno diritto… All'affamato appartiene il pane che tu hai". Questa dottrina sarà quella della chiesa … dalla metà del IX sec. e l'inizio del XIII. Al seguito di Gilles Couvreur, che ha dedicato una tesi alla questione, Alain Durand riassume gli argomenti proposti.
  • "Ciò che la legge non permette, lo permette la necessità". Altrimenti dice, il diritto di proprietà non è assoluto.
  • E' un dovere del ricco assistere il povero con le sue ricchezze. "L'affamato può servirsi da solo presumendo che il proprietario (del cibo derubato) glielo permetterebbe".
  • In questo caso non si deve parlare di furto, "perché il bene preso dall'affamato è reso comune dalla necessità". Nella Summa teologica (II-II, quest. 66, art.7), Tomaso d'Aquino afferma: "I beni che alcuni possiedono in sovrabbondanza sono dovuti, per diritto naturale, all'alimentazione dei poveri."
A ciò, Alain Durand aggiunge, secondo una tradizione in vigore nella Chiesa, "il fine ultimo del diritto di proprietà è quello di mettere a disposizione di tutti gli uomini i beni della terra e non solo, come sembra evidente oggi, di limitarne l'uso ai soli proprietari".

Quando i poveri erano eretici
Il Medioevo, nota Bernard Félix, è stato "percorso da un gran numero di movimenti di rivolta contro l'indegnità del clero e contro il suo attaccamento alle ricchezze" (1). Questi movimenti di protesta hanno dato luogo particolarmente alle "eresie dei poveri". Tutte sono state sconfitte. Solo una è riuscita ad attraversare i secoli, malgrado le persecuzioni: il movimento valdese.
Esso deve il suo nome ad un commerciante di Lione, Pietro Valdo, nato tra il 1135-1140 e morto quasi sicuramente tra il 1206-1207. Un giorno, questo uomo lascia la sua famiglia e distribuisce ai poveri i suoi beni, prendendo come "precetto imperativo" - sono le sue parole - i consigli di Gesù al giovane ricco (Matteo 19,21). Con i suoi compagni, ai quali si aggregano alcune donne, egli va per le strade – chiamati i "sandalizzati", vivendo di elemosine, praticando il digiuno, con l'unico desiderio di seguire Gesù. L'arcidiacono Gautier Map, incaricato da Roma di informare il caso, descrive "i poveri di Lione" così soprannominati allora, come i "seguaci nudi di un Cristo nudo".
Questi poveri laici non esitano a predicare, a partire dal Vangelo di cui hanno fatto fare anche una versione in lingua vernacolare . E' inaccettabile per la Chiesa dell'epoca. Inoltre, queste persone vivono in comunità, fuori da ogni collegamento gerarchico. Il concilio di Verona (1184) e quello di Latran (1215) condannano i valdesi. Francesco d'Assisi conosce una sorte migliore una trentina d'anni dopo Valdo, anche se la "regola ideale" che egli propose è stata temperata dal suo ordine e dalla gerarchia ecclesiastica. Precursori dallo sguardo lungo, i valdesi aderiscono alla Riforma protestante del 1532, con il sinodo di Chanforan, in Piemonte. Oggi le due comunità più importanti si trovano in Italia e in Uruguay.
                                                                                                 Jean-Paul Guetny



(1) Bernard Félix, L'eresia dei poveri. Vita e pensiero di Pietro Valdo (Labor et Fides, 2002). Un'opera istruttiva di un protestante ricco di simpatia per Pietro Valdo e per la chiesa da lui scaturita, facente parte del Consiglio Ecumenico delle Chiese dall'inizio.