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venerdì 1 febbraio 2008

                                             Isaia 58,1-9a

Il digiuno
che Dio gradisce

 Predicazione di Aldo Palladino







3 febbraio 2008
Chiesa Valdese di Via Nomaglio - ore 9,00
Chiesa Valdese di C.so Principe Oddone - ore 10,30

Il testo biblico1 Grida a piena gola, non ti trattenere, alza la tua voce come una tromba; dichiara al mio popolo le sue trasgressioni, alla casa di Giacobbe i suoi peccati.
2 Mi cercano giorno dopo giorno, prendono piacere a conoscere le mie vie, come una nazione che avesse praticato la giustizia e non avesse abbandonato la legge del suo Dio; mi domandano dei giudizi giusti, prendono piacere ad accostarsi a Dio.
3 "Perché", dicono essi, "quando abbiamo digiunato, non ci hai visti? Quando ci siamo umiliati, non lo hai notato?" Ecco, nel giorno del vostro digiuno voi fate i vostri affari ed esigete che siano fatti tutti i vostri lavori.
4 Ecco, voi digiunate per litigare, per fare discussioni, e colpite con pugno malvagio; oggi, voi non digiunate in modo da far ascoltare la vostra voce in alto.
5 È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l'uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al Signore?
6 Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
7 Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?
8 Allora la tua luce spunterà come l'aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del Signore sarà la tua retroguardia. 9 Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai, ed egli dirà: Eccomi!

Altre letture: Luca 18, 18-22; Luca 10, 25-37; 1 Cor. 13, 1-8a.


Due parole sul libro del profeta Isaia

Tra i libri profetici quello di Isaia è il più lungo con i suoi 66 capitoli.
L'analisi storica,  teologica e letteraria del libro ci aiuta a comprendere che siamo di fronte a più autori. Infatti, è impossibile che eventi storici avvenuti nell'arco di circa due secoli, dal 740 circa al 520 a. C., possano essere stati raccontati da un solo personaggio. Si passa dalla guerra siro-efraimitica (anno 736 a.C. circa) all'arrivo di Ciro il Grande,  imperatore dei Persiani (553-530).
Per questo gli studiosi, pur di fronte ad un'unità di pensiero, concordano nell'attribuire a Isaia (il cosiddetto Proto-Isaia) i capitoli 1-39, al secondo Isaia (il cosiddetto Deutero-Isaia) i capitoli 40-55 e  al terzo Isaia (il cosiddetto Trito-Isaia) i capitoli 56-66.
Anche le differenze stilistiche presenti nelle tre sezioni avvalorano la tesi della pluralità degli autori.
Dunque, il brano oggetto della nostra meditazione è da attribuire al Trito-Isaia, i cui oracoli sono da datare all'epoca della fine della cattività babilonese.

Spiritualità apparente

Il testo che abbiamo letto nasce nel periodo di attività di quel profeta definito il Terzo Isaia o Trito-Isaia, periodo compreso tra il 539 e il 520 a.C.. Il tempio (la casa di preghiera di cui parla Isaia 56,1-8), secondo alcuni studiosi, è appena stato ricostruito, secondo altri no, ma è certo che i rimpatriati dall'esilio babilonese si trovano in condizione di povertà, di bisogno e di oppressione, in un contesto sociale di grave insicurezza politica ed economica (60,10-18; 62,8-9), tra rovine e distruzioni (61,4) e un perdurante stato di umiliazione (61,7; 62,4).
Dobbiamo capire che questa gente, un tempo sradicata dalla propria terra, al rientro in patria dopo anni di esilio si trova senza lavoro, senza casa, insomma tutti devono ricostruirsi una vita.
Le cose non vanno meglio sul piano spirituale. Abbiamo letto, infatti, che il profeta viene inviato da Dio al popolo di Giuda per denunciare a gran voce le sue trasgressioni e il suo peccato.
Questo popolo, infatti, mostra di avere frainteso, distorto e dimenticato l'insegnamento fondamentale consacrato nella legge mosaica, nella Torah, riducendolo alla sola osservanza di norme cerimoniali, di riti, di pratiche liturgiche ripetitive, tra cui c'era il digiuno che serviva a mortificare il corpo. Ritualismo e formalismo religioso avevano inaridito la vita spirituale di questo popolo al punto che si confondevano le pratiche cerimoniali del culto con la volontà stessa di Dio, con la vera ubbidienza. I sacrifici, le offerte, le abluzioni, le preghiere e la pratica del digiuno, erano diventati attività di autocompiacimento, di soddisfazione e di orgoglio personale. Già molti anni prima Dio, attraverso il profeta Isaia (il Proto-Isaia), diceva a tutto Israele: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me" (Isaia 29,13).
Essi digiunavano e pregavano, ma la loro vita era senza pentimento, senza pietà nei rapporti con gli altri, perché continuavano a discutere e litigare, a sfruttare i lavoratori, a pensare ai propri affari, a perseguire soltanto interessi personali individualisti ed egoistici, avendo perso di vista il senso della loro vocazione come popolo, come comunità.
    
Il digiuno che Dio gradisce, essenza del messaggio evangelico

"Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?" (6-7).

Questa parola chiara, forte, incisiva, ha raggiunto tutto il popolo di Israele. E non è la prima volta, perché altri profeti in passato hanno rimproverato questo popolo perché aveva le mani piene di sangue, per la malvagità delle sue azioni, perché non smetteva di fare il male, perché non cercava la giustizia, non rialzava l'orfano e non difendeva la vedova (Isaia 1,11-17).
Ma questa parola, se si analizza attentamente il testo, è rivolto all'uomo, alle donne e agli uomini di tutti i tempi, chiamati da Dio a porre al centro della propria vita l'altro, l'essere umano. Se digiuno significa astenersi dal cibo, dal nutrire il proprio corpo, se ai nostri giorni fare dieta significa rinunciare a qualcosa o limitare certi consumi per curare il nostro corpo, tanto più siamo chiamati a fare digiuni e diete di azioni malvagi, dalle più grandi alle più piccole, a fare digiuno e dieta di egoismo, di orgoglio, di indifferenza, di oppressione e sfruttamento di donne, bambini, dei poveri di questa terra, in cerca di beni primari come il lavoro e una casa per vivere una vita dignitosa. Condividere il pane con chi ha fame, condurre a casa tua gli infelici privi di riparo, dare un vestito a chi non ce l'ha e guardare in faccia l'altro senza far finta di non vedere né sapere nulla dei suoi bisogni, sono le esigenze fondamentali della vita dell'uomo, che non devono e non possono essere appannaggio di un colore politico, né di destra né di sinistra, ma esprimono l'essenza di una solidarietà che è dovuta, perché siamo uomini e donne, creati a immagine e somiglianza di Dio, oggetti delle sue attenzioni e del suo amore.
In Luca 10, 25-37 e 18, 18-22, due uomini importanti, un dottore della legge e uno dei capi della sinagoga si presentano a Gesù e gli fanno la stessa domanda: "Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?". E la risposta di Gesù, nei due episodi, è: l'amore per il prossimo.
Scrive il discepolo Giovanni: "Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1 Gv 4,8).
Ritornando al nostro testo, nei vv. 7 e 8, Dio non si rivolge più a tutto il popolo, ma alla singola persona; passa dal "voi" al "tu" e promette a chi gli ubbidirà guarigione (letteralmente: la cura delle ferite) e la sua costante presenza.
Se oggi tu hai smarrito la strada della vera vita, se sei confuso, se sei incerto, se sei stanco e deluso di tutto, se riconosci che non hai camminato come il Signore ti ha comandato, lo Spirito di Dio torna a parlarti attraverso la sua parola e con benevolenza e pazienza è pronto a darti le indicazioni e la forza per riprendere il tuo cammino con determinazione e coraggio, pieno di fiducia e speranza.
Non nasconderti dietro gli alibi che sappiamo tutti escogitare: "La mia chiesa non organizza e non fa nulla" o "ci deve pensare lo Stato a queste cose", perché le scelte politiche o ecclesiali passano attraverso le tue sollecitazioni e le tue responsabilità.
Come chiesa ricca di carismi, ministeri, conoscenza teologica, di storia e di cultura, tutti siamo chiamati ad avvicinare il nostro cuore, la nostra vita a Dio percorrendo la via dell'amore che Paolo ci propone nella sua lettera ai credenti di Corinto.
La via dell'amore è la via per eccellenza. Una via che non si predica, ma che si pratica, una via fatta di gesti gentili, di aiuto concreto a chi è nel bisogno, a stare vicino a chi è sofferente, a confortare chi è nel dolore. Al di fuori della via dell'amore tu ed io non siamo nulla. Ricordiamocelo!

                                          Aldo Palladino