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sabato 23 novembre 2013






La fragile materia di cui siamo fatti

di Moni Ovadia






«Genesi», il primo libro della Bibbia, se davvero ci si prendesse la briga di leggerlo o, per lo meno, lo si estraesse dalle polveri della propria biblioteca, si rivelerebbe ricco di folgoranti rivelazioni sulla nostra natura più intima e di conoscenze di senso che stimolino la consapevolezza del nostro destino, aleatorio e libero, ma pur sempre ineludibile.
Nel passaggio in cui si racconta della creazione dell'uomo, le narrazioni sono due: la prima è unitaria ed eticamente denotativa e recita più o meno così: «Creò l'essere umano, maschio e femmina li creò». Dunque la creatura più amata, il partner della creazione, è uno ma si esprime in due aspetti di pari dignità, il femminile ed il maschile e, detta dignità di cui sono titolari le due alterità, si esprime nell'amore, l'impronta divina che chiede il reciproco accoglimento. Nella seconda narrazione, si descrive prima la costruzione di Adàm HaRishòn, Adam il primo. Si tratta di un maschio? Direi di no! Come si può infatti parlare compiutamente di maschio prima che esista la femmina? Si tratta piuttosto di un Golem, un robot maschioforme, impastato nell'adamàh (gleba, zolla) e il suo nome in italiano andrebbe tradotto correttamente con «gleboso» o «zolloso». Adamo non dice letteralmente nulla – ricorda al massimo un cantante sentimentale italo-belga che furoreggiò negli anni Sessanta. Ad Adam HaRishòn, la vita gli viene insuflata dall'alito divino, ma le molecole del suo corpo sono della stessa materia che costituisce madre terra, materia splendente e fragile.
La Torah ci suggerisce una verità sconvolgente, pur se ovvia: se l'uomo è santo e inviolabile, lo è altrettanto la terra. Ci è stato appena mostrato con tragica evidenza, nella nostra amatissima Sardegna, superbamente bella e vigliaccamente martoriata. In occorrenza delle catastrofi naturali, ci vengono furiosamente ricordate due ineludibili verità: l'inarrestabile impeto della natura e la ottusa, cinica, criminosa azione di quella parte di umanità che, sempre e comunque, si prosterna davanti alle ragioni del profitto e della spoliazione della vita. Con la storia di Adam il primo, la Torah ci ammonisce a non dimenticare che, se noi siamo santi e inviolabili, inviolabile e santa è madre natura e tali sono gli animali. Noi dovremmo formare la nostra sensibilità a soffrire per la distruzione delle coste, come se vedessimo un essere umano innocente murato vivo, dovremmo patire per la cementificazione del pianeta, come rimaniamo sconvolti quando sappiamo di donne imprigionate sfruttate e violentate e, di fronte all'avvelenamento e allo scempio delle nostre fonti e dei nostri bacini, dovremmo tutti sentirci chiamati ad una mobilitazione permanente per fermare il crimine.
È ora di capirlo, non si tratta di ecologismo o pacifismo o qualche altro «ismo». Qui si tratta di vita o di morte. La nostra, quella dei nostri figli e dei nostri nipoti.




Articolo tratto dal Quotidiano "L'Unità" del 23.11.2013

martedì 12 novembre 2013




Luca 21: 5-19
La nostra vita tra presente e futuro

Meditazione di Aldo Palladino





Il testo biblico
5 Alcuni gli fecero notare come il tempio fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, ed egli disse: 6 «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata».
7 Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»
8 Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: "Sono io"; e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati; perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti, e in vari luoghi pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe, e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi; 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Premessa
Questo brano del vangelo di Luca è definito "piccola apocalisse" e con quello di Marco 13 e di Matteo 24 costituisce la cosiddetta "apocalisse sinottica" (dal greco apokalypto, togliere il velo, svelare o rivelare).
Il genere letterario che accomuna questi testi è quello dell' "apocalittica giudaica", che fiorì dal 200 a.C. fino al 135 d.C. e che era nata con gli scritti del profeta Daniele, il maggior rappresentante di questo stile. Ma anche altri scritti del tardo giudaismo e della chiesa delle origini, non compresi nel canone, sono di questo tipo. L'origine e lo sviluppo di questa letteratura sono correlati alla storia d'Israele, un paese che è stato terra di conquista da parte di altri popoli, ma anche un paese dilaniato da lotte intestine per il potere, dalla corruzione, dalla secolarizzazione del sacerdozio. I libri apocalittici sono una testimonianza di tutto questo e rappresentano quindi la risposta di fede alle circostanze religiose, politiche, economiche del tempo.
Il messaggio di fondo che essi portano è: il tempo è breve, il momento della fine è vicino. Lo scontro finale della luce contro le tenebre, il bene contro il male, Dio contro Satana, il giudizio finale è prossimo.
Gli autori apocalittici erano convinti che Dio avrebbe posto fine al male dando inizio al suo Regno, e che essi ne sarebbero stati presto diretti testimoni.
James H. Charleswort[1] afferma che l'essenza del pensiero apocalittico è il trasferimento. "L'individuo è spostato, per mezzo della visione e dell'ascolto, da un luogo a un altro, da una terra conquistata da pagani a un mondo – o un'èra – ripiena della gloria di Dio. Il trasferimento è di luogo, da qui a là, oppure temporale, da ora a poi; da una fine priva di speranza (telos) ad una conclusione paradisiaca(eschaton)".
Altro elemento del pensiero apocalittico è la ridefinizione, per cui si può parlare di vita attraverso la morte, di vittoria pur essendo stati sconfitti, di pace e di giustizia realizzate dinanzi a sconvolgimenti che privano l'uomo della pace e della giustizia (Apoc. 2,7.11.17.26; 3,5.12.21; 1,13.18; 3,21).
Questo è in forma molto concisa l'approccio culturale di ogni testo apocalittico. Da qui bisogna partire per cercare di comprendere cosa realmente nasconda il testo biblico e quali insegnamenti intenda offrirci.

Suddivisione del testo
In questo brano di Luca la divisione per argomenti è la seguente:
1)   distruzione del Tempio di Gerusalemme (5-6);
2)   fine dei tempi (7-19), con particolare riferimento:
·                       al pericolo di seduzione della comunità cristiana (8);
·                       a sconvolgimenti politici, economici e naturali (9-11);
·                       alla persecuzione della chiesa (12-17). 

1)   La profezia della distruzione del Tempio di Gerusalemme (5-7)
Il Tempio di Gerusalemme (il secondo tempio, completato nel 515 a.C.), costruito da Erode sulle rovine del primo Tempio costruito da Salomone (e distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C.), doveva essere di una tale bellezza da fare scrivere allo storico Giuseppe Flavio: "L'aspetto del tempio era tale da renderlo oggetto di adorazione per l'occhio e lo spirito. C'erano dappertutto dei blocchi d'oro e all'alba risplendeva come lo splendore del fuoco, che dava luce agli spettatori.  Da lontano sembrava una montagna di neve perché dove non era coperto d'oro era totalmente bianco".
Il Tempio suscitava in ogni Israelita forti emozioni non solo perché, secondo la fede professata,  esso garantiva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo, ma anche per la sua straordinaria bellezza. Non dobbiamo stupirci se, "alcuni" (qui imprecisati, mentre in Mc. 13 sono i discepoli Pietro, Giacomo, Marco e Andrea) invitino Gesù a notare le belle pietre e i doni votivi  che le adornavano (i doni votivi erano offerte fatte da principi e privati, come la vite dorata donata da Erode il Grande per ornare il luogo santo). Ma Gesù va oltre l'aspetto esteriore di quelle pietre e coglie l'occasione per annunciare la distruzione di tutte quelle pietre, cioè la distruzione del Tempio.
In effetti, il Tempio di Gerusalemme sarà distrutto nel 70 d.C. dalle truppe romane comandate da Tito Flavio Vespasiano (il futuro imperatore Tito). Occorre però precisare che quando l'evangelista Luca riferisce le parole di Gesù sulla distruzione del Tempio, questo, secondo alcuni studiosi, era già stato distrutto anni prima. 

Ma perché Gesù dà questa notizia sensazionale?
Credo che lo abbia fatto per due motivi:

  • perché, dopo la sua morte e la sua resurrezione (dopo il disfacimento del tempio del suo corpo e la sua riedificazione in tre giorni di cui aveva parlato in un'altra occasione – Mc 14:58), il Tempio di Gerusalemme non avrà più ragione di esistere ("non sarà lasciata pietra su pietra"). Il fico è seccato; Israele non ha vita, è spiritualmente morto non avendo riconosciuto in Gesù il Messia promesso. La nuova Chiesa prenderà il posto di Israele, perché Israele ha tradito il patto con Dio.
Già in passato, il profeta Michea aveva annunciato al popolo (3:12) che Sion sarebbe stata arata come un campo, che Gerusalemme sarebbe diventata un mucchio di rovine e il monte del tempio un'altura boscosa.
E il profeta Geremia, nella sua profezia sulla distruzione di Gerusalemme, aveva detto: "Io tratterò questa casa come Silo [già distrutta da molto tempo], e farò in modo che questa città serva di maledizione presso tutte le nazioni della terra" (26:6).
Dunque, Gesù si colloca in continuità con le dichiarazioni profetiche, di cui Egli è il      compimento e la realizzazione.

  • perché vuole spostare l'attenzione dei discepoli dalla sicurezza che dà il Tempio, con i suoi apparati, le sue gerarchie, le tradizioni e i riti che ne derivano, alla vera sicurezza che Egli stesso Gesù rappresenta per il presente e per il futuro.

2. La fine dei tempi
   a) Seduzione della comunità cristiana
       Occorre cogliere bene il senso del discorso di Gesù perché, mentre i discepoli sono interessati a conoscere il "quando" e il "come" dei tempi della fine, la vera preoccupazione di Gesù è incentrata sul tempo presente, sui pericoli ai quali i discepoli vanno incontro, per prepararli ad affrontare il cammino cristiano con un serio impegno e con speranza.
Ed ecco che la sua prima esortazione è quella di guardarsi da un male interno alla chiesa, da quelli che si presentano dicendo di essere Cristo. Sono falsi cristi, falsi salvatori dell'umanità che promettono di essere la soluzione a tutte le aspirazioni dell'uomo. Quanti personaggi hanno tentato di prendere il posto del Signore nel corso della storia dell'umanità e quanti ce ne saranno ancora che mentiranno e cercheranno di ingannarci con promesse seduttrici!

   b) Sconvolgimenti politici, economici, sociali
       Un altro avvertimento che, secondo il racconto di Luca, Gesù fa ai suoi discepoli è di prestare attenzione al male che proviene dall'esterno, rappresentato da guerre, rivolte, scontri di un paese contro un altro scaturenti da ideologie politiche, da strategie di conquista ("regno contro regno").  Ciò non rappresenta ancora la fine, ma è solo una tappa intermedia.
La natura, inoltre, manifesta la sua violenza con terremoti e cataclismi, con carestie e pestilenze. Questo disordine coinvolge terra e cielo, l'intero creato.

 c) La persecuzione della chiesa
       Ma il peggio deve ancora venire e riguarda direttamente i discepoli e tutta la chiesa. Infatti, Gesù presenta loro ciò che accadrà quando cercheranno di predicare l'evangelo e di fare pubblica testimonianza della loro fede in Cristo. Saranno presi, malmenati, uccisi, trascinati nelle sinagoghe o nei tribunali davanti a re e governatori (ved. Atti 4-5, che è il compimento di questa parola). Saranno perfino odiati e traditi da familiari e amici.
Essi avranno "una parola e una sapienza", cioè sapranno rispondere a chiunque chiede ragione della loro fede, perché sostenuti dallo Spirito santo che li guiderà nel loro parlare e nel loro dire.
La storia della chiesa primitiva ci illumina nel comprendere che i tempi della fine in definitiva erano di un'attualità incredibile. Tutto ciò che apparentemente sembra relegato in un lontano futuro riempie il presente per dargli senso e speranza.

Insegnamento

Un primo insegnamento che cogliamo dalle parole di Gesù, quando afferma che del Tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra, è che tutto ciò che ai nostri occhi sembra sicuro, indistruttibile, immutabile deve essere rivisto con l'ottica della precarietà. Non c'è nulla di definitivo e stabile sulla terra. Tutto è mutamento, cambiamento. La nostra vita passa. Civiltà intere sono passate. Una generazione dopo l'altra è passata. A che cosa ci aggrappiamo, dunque? Qual è il fondamento di ogni nostra speranza? Già in altra occasione, Gesù aveva detto: " Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo…perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore" (Mt. 6:19-21). In Matteo leggiamo:"Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mt. 24:35). Profondità del pensiero di Gesù, che ha le sue radici nella sapienza dei padri!
Il Salmista aveva detto che la vita dell'uomo è come l'erba, che "verdeggia la mattina, la mattina essa fiorisce e verdeggia, la sera è falciata e inaridisce" (Salmo 90:5-6).
Un secondo insegnamento di Gesù ci mette in guardia dal potere di seduzione sempre presente nella vita dell'uomo.
Siamo sedotti dal desiderio di potere, di dominio, di supremazia, o molto più semplicemente di apparire, di essere qualcuno, addirittura di presentarsi come "il Cristo" o come altri che attraverso le guerre hanno inteso o intendono imporre un'ideologia o addirittura "esportare la democrazia".
Un terzo insegnamento è che occorre essere consapevoli che il cammino del credente è sempre contrassegnato da contraddizioni. Anche all'interno della chiesa si possono levare falsi profeti, abili seduttori di anime semplici, e l'amore viene meno.
In una situazione di degrado e di deriva, soltanto chi persevera nella fede può sopravvivere ed essere salvato.
Un quarto insegnamento è che come credenti dobbiamo avere la consapevolezza che la nostra vita deve essere vissuta con l'intento di lavorare per l'avanzamento del Regno di Dio qui e oggi. Lo sguardo e il cuore inclini a vedere nel futuro la realizzazione del disegno di Dio non deve farci dimenticare  che la nostra vocazione è di testimoniare ora l'amore di Dio in Cristo Gesù. Teologia dell'impegno e teologia dell'attesa devono convivere e mai prevalere l'una sull'altra. Scriveva il Past. Antonio Adamo: "La Chiesa del Signore è realtà di attesa e di annuncio, in cui le promesse sono vissute come vere e ogni giorno è breve come l'ultimo e lungo come il primo. La dimensione forte dell'essere della Chiesa sono la fede, la speranza e l'amore. Non si tratta di abbandonare il mondo né di sposarne i principi, ma di vivere con intensità il presente, attendendo con intensa passione le promesse. Nel tempo dell'Avvento ci fermiamo e ascoltiamo le promesse; facciamo silenzio e lasciamo parlare il Signore. Aspettiamo continuando con impegno il nostro viaggio, certi che il Signore saprà incontrarci come e quando egli vorrà.  Nell'attesa pronunciamo e facciamo qualcosa di buono, di pacifico, di risanatore. Cerchiamo di essere segno della nuova umanità in Cristo".
Conclusione
Anche se nella Scrittura il tempo della fine resta lo scenario di fondo di molti discorsi, occorre notare che il regno del futuro esplica la sua azione a cominciare dal presente. La vita dei discepoli, della chiesa, la nostra vita è fatta di comportamenti e di relazioni, per cui parlare del futuro significa parlare del presente. Infatti Gesù, parlando della tempo della fine, intendeva richiamare l'attenzione dei discepoli sulla loro realtà in vista della fine. Ed è per questo motivo che il messaggio dell'evangelo ci esorta alla vigilanza, alla testimonianza, alla speranza.
Questo mondo non dura in eterno. La vita umana e la storia dell'umanità finiranno. Ma Gesù ci consola dicendo che l'appuntamento finale non è con il nulla, come molti anche oggi sostengono, ma con Dio, con "l'alfa e l'omega, colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente" (Apoc. 1:8).    
L'uomo è dunque chiamato a fare una scelta: affidarsi alla realtà di Dio che gli sta dinanzi come offerta di vita o rifiutarla. A ognuno di noi è chiesta una conversione, un nuovo modo di pensare e di agire, perché prima della responsabilità collettiva esiste quella personale, che ci spinge all'impegno, all'azione, alla testimonianza, alla dedizione, al servizio.
La nostra fede è piccola come un granel di senape, per cui spesso preghiamo: "Soccorri la mia poca fede", ma è tale da poter spostare le montagne dell'indifferenza, del cinismo, dell'egoismo ecc., se vissuta non come possesso, ma come dono. Fede che ha la sua dimensione nella speranza. Speranza nel futuro di Dio che ci permette di interpretare il mondo e la sua storia e che ci dà la forza di predicare l'amore di Dio in Gesù Cristo.   
                                                                                                                                                                     Aldo Palladino


[1]"Gesù nel Giudaismo del suo tempo". Claudiana. Torino