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giovedì 24 febbraio 2011

Matteo 6: 24-34

Note esegetiche e omiletiche

a cura del Past. Stefano D'Amore


Il testo biblico
24 Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona. 25 «Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? 27 E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un'ora sola alla durata della sua vita? 28 E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; 29 eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. 30 Ora se Dio veste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? 31 Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?" 32 Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. 33 Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. 34 Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

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ESEGESI DEL TESTO

v. 24
(Cfr. Lc 16,13)
Può apparire una massima di valore universale, ma è profondamente legata a ciò che la precede, in particolare alla capacità di discernimento che è possibile solo con un occhio buono (Mt 5,22). L'incapacità di discernere porta all'incapacità di scegliere. Ma prendere una posizione è importante. Nell'antropologia biblica qualsiasi individuo è sempre sottoposto al servizio di un potere esterno, appartiene a qualcuno; non esiste l'individualità isolata dalla relazione con Dio o con altri dei.
Gesù dichiara in maniera netta che è impossibile seguire, appartenere a due padroni.
Il termine Mammona deriva probabilmente da "aman": ciò in cui si può confidare. Nel tardo giudaismo significava "ricchezza, guadagno, solitamente realizzati con atti di ingiustizia".
Come dice Bonhoeffer «le ricchezze o i beni, sono tali solo quando guadagnano il nostro cuore… senza il nostro cuore i beni non sono nulla… essi vivono del nostro cuore, per questo sono contro Dio».
Il denaro assorbe tutte le energie e diventa il fine della vita, non un mezzo, rende schiavi. E' un padrone esigente, diventa un idolo. Il denaro fissa le nostre esigenze e la nostra vita.
Il denaro in sé è un mezzo, siamo noi che lo rendiamo idolo. Dunque tutto sta in ultima analisi alla nostra scelta e al nostro saper discernere. Usarlo come mezzo che serve e non qualcosa che serviamo.
Qui il tema è l'esclusività del servizio, il dono totale del proprio essere. Si tratta non di una contrapposizione oggettiva tra due grandezze da scegliere, ma soggettiva che riguarda l'orientamento di fondo della persona, il «perno su cui far ruotare la propria vita» (Barbaglio). O confidiamo nelle nostre capacità di raggiungere la ricchezza o confidiamo in un Dio che ci chiama a dare i nostri beni al servizio del suo Regno e della sua giustizia.

I vv. 25-33 sono un'unità tramandata anche da Luca (Lc 12, 22-31)

v. 25
"Perciò" indica una conseguenza, un passaggio deduttivo dal più grande al più piccolo, tipica dell'epoca. Il riferimento non è a cose superflue, ma basilari (mangiare, vestirsi). Gesù conosce la povertà dei suoi interlocutori e non sta proponendo qui l'eliminazione del lavoro, ma si tratta di un'esagerazione che vuole comunicare la necessità di regolare l'ansia smodata, l'eccessiva preoccupazione che in definitiva significa sfiducia in Dio.
Il presupposto è che si prenda sul serio la bontà del Creatore. Le frasi retoriche dovrebbero infatti portare a riconoscere che noi (la nostra vita, il nostro corpo) siamo importanti!

v. 26
Non si tratta di una visione idilliaca della natura (7,15; 24,28), ma di un fissare lo sguardo sulla bontà e premura di Dio.
La sollecitudine ansiosa è da fuggire non perché opprime l'uomo e non gli dà la serenità di cui ha bisogno, ma perché esclude Dio. La scelta non è tra agire e restare impassibili in attesa di qualcuno che ti vesta e ti nutra, ma scegliere tra due modi differenti di agire (quello che si affida completamente alle ricchezze e quello che si affida a Dio).
Le prospettive del seguire Gesù non sono certo idilliache (Mt 8, 20). Eppure…guardate agli uccelli del cielo! Rinnova l'invito a confidare nel Dio creatore che ci ha fatti e si prende cura di noi.

v. 27
Sembra un'interruzione. Ma siamo di fronte a un serissimo interrogativo su qual è la reale conseguenza del nostro preoccuparci…a cosa porta? Ci interroga anche riguardo ai limiti degli sforzi umani per prolungare la vita, sforzi che a volte non solo combattono la tragedia del dover morire, ma spesso intensificano la tragedia del non poter morire.
La durata della nostra vita è nelle mani di Dio, le nostre ansie non ci possono fare niente (sapienziale).

v. 28
Si riprende il discorso. Alle azioni di carattere "maschile" del v. 26 segue un esempio di lavoro "femminile" introdotto da un verbo di lavoro fisico (kopiao)

v. 30
Un invito alla fede, non un esempio probativo. Non si tratta di un ragionamento logico e conseguente ma di sottolineare ancora una volta il fatto che siamo importanti agli occhi di Dio: non credere di essere importanti significherebbe avere poca fede.

v. 31-32
Si riprende il discorso con un'esortazione conclusiva. Un altro argomento per non essere ansiosi: i pagani  ricercano e si preoccupano eccessivamente dei beni materiali, ma Dio sa ciò di cui hai bisogno. Dio è colui che ti conosce e ti viene incontro. Dio non è un principio deducibile dall'osservazione della natura; la sicurezza non viene dalla natura, dal copiarla o dal voler dedurne un insegnamento, ma viene dalla predicazione di Gesù che mostra Dio come padre.

v. 33
La parola "prima" non significa che c'è un "poi" ma è piuttosto un "al di sopra di tutto".
Queste parole concludono il pensiero fatto finora: all'eccessiva preoccupazione di voler avere la vita "sistemata", Gesù oppone la ricerca del Regno e della giustizia, due elementi complementari.
Siamo chiamati a rimpiazzare il merimnao (preoccuparsi affannarsi) con il zeteo (ricerca, impegno). Una cosa è affannarsi per raggiungere interessi individuali, un'altra è impegnarsi nella pratica della giustizia.
La conclusione non è "cercate…e disprezzate il resto". Non c'è demonizzazione di ciò che è terreno che risulterebbe inutile o cattivo. La certezza che "il Padre sa che avete bisogno…" ti mette in cammino sulla sua via, ti proietta nel futuro di Dio che si concretizza già nella comunità che mette in comune i doni.

v. 34
E'un riassunto di Matteo, una probabile aggiunta redazionale. L'ansia ingigantisce tutto e porta con sé il rischio di una spirale che giorno per giorno può solo aumentare. È un invito ad avere fiducia nell'accompagnamento puntuale di Dio. D'altronde IO SARO' è il suo nome, e per questo accompagnerà il nostro futuro.


NOTE OMILETICHE
Il titolo che potremmo dare a questo passo è: la signoria di Dio. Questo era anche il centro delle Beatitudini, della nuova legge (5,20) e del Padre nostro.
Cosa si oppone a che essa sia al centro delle nostre vite? L'incapacità di affidarsi e la facilità di preoccuparsi.
L'ansia ritorna tre volte come un ritornello. Ansia è un termine fondamentale nel mondo di oggi. Non è un mistero che i disturbi legati ad essa siano aumentati incredibilmente nei tempi recenti, a causa dei ritmi frenetici, degli stili di vita compressi che la società ci impone o che ci autosomministriamo. Ed è una parola protagonista di un'attualità attanagliata della crisi economica mondiale.
L'essenza fondamentale del mondo è la paura. Paura della morte, paura del bisogno, paura del vuoto. Una paura che prende tanti volti, che suscita ansia. Un'ansia che suscita preoccupazioni. Preoccupazioni che cercano sicurezza. Ma una sicurezza infinita non è possibile trovarla. E allora ritorna la paura, poi l'ansia e la preoccupazione. E la preoccupazione mette al mondo idoli, falsi dèi, che dovrebbero avere il potere infinito di contrastare la paura infinita (R. Volpe).
Anche nelle nostre chiese assistiamo a stili di vita (soprattutto pastorali) che hanno fatto dell'ansia un elemento costitutivo e irrinunciabile (se non sei un po' stressato e non vai in burn out c'è chi pensa che non lavori abbastanza!). Una giovane della mia comunità commentando questo passo un anno fa aveva detto: "questa parola oggi è rivolta a te, fratello pastore, in ansia per le ansie degli altri, in ansia per paura di non donare speranza."
Gesù ci vuole liberare per la vita. E c'è vera vita soltanto laddove essa può venire accolta come un dono e vissuta perciò con radicale fiducia.

Dio non invita nessuno a trascurare i propri bisogni fondamentali, sia materiali che psicologici. Ci invita piuttosto a non esserne schiavi, a non trasformarli in idoli, a non destinare a questi il posto che dovremmo destinare a Lui solo.
Dio ci chiede di impegnarci prima di tutto nella ricerca di una giustizia relazionale, di un rapporto vissuto con Dio attraverso la fede e la speranza, con il prossimo attraverso l'amore; ci chiede di affermare una giustizia sociale ed economica che metta insieme nutrimento e regole, risorse e bisogni, come nell'episodio della manna (Esodo 16)
Dio non ragiona secondo una logica economica, (altrimenti questo testo manderebbe a rotoli tutto il settore agricolo!), ma secondo quella del dono e ci chiama alla fiducia nella sua grazia. Ci ripete con insistenza che siamo importanti e ci chiama alla responsabilità della scelta di legare il nostro cuore a qualcosa di essenziale, d'invisibile agli occhi, e proprio per questo più durevole.

La via che ci è mostrata invita a cercare il Regno e la giustizia invece di lasciarsi travolgere dalla fretta superficiale, dal giudizio degli altri, dal voler vedere realizzati i propri interessi. È quello che aveva fatto Giuseppe (Mt 1, 19) facendo passare la volontà di Dio davanti alle sue idee, ai suoi piani, alla paura per la sua reputazione e che proprio per questo viene chiamato "giusto". È quello che poche domeniche fa il testo di Mt 5, 20 ci invitava a fare. Cercare la giustizia, ogni giorno, dove è chiaramente negata, dove apparentemente ci si da un gran da fare per tutelarla; nelle azioni degli altri e tra le pieghe del nostro perbenismo, non stancarsi mai di desiderarla e di invocarla.

                                          Stefano D'Amore


Due citazioni pertinenti al testo

I beni danno al cuore umano il miraggio della sicurezza e dell'assenza di affanni, ma in verità sono proprio la causa prima degli affanni. Il cuore che si attacca ai beni riceve insieme ad essi il peso soffocante dell'affanno. L'affanno si procura i tesori, e a loro volta i tesori procurano affanno. Vogliamo garantire la nostra vita per mezzo dei beni, vogliamo liberarci dall'affanno per mezzo dell'affanno, ma in realtà ne risulta il contrario. Le catene, che vincolano ai beni, sono per se stesse un affanno.
D. Bonhoeffer

Il denaro è un padrone esigente che schiavizza poco a poco ogni uomo. Cercato all'inizio come semplice strumento di scambio, finisce per acquisire un valore in se stesso e diventa un fine. Assume la forma di assoluto, diventa un idolo. E come idolo, aliena l'uomo e lo separa sempre più dai suoi fratelli. Crea privilegiati e diseredati, crea interessi, rivalità, lotte, guerre internazionali.
C. Delmonte




D. Bonhoeffer, Sequela
C. Delmonte, Sobre todo el Reino
E Borghi, Il discorso della montagna

mercoledì 16 febbraio 2011

Matteo 5:38-48
Oltre l'etica del dovere, l'etica dell'amore

Note esegetiche e omiletiche
a cura del Past. Sergio Tattoli

 

Il testo biblico

38«Voi avete udito che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". 39 Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra; 40 e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. 41 Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. 42 Da' a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle.
43 Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45 affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? 47 E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? 48 Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.


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Commento introduttivo

Con questo testo siamo nell'ambito del sermone sul monte, nella sezione in cui – in forma antitetica – Gesù contrappone la legge mosaica (o la sua interpretazione) al  proprio insegnamento. Dopo aver trattato dell'omicidio, dell'adulterio, del divorzio, del giuramento, nella quinta e sesta antitesi – che     costituiscono il tema del nostro studio - tratta l'amore verso il prossimo declinato nella rinuncia alla vendetta e nell'amore esteso perfino al nemico. 

NOTE ESEGETICHE

 La rinuncia alla vendetta
"Occhio per occhio e dente per dente" è il dato dal quale Gesù parte. È la cosiddetta "legge del taglione", comune ad altri codici giuridici, come quello di Hammurabi. In caso di danno procurato a terzi "darai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, scottatura per scottatura, ferita per ferita, contusione per contusione" (Es. 21:23-2); il Deuteronomio riporta la medesima legge invitando ad applicarla senza misericordia: "Il tuo occhio non avrà pietà: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede" (19:21). La legge del taglione costituiva un significativo limite alla vendetta privata che essendo esercitata sotto l'impeto delle pulsioni emotive anziché nell'obiettività del diritto rischiava di   tradursi in un'offesa più grave del torto subito; la vendetta per sua natura tendeva a essere sproporzionata. Il principio che la legge del taglione sottintende è l'equivalenza della pena alla colpa. Anche nel diritto greco e romano vigeva la   corrispondenza tra il delitto e la pena. Tuttavia anche una giusta applicazione del diritto può costituire in sé un'ingiustizia e ampliare in modo insensato il fronte  della sofferenza.
Secondo il principio giuridico romano summum jus summa iniuria, la legge applicata in modo cieco può generare ulteriore ingiustizia. Quantunque fosse invalso l'uso di accettare un risarcimento in denaro piuttosto che infliggere una mutilazione al colpevole, come si legge nel Levitico (24:17-21), l'applicazione della legge del taglione era ancora in  vigore e destava ancora problemi al tempo di Gesù, dato che interviene per porvi un argine: "non contrastate il malvagio". Il termine greco πονηρω può essere sia neutro (la malvagità) sia maschile (il malvagio). Si presentano così due interpretazioni entrambe possibili. La prima interpretazione è di non opporsi al male subìto, non reagire alla malvagità che  viene perpetrata nei nostri confronti; al contrario, opponendosi, reagendo, vendicandosi, si produrrebe solo altro male. Questo concetto è ripreso da Paolo nella Lettera ai Romani:
"Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il  posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la            retribuzione», dice il Signore. Anzi, «se il tuo nemico ha fame dagli da  mangiare; se ha sete dagli da bere; poiché facendo così tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene" (12:17-21). 

L'altra interpretazione è di non resistere al malvagio, all'essere umano che agisce in modo perfido verso di noi. L'antitesi che Gesù pone è radicale. Non solo esclude l'esercizio della vendetta privata, non solo chiede di rinunciare alla legge del taglione pur essendo una via legale (la pena era comminata dal Sinedrio), ma chiede di rinunciare al ricorso a qualsiasi ritorsione, rinunciare a esercitare qualsiasi diritto. L'intento – secondo le parole di Giovanni Miegge – è "dare una dimostrazione integrale dello spirito fraterno dell'evangelo" (Il Semone sul Monte, p.138).
Seguono delle esemplificazioni.

Porgere l'altra guancia. Alcuni commentari mettono in evidenza che se lo schiaffo arriva sulla guancia destra o è dato con la sinistra o è un manrovescio che per i costumi del tempo era considerato particolarmente umiliante e offensivo. In tal  caso "porgere l'altra guancia" sarebbe indice di un animo particolarmente virtuoso, incline al perdono; denoterebbe una persona eccezionalmente disposta a lasciarsi umiliare. Non credo che il detto di Gesù avesse questo specifico retropensiero. Ricevere schiaffi è comunque umiliante. Possiamo intendere la frase come invito a non restituire il male ricevuto. Gesù visse quest'esperienza quando si lasciò schiaffeggiare senza reagire, realizzando la profezia descritta in Isaia, nel terzo canto del servo del Signore. "Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi" (50:6).

Cedere la tunica oltre al mantello. Nella versione di Luca (6:29) la successione   nella sottrazione degli abiti, prima il mantello poi la tunica, suggerisce una rapina. Al ladro che ti strappa il mantello non impedire di prendere anche la tunica. Il contesto di Matteo sembra essere quello di una controversia giudiziaria, un processo per debiti. Il testo sottintende che si stia perpetrando un sopruso. Il creditore pretende di essere ripagato con la tunica, l'abito che funge anche da coperta per ripararsi dal freddo della notte. Qualora il debitore si fosse già privato del mantello, se gli venisse sottratta anche la tunica rimarrebbe nudo. Si racconta che Diogene abbia ceduto anche la tunica a chi pretendeva il suo mantello; ma il gesto del filosofo era inteso come dimostrazione che la sopravvivenza del saggio non è legata ai beni materiali.
Il commento di Gesù di rinunciare non solo al mantello ma anche alla tunica è dettato dall'idea che è meglio restare nudi piuttosto che ingaggiare una battaglia legale o litigare con il prossimo, innescando una spirale di rancori e di ritorsioni. 

Percorrere il secondo miglio.
Gesù prosegue nelle esemplificazioni del principio di  non contrastare al malvagio, con il caso in cui si venga costretti a percorrere un miglio. Letteralmente "angariare"". La parola deriva dal persiano. In greco è αγγαρειω. In origine era il servizio reso ai corrieri postali fornendo la muta di cavalli necessaria. Poi il significato si estese al diritto da parte dell'autorità di requisire un cittadino per costringerlo a rendere un servizio. L'autorità poteva costringere una persona a fare da guida o da portatore per un miglio. Un esempio neotestamentario è l'episodio in cui Simone il Cireneo è costretto a portare la croce di Gesù (Mc.15:12). Al di là  della requisizione fatta d'autorità (alla quale difficilmente ci si sarebbe  potuto sottrarre), nel detto di Gesù si può intravedere la pretesa di un semplice privato; si può ipotizzare una richiesta che è puro arbitrio. In tal caso, pur avendo il diritto e la possibilità di opporsi (e qui entra in gioco la fedeltà allo spirito evangelico) per un cristiano è opportuno evitare la contrapposizione e mostrarsi volenteroso, magnanime, percorrendo non solo il miglio richiesto ma addirittura due, ossia superare la distanza imposta dalla forza e colmare quella che esprime indulgenza verso l'altro, sopportazione dell'arroganza del prossimo. Per la credibilità evangelica è significativo rispondere a un sopruso con un beneficio.

Essere generosi verso chi è nel bisogno.
Il passo prosegue con ulteriori appelli ad acconsentire a richieste da parte del prossimo. I rabbini distinguevano tra oggetti che si "chiedono" per usarli o il denaro che si prende in "prestito" e altri casi in cui non era prevista la restituzione. Gesù va oltre qualsiasi distinzione, supera qualsiasi cavillo, e invita a un atteggiamento concreto, costruttivo. Farsi  prossimo degli altri, farsi carico dei loro bisogni diventa un imperativo ancora più urgente quando costoro sono particolarmente bisognosi.
Gesù invita i suoi seguaci ad accettare un secondo schiaffo, a rinunciare al mantello oltre alla tunica, a percorrere il doppio del tragitto richiesto, a essere generosi verso chi chiede, per mostrare a chi si comporta in modo scorretto, arrogante, ostile l'insensatezza del suo agire e per mostrare che il cristiano non adotta gli stessi metodi. A Gesù sta a cuore la qualità del rapporto umano che inevitabilmente scade quando s'instaura un clima di rivalsa.


L'amore esteso ai nemici

L'ultima antitesi è quella dell'amore per i nemici.
Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico".
Amare il prossimo è prescitto in Levitico: "Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso" (19:18). In pratica stabilire il confine di chi fosse il prossimo era materia alquanto contesa nelle varie scuole rabbiniche. Si ponevano paletti per limitare il campo e restringere il "dovere di amare".
L'odio per il nemico non era specificamente dichiarato ma era cosa alquanto ovvia. Saul risparmiato da Davide apprezza la sua magnanimità e ammette: "Se uno incontra il suo nemico, lascia forse che se ne vada in pace?" (1 Sa. 24.20).
In effetti sia nell'Antico Testamento sia nell'insegnamento rabbinico manca alcun precetto che prescriva  l'odio per il nemico in genere. Si parla di odio, addirittura "perfetto" ma solo riferito ai nemici di Dio. Ecco le parole del Salmista: 
"Signore, non odio forse quelli che ti odiano?
E non detesto quelli che insorgono contro di te?
Io li odio di un odio perfetto;
li considero miei nemici" (Sal. 139:21-22).
Anche i membri della setta del Mar Morto parlavano, ai tempi di Gesù, di odio   contro i malvagi, i figli delle tenebre, i nemici di Dio. Avevano elaborato il comandamento di "amare tutto ciò che egli aveva eletto, e odiare tutto ciò che aveva respinto". Sia nel Salmista sia in Qumran non si tratta di odio nel senso di sentimento ostile verso un avversario ma di odio dettato dal timore di Dio, per cui il fedele si sente offeso da chi profana la santità di Dio e trasgredisce la sua legge. È un sentimento sublimato dall'amore di Dio!
Gesù estende il principio dell'amore anche ai nemici. E con questo le antitesi raggiungono il punto culminante.
L'amore di cui qui si parla non è sentimento. Può essere un programma volto a rendere positivo quello che nel male c'è di negativo. Si può passare dalla rabbia all'indifferenza, poi a comprendere le ragioni del nemico in modo da non "demonizzarlo; vedere nella sua inimicizia un segno della sua debolezza, della sua umanità.  Non è necessario nutrire sentimenti affettuosi ma è necessario elaborare il dolore che il nostro nemico ci provoca e restituirgli l'umanità che il suo comportamento ostile ci indurrebbe a rinnegare. L'invito a pregare addirittura per i nemici costituisce un novum. "Questo va oltre l'Antico Testamento, dove non si trovano preghiere in favore di uomini che non siano legati a chi prega da vincoli   naturali o da una storia comune, e tanto meno a favore di nemici. E indica che questo amore può realizzarsi soltanto là dove ci si ponga realmente davanti a Dio e ci si faccia aiutare da lui per tradurlo in pratica" (Schweizer, Il discorso della   montagna, pp.58-59). 
Gesù era ovviamente consapevole dell'alto grado di difficoltà insito nel principio "amate i vostri nemici" per cui approfondisce con altre argomentazioni:
" Se amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?". I discepoli devono essere pronti ad accogliere lo "straordinario" che Gesù richiede. L'amore che lega i peccatori non ha nulla di nobile e di esemplare. È un amore fondato sull'attrazione naturale e sulla reciprocità affettiva. Accogliere coloro che hanno i nostri stessi interessi è un atteggiamento comune. Ma Gesù indica una morale che va oltre l'ordinario. 
Nella pratica dell'amore si dimostra di essere "figli di Dio".
Il detto del sole e della pioggia indica che il buon Dio accetta l'esistenza di ogni   essere umano e la copre con il suo amore. Pertanto il sentimento distruttivo dell'odio non dovrebbe albergare nell'animo e nella vita dei cristiani. L'essere "perfetti" di cui qui si parla non allude ad una perfezione morale ma al fedele che vive in totale dedizione a Dio. Un sinonimo è "integrità". Tale integrità costituisce la "santità", la consacrazione senza riserve al Signore. La legge si riassume nel "Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo" (Le. 19:2). Gesù conclude le antitesi, la sua nuova legge, con un'affermazione che fa da pendant: "Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste".

Vivere la dirompente parola evangelica è indice della ricerca della perfezione che è propria di Dio. È un invito a partecipare al progetto di Dio imitandone il        comportamento. "In considerazione del contesto proprio del Vangelo di Matteo, sembra verosimile che «perfetto» sia inteso con specifico riferimento all'amore. L'interpretazione di Matteo pare dunque: «Dovete essere onnicomprensivi nel vostro amore, imitando Dio, il cui amore abbraccia tutti»." (Hare, Matteo, p.56).

SPUNTI OMILETICI

            La stuttura del sermone è suggerita dai due argomenti del testo, la rinuncia alla vendetta e l'amore esteso al nemico il cui comune denominatore è l'appello ad andare oltre l'etica del dovere, oltre il dettato della "legge" e accogliere l'etica del dono, dell'altruismo, dell'amore.
All'apparenza si predica un atteggiamento imbelle, passivo. È proprio questo il senso? È evidente che il testo non sia da prendere in senso letterale, ma è opportuno non annacquare troppo il messagio altrimenti si rischia di fare violenza al pensiero di Gesù. Pur respingendo una pura interpretazione letterale è ineludibile l'appello evangelico ad un atteggiamento non violento, mite, in grado di mostrare tolleranza anche di fronte alla prepotenza.
Quest'appello evangelico (come tanti altri) resta ampiamente inascoltato perché stride con il naturale egocentrismo umano che non tollera essere sopraffatto. Risulta difficile mettere in pratica questa parola evangelica anche   perché alla prepotenza e all'odio si tende a dare risposta immediata, istintiva. L'evangelo invece richiede anche un certo esercizio, è uno stile di vita che va coltivato e che matura con il tempo. La lezione che si ricava da questo testo è il bisogno di lavorare su noi stessi affinché - con l'aiuto di Dio - impariamo a controllare le nostre emozioni e adottare uno stile di vita altruista.
         Gesù ci confronta con la radicalità della giustizia di Dio! Punto dopo punto, argomento dopo argomento, ci mette davanti a dei valori talmente sublimi, a dei principi talmente puri, a delle esigenze talmente alte, da lasciarci stupiti! È il suo modo per scuoterci dal torpore e farci comprendere la nostra inadeguatezza davanti a Dio! Così smaschera i nostri tentativi umani di trincerarci dietro le apparenze; ci conduce a rinunciare alla nostra falsa giustizia;  ci induce a guardare al di là di noi stessi e vivere la fede oltre l'etica del dovere, secondo l'etica dell'amore.

                                                                        Sergio Tattoli

 

Bibliografia.

J. Schniewind, Il Vangelo secondo Matteo, Paideia, 1977
B. Corsani, I Vangeli Sinottici,  Claudiana, 1965
G. Miegge, Il sermone sul monte, Claudiana, 1970
E. Borghi, Il discorso della montagna –Matteo 5-7, Claudiana, 2007
E. Schweizer, Il discorso della montagna, Claudiana, 1991
D. Hare, Matteo, Claudiana, 2006.

lunedì 14 febbraio 2011

           Matteo 5:21-37
         Gesù interpreta la Legge 

                                                      Riflessione di Aldo Palladino

Il testo biblico (versione Nuova Riveduta)
21 «Voi avete udito che fu detto agli antichi: "Non uccidere: chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale"; 22 ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: "Raca" sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: "Pazzo!" sarà condannato alla geenna del fuoco. 23 Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, 24 lascia lì la tua offerta davanti all'altare, e va' prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta. 25 Fa' presto amichevole accordo con il tuo avversario mentre sei ancora per via con lui, affinché il tuo avversario non ti consegni in mano al giudice e il giudice in mano alle guardie, e tu non venga messo in prigione. 26 Io ti dico in verità che di là non uscirai, finché tu non abbia pagato l'ultimo centesimo.

27 «Voi avete udito che fu detto: "Non commettere adulterio". 28 Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. 29 Se dunque il tuo occhio destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché è meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, piuttosto che vada nella geenna tutto il tuo corpo. 30 E se la tua mano destra ti fa cadere in peccato, tagliala e gettala via da te; poiché è meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, piuttosto che vada nella geenna tutto il tuo corpo.
31 Fu detto: "Chiunque ripudia sua moglie le dia l'atto di ripudio". 32 Ma io vi dico: chiunque manda via sua moglie, salvo che per motivo di fornicazione, la fa diventare adultera e chiunque sposa colei che è mandata via commette adulterio.

33 «Avete anche udito che fu detto agli antichi: "Non giurare il falso; da' al Signore quello che gli hai promesso con giuramento". 34 Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio; 35 né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. 36 Non giurare neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero. 37 Ma il vostro parlare sia: "Sì, sì; no, no"; poiché il di più viene dal maligno.

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Nota introduttiva
Questo brano del Sermone sul monte è la pericope introduttiva dell'interpretazione della Legge di Mosè. Essa viene presentata con la forma delle antitesi (in totale 6 antitesi nella sezione dei vv. 21-48), che si presentano con le parole "voi avete udito che fu detto… ma io vi dico".
L'insegnamento di Gesù si discosta da quello degli scribi e dei farisei, perché non è finalizzato a promuovere una religiosità fine a se stessa né alla mera osservanza di un ritualismo religioso che si esprime con riti, cerimonie, liturgie esteriori che non toccano il cuore dell'uomo. Gli scribi e i farisei avevano ridotto la Legge a un elenco di prescrizioni, precetti, divieti, per cui l'osservanza della Legge era un obbligo formale senza alcun vero rapporto con Dio. Erano "religiosi" all'apparenza, ma la loro vita era lontana da Dio.
Il discorso della montagna che Gesù fa ai suoi discepoli e alle folle che lo ascoltavano va alla radice del problema dell'inosservanza della Legge: l'uomo è peccatore e come tale non potrà mai adempiere quella Legge. Il peccato, infatti, è "la violazione della legge". Come, dunque, potrà l'uomo fare la volontà di Dio? Lo potrà fare in Cristo Gesù e solo attraverso Cristo Gesù, che è il vero Uomo (oltre che vero Dio), l'unico a poter osservare la Legge in ogni suo punto, rispettandone persino la più piccola lettera dell'alfabeto , lo iota (jod) (Mt. 5:18-19). Gesù afferma: "Io non sono venuto per abolire la legge o i profeti ma per portare a compimento» (v.17). L'enfasi posta su "Io…" ci fa capire che è Lui colui che porta a compimento, che va oltre la legge mosaica, e rende la legge un precettore, un pedagogo che conduce a Lui, a Cristo per essere giustificati per fede (Gal.3:24). Il Signore Gesù Cristo resta dunque il supremo esempio e modello da imitare.
La sua vita e le sue opere sono segnali che ci indirizzano su un nuovo sentiero e costituiscono per tutti e per ciascuno una proposta di cambiamento di nuovi rapporti verso Dio e il prossimo all'insegna dell'amore, dell'agape.

Non uccidere
Nel Decalogo, la parola di Dio afferma il divieto di usare violenza verso il proprio simile togliendogli la vita (Es.20:13; Deut. 5:17). L'assassinio fisico è un atto disumano. Ma Gesù va oltre il giudizio sulla violenza fisica e completa la Legge estendendo il giudizio a tutte quelle forme di violenza verbale che nascono nel cuore dell'uomo e che sono peccato agli occhi di Dio. Tutte le volte che verso l'altro usiamo parole dure, espressioni e modi di essere che tendono a sminuire la sua dignità, a mancargli di rispetto, a manifestare atteggiamenti di superiorità, non facciamo che manifestare una forma di violenza che "uccide" l'altro.
La storia è piena di eventi che sono nati con delle parole, dei giudizi sull'altro ( persona, gruppo sociale, popolo) e che sono diventati ideologia e infine, come un ruscello che diventa fiume in piena, atti di violenza e di sterminio. La Shoah ne è una dimostrazione. Ma anche i pregiudizi verso Rom, zingari, marocchini, omosessuali, testimoni di Geova dimostrano che l'uomo si crea sempre un nemico da eliminare, perché non ha ancora maturato che l'altro siamo noi stessi, che l'altro è un nostro fratello NON da eliminare ma da aiutare. Dio ama tutta l'umanità e a tutti ha fatto dono del suo Figlio Cristo Gesù.
Dunque, è vietato uccidere, ma non ci è permesso odiare, offendere, ferire, disprezzare coloro che Dio ama. Possiamo non essere d'accordo con il modo di vivere di altri, anche quello che giudichiamo riprovevole, ma non dobbiamo mai nutrire sentimenti ostili né usare violenza verso di loro.

Non commettere adulterio
Dopo aver messo in evidenza le radici dell'agire umano verso il prossimo, Gesù dà un'altra sua interpretazione della Legge soffermandosi, nel nostro testo, su due importanti comandamenti del Decalogo, il settimo, che condanna l'adulterio, e il decimo, che giudica la concupiscenza di ciò che appartiene al prossimo.
Adulterio è un termine che deriva dal latino "ad alterum ire", andare da un altro. Esso presuppone la rottura di un patto fondato sulla fedeltà e si realizza con rapporti sessuali
al di fuori del matrimonio o di un rapporto d'amore.
Il significato di adulterio può anche non avere riferimento alla sfera sessuale ed essere esteso a quella di qualsiasi relazione in cui si viene meno ad un impegno preso o a una parola data. Gesù, infatti, parla del cuore, dell'occhio, della mano destra, come immagini iperboliche che rimandano a peccati al di fuori della sfera sessuale per sottolinearne la pericolosità.
La passione, la concupiscenza, la cupidigia sono un istinto che trascina l'uomo al peccato. L'apostolo Paolo denuncia questa tendenza del cuore dell'uomo (Rom. 6:12; Ef. 2:3; 2 Tim. 3.6; Tito 3:3).
Il percorso verso il peccato è svelato e Gesù ne descrive l'origine. Anche l'apostolo Giovanni mise in guardia i credenti verso la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita (1 Giov. 2:16).

Il ripudio
Bisogna leggere questi versetti (31-32) considerando la cultura maschilista dell'epoca che considerava la donna come l'"oggetto" debole della relazione uomo-donna.
La Legge disciplinava il caso in cui l'uomo poteva ripudiare, mandar via, la propria donna (Deut. 25:1-4), ma i casi presentati non spiegano la complessa realtà dei conflitti all'interno di una relazione di coppia. L'interpretazione dei passi riporta al principio di base cui Gesù fa riferimento e che consiste nell'avere una condotta corretta, leale, pura, fedele, rispettosa dell'altro in ogni tipo di relazione e soprattutto nell'ambito del matrimonio. Quando il matrimonio è infangato da "pornèia", da comportamenti che si traducono in prostituzione, impudicizia, fornicazione, immoralità, indecenza, oscenità e licenziosità, ci possono essere i motivi legittimi per chiudere una relazione. All'epoca, Gesù aveva permesso questo a difesa della posizione della donna, evitando tutte quelle forme di violenza, come la lapidazione, presenti allora come oggi verso le donne.
Ai nostri giorni il fenomeno delle separazioni ha assunto un livello inaccettabile. Il loro numero cresce costantemente ed evidenzia un disagio di questa generazione nella gestione dei rapporti tra coppie. Ma l'analisi è sempre la stessa: "Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni" (Mt. 15:19).

Il giuramento
Pratica diffusa tra tutti i popoli, il giuramento era diffuso anche tra i giudei.
Nell'Antico Testamento grandi uomini di Dio hanno richiesto o espresso un giuramento: Abramo (Gen. 24:2-3), Giacobbe (Gen. 50:5), Giuseppe (Gen. 50:25), Davide (I Sam. 20:3), Gionatan (I Sam. 20:17,42). Dunque, pare che si possa dire che nel nostro testo Gesù non vieta il giuramento, ma ne condanna un uso scorretto. L'abitudine diffusa è che i Giudei invocassero Dio in tutti i loro affari mondani, come una sorta di una più alta garanzia nei patti col prossimo. Gli scribi e i farisei amavano giurare in modo superficiale (Mt. 23:16-22) e Gesù inveisce contro di loro. Gesù ci richiama all'esigenza di un'assoluta verità. Le nostre parole e le nostre azioni devono essere suggellate con un "si" e/o un "no" molto chiaro, forte e credibile, secondo un principio di assunzione di responsabilità e di verità, evitando ogni forma di ipocrisia e di falsità.
La radicalità del discorso di Gesù ci sprona, dunque, a manifestare la verità nei rapporti umani.

                                                                                  Aldo Palladino


sabato 5 febbraio 2011





Matteo 5:13-20
Sale della terra e luce del mondo

Una riflessione di Aldo Palladino 




Il testo biblico
13 «Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. 14 Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, 15 e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli. 
17 «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento. 18 Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto. 19 Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; ma chi li avrà messi in pratica e insegnati sarà chiamato grande nel regno dei cieli. 20 Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli.

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Essere sale e luce
Di solito il lettore di questo brano reagisce con un moto di soddisfazione, e per altri motivi anche di stupore, dinanzi all'asserto "voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo". Il discepolo non dovrà diventare sale e luce. Il Maestro sa che i suoi discepoli sono già sale e luce, non per quello che dimostrano, ma in quanto portatori dell'evangelo. "Voi siete…", non "sarete…", un "siete", che ha valore imperativo per indicare il mandato ricevuto. Non è una condizione quella dei discepoli, ma è una funzione. La luce dei discepoli non proviene da loro (Ef. 5:14), perché sono diventati "figli di luce" per la fede in Cristo Gesù (Gv. 12:35-36; 1 Tess. 5:4-5).
Ma l'enfasi di Matteo non è posta su ciò che i discepoli sono, ma su ciò che non devono diventare, perché il pericolo è che il sale diventi insipido e la luce venga nascosta e, dunque, non faccia più luce o attenui la sua intensità.
Come può, dunque, la chiesa essere sale e luce, sapore e luminosità nella nostra società? Può esserlo se trasmette fedelmente il messaggio dell'evangelo e se l'annuncio che Gesù Cristo è il Signore dei signori, il Re dei re (1 Tim. 6.15), la luce del mondo (Gv. 8:12), senza la quale si resta nelle tenebre, resta incessante e forte.
La chiesa deve diffondere il sapore di Cristo dappertutto fino alle zone più impensabili e irraggiungibili, mettendosi al servizio di tutti senza compromessi di potere e politiche di dominio, ma stando dalla parte degli oppressi, dei poveri, degli esclusi, dei senza-voce, delle donne e dei bambini, dei malati e dei sofferenti, delle prostitute e dei pubblicani, che saranno i primi ad entrare del regno di Dio (Mt. 20:16).
Se la chiesa si addormenta e non fa il proprio dovere, è come se gettasse il sale o mettesse la lampada sotto il recipiente. Sarebbe un peccato davanti al Signore e l'inizio di una deriva che porterebbe la chiesa ad essere assorbita o risucchiata dalle tenebre di questo mondo.
Dunque, i discepoli di Gesù devono vigilare, stare attenti a restare vicini al Signore e alla sua parola.   

La giustizia per il regno dei cieli
Anche il secondo blocco di versetti (17-20), ci pongono dinanzi allo stesso impegno. Infatti, le due forti affermazioni: a) io sono venuto a portare a compimento la legge e i profeti (la Torah); b) neppure un iota o un apice della legge passerà senza che sia tutto adempiuto, rappresentano la fedeltà alla Legge, in un modo nuovo, secondo Cristo, che chiede a tutti di avere una giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei. Di quale giustizia si tratta? È la giustizia che giustifica, non più quella che giudica secondo la mentalità legalistica degli scribi e dei farisei, perché questo tipo di giustizia non introduce nel regno dei cieli.
Secondo altri pensatori, è probabile che la giustizia di cui qui si discute non sia quella salvifica di Dio o quella basata sulla fede, ma sia quella giustizia che deriva dalla obbedienza umana alla volontà di Dio.  
Viene da pensare se Matteo abbia voluto veramente dare questa interpretazione o se, colto da un raptus giudaizzante non abbia voluto ridare una radicalità al suo messaggio. Dopotutto, la sinagoga era sempre attiva e la chiesa stava staccandosi lentamente da essa, per cui erano possibili rigurgiti o tentativi di ricondurre la comunità ad un'osservanza estrema della legge.  
Ricordiamo che nessun uomo è stato in grado di adempiere la legge. Ma il Signore Gesù Cristo sì. Lui ha adempiuto la legge. Il compimento della Legge è lui, Gesù Cristo, perché con il suo insegnamento ed il suo amore ha praticato nella sua vita il comandamento centrale della parola  di Dio di amare Dio e il prossimo con la tutta la forza dell'anima, del cuore e della mente (Mt. 22:37-39).
Gesù Cristo, l'uomo perfetto, ha realizzato per noi ciò che noi non avremmo mai potuto fare.
Questo è il motivo della nostra gioia e della nostra sequela dietro Gesù.

                                                                                     Aldo Palladino