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lunedì 19 ottobre 2009

Marco 2,1-12 Il paralitico di Capernaum


Note esegetiche e omiletiche

a cura di Aldo Palladino

 

Il testo biblico

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, 2 e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola.

3 E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. 4 Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 5 Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 6 Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: 7 «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» 8 Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? 10 Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, 11 io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». 12 Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».

 

BREVE INTRODUZIONE    

Nella prima parte del suo vangelo, dopo l'esperienza battesimale nel deserto della Giudea, Marco presenta il ministero di Gesù in Galilea (1,14), le sue opere e la sua predicazione del Regno di Dio che Gesù inaugura, proclama e incarna. Come tutti i vangeli, quello di Marco non è un'autobiografia di Gesù, non racconta una storia di Gesù, ma delle storie su Gesù che evidenziano la domanda sulla sua identità (4,41). In esse troviamo eclatanti risposte attraverso dimostrazioni di vera autorità e la reazione di vari gruppi e persone, che vanno dall'aperto contrasto e rifiuto, per difesa delle tradizioni, della Legge o per incomprensione, fino all'adesione o alla conversione.

Il testo che andiamo ad esaminare contiene un racconto di miracolo (quinto e ultimo di una serie che troviamo in 1,21-2,12) e un racconto di controversia (il primo di una serie di cinque controversie in 2,1-3,6), cioè una prima sezione con l'insegnamento e la guarigione, che annunciano il Regno di Dio, e una seconda sezione con la reazione non verbale degli Scribi. 

 

NOTE ESEGETICHE

 

v. 1.  Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa,

La comparsa del taumaturgo

     Il testo della Riveduta traduce diversamente la versione greca di questo versetto, che recita: "Ed essendo entrato di nuovo in Cafarnao, dopo (alcuni) giorni si udì che era in casa". Dunque, l'espressione "dopo alcuni giorni" non sembra connessa al precedente episodio della guarigione del lebbroso, che costringe Gesù ad appartarsi "in luoghi deserti" (1,45) per poi rientrare a Capernaum (o Cafarnao) senza farsi notare. Al contrario, essa si riferisce al periodo di tempo in cui Gesù restò nascosto in casa prima che la gente si accorgesse della sua presenza in città.

La casa è probabilmente quella di Pietro, dove Gesù abitualmente dimorava (Mc. 1,29).

Capernaum è la città dove Gesù si trasferì dopo aver lasciato Nazaret (Mt.9, 13). Matteo afferma che essa divenne "la sua città" (Mt. 9,1). Non si conoscono i motivi del trasferimento da Nazaret a Capernaum. È  certo che questa città ben si prestava a facilitare incontri e contatti con persone di ogni tipo. Infatti, Capernaum era città di agricoltori, artigiani, pescatori, commercianti, posta su una grande via di passaggio per Damasco. Dunque, città aperta ai traffici e alle novità di ogni tipo.

I Romani vi avevano una loro guarnigione ed avevano buoni rapporti con i suoi abitanti.

Gesù rivolse la sua predicazione alla gente di Capernaum; scelse diversi suoi discepoli tra i pescatori di quel luogo (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) e tra i pubblicani reclutò Matteo.

I suoi miracoli lo avevano già reso celebre e la sua presenza non passava inosservata, ovunque andasse.

 

v.2. e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola.

Una moltitudine

     Il nome di Gesù attrae una moltitudine di persone. Gente di varia estrazione, ma soprattutto gente malata, povera, che ha visto i suoi miracoli o ne ha sentito parlare, desiderosa di ascoltare questo nuovo Rabbì che predica con autorità il vangelo di Dio. Non mancano i curiosi e neanche i soliti scribi e farisei che si ritengono possessori e custodi della verità, che vogliono controllare, esaminare, giudicare il messaggio e le opere di Gesù.

Il nostro testo evidenzia il fatto che c'è talmente tanta gente che non c'è più spazio davanti alla porta. Ciò fa supporre che la casa fosse già piena. Questo versetto ci prepara all'azione del v. 4.

     Marco sottolinea che Gesù "annunciava la parola" (lògos) alla moltitudine. Questa espressione, presente in modo diffuso nel libro degli Atti, è una formula per indicare la predicazione cristiana (At. 4,29.31; 8,25 e molti altri versetti). Marco o qualche redattore deve averla inserita per stigmatizzare la missione di Gesù nella predicazione prima di accreditarlo come taumaturgo.

In effetti, dal nostro testo si comprende che la gente rimane ad affollare lo spazio dentro e fuori la casa per ascoltare la sua parola. Matteo (9,1-8) non fa cenno ad una predicazione. Luca 5,17 sostituisce la predicazione con un dialogo tra Gesù e un folto numero di farisei e dottori della legge.

 

v. 3. E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini.

L'incontro

     Qui inizia la vicenda miracolosa. Gesù non va incontro ai malati lì presenti, ma continua a parlare alla folla. A prendere l'iniziativa di incontrarlo per sottoporgli un paralitico sono quattro uomini. Non si conosce nulla di loro né il narratore ci fornisce indicazioni sul tipo di malattia. Tuttavia, il fatto che il paralitico fosse "portato" su un lettuccio (ved. v. 4) ci fa pensare ad una malattia totalmente invalidante.

 

v. 4. Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 

L'ostacolo

     La folla rappresenta un grande ostacolo all'avvicinamento delle cinque persone al taumaturgo Gesù.

La scala e il tetto, inoltre, completano le reali difficoltà che si presentano ai portatori del paralitico. Sono elementi che entrano nel racconto per evidenziare il valore della fede, che rende possibile l'impossibile (Mc. 9,23), ovvero che supera ogni tipo di difficoltà, compresa la barriera architettonica di un tetto le cui travi e relativo materiale di copertura (canne, rami, fango seccato) vengono rimosse per poter calare il lettuccio col paralitico nella stanza dove Gesù si trova.

Matteo elimina ogni traccia dell'ostinata fede dei portatori, mentre Luca è vicino al testo di Marco riguardo alle loro motivazioni. Per il tetto, Luca parla di "tegole" e non del "tetto a terrazzo", in linea con la sua cultura greco-romana.

 

v. 5. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati».

Fede-perdono-guarigione

     Gesù viene sollecitato all'azione dalla fede di quel gruppo di persone, che sono convinte che egli non sarebbe rimasto insensibile dinanzi a tanta determinazione e sofferenza. Infatti, la sua parola, prima rivolta alla folla, è ora indirizzata al paralitico, cioè a chi tra i presenti ha maggiormente bisogno di soccorso. Il lògos diventa qui relazione d'aiuto. Gesù si fa prossimo al paralitico e gli dice: "Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati" o, secondo una traduzione più appropriata e dalle implicazioni teologiche più profonde, "i tuoi peccati ti sono rimessi".

     Quali sono i peccati che Gesù intende qui perdonare? E perché parla di perdono prima della guarigione?

Bisogna precisare che Marco, a differenza di Paolo, presenta lo stato del peccato dell'uomo con l'espressione "i peccati", sempre al plurale. Dunque, Gesù non si riferisce ad un elenco specifico di peccati noti, ma al principio del peccato, che è il vero problema che affligge ogni essere umano ("tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio"- Rm. 3,23). Da questo punto di vista, la malattia del paralitico è segno di frattura e di disarmonia, di guasto. La malattia, prima ancora di portare alla morte,  impedisce una corretta vita di relazione, quindi genera solitudine o isolamento; come il peccato, che crea scompiglio nella vita spirituale e morale, che paralizza la nostra personalità, che ci separa da Dio e dal prossimo. Perdonando i suoi peccati, Gesù riconosce la fede testimoniata del paralitico, che viene per questo restituito alla sua libertà di vivere una vita in armonia con se stesso e con gli altri.

Secondo Rèmi Brague (filosofo francese), il concetto di perdono, infatti, è qualcosa di umano che concerne le relazioni, mentre la remissione dei peccati può venire unicamente da Dio. Così egli scrive: "Infatti, quando qualcuno mi perdona un torto commesso nei suoi confronti, per quanto io sia il colpevole, cessa di considerarmi malvagio e definitivamente macchiato da questa colpa. Mi "lascia una possibilità", ma non fa granché d'altro. Certo, può distogliere lo sguardo da ciò che ho fatto, cercare di dimenticare per guardare solo al futuro. Ma non può cambiarmi, né può cambiare il mio "cuore". Non può darmi la libertà di non peccare più. Solo Dio ne è capace, ed è proprio quello che fa rimettendo i miei peccati. La remissione è una liberazione".

     Leggendo il testo biblico è un errore pensare, come riteneva la scuola rabbinica, che Gesù intendesse qui fissare il principio che ogni malattia sia conseguenza di qualche peccato personale. Ci sono altri racconti di miracolo in Marco in cui il peccato non è menzionato e, dunque, è legittimo pensare che Gesù non seguisse la teoria retributiva peccato-malattia.

Occorre, tuttavia, segnalare che su tale argomento alcuni esegeti hanno formulato l'ipotesi di una linea evolutiva del pensiero di Gesù, che prima mostra di collegare peccato e malattia secondo la tradizione ebraica attestata dall'A.T. (ved. l'episodio del paralitico di Betesda (Gv. 5,1-16) e quello che stiamo esaminando di Mc. 2,1-12) e poi va nella direzione opposta (ved. l'episodio dell'uomo nato cieco (Gv. 9,1-3), dove il nesso peccato-malattia viene spezzato in modo inequivocabile. Anche gli episodi di Lc. 13,2-3 (l'uccisione di Galilei da parte dei romani) e di Lc.13, 4-5 (l'incidente della torre di Siloe) sono la negazione di un rapporto conseguenziale  tra le sciagure che si abbattono sugli uomini e il peccato personale. 

    Così, Gesù si (im)pone come giudice di una società, in cui determinati poteri governano con un'erronea ideologia e con una mentalità disumana, e come riformatore che crea l'alternativa allo status quo.

     Alphonse Maillot (ved. la citazione bibliografica) sottolinea che Gesù in questo episodio reca il messaggio liberatorio nei confronti di tutti i malati. Per infrangere secoli, millenni di superstizioni affronta la catena che teneva legata la malattia con il peccato. Gesù non intende risolvere il problema teologico, perché sono gli uomini che lo interessano, la loro situazione, le loro sofferenze e, soprattutto, lavora per evitare che l'uomo non provi più un senso di colpa quando si ammala. Peccati e malattie sono cose ben distinte: i primi rientrano nella sfera dell'evangelo e le malattie nella competenza del medico.

Dunque, la dichiarazione di Gesù: " Figlio, i tuoi peccati ti sono perdonati" produce il primo effetto di provare che, nonostante il perdono dei peccati, il paralitico rimane paralitico. Per un breve lasso di tempo, Gesù fornisce la dimostrazione non solo che la causa della malattia non era la colpa, ma che egli aveva sia il diritto di dimostrarlo sia il potere di perdonare i peccati.     

 

vv. 6-7. Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?»

La controversia

     La reazione degli scribi non si fa attendere: "Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?" . Il nodo della questione viene fuori: gli scribi non tollerano che Gesù si metta al posto di Dio, in aperto contrasto, secondo loro, con tutto ciò che Dio aveva comandato. Ergersi contro l'autorità di Dio è anarchia e rivoluzione, pura bestemmia. Significa spazzare via tutte le condizioni e le mediazioni che Dio aveva stabilito per poter perdonare e togliere i peccati agli uomini, e cioè: 1) essere sacerdoti; 2) fare un sacrificio; 3) effettuare il sacrificio nel Tempio; 4) attendere lo Yom Kippur, il giorno del gran perdono; 5) avere un vero pentimento ("senza pentimento non c'è perdono").

Senza una di queste condizioni, il perdono non poteva essere concesso. La posta in gioco era enorme.

In effetti, Gesù qui intende smantellare il culto e la religione d'Israele, perché "in sostanza dichiara: "D'ora innanzi il vero, l'unico sacerdote sono io! L'autentica, unica vittima sono io! Il solo autentico Tempio sono io! E lo Yom Kippur sono tutti i giorni in cui verrete a me! Il vero pentimento, tutte le volte che mi darete fiducia". Tutto il Nuovo Testamento confermerà quest'interpretazione.

 

vv. 8-9. Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"?

La domanda

     Gesù non riprende severamente gli scribi. Il suo compito non era quello di fare il moralista, ma di manifestare la vita nuova e la speranza di realizzarla. A questo fine egli pone la domanda: "Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? Che cosa dunque è più facile riconoscere: il suo diritto di perdonare e giudicare o il suo potere di guarigione? Ovviamente è più facile riconoscere il potere di guarigione, perché da diverso tempo lo esercitava. L'altro potere, di perdonare i peccati o di giudicare, non era riconosciuto a nessun uomo, poiché secondo la concezione giudaica esso appartiene soltanto a Dio.

Qui di fatto Gesù lo rivendica come proprio, anche con una sua valenza squisitamente umanistica. E' come se avesse detto: "Se mi avete creduto mentre facevo guarigioni, se pensavate che le facevo per un fine di bene e non per un interesse personale, perché ora mentre considero innocente l'ammalato pensate che bestemmi? In che cosa è meglio credere: nell'utilità di una guarigione fisica o nella necessità di modificare la mentalità dominante?". In tal modo, Gesù più che proporsi come guaritore, offre la possibilità di ben più grandi e decisive liberazioni, finalizzate al bene dell'uomo, al superamento delle contraddizioni presenti in ogni contesto umano e alla rottura delle catene che tengono prigioniero il pensiero e la vita.

 

vv. 10-11. Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati,  io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua».

L'autorità del Figlio dell'uomo

     Per la prima volta nel vangelo di Marco appare la definizione di Gesù come Figlio dell'uomo, un titolo cristologico della prima tradizione cristiana, che considera l'azione di Gesù dal punto di vista della sua missione (Mc. 10,45; Mt. 11,19; Lc 7,34; 19,10), del suo invito alla sequela (Mt. 8, 20; Lc. 9,58; 6,22) e della potestà derivante dalla sua morte e risurrezione.

Il profeta Daniele (7,13) lo aveva preannunciato come una figura apocalittica, escatologica, a cui vengono dati dominio, gloria e regno, perché tutti i popoli della terra lo servissero. Qui Gesù mostra l'autorità di rimettere i peccati e per questo il potere di guarire. La guarigione è la dimostrazione di quella autorità, ma anche l'atto finale, direi obbligato, di quell'episodio che dava solidità all'intera strategia di Gesù, finalizzata allo smantellamento della religione d'Israele.

 

v. 12. Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».

La chiusa

     Il finale della narrazione ci lascia alquanto perplessi circa la reazione dei presenti. Il paralitico, che in tutto il racconto è un personaggio silenzioso, non dice una parola di ringraziamento, ma prende il lettuccio e, guarito, scompare dalla scena. Non sapremo mai cosa abbia capito di quel dibattito, ma all'ordine di Gesù di alzarsi e andare a casa ubbidisce.

Gli amici portantini del paralitico sfumano nella folla presente. Degli scribi non si dice più nulla. Ma si racconta dello stupore generale della folla, che glorifica Dio.

Matteo (9,8) sottolinea che le folle glorificavano Dio, che aveva dato tale autorità "agli uomini". Ciò dimostra che il popolo non aveva piena comprensione della messianicità di Gesù.

Luca riferisce che il paralitico andò via glorificando Dio e che la folla glorificò Dio, stupita e spaventata, a differenza di Marco che parla solo di stupore.

 

 

UNA RIFLESSIONE PER LA PREDICAZIONE

     L'esegesi del testo ci ha fornito sufficienti elementi per impostare una riflessione che diventi predicazione.

La fede dei portantini e la sofferenza del paralitico riescono ad attrarre l'attenzione di Gesù. Sempre nei vangeli fede e sofferenza scuotono Gesù e lo impegnano a dare risposta a chi chiede aiuto. La sua compassione per i malati e i poveri è risaputa, perché ogni situazione è la punta dell'iceberg di un'umanità che ha bisogno di essere guarita e di essere salvata dal male e dal peccato.

La malattia del paralitico, la paralisi, è l'allegoria della condizione umana che vive imbrigliata nelle catene  di una religione legalistica, formale, fatta di riti e prescrizioni minuziose, o di condizionamenti socioculturali che rendono sterili e freddi le relazioni umane. Il cammino dell'uomo è impedito da tanta zavorra.

L'uomo ha bisogno di amore, di autenticità e di riconoscimento della propria dignità a prescindere dallo stato sociale, dal colore della sua pelle, dal sesso, dalla nazionalità, dalla sua cultura. Gesù risponde avendo fede nella piccola fede espressa dai gesti dei tanti disperati che accorrevano a lui e mostra di essere dalla loro parte.

In effetti, Gesù libera e guarisce attraverso il perdono; egli insegna il perdono non esprimendo un concetto, ma un atto che concretizza mediante una scelta: entrare in contrapposizione con la cultura dominante che relega il malato ai margini della società. Gesù solidarizza col paralitico e gli ridà la capacità di camminare con i suoi piedi, a testa alta, non più come individuo ma come persona, una persona amata e riconosciuta, finalmente.

Forse dovremmo riscoprire il perdono per riprendere le relazioni (inter)rotte con l'altro per rimuovere quella sofferenza prodotta da sentimenti sbagliati quali l'avidità, fonte di tutti i veleni, la gelosia, l'egoismo, la superbia, il desiderio di prevalere e dominare, il desiderio di vendetta o rivalsa, ecc. Il perdono è solo il primo passo cruciale contro l'inquinamento interiore, contro quei sentimenti malefici che intossicano l'animo e di conseguenza la vita. Per questo motivo, credo che dare risalto all'autorità di Gesù e alla sua azione sia importante come principio fondante della libertà che ci è stata donata per servirlo nella piena comunione con quanti credono in Lui.
Aldo Palladino

 

Altri testi di appoggio

Isaia 43, 25; Ef. 4,22-32 oppure Col. 3,5-13

 

Bibliografia

Rudolf Pesch. Commentario teologico del NT-Il vangelo di Marco. Paideia Editrice

Lamar Williamson. Marco. Claudiana

Gunther Dhen. Il Figlio di Dio. Claudiana (1950)

Il Nuovo Testamento Annotato. I vangeli sinottici: Marco. Editrice Claudiana

Vito Mancuso. Il dolore innocente. Oscar saggi Mondadori

Rémi Brague. Il Dio dei cristiani. L'unico Dio? Raffaello Cortina Editore

Alphonse Maillot. I miracoli di Gesù. Claudiana