Translate

Visualizzazione post con etichetta Esegesi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Esegesi. Mostra tutti i post

28 gennaio 2019


Giovanni 4: 1-42

Scheda esegetico-omiletica
 a cura di Aldo Palladino 



Il testo biblico
1 Quando dunque Gesù seppe che i farisei avevano udito che egli faceva e battezzava più discepoli di Giovanni 2 (sebbene non fosse Gesù che battezzava, ma i suoi discepoli), 3 lasciò la Giudea e se ne andò di nuovo in Galilea.
4 Ora doveva passare per la Samaria.
5 Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe; 6 e là c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del cammino, stava così a sedere presso il pozzo. Era circa l'ora sesta.
7 Una Samaritana venne ad attingere l'acqua. Gesù le disse: «Dammi da bere». 8 (Infatti i suoi discepoli erano andati in città a comprare da mangiare.) 9 La Samaritana allora gli disse: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Infatti i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani. 10 Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell'acqua viva». 11 La donna gli disse: «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?» 13 Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; 14 ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna». 15 La donna gli disse: «Signore, dammi di quest'acqua, affinché io non abbia più sete e non venga più fin qui ad attingere». 16 Gesù le disse: «Va' a chiamare tuo marito e vieni qua». 17 La donna gli rispose: «Non ho marito». E Gesù: «Hai detto bene: "Non ho marito"; 18 perché hai avuto cinque mariti; e quello che hai ora, non è tuo marito; in questo hai detto la verità». 19 La donna gli disse: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare». 21 Gesù le disse: «Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è Spirito; e quelli che l'adorano, bisogna che l'adorino in spirito e verità». 25 La donna gli disse: «Io so che il Messia (che è chiamato Cristo) deve venire; quando sarà venuto ci annuncerà ogni cosa». 26 Gesù le disse: «Sono io, io che ti parlo!»
27 In quel mentre giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che egli parlasse con una donna; eppure nessuno gli chiese: «Che cerchi?» o: «Perché discorri con lei?» 28 La donna lasciò dunque la sua secchia, se ne andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; non potrebbe essere lui il Cristo?» 30 La gente uscì dalla città e andò da lui.
31 Intanto i discepoli lo pregavano, dicendo: «Maestro, mangia». 32 Ma egli disse loro: «Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete». 33 Perciò i discepoli si dicevano gli uni gli altri: «Forse qualcuno gli ha portato da mangiare?» 34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l'opera sua. 35 Non dite voi che ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ebbene, vi dico: alzate gli occhi e guardate le campagne come già biancheggiano per la mietitura. 36 Il mietitore riceve una ricompensa e raccoglie frutto per la vita eterna, affinché il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme. 37 Poiché in questo è vero il detto: "L'uno semina e l'altro miete". 38 Io vi ho mandati a mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete subentrati nella loro fatica».
39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui a motivo della testimonianza, resa da quella donna: «Egli mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40 Quando dunque i Samaritani andarono da lui, lo pregarono di trattenersi da loro; ed egli si trattenne là due giorni. 41 E molti di più credettero a motivo della sua parola 42 e dicevano alla donna: «Non è più a motivo di quello che tu ci hai detto, che crediamo; perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo».


Introduzione
Dopo l'incontro con Nicodemo, avente per oggetto la vera via della salvezza e come si può vedere il Regno di Dio (Gv. 3:3) e entrare in esso (3:5), quello con la donna samaritana al pozzo di Giacobbe è l'occasione per Gesù di affermare chi può entrare nel Regno di Dio, a chi è rivolta la sua missione. Se questo è l'obiettivo del racconto, che si affianca a quello di rivelare Gesù come Messia (v. 26) e come "salvatore del mondo" (17b), si può ben comprendere come sia fuorviante qualsiasi "trattazione pastorale del caso di una povera donna moralmente caduta in basso, condotta con grande finezza psicologica a riconoscere i suoi peccati e le sue colpe, a pentirsi e a convertirsi moralmente… Le parole di Gesù sul movimentato passato della Samaritana hanno soltanto lo scopo di provocare lo stupore per il suo sapere profetico" (H. Strathmann).
Alcuni elementi del racconto fungono da pretesto e da preparazione al vero messaggio che si intende lanciare e si dissolvono lasciando al lettore la soluzione. Notiamo, infatti, che la richiesta di acqua da bere da parte di Gesù (v.7) non è soddisfatta; così come il colloquio con la Samaritana viene interrotto e di lei alla fine del racconto non si sa più nulla. Bisogna, dunque, trarre dal testo contenuti nascosti dietro le parole che raccontano l'episodio o individuare simbolismi che racchiudono altri significati e/o rimandano ad altri eventi e insegnamenti. Pertanto, vediamo nella Samaritana la rappresentazione del samaritanesimo e la personificazione della comunità samaritana. E i cinque mariti del v. 18 ci potrebbero rimandare a quell'operazione d'innesto o di trapianto culturale (2 Re 17: 24 e ss.) che il re assiro Sargon fece dopo la conquista della Samaria nel 722 a.C., deportando la popolazione di quel territorio e sostituendola con cinque popolazioni differenti dell'Assiria, che si trasferirono  dalla loro patria alla Samaria portando con sé usi, costumi, pratiche religiose e, quindi, il culto ai loro cinque antichi dèi (2 Re 17: 24-32). Dunque, i cinque mariti, dietro il racconto di un cattivo comportamento della donna nel matrimonio, sono la rappresentazione della storia religiosa dei Samaritani che hanno adorato cinque divinità pagane. Il sesto marito è il Dio d'Israele. Questo sincretismo è all'origine della plurisecolare inimicizia tra Giudei e Samaritani, che si acuì quando sul monte Garizim (monte sacro secondo Deut. 11:29) fu costruito un tempio con un culto scismatico, alternativo a quello di Gerusalemme (fonti storiche sono quelle di Giuseppe Flavio in Ant. Jud.).
Altro motivo di distanza tra i due popoli è che i Samaritani rifiutarono i libri profetici e poetici (i Profeti e gli Scritti) del canone ebraico e riconobbero solo i libri di Mosè, il Pentateuco. Inoltre, i Samaritani attendevano un Taheb (=restauratore) della retta fede, una figura quasi simile al Messia degli Ebrei.

Struttura narrativa
La struttura del racconto della Samaritana è in funzione dei temi trattati. Abbiamo così;
-   alcuni versetti di transizione (1-4);
-   la cornice geografica (5-6);
-   il tema dell'acqua viva (7-15);
-   il tema dell'autentico culto, legato allo Spirito (16-26);
-   il tema della missione e dell'apostolato (27-38);
-   il tema del riconoscimento di Gesù (39-42).


ESEGESI
 vv.1-4. Sono versetti introduttivi che contengono due motivi per cui Gesù decide di trasferirsi dalla Giudea alla Galilea. Il primo è di sottrarsi all'ostilità dei Farisei dopo i successi della sua attività in quella terra. Il secondo è decucibile da quel "ora dovevapassare per la Samaria" (v.4), che lascia intendere come i Samaritani, considerati dai Giudei degli eretici e pagani, rientrassero invece nel progetto salvifico divino, a cui hanno aderito prontamente e con entusiasmo (4: 39-41), come testimoniato anche da Luca in At. 8: 5.14. Il racconto probabilmente riflette il ricordo dell'evangelizzazione della regione della Samaria (At. 8: 5-8.12.14-17.25), avvenuta a seguito di una persecuzione scoppiata a Gerusalemme, che disperse i nuovi credenti per la Giudea e per la Samaria (At. 8: 1-4).
Anche se il Gesù matteano proibisce ai suoi discepoli di svolgere la loro missione nelle città dei Samaritani, accomunati ai pagani (Mt. 10: 5), il Gesù lucano sgrida i discepoli che chiedono di far scendere dal cielo un fuoco consumante sui Samaritani(Lc. 9: 52-54). Gesù negli vangeli non si allinea alla mentalità corrente antisamaritana, anzi la contrasta fortemente, come dimostrano, ad esempio, la parabola del buon Samaritano (Lc. 10: 25-37) e quella della guarigione dei dieci lebbrosi ( Lc. 17: 11-19)

vv. 5-6. Il contesto geografico in cui si svolge l'incontro con la Samaritana ha valore descrittivo per collocare l'episodio in un luogo e in un territorio ben definito (il pozzo di Giacobbe vicino alla città di Sicar (l'antica Sichem dell'AT menzionata anche in At. 7:16), ma dobbiamo supporre che esso abbia anche uno sfondo cristologico, dato che preannuncia il confronto fra Giacobbe e Gesù (v.12).
La storia del pozzo di Giacobbe, che troviamo in Gen. 33: 18-29; 48: 21-22; Gs. 24: 32, ci ricorda il dono che Giacobbe fece a suo figlio Giuseppe, una proprietà con un pozzo di acqua deperibile (vv. 6.13). A quella storia Gesù si rifà per parlare della "proprietà" che il Padre gli ha affidato e del dono dell'acqua viva che disseta per sempre.
Nell'AT il pozzo era luogo di incontri, di appuntamenti anche amorosi: il servo di Abramo trova Rebecca per Isacco (Gen. 24), Giacobbe incontra Rachele (Gen. 29:1-14), Mosè conosce Sefora (Es. 2:14-22), tutte coppie che danno l'immagine del matrimonio. L'incontro di Gesù con la Samaritana ovvero con il popolo samaritano può essere interpretato alla luce di un rapporto sponsale che Dio vuole intrattenere con questo popolo attraverso il Messia.
La ricchezza di simboli è evidente: il pozzo è anche simbolo della legge, della disciplina (Prov. 5:15) e, secondo la sapienza degli antichi, della conoscenza.

vv.7-15. Il tema dell'acqua viva
La narrazione dell'incontro di Gesù e della Samaritana ha un livello storico, ma è probabile che Giovanni nel suo racconto segua una linea metaforica e simbolica. Ad esempio, l'acqua  attinta dal pozzo di Giacobbe è metafora della sapienza e dell'insegnamento della Torah. E la Samaritana va a dissetarsi al pozzo di Giacobbe, cioè alla Torah, l'unico testo sacro riconosciuto dalla comunità samaritana.
v. 7.  Gesù rivolge la parola a una donna che non ha un nome, è samaritana e ha avuto cinque "mariti", sei tenendo conto di quello attuale. L'anonimia è assenza di identità personale ma anche segno di una indefinita identità religiosa che Gesù intende correggere. Lo fa superando tutte le barriere culturali e ogni tipo di pregiudizio rivolgendosi, con la richiesta: "Dammi da bere", a una donna, che era considerata un essere inferiore; a una samaritana, appartenente a un popolo impuro e pagano. Il dialogo, con un rovesciamento di ruoli, terminerà, come sappiamo, con la richiesta della Samaritana "dammi di quest'acqua".

v. 8. L'assenza dei discepoli è una finezza narrativa che rende più forte l'incontro privato di Gesù con la Samaritana.

v. 9. Un Giudeo che si rivolge a una donna crea stupore e forse anche curiosità e meraviglia nella Samaritana, che chiede di conoscere il "come mai" di quel comportamento controcorrente, anomalo, al di fuori della storia, giacché Giudei e Samaritani non hanno relazioni.

v.10. Gesù non si fa sfuggire l'occasione della domanda della donna per poterla "agganciare" stimolando la sua riflessione sulla conoscenza del "dono di Dio", sulla persona che le ha chiesto dell'acqua da bere e sull'"acqua viva".
Il tema del dono di Dio e dell'acqua viva dipende dal verbo "conoscere", che nel vangelo di Giovanni è ricorrente. I verbi "conoscere" e "sapere" ricorrono complessivamente nel racconto giovanneo circa 107 volte e spesso hanno una stretta attinenza con il mistero che permea Gesù e la sua divinità e introducono il credente, generato da questa conoscenza e da questo sapere, nel mondo di Dio. Il versetto che meglio interpreta ed esprime la vera natura di questa conoscenza, da cui discende il sapere, si trova in Gv. 17:3: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo". Il conoscere, dunque, è vita eterna, vita di Dio.
Il v. 10 segna il momento in cui Gesù fissa il tema del dialogo, che è incentrato sulla conoscenza di Gesù, dono di Dio e dispensatore di acqua viva, cioè di salvezza, di nuova vita.   

v.11-14. Ma la Samaritana ancora non comprende. Acqua viva per lei è l'acqua di sorgente, di fonte e quel "Giudeo" (v.9) (che ora chiama "Signore") non ha neanche un secchio per poterla attingere dal pozzo di Giacobbe, che è molto profondo. È interessante notare che la Samaritana inizia a mettere a confronto e a contrapporre i due doni, quello del pozzo di Giacobbe che ha dissetato se stesso, i suoi figli e il suo bestiame e fu donato ai samaritani (v.12b), e l'acqua viva che Gesù offre in dono alla donna, precisando che "chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna".

v. 15. La Samaritana non riesce a comprendere Gesù, ma continua a pensare ad un'acqua che spegne la sete del corpo, un'acqua portentosa, che le permette di non tornare più al pozzo per rifornirsene. La richiesta della Samaritana suona meglio come un'invocazione a Gesù: "Signore, dammi quest'acqua affinché non abbia (più) sete e non passi qui ad attingere".

 
vv. 16-26. Il tema dell'autentico culto, quello dello Spirito

v. 16-18. Gesù, vedendo che la strategia usata non ha dato il risultato atteso, sposta il dialogo sulla situazione matrimoniale della Samaritana. Il lettore rimane un po' spiazzato o disorientato, ma questo stacco traumatico è probabilmente voluto dall'autore per accompagnarlo verso il nuovo tema del culto spirituale. Infatti, la vita della Samaritana è disordinata, come lo è il popolo samaritano che ha inquinato il culto a Jahweh introducendo altre divinità (cinque mariti). Qui storia e simbolismo si coniugano, anzi una storia personale diventa una parabola dai significati più profondi.

v. 19. Messa davanti alle asserzioni di Gesù, la donna pensa che l'uomo che gli sta davanti è un profeta. È un ulteriore passo in avanti verso la vera conoscenza di Gesù, ma non siamo ancora alla scoperta della sua messianicità. La fede della Samaritana è fede in ricerca ed ha un suo percorso, un suo movimento, dato che al v. 10 per lei Gesù era solo un "Giudeo", nei vv. 11 e 15 un "signore", ed ora un "profeta", nel significato popolare di uomo di Dio o illuminato da Dio, riconoscendo, quindi, in Gesù autorevolezza morale e spirituale.

vv. 20. Questa è l'occasione propizia per ricevere una parola definitiva sulla diatriba che contrapponeva da secoli i Giudei ai Samaritani: dove, in quale luogo, su quale monte bisogna adorare Dio?  "I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare". Il monte di cui parla la Samaritana è il "Garizim" su cui sorgeva il tempio samaritano. La questione era rilevante poiché Dt. 12: 5-7 imponeva un unico luogo di culto: "ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che il Signore vostro Dio avrà scelto fra tutte le vostre tribù, come sede del suo nome; là andrete. Là presenterete i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime…".  Dt. 12: 5-7 non precisa quale sia quel luogo, ma i Giudei hanno sempre creduto che fosse Gerusalemme e i Samaritani  il monte Garizim, difendendo la scelta strenuamente, perché sbagliare il luogo di culto significava inficiare la validità del culto stesso.
Bisogna precisare, tuttavia, che 2 Cr. 6: 6; 7:12; Salmo 78: 68, precisano che il luogo stabilito successivamente è Gerusalemme, il monte di Sion, ma i Samaritani si sono sempre opposti alla costruzione del tempio gerosolomitano (Esdra 4:1-5, Nehemia 4.1-2).

vv. 21-24. Gesù risponde alla Samaritana superando la contrapposizione dei luoghi di culto. Le due vie contese, Garizim o Gerusalemme, non hanno più senso perché è giunto il tempo ("l'ora viene, anzi è già venuta") di non dare più valore ai luoghi, "perché Dio è oltre i santuari e non dentro, oltre i mille santuari del mondo. Praticamente Gesù qui proclama la loro fine. Non ci sono più un luogo santo, un monte santo, una città santa, una sede santa, una terra santa. Soltanto Dio è Santo, soltanto lo Spirito è Santo" (Paolo Ricca).
La nuova via che Gesù inaugura è quella dell'adorazione del Padre, "in spirito e verità", che sono i luoghi propri di Dio; "in spirito", cioè in un vivificante rapporto di vita con Dio, "Dio unico e Padre di tutti, che è sopra tutti, fra tutti ed in tutti" (Ef. 4:6). Non più Dio mio o nostro, privatizzato o imprigionato nelle nostre identità confessionali, ma l'Iddio pneuma, vento, che come tale è libero. "In verità", cioè nella verità rivelata di Dio e non quella delle filosofie umane, dei nostri riti. E la rivelazione di Dio è Cristo, la croce, la risurrezione, di cui l'antico culto era solo un'ombra.
I "veri adoratori" sono coloro che si svincolano dai parametri storici e che si proiettano nella dimensione di Dio. I "veri adoratori" sono coloro che fanno del proprio essere un tempio dello Spirito Santo, della verità, e che celebrano il culto a Dio in Gesù Cristo nella propria vita, che diventa anche questa un luogo privilegiato.

vv. 25-26. A questo punto, la Samaritana confessa la sua fede nel Messia, anche se il Messia dei Samaritani ha connotati leggermente diversi da quello delle attese giudaiche. Non ha nulla di divino, essendo solo un "Taheb", cioè "colui che viene", "colui che torna", un "restauratore". È un Messia profetico che ha il compito di riferire, esporre ogni cosa, un compito informativo e didattico nell'insieme. Infatti, la Samaritana dice di credere in un Messia che viene e che annuncia (presente indicativo) (mentre il v.25b nella Nuova Riveduta pone il verbo al futuro).
La risposta di Gesù alla donna giunge chiara e senza possibilità di fraintendimenti: " Sono io, io che ti parlo".  "Sono io" ricorda l'"io sono colui che sono" di Dio a Mosè (Es. 3:14) e "io che ti parlo" (letteralmente il "parlante") ci ricorda il Logos, la Parola che si autorivela in un continuo dono di Sé attraverso una continua comunicazione che, una volta accolta, si fa comunione.
Gesù parla direttamente alla Samaritana sciogliendo ogni dubbio sul mistero della sua persona. Per la prima volta nell'evangelo di Giovanni Gesù si rivela come il Messia.


vv. 27-38. Il tema della missione e dell'apostolato

vv. 27-30. Lo scenario cambia: i discepoli tornano mentre la Samaritana lascia la brocca (simbolo della sua fede nella Torah) e corre al villaggio ad annunciare che forse ha incontrato il Messia. La scoperta al pozzo di Giacobbe le ha fatto una tale impressione che ha dimenticato la ragione per cui vi era andata.

vv.31-38. Prima che giungano gli abitanti del villaggio, troviamo nel nostro testo il colloquio di Gesù con i discepoli che ha come tema il lavoro missionario. Ma il colloquio si svolge su due livelli: quello dei discepoli, puramente materiale e legato alle necessità corporali, e quello di Gesù, che afferma che il vero cibo "è di far la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l'opera sua" (v. 34). Questo non significa che Gesù non abbia fisicamente bisogno di cibo, ma piuttosto che la sua grande passione e il suo desiderio è di fare la volontà di Dio (5:30; 8:29); egli sa che l'uomo non vive di solo pane , ma "di tutto quello che procede dalla bocca del Signore" (Dt. 8:3). La sua priorità è spirituale, non materiale. Questa è la sua missione. Ma, stranamente, Gesù, parlando del lavoro missionario che è fatto di due tempi, semina e raccolto, e che si realizzano in quell'area geografica con un tempo di attesa di quattro mesi, qui, sottolinea la gioia di chi semina e raccoglie allo stesso tempo.
Nella Scrittura il seminatore e il mietitore sono contrapposti e la gioia è soltanto del mietitore (Salmo 126:5-6), ma nei tempi messianici "l'aratore raggiunge il mietitore (Amos 9:13) e la loro gioia può essere comune. Gesù realizza a pieno questi tempi messianici e nei confronti dei Samaritani egli ha la gioiosa emozione di essere seminatore e mietitore. I discepoli devono comprendere che il loro lavoro missionario altro non è che mietitura, poiché altri hanno seminato in passato, dai patriarchi ai profeti dell'A.T. fino a Giovanni Battista.


vv. 39-42. Il tema del riconoscimento di Gesù

v. 39-40. Riprende qui il racconto lasciato in sospeso al v. 30. La testimonianza della Samaritana ha prodotto un primo risultato: i Samaritani escono dal villaggio e vanno a Gesù, un'espressione che possiamo intendere anche in senso metaforico per indicare l'abbandono del culto sincretistico e l'avvicinamento a Gesù, imprimendo alla propria vita un nuovo orientamento. Infatti, "credettero in lui". Tuttavia, il percorso di fede dei Samaritani non si arresta: dopo essere andati a Gesù, essi gli chiedono di rimanere/trattenersi con loro ("andare" e "rimanere" sono due verbi significativi che preludono al discepolato, come in Gv.1:39). E Gesù dedica due giorni ai Samaritani

v. 41-42. Il risultato dei due giorni di ammaestramento è l'ammissione di molti Samaritani di credere "a motivo della sua parola". La contrapposizione tra la testimonianza della samaritana e della parola di Gesù è significativa in quanto asserisce che solo l'incontro con la persona di Gesù può fornire il fondamento sicuro per la fede. Si può accettare la parola che ci viene annunciata, ma la fede personale si radica solo quando scopre Colui che la parola stessa annuncia e confessa che Gesù Cristo è il salvatore del mondo.

PER LA PREDICAZIONE 
La varietà di elementi storici, politici, teologici, sociologici, antropologici, psicologici, presenti nel nostro testo potrebbero autorizzarci a sviluppare diversi temi ai fini della predicazione. Ma se vogliamo contenerli entro un'unica linea direttrice che li accomuna, occorre tenere presente che il pensiero teologico di Giovanni lascia in ombra la nozione del "Regno di Dio" per concentrare la sua attenzione sulla persona di Gesù Cristo. I credenti sono visti solo in rapporto con Gesù: come tralci attaccati al ceppo (15: 4), come pecore al seguito del pastore (10: 4), come uomini e donne che vanno alla fonte di acqua viva per dissetarsi (4: 13-15; 6: 35b).

1. Nella pericope della Samaritana, Gesù è visto nelle vesti di riconciliatore di nemici storici (Sloyan). Ma la sua opera di riconciliazione non è stata quella di indire una conferenza di pace per arrivare a un compromesso, ad un trattato di pace o di non belligeranza, ad una Dieta, ad una Concordia, no; Gesù, semplicemente, mosso da un sano sentimento per i Samaritani, rompe il silenzio, vince ogni forma di pregiudizio, ed entra in contatto con un popolo che secoli di contrasti e di ostilità hanno tenuto segregato e separato dai vicini Giudei.
La storia cristiana è piena di laceranti contrasti, d'invettive, di scomuniche, di antipatie storiche e di vecchie ferite: neri e bianchi, cattolici e protestanti, cattolici e ortodossi, ebrei e cristiani, gli uni contro gli altri pronti a difendere la "propria" verità in nome di Dio e a usarla per giudicare, condannare, soggiogare, se non per eliminare fisicamente l'altro. Gesù nei vangeli rifiuta ogni forma di ostilità basata sul pregiudizio e interpone la forza della parola e del dialogo verso tutti.  Questa è la via per affrontare, gestire e risolvere i conflitti presenti in ogni ambito della vita umana e costruire delle relazioni umane in cui, a partire dall'ascolto, sia fondamentale riconoscere, rispettare la dignità dell'altro e rispondere ai suoi bisogni materiali e spirituali. È quello che fa Gesù quando incontra la Samaritana, dialogando prima con lei, poi con i Samaritani che accorrono a lui. Gesù, infatti, accoglie tutti e offre se stesso a tutti, perché l'amore di Dio travalica ogni confine e abbatte ogni barriera (Gv. 3:16).

2. Si può vedere nella donna samaritana la figura del/della credente che ha bisogno del suo tempo per uscire dalla gabbia delle tradizioni e per riconoscere la novità di vita che gli/le viene proposta: Gesù svolge verso di lei la funzione di un pedagogo, perché la conduce con grazia e progressivamente a riconoscere che quel  "giudeo" è un "signore", poi un "profeta", infine è il "Salvatore del mondo". È per noi una lezione di come accompagnare verso la fede chi è nel dubbio o in ricerca.

3. Dall'esegesi si possono trarre spunti di predicazione sull'importanza dell'acqua e dell'aria (vento) per la vita dell'essere umano. Sono simboli che rinviano a Gesù Cristo e allo Spirito Santo, che in noi agiscono per condurci all'adorazione, alla lode, al servizio, nella libertà di figli di Dio.

4. Il dialogo di Gesù con i discepoli sul tema della semina e della mietitura è argomento di grande attualità per la chiesa, perché applicabile al tema dell'evangelizzazione. Bisogna, come insegna Gesù, cogliere  l'urgenza di evangelizzare, seminare la parola, con una vera passione per le anime e con il cuore sensibilizzato dalla prospettiva della mietitura.

                                                                             Aldo Palladino




Testi d'appoggio:
Rom. 3: 29-30; Ef. 4: 4-6

Inni: 312 (seguire Gesù); 263 (santificazione), 266 (vocazione), 135 (missione).
  
Bibliografia
- Hermann Strathmann, Il vangelo secondo Giovanni. Paideia Editrice, 1973.
- Gerard Sloyann, Giovanni. Claudiana, 2008.
- Santi Grasso, Il Vangelo di Giovanni. Città Nova, 2005.
- Alfred Wikenhauser, L'Evangelo secondo Giovanni. Morcelliana, 1968.
- Giovanni Lonardi, Il Vangelo secondo Giovanni. (Internet).
- Il Vangelo secondo Giovanni. Nuovo Testamento annotato. Claudiana.

29 novembre 2016

EVANGELO SECONDO MATTEO 24, 1-14

Inizio del discorso profetico di Gesù

Studio esegetico/omiletico
A cura di Aldo Palladino


Il testo biblico
"1 Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. 2 Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
3 Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si avvicinarono in disparte, dicendo: «Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?»
4 Gesù rispose loro: «Guardate che nessuno vi seduca. 5 Poiché molti verranno nel mio nome, dicendo: "Io sono il Cristo". E ne sedurranno molti. 6 Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. 7 Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; 8 ma tutto questo non sarà che principio di dolori. 9 Allora vi abbandoneranno all'oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. 10 Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. 11 Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. 12 Poiché l'iniquità aumenterà, l'amore dei più si raffredderà. 13 Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 14 E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine".

***
Introduzione
Questo brano della Scrittura è l'inizio del discorso "apocalittico" di Gesù (dal greco apokalypto, rivelare, svelare o togliere il velo, scoprire, in riferimento al disvelamento di una qualche verità nascosta soprattutto se riguardo a Dio o al suo piano per il mondo) che segue i canoni dell'"apocalittica giudaica"- genere letterario che fiorì dal 200 a.C. fino al 135 d.C. –, che per quanto "figlia della profezia" e ad essa somigliante sviluppò tratti di differenziazione che le dettero nuovo carattere e personalità propria da costituire un corpus letterario a parte.  
Matteo, che si rifà a Marco per scrivere il suo vangelo, e Marco stesso hanno preso molto materiale dalla tradizione apocalittica allora circolante in Israele. Nelle "apocalissi sinottiche" di Marco, Matteo e Luca, ci sono frasi che si ritrovano in qualunque scritto giudaico di quel tempo che trattasse della fine di tutte le cose. Nel giudaismo era diffuso il presentimento di avvenimenti messianici e c'era la consapevolezza che i tempi nuovi fossero imminenti, ma che sarebbero stati preceduti da catastrofi cosmiche  e storiche sconvolgenti descritte con una serie di immagini (Satana e i suoi angeli contro i giusti, terremoti, guerre, carestie e così via). Si può dunque supporre che non tutto quanto troviamo nel capitolo 24 provenga dalla bocca di Gesù, ma "che la comunità primitiva gli abbia attribuito parole che provenivano dalla tradizione e che siano perfino stati intercalati nel capitolo brani di un'apocalissi giudaica che andavano di mano in mano su di un foglietto volante"( Günther Dehn. Il Figlio di Dio. Claudiana Editrice. 1950).
Il discorso apocalittico di Matteo 24 e 25 adempie la stessa funzione dell'apocalittica giudaica. Parla di una serie di avvenimenti futuri che culmineranno con la venuta d Gesù in gloria, ma il suo accento ricade sull'esortazione alla fedeltà, piuttosto che sulla rivelazione di segreti celesti. Ciò viene dimostrato non soltanto dalla quantità di spazio dedicata ad alcune parabole sull'attesa vigilante, ma anche dal gran numero di imperativi disseminati in tutto il discorso.

Esegesi
Il nostro testo può essere diviso in tre parti:
-       vv. 1-2. La distruzione del tempio
-       vv. 3-8. L'inizio dei dolori
-       vv. 9-14. Le persecuzioni

vv. 1-2. La distruzione del tempio
"1 Mentre Gesù usciva dal tempio e se ne andava, i suoi discepoli gli si avvicinarono per fargli osservare gli edifici del tempio. 2 Ma egli rispose loro: «Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata».
     Nel vangelo di Marco la domanda è posta da uno dei discepoli, mentre in Matteo sono i suoi discepoli a richiamare l'attenzione di Gesù sul tempio e sugli edifici circostanti. La curiosità dei discepoli si è accesa probabilmente quando Gesù nel tempio, al termine della lunga polemica con i suoi oppositori, scribi e farisei, ha detto: " Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta" (23,38), riferendosi o al tempio o a Gerusalemme o anche alla stirpe di Davide.  E in questo nostro testo Gesù rincara la dose con un'affermazione più esplicita: "Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata" (24,2). La forma è identica in Marco 13,2 e sostanzialmente anche in Luca 19,44.
La questione fondamentale, dunque, almeno in questi primi due versetti, non concerne la venuta del Messia nella gloria, ma la distruzione del tempio.
Perché Gesù profetizza la distruzione del tempio?
È molto probabile che Egli volesse attaccare il centro vitale della nazione giudaica, il luogo che il popolo riteneva la sede della presenza di Dio, e forse anche mettere fine al suo compito verso quel popolo che lo ucciderà.
Predire la distruzione del tempio equivaleva dunque a esporsi alla morte. Questo era successo già al profeta Geremia, che fu minacciato di morte quando nella sua profezia sul tempio disse: "Io tratterò questa casa come Silo [distrutta da tempo] e farò che questa città serva di maledizione presso tutte le nazioni della terra" (26,6).  E predire la distruzione del tempio significava decretare la fine di un tempo e l'inizio di un nuovo tempo. D'altra parte, nel momento in cui Gesù, che si considerava il Messia, veniva respinto dal suo popolo, il tempio, come luogo della presenza della grazia di Dio, non aveva più ragione di esistere.

- vv. 3-8. L'inizio dei dolori
3 Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si avvicinarono in disparte, dicendo: «Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?»
4 Gesù rispose loro: «Guardate che nessuno vi seduca. 5 Poiché molti verranno nel mio nome, dicendo: "Io sono il Cristo". E ne sedurranno molti. 6 Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. 7 Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; 8 ma tutto questo non sarà che principio di dolori.

3. La conversazione prosegue sul Monte degli Ulivi, che non è un luogo qualunque ma un luogo qualificato di avvenimenti escatologici (Zaccaria 14,4 profetizza la venuta di Dio su quel monte).
Due sono le domande rivolte a Gesù dai discepoli. La prima riguarda il quando della distruzione del tempio, la seconda intende conoscere quale sarà il segno che possa permettere di riconoscere la prossimità degli avvenimenti finali.
"Venuta" nel nostro testo è indicata col termine "parousìa", che è usato nelle epistole per indicare la "seconda venuta"del Signore. Nei sinottici si trova solo in questo capitolo.
La "fine dell'età presente" è un ebraismo che troviamo solo in Matteo (13,39.40.49;28,20) e richiama Daniele 12,4.13 (tempo della fine o fine [dei tempi]).

4.5. Gesù non risponde alla prima domanda e la mia impressione è che anche alla seconda non risponda in modo esaustivo visto che degli avvenimenti menzionati parli di "principio o inizio di dolori" (v. 8). Piuttosto, egli si preoccupa di esortare i suoi discepoli a guardarsi dai falsi cristi o da presunti "liberatori" (Atti 5,36-37 riferisce di Teuda e di Giuda il Galileo; 8,9 ci parla di Simone il Mago che seduceva con le arti magiche ma che si convertì e si battezzò alla predicazione di Filippo. E Flavio Giuseppe riporta il caso di un falso Messia che volle fondare dal Monte degli Ulivi il regno messianico (Bell. 2,262).

6.7. Al male interno prodotto dai falsi cristi, si aggiunge quello esterno di guerre e rumori di guerre (cioè di guerre vicine e lontane), carestie e terremoti. Sono flagelli che Gesù enumera seguendo la traccia della tradizione apocalittica. In Apocalisse 6,4.8.12 sono elencati con lo stesso ordine. Essi sono "principio di dolori", perché pur essendo già molte le tribolazioni, bisogna aspettarsi ancora di peggio.

- vv. 9-14. Le persecuzioni
9 Allora vi abbandoneranno all'oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. 10 Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. 11 Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. 12 Poiché l'iniquità aumenterà, l'amore dei più si raffredderà. 13 Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 14 E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine".

9. Il peggio che può colpire la comunità cristiana è rappresentata dalle avversità, dalle persecuzioni, dall'odio da parte di "tutte le genti", cioè da parte di tutti i popoli, dal mondo,  perché un mondo senza pace non tollera la presenza di chi predica e intende costruire la pace. Tacito, nei suoi Annali (XV:44), chiama i cristiani "odium generis humani", l'odio del genere umano [verso la chiesa].

10-11. Ma il peggio nasce all'interno della chiesa ed è rappresentano da scandali, tradimenti, odio, falsi profeti. Rispetto a quest'ultimi, Matteo nel Sermone sul Monte (7,15-20) aveva già ammonito i suoi lettori a essere vigilanti. I falsi profeti non sono persone che "fanno predizioni sbagliate per il futuro, ma coloro che rivendicano il diritto di esercitare la conduzione della chiesa, ma la cui vita non è conforme all'insegnamento etico di Gesù (7, 21-23)"(Douglas R.A Hare). Non solo la vita, ma anche l'insegnamento.

12. A causa di questa "iniquità" (anomia), infedeltà alla legge di Dio, l'amore si raffredderà. Più di qualsiasi altro pericolo, questa è la minaccia più grave per la chiesa, che senza il servizio e la pratica dell'amore non è nulla (I Cor. 13, 2).
La comunità dei credenti è dunque messa in guardia dai rischi di fenomeni degenerativi della vita cristiana insiti nel suo seno.

13. Per arginare il degrado della chiesa e giungere alla salvezza occorre perseverare, che significa rimanere al proprio posto per contrastare ogni pericolo, sopportare la persecuzione e altre prove senza rinunziare alla fede, ma anche persistere nell'amore (I Cor. 13,7: l''amore sopporta ogni cosa).  

14.  Nonostante tutta l'ostilità e l'odio che incontra, la chiesa riuscirà a predicare "questo evangelo del Regno" a tutti i popoli  nel mondo intero. "E allora verrà la fine", afferma Matteo. In questa precisazione, sembra che Matteo voglia offrire una spiegazione teologica al ritardo del ritorno del Signore che tante persone credevano imminente: il Signore tarda perché la chiesa deve prima completare la sua missione.
Anche noi, sapendo che ogni attesa è già compiuta con Gesù Cristo crocifisso e risorto, impegniamo la nostra vita nel servizio dell'evangelo con fedeltà e costanza, testimoniando  della grazia e della misericordia di Dio.


 Spunti di riflessione per la predicazione
Occorre cogliere bene il senso del discorso di Gesù perché, mentre i discepoli sono interessati a conoscere il "quando" e il "come" dei tempi della fine, la vera preoccupazione di Gesù è incentrata sul tempo presente, sui pericoli ai quali i discepoli sarebbero andati incontro, per prepararli ad affrontare il cammino cristiano con un serio impegno, con determinazione e con speranza.
     - Un primo insegnamento che cogliamo dalle parole di Gesù, quando afferma che del tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra, è che tutto ciò che ai nostri occhi sembra sicuro, indistruttibile, immutabile deve essere rivisto con l'ottica della precarietà. Non c'è nulla di definitivo e stabile sulla terra. Tutto è mutamento, cambiamento. La nostra vita passa. Civiltà intere sono passate. Una generazione dopo l'altra è passata. A che cosa ci aggrappiamo, dunque? Qual è il fondamento di ogni nostra speranza? Già in altra occasione, Gesù aveva detto: " Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo…perché dov'è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore" (Mt. 6:19-21). E nel nostro cap. 24 dirà: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mt. 24:35).
Il Salmista aveva detto che la vita dell'uomo è come l'erba, che "verdeggia la mattina, la mattina essa fiorisce e verdeggia, la sera è falciata e inaridisce" (Salmo 90:5-6).
     - Un secondo insegnamento di Gesù ci mette in guardia dal potere di seduzione sempre presente nella vita dell'uomo. Siamo sedotti dal desiderio di potere, di dominio, di supremazia, o molto più semplicemente di apparire, di essere qualcuno, addirittura di presentarsi come "il Cristo" o come altri "liberatori" che attraverso le guerre hanno inteso o intendono imporre un'ideologia o addirittura "esportare la democrazia".
     - Un terzo insegnamento è che occorre essere consapevoli che il cammino del credente è sempre contrassegnato da contraddizioni e da contrapposizioni. Anche all'interno della chiesa si possono levare falsi profeti, abili seduttori di anime semplici che minano i rapporti personali con la conseguenza che l'amore viene meno.
In una situazione di degrado e di deriva, soltanto chi persevera nella fede può sopravvivere ed essere salvato.
     - Un quarto insegnamento è che come credenti dobbiamo avere la consapevolezza che la nostra vita deve essere vissuta con l'intento di lavorare per l'avanzamento del Regno di Dio qui e oggi, nutrendo nel nostro cuore un sano sentimento di attesa di incontrare il Signore. La tensione di vivere tra il già e il non ancora rimane, ma un giorno sarà superata, quando "lo vedremo com'Egli è" (1 Gv. 3:2). Teologia dell'impegno e teologia dell'attesa devono convivere e mai prevalere l'una sull'altra. Scriveva il Past. Antonio Adamo: "La Chiesa del Signore è realtà di attesa e di annuncio, in cui le promesse sono vissute come vere e ogni giorno è breve come l'ultimo e lungo come il primo. La dimensione forte dell'essere della Chiesa sono la fede, la speranza e l'amore. Non si tratta di abbandonare il mondo né di sposarne i principi, ma di vivere con intensità il presente, attendendo con intensa passione le promesse. Nel tempo dell'Avvento ci fermiamo e ascoltiamo le promesse; facciamo silenzio e lasciamo parlare il Signore. Aspettiamo continuando con impegno il nostro viaggio, certi che il Signore saprà incontrarci come e quando egli vorrà. Nell'attesa pronunciamo e facciamo qualcosa di buono, di pacifico, di risanatore. Cerchiamo di essere segno della nuova umanità in Cristo".
                                                                                       
                                    Aldo Palladino


Bibliografia
Gunther Dehn. Il Figlio di Dio. Claudiana Editrice, 1950
Douglas R. A. Hare. Matteo. Claudiana srl. 2006
Julius Schniewind. Il Vangelo secondo Matteo. Paideia Editrice.2006
David Syme Russell. L'apocalittica giudaica. Paideia Editrice. 1991


27 maggio 2016



Romani 11, 25-36

Scheda esegetico-omiletica 

a cura di Andrea Mela


Premessa
     Il nostro lezionario 2016 "Un giorno una parola" (Ed. Claudiana) propone la pericope di Rm 11, 32-36 mettendo il v. 32 solo tra parentesi cioè, mi pare di capire, come opzionale.  L'accento andrebbe quindi posto tutto sull'inno contenuto nei vv. 33-36.  Ma a proposito del v. 32 "Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti", Karl Barth, nel suo trattato su "L'Epistola ai Romani", scrive[1]:
« ... in queste parole si esprime l'assioma tremendamente inquietante in cui si dovrebbe trovare la chiave dell'intera Epistola ai Romani (e non soltanto dell' Epistola ai Romani) … [Questo passo] è il metro a cui tutto deve essere misurato, il peso a cui tutto deve essere pesato. Esso è, per ogni lettore o uditore personalmente, il criterio della doppia predestinazione di cui vuole evidentemente chiarire il significato ultimo. Si deve intendere in senso pregnante il divino "rinchiudere" di cui qui si parla e in senso pregnante la divina "misericordia"; in senso pregnante il primo e in senso pregnante il secondo pronome "tutti". … In questa dichiarazione si rivela il Dio nascosto, sconosciuto, inconcepibile, a cui nulla è impossibile, Dio il Signore, che come tale è il nostro Padre in Gesù Cristo. … Qui l'oggetto della fede ... . Qui l'essenza del cristianesimo … . La chiesa ha una speranza. Questa. Non ne ha alcun'altra. Potesse comprendere questa! »
Davanti a queste parole autorevoli penso che le parentesi debbano cadere. Proverei dunque a partire da qui: l'inno è ciò che naturalmente e spontaneamente consegue e funge da corona lirica al lungo discorso sul rapporto tra il vangelo e gli Israeliti che inizia al cap. 9 e culmina con la sintesi teologica che si trova nei vv. 25 – 32 del capitolo 11.  Non potendo leggere tre interi capitoli della lettera credo sia opportuno ricordare almeno questi 8 versetti.
25 Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d'Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; 26 e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto:   
                                   «Il liberatore verrà da Sion.
27                              Egli allontanerà da Giacobbe l'empietà;
                e questo sarà il mio patto con loro,
                quando toglierò via i loro peccati».
28 Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l'elezione, sono amati a causa dei loro padri; 29 perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. 30 Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, 31 così anch'essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch'essi misericordia. 32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.
33      Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!
            Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie!
34      Infatti          «chi ha conosciuto il pensiero del Signore?
                                   O chi è stato suo consigliere?
35                              O chi gli ha dato qualcosa per primo,
                                   sì da riceverne il contraccambio?»
36      Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. 
            A lui sia la gloria in eterno. Amen.


Note esegetiche
25-26a – mystèrion: nell'uso paolino questa parola indica il disegno salvifico di Dio che si è rivelato con l'avvento di Cristo ma rimane sempre un "mistero"[2] ossia una realtà superiore ed inaccessibile all'intelletto umano.  Qui però indica un aspetto particolare di questo disegno cioè il ruolo di Israele.
– Indurimento (pòrosis). Nel primo testamento la resistenza alla volontà di Dio, definita (a partire da Esodo 4, 21[3]) appunto come l'indurirsi del cuore, è molto spesso (come lo è anche qui) il risultato della stessa volontà di Dio.
– In una parte di Israele. Questa parzialità si contrappone alla totalità  (plèroma) degli stranieri ed al "tutto Israele" (pas Israèl) del v. 26[4]. E' importante che alla salvezza di tutti gli stranieri sia accostata la salvezza piena del popolo eletto: non solo "il resto", ma il popolo in quanto tale, l'Israele complessivo.

26b-27 – «Il liberatore verrà da Sion. … "Si tratta di una citazione composta che riprende quasi esattamente la versione greca (LXX) di Isaia 59, 20-21a, seguita da una frase ripresa da Isaia 27,9. La citazione originale di Isaia 59, 20 potrebbe essere riferita a Dio stesso, ma ci sono letture rabbiniche che la leggono in riferimento al Messia ed è probabile che Paolo la comprendesse in questo modo"[5]. In ogni caso l'intento di Paolo è quello di evidenziare la natura di questa liberazione: il perdono misericordioso dei peccati di Israele.

28-29           – nemici per causa vostra / amati a causa dei loro padri. L'essere nemici (disubbidienti) è per Israele un dato temporaneo ed è a vantaggio dei pagani perché, respinti dai Giudei, i ministri della parola sono stati sospinti a predicare l'evangelo fra i gentili. L'essere amati è invece un dato permanente che resta inalterato anche nel tempo della "inimicizia" perché si fonda sulla causa prima di ogni cosa: l'amore e la fedeltà di Dio[6]:  irrevocabili sono infatti i suoi doni e la sua chiamata (klèsis).

30-31 – I due versetti formano un parallelo perfetto tra le sorti dei due popoli. E' notevole che la disubbidienza (apèitheia) degli Israeliti, da un lato, e la misericordia (èleos) offerta ai pagani, dall'altro, siano definiti entrambi come strumenti di cui Dio si serve per il fine ultimo che è la salvezza di tutti[7].

32 – Dio infatti ha rinchiuso tutti (synèkleisen ... tus pàntas).
L'aoristo indica un avvenimento puntuale ed unico: il versetto fornisce la necessaria spiegazione dei due precedenti. Tutta l'umanità è prigioniera della propria disubbidienza: questo è un dato di fatto di fronte al quale si pone la misericordia divina che, sola, può e desidera ridare a tutti gli esseri umani la libertà. Cranfield osserva che se da un lato questo doppio "tutti" potrebbe orientare verso un universalismo dogmatico, d'altro lato la contrapposizione fra la prima parte della frase (la  constatazione) e la seconda (la manifestazione di intenti) spinge ad essere più cauti.

33-36  – Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!
Questa pericope ha la forma di un inno articolato in 4 strofe, ciascuna corrispondente ad un versetto. L'insieme presenta un carattere sapienziale. I tre concetti di ricchezza (plùtos),  sapienza  (sofìa) e conoscenza (gnòsis) del v. 33 vengono ripresi in ordine inverso dalle domande dei vv. 34-35.  Il v. 34 ricalca il testo della LXX di Isaia 40, 13; la prima domanda è riferita alla  conoscenza, la seconda alla sapienza[8]. Il v. 35 riecheggia Giobbe 41, 3[9] e richiama la smisurata ricchezza dei doni di Dio.
Lo stile letterario di 36a potrebbe riflettere un uso della tradizione stoica ma qui Paolo, ben lontano da ogni forma di panteismo, afferma che quel Dio che agisce in Cristo per la salvezza dell'uomo, è lo stesso Dio creatore, reggitore, sovrano e punto finale di ogni cosa.
Da questa affermazione nasce la dossologia conclusiva di 36b che è invece di estrazione giudaica.
Al centro della preghiera di Paolo, il cui impatto emozionale sembra rispondere all'apertura dolorosa del tema (in 9, 1-5), ritroviamo il mistero esplicitato ai vv. 25-26 ma ora espresso in forma di meraviglia e di lode: Dio mette in atto un dinamismo prodigioso che agisce nel lungo termine a beneficio di tutta la sua creazione e attrae l'umanità intera nel flusso del suo amore.


Breve inquadramento teologico
La domanda a cui Paolo cerca di dare risposta è la seguente: «Israele che non ha riconosciuto Gesù come Figlio di Dio e come Messia, è stato estromesso dalla salvezza?». E' una domanda seria e difficile.
Se si risponde di sì, che Israele è fuori dalla salvezza, allora l'elezione che Dio ha dato a Israele  è decaduta e ora passerebbe ai cristiani, essi diventerebbero il popolo eletto, il nuovo Israele e Dio avrebbe rinnegato il vecchio Israele.
Se si risponde di no, che Israele è e resta popolo di Dio, allora che ruolo avrebbero i cristiani nel suo progetto di salvezza?
Per uscire da questa contraddizione Paolo ricorre al concetto di "mistero". La ragione umana si può solo inchinare di fronte all'agire inatteso e "ininvestigabile" di Dio. L'apostolo non ricorre ad una rivelazione particolare: gli basta credere sia all'elezione di Israele, sia al Vangelo, per credere anche alla conversione ed alla salvezza finale del popolo eletto. La rivelazione di Gesù Cristo compie la promessa fatta ad Abramo e non può essere intesa senza di  essa. Questa fede diventa poi anche un appello ai pagano-cristiani a rifuggire dalla tentazione di ergersi a sostituti di Israele nel progetto divino.
In sostanza Romani 11, 25-36 riflette (come tutta la sezione 9 - 11) il travaglio interiore di Paolo nella sua condizione di fariseo zelante divenuto apostolo dei gentili ma libera un forte messaggio di fiducia per il presente e di speranza per l'avvenire.

Spunti per la predicazione
Certo non si può eludere il tema del rapporto tra Israele e "noi" ma credo che sia preferibile  evitare la tentazione di attualizzare il testo in senso geo-politico: una cosa è il moderno stato di Israele, altra cosa è l'ebraismo (compreso quello moderno). A mio avviso occorre tenere ben distinte le due dimensioni malgrado i forti legami che uniscono le comunità ebraiche sparse nel mondo con "Eretz Ysrael"[10].
Mi sembra che nel nostro brano ci siano due parole che possono orientare la predicazione: la prima è "tutti" (v. 32). Questa parola risuona già nella promessa di Dio ad Abramo: «in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen. 12: 3) e ritorna più volte anche negli scritti[11].
Dio non fa distinzioni su base etnica, culturale o religiosa ma percorre strade a noi sconosciute per benedire (salvare) il genere umano nel suo complesso. Il Signore tratta tutti noi per quello che siamo, con la nostra parzialità, la nostra finitezza, il nostro peccato, affinché nei confronti di tutti si manifesti la sua misericordia, la sua grazia e il suo amore. A questo riguardo Molti studiosi[12] ci diffidano dal pensare che Paolo insegni una salvezza universalistica, cioè che tutti siano salvi quasi "automaticamente" per mezzo di Gesù Cristo, anche coloro che non credono in lui o addirittura i malfattori. Certo non c'è nessun automatismo e soprattutto (come dice Paolo) nessuna possibilità di indagare la libertà di Dio; però qui  l'apostolo dei non ebrei, vuole ricordare loro che non hanno alcun motivo di sentirsi superiori  per aver abbracciato la nuova fede: quanto a disubbidienza e quanto a misericordia siamo tutti sullo stesso piano.
La seconda parola è "mistero": questo è il tema dell'inno conclusivo: il mistero di Israele diventa metafora del mistero di Dio. la sapienza di Dio può trasformare il male in bene per fare uscire tutti dalla disubbidienza. L'obbedienza è la misura della vera fede.  Dio non chiede il permesso di nessun uomo, di nessuna chiesa, di nessuna teologia per essere misericordioso. L'inno di Paolo è un canto di ammirazione e di sbalordimento. La Scrittura rivela la volontà di Dio, ma qui la Scrittura stessa rivela ciò che ci può soltanto stupire. Allora Paolo ferma per un momento i suoi ragionamenti, la sua "razionalità" e canta il mistero di Dio che si è rivelato ma che tuttavia rimane al di fuori di noi.
Forse anche noi ogni tanto avremmo bisogno di fermare per un momento la nostra razionalità e tornare ad essere capaci di meravigliarci di fronte al mistero. Il messaggio cristiano annuncia una verità che non è evidente e che non non si trova come un'idea già presente nel cuore dell'uomo. Il Vangelo ci rivela cose che non avremmo potuto immaginare nè desiderare; tuttavia questa rivelazione, questa verità che ci supera, può essere contemplata e ammirata. Dio ha pensato l'opera della salvezza prima che noi ci fossimo e l'ha portata a compimento per noi e malgrado noi. E' un'opera soltanto sua. Solo quando si comincia ad avere una percezione della profondità infinita della sapienza di Dio, ci si può rendere conto di quanto poco sappiamo e di quanto, invece, dobbiamo essere grati al Signore.
Un'ultima considerazione: se "l'indurimento" del cuore umano può a volte corrispondere alla volontà di Dio, oggi, diversamente da Paolo, noi ci troviamo in un'epoca di indurimento generalizzato che non riguarda più Ebrei o non Ebrei ma coinvolge tutti i popoli e in particolare il nostro occidente. Oggi il rifiuto di Israele di riconoscere la messianicità di Gesù non sorprende né scandalizza i cristiani i quali, anzi, ora trovano del tutto normale che ciò sia storicamente avvenuto e che tuttora perduri, nè gli Ebrei vedono nel cristiano necessariamente un nemico.
Intendo dire che forse si dovrebbe provare a spostare il discorso dall'ottica del rapporto fra Giudei e cristiani, entrambi ormai minoranze (seppure consistenti) in una società largamente secolarizzata, a quello fra credenti e non-credenti (uso questo termine solo per brevità). Il cambiamento radicale che si è prodotto con l'allontanamento di una parte consistente dell'umanità dalla sfera religiosa non potrebbe forse essere letto come uno dei sentieri misteriosi che Dio percorre "per far misericordia a tutti" ?

Testi di appoggio:  Salmo 145, 9-21;   Matteo 16, 15-20.

Testi utilizzati:
  • Karl Barth, L'Epistola ai Romani, a cura di G. Miegge, Feltrinelli (MI), 1962.
  • Karl Barth, Breve commentario all'epistola ai Romani, Queriniana (BS), 1985.
  • C. E. B. Cranfield, La lettera di Paolo ai Romani (Capitoli 9-16), Claudiana (TO), 2000.
  • Giovanni Torti, La lettera ai Romani, Paideia Ed. (BS), 1977.
  • Franz J. Leenhardt, L'épitre de Saint Paul aux Romains,  Délachaux et Niestlé, Neuchatel (CH), 1957.
  • Paul J. Achtenmeier, Romani, Claudiana (TO), 2014.
  • Henri Piguet, Romains 11, 25-36: Le salut d'Israël, In: "Lire et dire" N. 62 (4/2004).
  • Paul Althaus, La lettera ai Romani, Paideia Ed. (BS), 1970.
  • Frederick F. Bruce, L'Epistola di Paolo ai Romani, Edizioni G.B.U. (Roma), 1979.
  • Giorgio Tourn, La predestinazione nella Bibbia e nella storia – una dottrina controversa, Claudiana (TO), 1978.


[1]   Karl Barth, L'Epistola ai Romani, a cura di G. Miegge, Feltrinelli, 1962, pag. 404
[2]   Barth sostiene che nell'accezione di Paolo il termine mistero può equivalere a quello che noi chiamiamo paradosso.
[3]   Il SIGNORE disse a Mosè: «Quando sarai tornato in Egitto, avrai cura di fare davanti al faraone tutti i prodigi che ti ho dato potere di compiere; ma io gli indurirò il cuore ed egli non lascerà partire il popolo.
[4]   In relazione al ristabilimento finale dell'alleanza cfr. Malachia 4,4-6:  «Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo,
     al quale io diedi sull'Oreb, leggi e precetti, per tutto Israele. Ecco, io vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno del SIGNORE, giorno grande e terribile. Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».
[5]   Così Cranfield;  Barth nel suo "Breve commentario") vi legge anche un richiamo a Geremia 31, 31-34.
[6]   Cfr Deuteronomio 7, 7 s.
[7]   La costruzione del testo greco del v. 31 presenta notevoli difficoltà di interpretazione.  La traduzione di G. Torti lo rende come segue:  "... così ora essi [gli Israeliti] hanno rifiutato l'obbedienza di fronte alla misericordia accordata a voi per ottenere a loro volta misericordia ".    La TOB traduce: " … allo stesso modo anch'essi ora hanno disobbedito, in seguito alla misericordia usata verso di voi, affinché siano ora anch'essi oggetto della misericordia"  e commenta: la difficile costruzione di questa frase riflette la complessità del rapporto di causalità che Paolo stabilisce tra la storia degli uni e quella degli altri.
[8]   Per il giudaismo la sapienza è insita nel pensiero di Dio e lo assiste nella creazione. Cfr Proverbi 8, 22: 
     "Il SIGNORE mi ebbe con sé al principio dei suoi atti,prima di fare alcuna delle sue opere più antiche."
[9]   Gb 41, 3 "Chi mi ha anticipato qualcosa perché io glielo debba rendere?"
[10] Su "Lire et dire" N. 62 (4° trimestre 2004) si legge una proposta di predicazione su Rm 11, 25-36 di  Henri Piguet (pastore della chiesa riformata in Svizzera) in cui si definisce lo stato di Israele "guerriero, arrogante, tentacolare … violento della violenza peggiore, quella che crede di potersi fondare su qualche passo biblico staccato dal contesto" e prosegue: "La vittima è diventata carnefice. Per tutta una generazione di cristiani presso di noi, Israele è come un amore deluso" (traduzione mia). Anche se l'autore tenta di separare quelle che ai suoi occhi sono le nefandezze dello stato israeliano dal debito che "noi" abbiamo con l'ebraismo, mi auguro di non dover mai ascoltare giudizi così sommari dai pulpiti delle nostre chiese: il conflitto arabo-israeliano è cosa ben più seria e complessa.
[11] Cfr Salmo 145, in particolare v. 14: Il Signore sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti quelli che sono curvi. 
     V. 18: Il Signore è vicino a tutti quelli che lo invocano in verità.
[12] Ad es. P.  Althaus (pag 220): "tutti" non significa tutti i singoli uomini ma le due parti del genere umano, i Giudei e i pagani. … [Paolo] prospetta per l'umanità una duplice possibilità nel giudizio finale … (cfr 2 Tess. 1, 6 ss.).