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giovedì 3 luglio 2008



COMUNIONE FRATERNA E SERVIZIO

 

Salmo 133,1: "Ecco quant'è buono e quant'è piacevole che i fratelli vivano insieme!".
Luca 9, 46: "Poi cominciarono a discutere su chi di loro fosse il più grande".

 

Meditazione di Aldo Palladino

 

Il bisogno della vita comunitaria

L'esclamazione del Salmista sulla positività (buono e piacevole) della vita in comune, nella concordia, di fratelli e sorelle unite nella fede in Dio non è solo un auspicio, ma anche un bisogno. La società dei tempi del Salmista, di fronte alla precarietà della vita, tanto più precaria quanto più si viveva isolati, era la società delle solidarietà e della ricerca di coesione per essere capaci di contrastare efficacemente il nemico comune, sia esso la carestia, la malattia, il brigantaggio, i feroci e insidiosi animali selvatici, gli eserciti stranieri e cosi via.

La famiglia nucleare costituiva un gruppo unito con ruoli ben definiti e tradizioni che la rendevano una comunità solida. L'intero villaggio era una comunità coesa. La sinagoga (per noi oggi è la parrocchia, la chiesa locale), inoltre, costituiva l'espressione visibile di una comunità che in Dio fondava la propria fede e che nutriva il suo desiderio di protezione e sicurezza [la fede vissuta come fiducia nel Dio Creatore o come rifugio necessario dalle proprie paure è un argomento che non tramonta mai].

Dunque alla base del vivere insieme vi erano e vi sono elementi sociologici e psicologici che dal testo non traspaiono ma che, tuttavia, sono presenti, perché l'uomo è lo scrigno, il contenitore, la fonte di tutte le dinamiche di gruppo, positive e negative.

 

La fonte della vita comunitaria

"Quant'è buono e quant'è piacevole che i fratelli vivano insieme!" non è solo un bisogno umano di crescere, svilupparsi e vivere tranquilli. C'è, in questa esortazione, la vocazione di Dio all'uomo di relazionarsi con l'altro, a vivere di dialogo e di confronto, a recepire il dono della comunione fraterna. Si, un dono che si realizza per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo.

Dietrich Bonhoeffer così scrive nel suo libro "Vita comune" (Edizioni Queriniana):

"La comunione cristiana è tale per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Ogni comunione cristiana non è né più e né meno di questo. Solo questo è la comunione cristiana, si tratti di un unico, breve incontro, o di una realtà quotidiana perdurante negli anni. Apparteniamo gli uni agli altri solo per e in Gesù Cristo.

Che significa ciò?

In primo luogo, significa che un cristiano ha bisogno dell'altro a causa di Gesù Cristo.

In secondo luogo, che un cristiano si avvicina all'altro solo per mezzo di Gesù Cristo.

In terzo luogo, significa che fin dall'eternità siamo stati eletti in Gesù Cristo, da lui accolti nel tempo e resi una cosa sola per l'eternità.

Sul primo punto: è cristiano chi non cerca più salute, salvezza e giustizia in se stesso, ma solo in Gesù Cristo. Il cristiano sa che la Parola di Dio in Gesù Cristo lo accusa, anche se non ha alcun sentore di una propria colpa, e che la Parola di Dio lo assolve e lo giustifica, anche se non ha alcun sentimento di una propria giustizia. Il cristiano non vive più fondandosi su se stesso, non vive dell'accusa o della giustificazione di cui è egli stesso soggetto, ma dell'accusa e della giustificazione di Dio. Morte e vita del cristiano non sono circoscritte dentro di lui, ma si ritrovano solo nella Parola che sopraggiunge dal di fuori, nella Parola che Dio gli rivolge…Il cristiano vive interamente della verità della Parola di Dio in Gesù Cristo. Se gli si chiede: dov'è la tua salvezza, la tua beatitudine, la tua giustizia?, non può mai indicare se stesso, ma la Parola di Dio in Gesù Cristo, da cui gli viene salvezza, beatitudine, giustizia. Egli cerca sempre questa Parola, in tutti i modi. La fame e la sete continua di giustizia lo spingono a desiderare continuamente la Parola redentrice. Essa può venire solo da fuori. Preso a sé egli è povero e morto. Da fuori deve venire l'aiuto, ed in effetti è venuto e viene ogni giorno di nuovo nella Parola di Gesù Cristo, che ci dà la redenzione, la giustizia, l'innocenza e la beatitudine. Ma Dio ha messo questa Parola in bocca ad uomini, per consentire che essa venga trasmessa fra gli uomini. Se un uomo ne viene colpito, la ridice ad un altro. Dio ha voluto che cerchiamoe troviamo la sua Parola viva nella testimonianza del fratello, in bocca ad uomini. Per questo il cristiano ha bisogno degli altri cristiani che dicano a lui la Parola di Dio...Quindi è chiaro lo scopo della comunione dei cristiani: essi si incontrano gli uni gli altri come latori del messaggio di salvezza.

Sul secondo punto: un cristiano si avvicina all'altro solo per mezzo di Gesù Cristo. Fra gli uomini c'è conflitto. "Egli è la nostra pace " (Ef. 2,14), dice Paolo a proposito di Gesù Cristo, in cui la vecchia umanità dilacerata ha trovato la propria unità. Senza Cristo non c'è pace tra Dio e gli uomini, non c'è pace tra uomo e uomo. Cristo si è posto come mediatore e ha fatto pace con Dio e in mezzo agli uomini. Senza Cristo, non conosceremmo Dio, non potremmo invocarlo o giungere a lui. E senza Cristo non potremmo conoscere neppure il fratello né accostarci a lui. È il nostro stesso io a sbarrarci la strada. Cristo ha aperto la strada che conduce a Dio e al fratello…

Sul terzo punto: il Figlio di Dio, nell'incarnarsi, per pura grazia ha assunto il nostro essere, la nostra natura, ha assunto noi stessi veracemente, fisicamente. Questo era l'eterno decreto del Dio trinitario. Ora siamo in lui. Dove egli è, porta la nostra carne, ciò che noi siamo. Dove è lui, lì siamo anche noi, nell'incarnazione, sulla croce e nella risurrezione. Apparteniamo a lui, perché in lui siamo. Per questa ragione la Scrittura ci chiama corpo di Cristo… Solo per mezzo di Gesù Cristo si è fratelli. Sono fratello dell'altro solo per ciò che Gesù Cristo ha fatto per me e in me; l'altro mi è divenuto fratello per ciò che Gesù Cristo ha fatto per lui e in lui... Il fratello con cui ho a che fare nella comunità…è l'altro che è stato redento da Cristo, che è stato liberato dal peccato e chiamato alla fede e alla vita eterna. La nostra comunione non può motivarsi in base a ciò che un cristiano è in se stesso, alla sua interiorità e devozione; viceversa, per la nostra fraternità è determinante ciò che si è a partire da Cristo".

 

Servire nella comunità

Dunque, la riflessione di Dietrich Bonhoeffer propone la centralità del Cristo nelle attività cristiane. Tutto ha senso se si parte dall'opera di Gesù Cristo tra noi e in noi, secondo una prospettiva nuova, rinnovata dalla sua Parola e dall'azione dello Spirito Santo.

Qualsiasi altra motivazione dello stare insieme, senza Cristo, porterebbe alla manifestazione di interessi personali, prevaricazione, manipolazione e dominio sull'altro, come è accaduto ai discepoli di Gesù, tra i quali discepoli si è manifestato il desiderio di primeggiare (Lc.9,46).

La vita e l'esistenza di una comunità cristiana dipende dal controllo che noi abbiamo su noi stessi. L'autocontrollo delle nostre parole, dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti è fondamentale per non guastare le relazioni fraterne, come insegna Giacomo nella sua lettera (cap.3). Ma l'autocontrollo è un frutto dello Spirito (Gal. 5,22), che è il risultato finale di una vita che si nutre continuamente del cibo spirituale che proviene dalla Parola di Dio, cibo ripieno di grazia e non di giudizio.

La comunità cristiana non è esente da incrinature e fallimenti. Ma la sua crisi può solo essere addebitata alla presenza di carnalità, all'emergere di elementi umani che hanno dimenticato la bontà e l'insegnamento del Cristo o che, per eccesso di zelo, si sostituiscono al Cristo e allo Spirito Santo per difendere la verità rivelata.

Chi ha conosciuto l'amore di Dio in Cristo Gesù e vive della sua grazia non può avere altro atteggiamento che quello del servizio. Chi ama Gesù Cristo, ama e serve Dio e il prossimo.

Ma quale tipo di servizio dobbiamo offrire nella comunità in cui siamo inseriti?

D. Bonhoeffer ci suggerisce tre elementi fondamentali per il servizio:

1)     prestare ascolto alla Parola di Dio e saper ascoltare il nostro fratello;

2)     essere disponibili all'aiuto concreto;

3)     essere disponibili al sostegno del fratello.

Ciò si traduce nella volontà di dedicare del tempo per il servizio nella chiesa e, dunque, per gli altri. Per fare questo non basta la nostra disponibilità o il solo amore fraterno: è necessario una specifica preparazione alla cura pastorale. Dalla Parola di Dio, e non solo da essa [non bisogna, infatti, disdegnare il contributo delle scienze umane, come la psicologia, la pedagogia, ecc.],  occorre saper trarre gli strumenti per lavorare per gli altri. Sono gli strumenti utili per la crescita del corpo di Cristo, di cui ci ha parlato l'apostolo Paolo (1 Cor. 12,12-27), che è possibile solo sul fondamento della pietra angolare, Gesù Cristo (1 Pt. 2,4), l'unico a dare solidità a tutta la struttura e a tutto l'edificio. Infatti, la chiesa si costruisce non sulla nostra bravura, sulla nostra intelligenza o sulle nostre potenzialità personali, ma sulla nostra fedeltà a seguire il Signore fino in fondo, dove Lui ci chiama.
                                         
                                                                                                                  Aldo Palladino