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domenica 9 settembre 2012



Marco 5:36
"Non aver timore, solo credi!"

Predicazione di Aldo Palladino



Il testo biblico di riferimento
21 Gesù passò di nuovo in barca all'altra riva, e una gran folla si radunò attorno a lui; ed egli stava presso il mare.  22 Ecco venire uno dei capi della sinagoga, chiamato Iairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi Marco 5:23 e lo pregò con insistenza, dicendo: «La mia bambina sta morendo. Vieni a posare le mani su di lei, affinché sia salva e viva». 24 Gesù andò con lui, e molta gente lo seguiva e lo stringeva da ogni parte. 25 Una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, 26 e che molto aveva sofferto da molti medici e aveva speso tutto ciò che possedeva senza nessun giovamento, anzi era piuttosto peggiorata, 27 avendo udito parlare di Gesù, venne dietro tra la folla e gli toccò la veste, perché diceva: 28 «Se riesco a toccare almeno le sue vesti, sarò salva». 29 In quell'istante la sua emorragia ristagnò; ed ella sentì nel suo corpo di essere guarita da quella malattia. 30 Subito Gesù, conscio della potenza che era emanata da lui, voltatosi indietro verso quella folla, disse: «Chi mi ha toccato le vesti?» 31 I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi come la folla ti si stringe attorno e dici: "Chi mi ha toccato?"» 32 Ed egli guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo. 33 Ma la donna paurosa e tremante, ben sapendo quello che era avvenuto in lei, venne, gli si gettò ai piedi e gli disse tutta la verità. 34 Ma Gesù le disse: «Figliola, la tua fede ti ha salvata; va' in pace e sii guarita dal tuo male». 35 Mentre egli parlava ancora, vennero dalla casa del capo della sinagoga, dicendo: «Tua figlia è morta; perché incomodare ancora il Maestro?» 36 Ma Gesù, udito quel che si diceva, disse al capo della sinagoga: «Non aver timore; solo credi!»
 37 E non permise a nessuno di accompagnarlo, tranne che a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38 Giunsero a casa del capo della sinagoga; ed egli vide una gran confusione e gente che piangeva e urlava. 39 Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40 Ed essi ridevano di lui. Ma egli li mise tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui, ed entrò là dove era la bambina. 41 E, presala per mano, le disse: «Talità cum!» che tradotto vuol dire: «Ragazza, ti dico: àlzati!» 42 Subito la ragazza si alzò e camminava, perché aveva dodici anni. E furono subito presi da grande stupore; 43 ed egli comandò loro con insistenza che nessuno lo venisse a sapere; e disse che le fosse dato da mangiare.


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Introduzione
I due miracoli qui narrati dall'evangelista Marco contengono spunti di riflessione notevoli, che riguardano la dirompente azione di Gesù sulla malattia e sulla morte, ma anche la reazione dei vari personaggi che interagiscono con Gesù e con i fatti in cui essi sono coinvolti.
Ma qui intendo mettere in risalto solo un elemento presente nel testo e nella vita di tutti noi.

Paura
Penso, infatti, che questo episodio ci inviti a riflettere sul sentimento della paura, che accompagna la nostra vita sin dalla nascita. Abbiamo molte paure, vecchie e nuove: paura della morte, della malattia, paura della guerra, soprattutto quella atomica, paura di affrontare la vita, paura di sposarsi, paura della solitudine, paura di non trovare un posto di lavoro o di perderlo, paura dei ricchi di perdere le proprie ricchezze, paura dei poveri di non avere più speranza alcuna, paura del terrorismo politico e religioso, paura dell'inquinamento o della diminuzione delle risorse naturali, quindi paura della fame e della sete per molti popoli della terra, paura del riscaldamento della terra, paura (anche se ingiustificata) degli immigrati che sbarcano numerosi sulle nostre coste, paura dell'altro e talvolta paura anche di noi stessi. E l'elenco potrebbe continuare.
Noi credenti non siamo esenti dalla paura, perché essa è parte integrante della nostra natura. Gli specialisti ci dicono che essa è un sentimento utile ad allertarci contro ogni pericolo e a predisporre le difese per non essere sopraffatti. Ma in quanto cristiani, chiamati alla sequela di Gesù Cristo, siamo svantaggiati nel reagire di fronte al pericolo perché sappiamo che a noi non è concesso di difenderci e lottare con le stesse armi che usa il "mondo". E questo crea tensione, perché in noi entrano in collisione sentimenti contrastanti, la nostra natura reattiva, sollecitata dalla paura, e la nostra natura pacifica, mite, educata dalla fede in Cristo.


"Non temere!"
Nei Vangeli Gesù non si stanca di ripetere: "Non temere!". "Non temere, piccolo gregge" (Lc. 12:32) dice ai suoi discepoli ai quali aveva rappresentato le difficoltà che avrebbero incontrato come suoi seguaci: "Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…Guardatevi dagli uomini; perché vi metteranno in mano ai tribunali e vi flagelleranno" (Mt. 10:16-17). "Sarete odiati da tutti a causa del mio nome" (Mt. 10:22). "Nel mondo avrete tribolazione" (Gv. 16:33). "Vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia" (Mt. 5:11).

"Non temere". È l'esortazione di Gesù in circostanze estreme in cui l'uomo mostra di non poter fare più nulla per intervenire e affrontare la situazione, cioè quando è al limite di ogni speranza o quando non v'è più alcuna speranza. Solo allora, solo quando l'uomo si arrende agli eventi che lo travolgono e invoca il suo intervento, Gesù entra in azione.
Nel nostro brano, la figlia di Iairo è già morta quando Gesù dice "Non temere"al padre straziato dal dolore. Ma anche in altre occasioni estreme Gesù ha lo stesso atteggiamento e ha parole rassicuranti. Quando Lazzaro è già morto, Gesù dice a Marta: "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?" (Gv 11:40).
Nel racconto in cui Gesù calma la tempesta, in cui i discepoli impauriti dalle onde minacciose vanno da Gesù che sta dormendo e gli chiedono di salvarli, Gesù dice: "Perché avete paura, o gente di poca fede?
E alla chiesa di Smirne che sta per affrontare un periodo di persecuzione sotto l'imperatore Domiziano, il Signore dice: "Non temere!" (Ap. 2:10).

È il caso di sottolineare che laddove è presente Gesù o viene segnalata la sua presenza c'è sempre un invito a "non temere".
"Non temere, Zaccaria" (Lc. 1:13) dice un angelo.
"Non temere, Maria" (Lc. 1:30) dice l'angelo Gabriele.
Ai pastori della natività che sono "presi da gran timore", angelo dice: "Non temete" (Lc. 2: 10).
Al sepolcro vuoto della risurrezione, un angelo dice alle donne: "Non temete" (Mt. 28:5).                                      

Appare, dunque, evidente che la parola di Gesù "non temere" non è quella mezza parola di conforto che noi uomini diamo ai nostri amici sofferenti accompagnandola con una battuta di mano sulla spalla.
Il "Non temere" di Gesù ha un significato profondo. Gesù vuole dirci che noi non siamo soli, abbandonati alla nostra solitudine dinanzi a tutte le difficoltà della vita, e che Lui c'è ed è vicino a tutti quelli che lo invocano (Salmo 145:18).
Egli ci invita a opporci alla paura, ma utilizzando l'arma della fede, perché per il Signore il contrario della paura non è il coraggio, ma la fede. Fede in Gesù Cristo, che ci libera da ogni forma di paura, da tutto il timore che incute questo mondo corrotto e violento. La vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo sono il fondamento su cui possiamo poggiare saldamente i nostri piedi, la nostra esistenza. Certo, come tutti gli uomini di questo mondo non siamo al riparo dai mali di questa terra, perché anche noi continueremo ad ammalarci, a subire le conseguenze nefaste di una natura contaminata dal peccato dell'uomo, ma tutto questo non ci spaventa più, perché Gesù Cristo ha superato ogni avversità annientando la morte e risorgendo per noi.
Se il messaggio dell'Evangelo di Gesù Cristo lo abbiamo accolto nella nostra vita, la parola di Gesù: "Non temere" diventa un messaggio di liberazione e di pace. Di liberazione dalle tante paure dell'esistenza e di pace profonda della nostra anima, condizioni che ci consentono di incamminarci su un sentiero nuovo proiettati verso una vita nuova di impegno, di servizio e di fedeltà al Signore e per amare il nostro prossimo.

                                                                                                          Aldo Palladino

Matteo 5: 6
Cercare la giustizia di Dio
 Meditazione di Aldo Palladino


 

Il testo biblico

6 Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.


Questo versetto del Sermone sul monte, il quarto delle Beatitudini annunciate da Gesù, ci pone di fronte ad una parola, "giustizia"(gr. dikaiosyne), molto diffusa nella Scrittura.

La troviamo anche nell'ottava beatitudine: "Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli" (Mt. 5:10), e in altri momenti.
Al suo battesimo, Gesù dice a Giovanni Battista: "…conviene che noi adempiamo ogni giustizia" (Mt. 3: 15).   
In Mt. 5:20, c'è questa esortazione di Gesù: "Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli".
E ancora: "«Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli (Mt. 6:1).
E in Mt 6:33: "Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più".
Matteo fa largo uso della parola "giustizia", perché sappiamo che egli scrive il suo Vangelo soprattutto per i giudei, che conoscevano il senso di questo termine largamente usato nell'Antico Testamento.
Al tempo di Gesù, per i giudei "giustizia" era la condotta di chi si conduce rettamente davanti a Dio.
Essi pensavano che se non sei un ladro, un assassino, un adultero, un bugiardo, se osservi i rituali previsti dalla Legge, frequenti il Tempio alle scadenze previste, preghi, paghi la decima, se fai tutto questo, ti puoi considerare una persona "giusta" e puoi perfino pensare di essere approvato e benedetto da Dio.

Questo modo di pensare lo troviamo in molti episodi evangelici.
C'è il giovane ricco che ritiene di aver osservato tutti i comandamenti e che chiede a Gesù: "…che mi manca ancora?" E Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi" (Mt. 19:20).
Ricordiamo anche la parabola del fariseo e del pubblicano, scritta "per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri" (Lc. 18:9), in cui il fariseo si esalta come "giusto", elencando tutte le sue buone opere di osservante della Legge e disprezzando le malefatte del pubblicano.
C'è il fariseo Simone, che dall'alto della sua "giustizia" non si era degnato di lavare i piedi a Gesù né di ungergli il capo con olio, né di baciarlo, ma è pronto a giudicare e diffamare la peccatrice che fa tutte queste cose a Gesù (Lc. 7:36-50).

Gesù si oppone a questa mentalità. La sua predicazione si leva forte e decisa contro questa auto-giustizia, contro chi si autodichiarava giusto. Per questo Gesù afferma: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori" (Mc. 2:17). E in un'altra occasione accusa gli scribi e i farisei di ipocrisia e di iniquità, mentre di fuori appaiono giusti alla gente (Mt. 23: 27-28).


Ancora ai nostri giorni la razza dei farisei dei giusti che si autoassolvono, dei sani che non hanno bisogno del medico, non si è estinta. La società ne è piena e le nostre chiese, tutte le chiese, al loro interno ne esprimono degli ottimi esemplari. Uno dei tanti motivi che rendono le nostre chiese evangeliche deboli e fiacche, disunite e frammentate, senza gioia e senza passione, chiese di poca fede, "non sta nel fatto che nelle nostre chiese ci sono troppi peccatori, ma che ci sono troppi giusti che non hanno voglia di Cristo e non sono affamati del suo Evangelo, perché sono troppo pieni della loro giustizia" (Vittorio Subilia in La Parola che brucia. Claudiana; 1991, pag 86). Sono tanti quelli che pensano di fare il proprio dovere per il funzionamento della chiesa e che si sentono soddisfatti del proprio tran-tran di vita e non sentono il bisogno di altro. Sono molti i credenti che assurgono a giudici dei comportamenti altrui e non mettono in discussione minimamente la propria condotta o la propria vita.
Così l'evangelismo italiano è lacerato da scomuniche reciproche di una chiesa verso un'altra, da una denominazione verso un'altra e viceversa . E non ci ricordiamo che quando Giovanni disse a Gesù: «Maestro, noi abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato perché non ci seguiva», Gesù gli rispose: «Non glielo vietate, perché non c'è nessuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e subito dopo possa parlar male di me. Chi non è contro di noi, è per noi" (Mc. 9:38-40). Una affermazione forte quella di Gesù che rivela un'apertura straordinaria verso chi non fa parte del suo gruppo di seguaci.

Abbiamo anche letto il versetto di Matteo 5:20: "Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli" (Mt. 5:20).
A quale giustizia si riferisce Gesù? Evidentemente non alla giustizia che giudica e disprezza il prossimo, che basa la relazione con Dio sulle proprie opere, facendone una questione di dare e avere, ma alla giustizia di Dio che giustifica e perdona. Il regno dei cieli è per coloro che si affidano a questa giustizia divina, che vivono la loro vita sotto l'impulso della grazia e della misericordia rivelate nella persona di Gesù Cristo .
La giustizia di cui parla Gesù è quella che stabilisce una relazione di fedeltà e ubbidienza del credente con Dio e che rende il rapporto col prossimo umano e amorevole. È la giustizia che provoca cambiamento, conversione, e che dirige il nostro sguardo non sul peccato degli altri, ma su Gesù Cristo.
La giustizia di cui parla Gesù è quella che ci insegna a lasciare il giudizio a Dio, perché nulla sfugge al suo sguardo e dalle sue mani. Ciò significa che dobbiamo resistere alla tentazione di sentirci i primi della classe, di dare sempre lezioni agli altri per metterli in riga e per dimostrare che i veri credenti siamo noi.

C'è tanta strada ancora da fare sul cammino verso la maturità cristiana. Abbiamo bisogno di cercare la giustizia di Dio accostandoci all'opera della croce di Gesù Cristo e di comprendere che questo è il tempo di crocifiggere il nostro orgoglio e ogni desiderio umano di innalzare noi e di abbassare gli altri. Ricordiamoci che Gesù ha detto: "…chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato». (Lc 18:14).

                                                                                              Aldo Palladino