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mercoledì 28 gennaio 2009

Matteo 8,5-13

Guarigione del servo di un centurione

 

Predicazione del Past. Franco Tagliero


Tempio Valdese di C.so Vittorio Emanuele II, 23 – Torino
Domenica, 25 gennaio 2009

 

Il testo biblico

5 Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne da lui, pregandolo e dicendo: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo». 7 Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò». 8 Ma il centurione rispose: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anche io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: "Va'", ed egli va; e a un altro: "Vieni", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo", ed egli lo fa». 10 Gesù, udito questo, ne restò meravigliato, e disse a quelli che lo seguivano: «Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande! 11 E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abraamo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti». 13 Gesù disse al centurione: «Va' e ti sia fatto come hai creduto». E il servitore fu guarito in quella stessa ora.

 

Testi d'appoggio: Isaia 56, 1-8; Rom. 1,16-17

 

 

Ci sono in questo racconto del Vangelo tre personaggi ed un gruppo di spettatori. Questi ultimi naturalmente sono i discepoli, coloro che seguivano Gesù e ricevevano già da un po' di tempo i suoi insegnamenti, quelli che erano stati scelti dal Maestro ed avevano iniziato ad accompagnarlo in una vicenda dai contorni non ancora ben definiti, e il giorno precedente avevano ascoltato la sua forte predicazione sulla montagna della Galilea. Prima di raggiungere il villaggio di Capernaum avevano assistito senza commentare alla guarigione di un lebbroso incontrato lungo il cammino.

Uno dei personaggi del racconto è presente a distanza, si parla di lui ma non c'è, però le notizie che ne vengono date ci dicono che è un servo, forse uno schiavo, in termini militari un attendente, è molto giovane e fa parte della famiglia allargata del centurione. Ci viene detto che è gravemente ammalato. Ma è un uomo anche molto apprezzato, addirittura amato dal suo superiore, che mette in campo tutte le risorse di cui dispone per vederlo guarito. Ed infatti proprio perché ha qualcuno che lo ama profondamente, senza pregiudizi, senza interessi di alcun tipo, ricupererà una vita degna di essere vissuta. Quante volte questo miracolo, che è al di là della guarigione vera e propria, si verifica anche oggi quando l'amore che si riceve è assoluto!

Il secondo personaggio è il centurione, un comandante militare a quanto pare molto retto e attento anche ai bisogni ed ai problemi dei suoi sottoposti. Un uomo giusto, dunque, che considera un dovere l'obbedienza alle regole ed ai principi, non solo quelli del servizio militare ma anche a quelle della lealtà tra persone, anche quando non sono dello stesso rango. E' una persona abituata ad obbedire e si aspetta anche obbedienza e rispetto, conosce le regole dei rapporti umani, e, quando capisce di aver bisogno di un guaritore lo va a cercare personalmente, si mette in azione. Davanti a Gesù si comporta come chi sa di essere in presenza di qualcuno che nella circostanza ha un potere in più, straordinario, quello di risolvere la sua angoscia e rispondere alle sue attese. E la sua aspettativa è talmente forte che assume la connotazione di fede, qualcosa in più della fiducia, tanto che sa di poter vedere il suo servitore guarito anche se chi opererà la guarigione non andrà di persona a casa sua. Quel "non sono degno!" non è semplicemente un'ammissione di debolezza o di impotenza, è anche il riconoscimento di un'autorità che supera la sua concezione di autorità, infatti non parla a Gesù orinandogli di guarire il servo! Il centurione è consapevole del fatto che quel Gesù che è andato a cercare ha autorità sulla malattia, sul male, su ciò che un esercito non può sconfiggere. E la sua intercessione è l'espressione di una speranza, di una fiducia assolutamente umana fondata però su qualcuno che è superiore. Ed il fatto che questo centurione non sia giudeo, ma sia pagano, straniero appartenente alla forza di occupazione del paese, lo connota come qualcuno che riconosce di aver bisogno dell'altro, di qualcuno che pur essendogli diverso ha qualcosa da insegnargli e da dargli. Certo è che questo centurione non può definirsi un "credente" secondo la nostra accezione, è piuttosto, come qualcuno ha suggerito, un "diversamente credente", uno di quelli che sono visti con qualche sospetto dalle istituzioni religiose, uno di quelli che credono a loro modo, che non stanno facilmente nei modelli precostituiti da chi fa della religione o della fede una questione di appartenenza o di ortodossia. Ci sono molti motivi perché quest'uomo sia all'esterno di ciò che "va bene". Eppure va da Gesù, eppure ama il suo prossimo, il suo vicino, ma non usa il suo ruolo per partire da una posizione di forza. E' così che la grazia lo tocca, lo raggiunge e la sua vita è trasformata nell'incontro risolutivo con Gesù.

Gesù è il terzo personaggio. Non è proprio necessario descriverlo qui tra noi oggi, lo conosciamo bene anche se davanti a lui non riusciamo sempre a dirgli "Non sono degno"! Lo conosciamo bene ed infatti crediamo di avere le carte in regole per stare davanti a lui con tutte le nostre pretese e le nostre identità diversificate. Da lui ci aspettiamo giustizia, la nostra giustizia, ci aspettiamo guarigione, ci aspettiamo pace nel mondo lasciando a lui solo tutta la responsabilità e affaccendandoci in altre cose affatto pacifiche affatto necessarie nel frattempo. Per esempio dividendo il mondo in buoni e cattivi, in neri e bianchi, in poveri e ricchi, in cristiani e appartenenti ad altre religioni molto scomode soprattutto se si mostrano troppo fino a costruire edifici per la preghiera! Stupendoci poi se le tensioni si sviluppano in modo perverso, qui da noi come in ogni continente, sfociando anche in guerre che dimentichiamo presto.

Dal Gesù che conosciamo bene, magari fin dall'infanzia, oggi, a partire da questo esemplare racconto evangelico, noi ci sentiamo spiazzati, ci sentiamo anche provocati. Come ci spiazzano altri gesti di Gesù, o altre predicazioni, per esempio la parabola del buon samaritano! Per cominciare Gesù è sorpreso dalle parole e dall'atteggiamento del centurione, ne è meravigliato, dice il testo. E questa ammirazione Gesù la condivide con i suoi discepoli: guardate che non ho mai visto una fede così grande tra di voi, in Israele.

Ci sorprende questa considerazione di Gesù: ma come, questo non è un pagano? non è uno straniero? La vera e grande fede non è forse quella di chi va regolarmente in chiesa e non ha mai fatto male neanche ad una mosca?

Ma Gesù va anche al di là e dice addirittura che nel regno dei cieli entreranno molti che a viste umane non ne avrebbero il diritto e molti di quelli che invece pensano di avere le carte in regola rimarranno fuori, nell'oscurità, non saranno associati al mondo di luce che è annunciato ai salvati!

Questo, fratelli e sorelle è un boccone che rischia di andarci per traverso a meno che prendiamo sul serio il discorso sulla fede.

Che cos'è la fede? Ecco il problema. Quali sono le caratteristiche di una fede cristiana fondata veramente sulla Parola di Dio? E poi quale è il rapporto, se c'è, tra la fede del centurione e la nostra? Quale è il traguardo verso il quale ci porta un cammino di fede?

La risposte a queste domande sono naturalmente molteplici. Ma a partire da questo racconto è forse possibile intravedere qualche risposta. Naturalmente la fede, come la grazia, è un dono di Dio e come tale va vissuta. Non come un diritto a chissà quale privilegio, ma come un dono gratuito che viene da un donatore i cui contorni rimangono in parte misteriosi, ma che, nonostante questo, porge la possibilità di scorgere i punti luminosi dell'esistenza su questa terra. La fede è data per vedere meglio i contorni della nostra esistenza e per scorgere al suo interno le opere di Dio per noi, per il nostro bene.

E poi la fede è ciò che ti mette in movimento, ti fa agire, non ti permette di stare a guardare il cielo attendendo che tutto venga da lì, ma è ciò che ti fa capire che davanti a certe cose non basta l'autorità, il comandare, l'esigere che altri facciano ciò che innanzi tutto tu puoi fare secondo le tue possibilità e i tuoi doni. La fede ti insegna che è necessario muoversi, andare verso l'altro e soprattutto non chiudere le porte quando l'altro viene verso di te. Perché come la grazia ha toccato il centurione e lo ha portato verso chi lo ha salvato, così può succedere anche a te. Ed è così che puoi scoprire che la salvezza è offerta, è messa a disposizione di tutti, e non ci sono carte di identità né certificati di denominazione di origine controllata (DOC) che contino più di tanto. Purtroppo spesso dimentichiamo che non siamo chiamati ad essere interpreti di una cultura religiosa odi un'altra ma ad essere testimoni dell'Evangelo della grazia di Dio donata a tutti. L'atteggiamento di stupore e di meraviglia di Gesù quando riceve il centurione nella casa di Capernaum deve essere anche il nostro quando riceviamo la richiesta di condividere pienamente la confessione di fede di fratelli e sorelle in fede che per qualche motivo ci fanno temere che la chiesa, la NOSTRA!, cambi da com'era una volta e vada in direzioni inesplorate e tali da creare ansietà e diffidenza diffuse.

Come Gesù ha accolto chi lo ha cercato ed ha risposto alle domande di chi gli ha chiesto aiuto e guarigione, così la sua chiesa nel mondo deve tenere le sue porte aperte  perché, appunto, davanti a Gesù non esistono né servi né centurioni, né credenti doc né credenti diversi, esistono soltanto esseri umani diversi tra loro, la cui vocazione è di trovare nel Signore il senso profondo della loro vita su questa terra.

 

                       Franco Tagliero

domenica 11 gennaio 2009

Matteo 3, 13-17

Il battesimo di Gesù

di Aldo Palladino

 

 



Unione Predicatori Locali

Chiesa Valdese di Via Nomaglio, 8 - Torino

Domenica, 11 gennaio 2009

 

Il testo biblico

13 Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. 14 Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» 15 Ma Gesù gli rispose: «Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. 16 Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall'acqua; ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto».

 

Testi di appoggio: Salmo 40, 4-8, Isaia 42, 1-7; Matteo  7, 21-23; Romani 12, 1-2

 

 

Inizio della missione pubblica di Gesù

Gesù, da buon ebreo, avverte che il movimento di Giovanni Battista, nel panorama variegato del profetismo in Israele, era autentico, vero. Il Battista, ultimo dei profeti, era una voce che scuoteva le coscienze, che richiamava le folle a confessare i loro peccati, e che aveva il compito di preparare il terreno per l'arrivo del Messia. Così Gesù parte dalla Galilea, da Nazareth, città della sua adolescenza e dei suoi anni giovanili (Mt. 2,23), ma anche città da cui, secondo le dicerie popolari, non poteva venire nulla di buono (Giov. 1,46) e si reca al fiume Giordano per farsi battezzare.

Cosa intendeva mostrare Gesù accettando il battesimo di Giovanni?

Noi sappiamo che il battesimo impartito da Giovanni era un battesimo d'acqua, di ravvedimento, di conversione, di dimostrazione del cambiamento di rotta nella propria vita. Certo Gesù non è lì per essere perdonato nei propri peccati, ma sceglie la via del battesimo come simbolo di umiltà, di sottomissione, di annientamento, di morte (ma anche di risurrezione), perché il vero servo rispetta in ogni cosa la volontà del suo padrone, rinunzia a se stesso e annega la propria volontà in quella del suo Signore.

Al Giordano Gesù intende iniziare la sua missione diventando prossimo di tutti quelli che si sentivano bisognosi di conversione. Ponendosi tra i peccatori, lui senza peccato, si mostra solidale con i peccatori e compie i primi atti che sanciscono la sua entrata in azione nella storia dell'umanità, il nuovo che irrompe in mezzo al popolo. È l'inizio dell'opera della redenzione che consiste nell'essere fatto peccato per noi "affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui" (2 Cor.5,21).

Fino a quel momento era stato il giovane ubbidiente, ben educato, allevato e cresciuto secondo le più pie tradizioni ebraiche, rispettoso della Torah, ma ora è giunto il tempo per uscire allo scoperto, per adempiere il compito che Dio, suo Padre, gli ha assegnato. Gesù risponde ad una precisa, antica vocazione. 

 

Giovanni Battista riconosce pubblicamente l'identità di Gesù

Il sentimento di stupore del Battista alla vista di Gesù nell'acqua per ricevere il battesimo è più che giustificato, conoscendo bene chi fosse colui che gli stava davanti.

Per il Battista, Gesù non aveva bisogno di conversione; per lui non era proprio necessario il battesimo. Anzi, era Gesù che avrebbe potuto battezzare lui, e non solo con un battesimo d'acqua, ma di Spirito. Nella sua predicazione, infatti, diceva: "Io vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dopo di me è più forte di me…egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco" (Mt. 3,11).

C'è dunque in quest'incontro un primo riconoscimento di Gesù. Il Battista riconosce la vera identità di Gesù, il suo ruolo, la sua superiorità. "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?" (14) .

 

Gesù spiega i motivi del suo battesimo

C'e nel testo di Matteo una conversazione tra il Battista e Gesù che non compare negli altri Vangeli. In questa conversazione Gesù dà una risposta a Giovanni Battista in cui sono spiegati i due motivi per cui è andato a farsi battezzare. Questi motivi si rintracciano in queste parole:

- "Sia così ora". Gesù fa dunque riferimento all'evento del battesimo sia nel modo in cui avviene, cioè nella sottomissione e nell'umiltà (kénosis), sia nel tempo "kairòs", il tempo dei tempi che dà inizio alla realizzazione del piano di salvezza;

- "conviene che noi adempiamo ogni giustizia". Gesù si riferisce alla "giustizia" di Dio, nel senso in cui sempre questo termine è usato nell'Antico e nel Nuovo Testamento. Dio è "giusto" quando, coerentemente con il proprio impegno, con la fedeltà al suo patto, egli porta a compimento la salvezza degli uomini, per la sua misericordia, per la sua grazia.

 All'affermazione di Gesù il Battista comprende, si sottomette e battezza Gesù.

 

Riconoscimento della dignità di Gesù quale Figlio di Dio

Quando esce dalle acque battesimali del Giordano Gesù, dopo che il suo ministero era stato riconosciuto come più forte, più grande, riceve il più alto dei riconoscimenti con una eccezionale manifestazione: 1) i cieli si aprono; 2) lo Spirito Santo scende "come una colomba" (Matteo, Marco e Giovanni), "in forma di colomba" (Luca); 3) una voce dice: " Questo è il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto".

I cieli aperti esprimono il significato cosmico dell'evento battesimale di Gesù. Il divino si interessa all'umanità nella concretezza di un'iniziativa che in Gesù Cristo trova la sua realizzazione. Il cielo e la terra sono messi in comunicazione. Infatti Gesù disse a Natanaele: "In verità, in verità vi dico che da ora vedrete il cielo aperto…" (Giov. 1,51).  La volontà di Dio di incontrare l'uomo trova attuazione. Gesù è l'espressione di quella volontà salvifica, perché adempie la voce profetica: "Allora ho detto: "Ecco, vengo" (nel rotolo del libro è scritto di me)"per fare, o Dio, la tua volontà" (Salmo 40,7-8, ripreso da Ebrei 10,7).

La discesa dello Spirito Santo in forma di colomba su Gesù può essere interpretata come l'atto di consacrazione all'opera messianica. Per Matteo, Gesù era già il Messia quando è stato concepito, ma qui, al fiume Giordano riceve il potere e l'autorità di annunziare la vicinanza del regno di Dio (Mt. 12,28). Quel Regno è giunto fino a noi, in Cristo Gesù!

La voce che viene dal cielo: " Questo è il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto" conferma l'applicazione a Gesù della profezia di Is. 42,1: "Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio diletto di cui mi compiaccio".  

Colui che qui viene identificato come "mio diletto Figlio" è la Parola fatta carne per la nostra salvezza (teologia dell'incarnazione). Egli ha il sostegno e l'approvazione di Dio Padre. Quella voce non chiama, ma riconosce e ratifica.  

Giovanni Battista lo ha riconosciuto in terra. Dio lo ha riconosciuto dal cielo.

 

L'insegnamento

Il testo che abbiamo letto è senza dubbio il bel racconto di un evento o di fatti che hanno degli aspetti straordinari, quasi incredibili alla nostra sensibilità pragmatica, scientifica e -  ammettiamolo – alquanto materialista. Ma quale impatto, quali conseguenze ha tutto questo nella nostra vita di credenti, cosa significa per noi?

Tra le letture bibliche di appoggio a questa nostra riflessione ho inserito quelle di Matteo e della lettera ai Romani che sono, a mio parere, due cartelli indicatori che guidano la strada da percorrere come cristiani.

Il primo cartello indicatore è un segnale di pericolo che dice: "Attento a non ridurre ai minimi termini il tuo impegno con Cristo, ma riprendi la via del servizio facendo la volontà di Dio!", perché "non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli". La giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei (Mt. 5,20) non consiste nel possedere gli insegnamenti di Gesù, bensì nel conformarsi ad essi.

Il secondo cartello indicatore dice: "Dai tutto te stesso al Signore, cambia il tuo modo di pensare e di vivere, conosci la volontà di Dio!"

Karl Barth, nel suo libro "L'epistola ai Romani"[1], commentando i primi due versetti del cap. 12, afferma che ogni discorso intorno a Dio deve ricondursi alla concretezza della nostra vita di tutti i giorni e che l'unica teoria da stabilire è la teoria della prassi. La nostra domanda deve essere: Come possiamo vivere, cosa dobbiamo fare? E la risposta non è "un peregrino piacere delle cose astruse o del pensiero puro", ma è Cristo, la misericordia di Dio (pag. 409-410 op. cit.).

Dunque, il battesimo di Gesù è per noi occasione per ripensare al nostro impegno col Signore e riorientare la nostra vita con la stessa determinazione che Gesù ha avuto nel suo cammino. Egli si è fatto servo, diacono, per noi. Ad un certo punto della sua vita, ha deciso che quello era il momento di entrare in azione, di dire sì al suo Abbà, al suo Papà. E non si è tirato indietro. È andato avanti fino in fondo, fino alla croce.

Credo che questa sia anche la nostra strada: andare fino in fondo seguendo le orme di Gesù, nostro Signore e Salvatore.         

                                                       Aldo Palladino



        [1] Karl Bart. L'Epistola ai Romani. Saggi Universale Economica Feltrinelli; pagg. 407-421