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domenica 8 febbraio 2009

PER ELUANA ENGLARO E PER I SUOI GENITORI, RISPETTO E  SOLIDARIETA' CRISTIANA DAL MONDO PROTESTANTE RIFORMATO

 

Vangelo di Marco 1:29-31

Predicazione del Past. Sergio Manna

 

Tempio Valdese di Pomaretto (TO)
Domenica, 8 febbraio 2009

 

 

Il testo biblico

29 Appena usciti dalla sinagoga, andarono con Giacomo e Giovanni in casa di Simone e di Andrea. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre; ed essi subito gliene parlarono; 31 egli, avvicinatosi, la prese per la mano e la fece alzare; la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli.

 

 

Care sorelle e cari fratelli,

in questo breve episodio Marco ci racconta uno dei primi miracoli di Gesù.
Una donna è a letto afflitta dalla malattia. Gesù arriva, le prende la mano, la libera dalla febbre e la guarisce.

La donna è la suocera di Pietro che subito si alza e si mette a servirli.

C'è chi ha voluto fare una lettura malevola di questo miracolo.

Si tratterebbe di una guarigione maschilista, dettata da bassi bisogni primari.

Gesù e i suoi hanno fame e allora val la pena di guarire la suocera di Pietro, che altrimenti chi preparerà il pranzo?

Naturalmente fare una simile lettura vuol dire applicare categorie di pensiero moderne ad un racconto del I secolo.

In realtà, per la mentalità dell'epoca, quando c'erano ospiti di riguardo era considerato come un grande onore poterli servire.

Era un privilegio farlo;  un privilegio ed un onore che toccavano alla donna più anziana della casa.

E dunque, per la suocera di Pietro, l'essere ammalata proprio nel giorno in cui un famoso maestro era ospite in casa sua era sicuramente motivo di dispiacere.

Doveva pesarle molto il non poter esercitare l'onore e il privilegio che le spettava, di manifestare l'ospitalità a Gesù mediante il servizio che le competeva in quanto donna più anziana della casa.

E dunque, a bene vedere, Gesù nel guarirla rivela grande attenzione e sensibilità; le restituisce il suo ruolo, la sua posizione.

La guarigione che egli opera non ha soltanto un effetto fisico; ne ha anche uno di carattere sociale, perché reintegra la persona, le restituisce il suo status, la sua posizione, la sua funzione.

Non si tratta di un atto maschilista, ma di un'azione liberatrice che nasce dalla sensibilità e dall'attenzione ai bisogni della persona.

Ecco, qui c'è un punto importante che tocca anche l'attualità.

Essere sensibili e attenti ai bisogni delle persone e compiere gesti di liberazione.

Leggendo questa pagina del Vangelo non ho potuto fare a meno di pensare ad un'altra donna costretta a letto e impossibilitata a muoversi, per la quale però non sembra esserci alcuna guarigione possibile.

Mi riferisco a Eluana Englaro e al clamore suscitato dalla decisione della Corte d'Appello, confermata poi dalla Cassazione, di autorizzare l'interruzione dell'alimentazione forzata e degli altri supporti che la mantengono artificialmente in vita.

Eluana è in stato vegetativo permanente da 17 anni, inchiodata ad un letto, priva di coscienza, prigioniera di un corpo che è diventato il suo sarcofago.

Nel suo caso non sembra esserci alcuna possibilità di risveglio, di ritorno alla vita.

E' vero che c'è anche chi esce dal coma. E' vero che a Bologna esiste una Casa dei risvegli, dove vengono ricoverate persone in stato vegetativo permanente.

Ma se entro un anno tali persone non si risvegliano si rinuncia a seguirle, perché dopo un anno le speranze diventano troppo scarse.

Per  Eluana di anni ne sono passati ben 17 e ciò che si sta prolungando nel suo caso non è la vita; semmai l'agonia.

Quale gesto liberatorio richiederebbero in questo caso l'attenzione e la sensibilità ai bisogni della persona?

I familiari di Eluana chiedono dal 1992 che l'alimentazione forzata venga interrotta affinché la loro figlia possa andarsene in pace, così come accadrebbe in molti Paesi del mondo.

Eluana stessa, prima dell'incidente che l'ha ridotta in quello stato, aveva chiaramente  manifestato  la volontà di non essere tenuta in vita artificialmente se le fosse accaduto qualcosa. L'aver visto un amico in coma l'aveva portata a quella decisione.

Il tribunale, dopo aver esaminato ogni cosa, ha dato finalmente ragione ad Eluana e ai suoi genitori.

Ma la chiesa cattolica e i politici che dipendono troppo dal voto di quest'ultima gridano allo scandalo e non si vergognano di pronunciare parole durissime contro il padre di Eluana e contro quanti intendono, nel rispetto della legge e dell'articolo 32 della Costituzione,  rispettare l'autonomia e la volontà della persona.

Volano parole grosse: si parla di omicidio, di assassinio.

Beppino Englaro, un uomo consumato dal dolore, viene definito con arroganza come un padre snaturato.

E tutto questo nel nome di Dio.

Nessun rispetto per il dolore di quest'uomo e di sua moglie.

Nessun rispetto, nessuna sensibilità, nessuna attenzione ai bisogni della persona.

Autorevoli specialisti affermano che Eluana non soffrirà, perché le funzioni superiori del suo cervello sono intaccate e dunque non può provare né fame, né sete, né dolore; sensazioni che richiedono l'elaborazione della coscienza, cioè proprio ciò che manca a chi ha lesioni cerebrali come quelle di Eluana e si trova in stato vegetativo permanente.

Ma altri specialisti, messi in campo dall'associazione dei medici cattolici, insorgono e prospettano per Eluana una morte atroce: un farla morire di fame e di sete, quasi si trattasse di una persona perfettamente cosciente che viene chiusa in una stanza senza cibo né acqua fino alla morte.

Naturalmente non è così, ma evocare questo tipo di immagini fa certamente effetto sull'opinione pubblica.

A quanto pare anche il governo ha deciso di cavalcare l'onda e sembra intenzionato a impedire, tramite un decreto, ciò che un tribunale ha legittimamente autorizzato.

E in tutto questo si fa uso e abuso del nome di Dio.

Io ho la sensazione che in fondo a chi ha trasformato questa situazione dolorosa in una battaglia ideologica non importi nulla né di Dio né di Eluana.

E tuttavia voglio provare, soltanto per un momento, a credere alle tesi di chi sostiene che con la sospensione dell'alimentazione forzata e dell'idratazione artificiale Eluana soffrirà.

Questo vorrebbe dire che Eluana sarà cosciente di quello che le sta avvenendo.

Ma allora se sarà consapevole che sta morendo di fame e di sete, vorrà anche dire che è stata consapevole della propria condizione per tutti questi lunghissimi diciassette anni; consapevole di essere in un corpo che non può muoversi, che non può reagire, che non può comunicare in nessun modo con l'esterno, che non può manifestare emozioni, che non può controllare la in alcun modo le proprie funzioni; un corpo divenuto come una sorta di sarcofago.  E in più con la consapevolezza di essere tenuta in quelle condizioni contro il proprio volere, avendo a suo tempo dichiarato apertamente di preferire la morte a tutto questo.

Sarebbe pazzesco!

Come vi sentireste voi se vi trovaste al posto di Eluana e se foste consapevoli di essere in quella situazione da 17 anni?

Vorreste forse rimanerci per altri 40 anni (come vorrebbero i sedicenti "paladini della vita") o non preferireste piuttosto che quella tortura finisse, anche se si trattasse di morire di fame e di sete?

Cosa considerereste più atroce la morte o non piuttosto il prolungamento forzato della  vita in quelle condizioni?

A ciascuno la sua risposta.  

Da credente evangelico io penso che in questi come i altri casi debba valere ciò che Gesù ha detto ai suoi discepoli, tanto in positivo quanto in negativo:  "Fa' agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te", "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te".

Cosa vorremmo per noi stessi se ci trovassimo al posto di Eluana?

Il rispetto della nostra volontà o che la nostra volontà venga calpestata?

Se c'è una cosa che mi è diventata quanto mai chiara in questi giorni è la necessità assoluta che nel nostro paese si arrivi al più presto ad una legge seria sul testamento biologico, affinché casi come questo di Eluana (quale che sia il suo esito) non abbiano a ripetersi.

La gerarchia cattolica nel nostro paese appare come un blocco monolitico deciso a difendere la vita anche a costo di prolungare l'agonia di una persona fino all'inverosimile.

In Germania, invece, il cardinale Karl Lehmann, presidente della conferenza episcopale cattolica, insieme a Manfred Koch, presidente del consiglio delle chiese evangeliche tedesche, ha distribuito, un paio di mesi fa, nel duomo di Muenster, un esempio di testamento biologico che riconosce l'autodeterminazione della persona e il suo diritto di rifiutare tutte le procedure che non servono a migliorare la qualità della vita ma soltanto a dilazionare la morte.

Non si capisce perché Ratzinger e i suoi non possano prendere esempio dai loro colleghi tedeschi.

C'è ancora una cosa che mi lascia perplesso nell'atteggiamento di molti cattolici.

Tutto questo attaccamento alla vita, questo volerne impedire la fine naturale in ogni modo, mi sembra davvero in contraddizione con l'affermazione di credere nella resurrezione, in una vita oltre la vita, nell'esistenza del paradiso.

Tutto questo accanimento sul povero corpo di Eluana mi pare indegno da parte di persone che dicono di credere in un Dio misericordioso capace di liberare dalla sofferenza e accogliere chi muore nel suo regno.

Per vie naturali Eluana Englaro se ne sarebbe andata in pace già nel 1992; con metodi artificiali la sua vita è diventata un calvario per ben 17 anni.

L'agire del Signore Gesù Cristo è stato sempre caratterizzato dall'attenzione alla persona, ai suoi bisogni: un agire orientato alla liberazione.

E allora, da credente, mi chiedo (e vorrei chiedere a coloro che stanno manifestando fuori dalla clinica di Udine) cosa sarebbe davvero liberatorio per Eluana; cosa manifesterebbe davvero attenzione alla sua persona e ai suoi bisogni.

Ho iniziato riflettendo su Gesù che prende per mano la suocera di Pietro, la libera dalla febbre e l'aiuta ad alzarsi.

Voglio concludere ora con un'immagine diversa ma simile.

M'immagino Cristo seduto ai piedi del letto di Eluana, che le prende la mano e finalmente la libera da quel corpo divenuto il sarcofago nel quale è stata prigioniera per gli ultimi 17 anni; immagino Gesù che la libera e l'aiuta ad alzarsi per portarla con sé e donarle finalmente pace e riposo in attesa della resurrezione.

Oggi accenderò una candela e la metterò davanti alla finestra del mio studio e questa sarà la mia preghiera. Spero possa essere anche la vostra.

Sergio Manna
Pastore Valdese

martedì 3 febbraio 2009

Matteo 17, 1-9: La trasfigurazione di Gesù

Predicazione del Past. Stefano D'amore

 

 

Domenica, 1 febbraio 2009

Tempio Valdese di Torino

C.so Vittorio Emanuele II, 23

 

Il testo biblico

1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce. 3 E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui. 4 E Pietro prese a dire a Gesù: «Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende; una per te, una per Mosè e una per Elia». 5 Mentre egli parlava ancora, una nuvola luminosa li coprì con la sua ombra, ed ecco una voce dalla nuvola che diceva: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo». 6 I discepoli, udito ciò, caddero con la faccia a terra e furono presi da gran timore. 7 Ma Gesù, avvicinatosi, li toccò e disse: «Alzatevi, non temete». 8 Ed essi, alzati gli occhi, non videro nessuno, se non Gesù tutto solo.

9 Poi, mentre scendevano dal monte, Gesù diede loro quest'ordine: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo sia risuscitato dai morti».

 

Letture di appoggio: Filippesi 2,5-11; II Corinzi 4,3-10

 

Care sorelle, cari fratelli,

in un crescendo di nuovi arrivi, di nuovi personaggi, la scena man mano si completa: Gesù, prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Poi compaiono Mosè ed Elia e infine parla Dio.

Una scena che sembra un dipinto, proprio come quella immaginata e dipinta da Raffaello, per chi la ricorda.

Matteo non è un regista di film né di teatro, eppure ci fornisce tutti gli elementi per poterla vedere oggi con i nostri occhi questa strana esperienza mistica, fatta di apparizioni, luci, voci e metamorfosi, così vicina ad esempio a quella di Paolo sulla via per Damasco.

 

È chiaro fin da subito che questo racconto ha un forte carattere simbolico. Nelle predicazioni del mese di gennaio abbiamo incontrato diversi testi che rivelano l'identità di Gesù (proprio perché siamo nel tempo di Epifania). Provando a riassumere questo brano potremmo dire che qui viene espressa la conferma dell'identità di Gesù. I suoi discepoli possono sentirsi rassicurati, perché non chiunque poteva essere oggetto di quella trasfigurazione. Gesù è in linea di continuità con le profezie dei più grandi profeti (Mosè ed Elia), questo è il senso e Dio stesso dice che in questo suo figlio si compiace. Lo aveva già fatto in occasione del suo battesimo e ora lo ribadisce: "Questo è il mio figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto". E ora aggiunge anche "ascoltatelo!".

Anche la luce, il fulgore del volto e dei vestiti vanno in quella direzione. Ancora per noi l'immagine della luce ci rimanda a qualcosa di puro, candido, divino. Il messaggio è chiaro: Gesù è uomo ma è anche uno con il Padre. Lo confermano le profezie e lo conferma Dio.

Ma è importante notare che questa conferma arriva dopo che Gesù ha fatto già un po' di cose… Questo significa che secondo Matteo il Signore non conferma un'identità ideologica di Gesù. Dalla nuvola non arriva una voce che dice: quest'idea di mio figlio mi piace, questo programma per un ipotetico futuro lo sottoscrivo. Dio parla di suo figlio che è un uomo in carne ed ossa e che ha già guarito malati, paralitici e lebbrosi, che ha già istruito sull'amore verso i nemici, che ha condannato il formalismo religioso, i tesori sulla terra e il giudizio degli altri, che ha incontrato nelle loro case le emarginate e i peccatori.

Insomma, da Dio giunge una voce che approva e conferma il ministero di Gesù, così come era stato portato avanti fino ad allora. E l'invito forte a proseguire nella sequela di quest'uomo, ascoltandolo, arriva fino a noi.

 

Ma oggi mi piacerebbe che ci soffermassimo su un piccolo particolare di questo racconto, una frase che passa inosservata tra i commentatori e forse anche alla nostra lettura.

Non solo il volto di Gesù si trasforma, anche la scena che abbiamo descritto finora, carica di personaggi, significati… si trasforma!

Di fronte alla Parola di Dio che fuoriesce e scende dalla nuvola, i discepoli cadono a terra, presi da timore. Questo gesto è fondamentale nella nostra narrazione, da qui in poi entriamo in una nuova prospettiva.

Nonostante la loro immaturità, nonostante si trovino spesso a non comprendere le parabole di Gesù, sebbene siano a tratti distratti, titubanti o a volte anche assenti, l'istinto dei discepoli li porta a gettarsi per terra. Interviene la semplicità, la spontaneità del loro cuore e della loro fede: di fronte a Dio ogni protezione crolla, non resta che prostrarsi inermi di fronte alla Sua presenza e coprirsi gli occhi (proprio come Mosè sul Sinai ed Elia nella grotta avevano fatto). Non resta che ammettere la propria piccolezza di fronte a Dio, ai suoi progetti, alle sue dichiarazioni.

Questo gesto di crollare a terra, sopraffatti dalla voce di Dio, di gettare la faccia per terra e di chiudere gli occhi, è fondamentale perché permette loro (e arriviamo alla frase incriminata), permette loro, una volta alzati gli occhi, di vedere l'essenziale: Gesù da solo.

(Prendere la Bibbia) "Non videro nessuno, solo Gesù. Gesù solo. Soltanto Gesù. Gesù da solo. Gesù tutto solo (nelle varie traduzioni che si possono trovare).

È chiaro il senso del versetto: ad un tratto non c'era più nessuno dei personaggi di prima ed era rimasto solo lui.

Ma è rimasto "solo lui" o "lui da solo"?

Cioè, Gesù senza quelli che c'erano prima o Gesù in solitudine?

Piccola questione linguistica che dà un colore diverso, una pennellata d'ombra sul nostro dipinto.

Intravediamo grazie a quella parola di sole quattro lettere, una macchia d'inchiostro in mezzo a tante altre, un Gesù dal volto più umano, un Gesù che certo sa sedere ai banchetti di nozze, ma spesso si ritira in disparte per pregare, e a volte è trascinato da un destino che non vuole, imprigionato in un futuro impossibile da programmare.

E riaffiorano alla nostra mente altre situazioni in cui Gesù è solo. Tentato in mezzo al deserto, ogni volta che si ritira per pregare, nel giardino del Gezemani, sulla croce. La storia di Gesù deve essere stata anche una storia di solitudine.

Gesù deve essere stato anche solo. Ma a volte ci convinciamo che questa parola sia più vicina all'avverbio "solamente" che al sostantivo "solitudine". E come non ci è immediato riconoscere la solitudine di Gesù (e perché no forse anche la solitudine di cui soffre Dio) ci è difficile pure scorgere quando il nostro prossimo è solo. Ci fa male svelare la solitudine nascosta tra le pieghe della nostra esistenza. Non sopportiamo l'idea di scoprirci soli e non amiamo che qualcuno ci metta di fronte alla sua dolorosa solitudine.

 

Mi scopro solo, Signore,

come la stella del mattino

come il primo uomo sulla terra

come l'ultimo vecchio della borgata

solo,

come la voce che grida nel deserto

come chi si nasconde in una grotta sotto il mare

come chi conduce un popolo verso lo sterminio

solo,

come un colpo di fortuna

come l'unico bacio del traditore

come chi si è perso senza rendersene conto.

 

Fratelli e sorelle,

la sensazione di toccare il fondo conosce bene molti dei nostri cuori... Ma anche noi, in compagnia dei discepoli, siamo invitati dalla voce di Gesù che dice "Alzatevi, non temete".

Una volta ascoltata la Parola di Dio e invitati da Gesù, come i discepoli, risolleviamo il nostro sguardo perché forse proprio nella crudezza di questa immagine di Gesù tutto solo, se la osserviamo e la riconosciamo come vera, possiamo trovare una risposta.

Proprio nell'essenzialità del "Gesù solo" sta la novità che ci libera. Scompaiono Mosè ed Elia, le vecchie sicurezze, la proposta di mettere le tende nei ricordi o nelle tradizioni a cui leghiamo Cristo e la nostra fede si rivelano infantili, sparisce ciò che distrae, ciò che acceca e resta invece chiaro e nitido un solo contorno. Solo Gesù, come dissero i Riformatori: Solus Christus.

Ed è un Gesù adulto, indipendente quello in cui crediamo, che riprende subito dopo il suo percorso tra i villaggi della Palestina, verso Gerusalemme, verso la croce, dalla parte dei piccoli e dei deboli, spaventato e fedele. E' un Gesù che indica una via propria, che rivela l'amore di Dio. L'unico centro da cui partire, o con il quale proseguire. Il cammino dei discepoli al fianco di Gesù infatti prosegue. Dopo essersi rigenerati, raccolti sul monte per ricevere un messaggio e guardare in trasparenza la propria fede, arriva la discesa, ricomincia la settimana. Dal monte si scende e ci si immerge, con i versetti successivi, nella storia del ragazzo indemoniato, nel pagamento della tassa, nell'incontro con i bambini. L'urgenza di un mondo in agonia necessita che di tanto in tanto ci si fermi, ci si rigeneri e ci si disseti ad una fonte, ma richiede anche prontezza nel saper ripartire, anche per incontrare volti e storie di solitudine.

E tutto ciò acquista senso e significato se la strada che percorriamo guarda alla resurrezione. Noi sappiamo, a differenza dei discepoli, che su quell'altro monte, il Golgota, Dio sarà di nuovo presente e confermerà ancora suo figlio resuscitandolo.

Fratelli e sorelle, consapevoli che la via tracciata è stretta e tortuosa percorriamola insieme, certi che lungo quel cammino il Signore non farà mancare la sua presenza e pregando di riuscire, alzando gli occhi, a non vedere nessuno se non Gesù tutto solo.

Amen

                                                                                                Stefano D'Amore