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mercoledì 15 novembre 2017

LUCA 16, 1-8

PARABOLA DELL'AMMINISTRATORE
DISONESTO MA AVVEDUTO

Breve riflessione di Aldo Palladino




Il testo biblico
1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. 2 Egli lo chiamò e gli disse: "Che cos'è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore". 3 Il fattore disse fra sé: "Che farò, ora che il padrone mi toglie l'amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. 4 So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l'amministrazione". 5 Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: "Quanto devi al mio padrone?" 6 Quello rispose: "Cento bati d'olio". Egli disse: "Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta". 7 Poi disse a un altro: "E tu, quanto devi?" Quello rispose: "Cento cori di grano". Egli disse: "Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta". 8 E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce.

   Non ci sorprende molto la figura di questo amministratore disonesto, perché siamo assuefatti alle continue notizie che i giornali dei nostri giorni ci riferiscono di personaggi corrotti che fanno di tutto per trarre vantaggi economici personali in modo illecito e illegale dalla gestione della cosa pubblica o dall'amministrazione di un patrimonio, di un bilancio aziendale o altro. Più sorpreso di noi è stato certamente, nel testo del racconto, il proprietario dell'azienda agricola quando alcuni gli riferiscono che il suo amministratore, l'uomo di sua fiducia al quale aveva affidato la conduzione dell'azienda, "sperperava i suoi beni" (v. 2). Il proprietario chiama l'amministratore a rendere conto di tutto il suo operato e gli comunica senza mezzi termini il licenziamento. Ma prima di andar via quell'amministratore, sapendo di andare incontro ad uno status sociale di sicura povertà, visto che non sapeva fare altro (v. 3), chiama i debitori del suo padrone  e condona loro parte dei rispettivi debiti. Il suo scopo è quello di farsi amiche delle persone che in futuro lo possano accogliere ed aiutare. In un certo senso, l'attività di questo amministratore è incentrata qui a organizzare e a progettare il suo futuro.
Il paradosso di questa parabola sta nel fatto che "il padrone lodò il fattore disonesto, perché aveva agito con avvedutezza" (v. 8). Come interpretare questo atteggiamento del padrone? Come mai il padrone, che poco prima comunica il licenziamento del suo uomo di fiducia, ora lo loda per la sua avvedutezza, saggezza, furbizia?
È evidente che Gesù non ha approvato la condotta disonesta di quel mascalzone! A nessuno deve passare per la testa che Gesù abbia giustificato il comportamento fraudolento di quell'uomo! Gesù però coglie in quell'uomo un elemento che trasferisce sul piano spirituale alla condotta della comunità dei suoi discepoli e di quanti si pongono alla sua sequela: la capacità di saper agire prontamente sul da farsi quando la propria fede è minacciata, quando il pericolo è lì a ostacolare la tua missione o qualsiasi progetto di espansione del Regno di Dio. Noi credenti siamo chiamati ad essere "prudenti come i serpenti e semplici come le colombe" (Mt. 10,16) e ad essere più saggi e avveduti di quelli del mondo (v. 8). Capacità di decisione, determinazione nella progettualità della nostra missione, chiarezza dei nostri obiettivi da raggiungere, sono elementi che Gesù loda perché rappresentano il livello di coinvolgimento che noi sentiamo e pratichiamo per la diffusione della sua Parola.
"Quanto allo zelo, non siate pigri, siate ferventi nello spirito, servite il Signore" (Rom. 12,11).

                                                                                                                     Aldo Palladino

domenica 12 novembre 2017


Come leggere la Bibbia

di Lidia Maggi





Leggere la Bibbia

Durante questi ultimi anni, girando per l'Italia nelle diverse chiese ho incontrato tante monitrici che mi hanno testimoniato dell'importanza che la Bibbia occupa nella loro vita. Come potrebbe essere altrimenti? In essa risuona quella Parola che ci raduna come credenti e che indirizza i nostri passi lungo i sentieri tracciati da Dio. Esiste un desiderio diffuso di voler capire meglio, di voler andare più a fondo in questa conoscenza. E' così che ho compreso quella domanda che, puntualmente, mi viene posta: ma come si legge la Bibbia? 
L'interrogativo formulato non è riducibile ad un quiz, che si risolve fornendo la risposta esatta. Ci sono domande che ci accompagnano per tutta la vita, che richiedono un'intera esistenza per giungere ad una propria personale risposta. Io stessa, che ogni domenica annuncio la Parola e predico su di essa, continuo a pormi l'interrogativo su cosa significhi leggere la Scrittura, sul perché proprio quel libro e sul come leggerlo in modo intelligente e proficuo. 

Ma cosa vuol dire leggere?
Leggere non significa soltanto decifrare le lettere che formano la parola, la frase, un testo. Leggere è un'arte che si matura sui tempi lunghi. E come tutte le cose importanti della vita, non esistono semplici "istruzioni per l'uso". Senza mettere a tacere la domanda, è necessaria questa precisazione preliminare per non cadere nella trappola delle "rispostine" a buon mercato, delle formule risolutive, quasi che bastassero degli slogan ad effetto per rispondere.  E' possibile, invece, il confronto con chi si è posto la stessa domanda e si è interrogato a fondo sull'arte della lettura. Per quelli come me, non più giovani, era scontata l'operazione di aprire un libro, sfogliarlo, leggerlo. La lettura era un'operazione che si faceva "in automatico". Ma oggi, nell'epoca di internet, dove possiamo usufruire di strumenti come computers e palmari, ci accorgiamo che «la lettura libresca "classica" degli ultimi 450 anni non è che uno dei parecchi modi di usare l'alfabeto… Oggi il libro non è più la metafora fondamentale dell'epoca; il suo posto è stato preso dallo schermo… È questo il momento ideale per coltivare una molteplicità di approcci alla pagina che, sotto il monopolio della lettura scolastica, non hanno potuto fiorire» (Ivan Illich). La sfida, ovviamente, non consiste nel passare dal supporto cartaceo alla videolettura. Non  sto proponendo la Bibbia in formato elettronico! Penso solo che, a fronte dei tanti limiti che il nostro presente accelerato pone all'arte dell'ascolto, c'è anche una possibilità decisamente stimolante: tornare a chiedersi cosa significhi "leggere".  

Abitare un mondo

Leggere non è tanto acquisire delle informazioni ma "abitare un mondo". Se proviamo a fare memoria di come ascoltavamo le fiabe che ci venivano raccontate quando eravamo piccoli, forse riusciamo a capire cosa significhi "abitare un mondo". Ovvero, entrare nel racconto e pensare la propria vita come trasfigurata. Non sei più con gli occhi sgranati davanti a dei segni grafici: sei dentro un mondo differente, quello narrato dal testo. La lettura non si limita ad ampliare il tuo sapere: ti domanda di mettere in gioco tutta la tua esistenza, di ripensarla all'interno di quel nuovo mondo. E' molto differente sapere chi è Cappuccetto Rosso dal sentirsi come lei! 
Quando si è piccoli, questo "trasloco" dal nostro mondo ordinario a quello fantastico delle storie narrate avviene quasi spontaneamente. In quell'età la vita appare come una promessa illimitata, con un'infinità di strade da percorrere. In seguito, questa fiducia nella vita si affievolisce sempre più. Non è che smettiamo di leggere racconti; ma più che abitare quelle storie ci limitiamo a percorrerle come turisti frettolosi, poco interessati a ripensare la propria vita in un nuovo contesto, preoccupati soltanto di ritagliarci un week end di evasione. La Bibbia – che è un autentico laboratorio per apprendere l'arte di leggere – conosce bene queste "difese immunitarie" che aumentano con il passare degli anni e che ci impediscono di pensare diversamente la nostra esistenza. E ripropone ai suoi lettori (perlopiù adulti che ridono di quella lettura infantile, ritenuta ingenua e irripetibile) la sfida della "conversione". Quel libro ci ripete quasi ad ogni pagina che "cambiare vita" non solo è possibile ma è l'obiettivo di un'autentica esperienza di lettura. Che la posta in gioco del "leggere" è niente meno che questa. "Se non ritornerete come bambini, non entrerete (appunto!) nel Regno dei cieli"!

Come bambini

"Come bambini", che, leggendo, entrano nel racconto e lo abitano sentendosi parte in causa, veri e propri protagonisti della storia narrata. Ben sapendo, però, che noi non siamo più bambini. Che sarebbe un errore fatale spegnere l'intelligenza critica, pensare di non dovere fare i conti con le difficoltà che la vita, crescendo, ci ha fatto sperimentare.    
Quante domande sono sorte in noi, rendendo impossibile quel leggere trasognato tipico dell'infanzia. Inoltre, a differenza delle fiabe, la Scrittura è un libro complesso. "Mi ci perdo", mi ha confessato una monitrice con estrema sincerità. E la capisco: ho avuto (e continuo ad avere) anch'io questa sensazione. Ricordo di quando, sconsolata, mi ero riproposta di sostituire la Bibbia con altri libri che parlassero in modo più semplice della fede. Una stagione durata poco, grazie a Dio. Perché la vita non consente semplificazioni. E certi libri sono vestiti belli, che si indossano con facilità ma che, ad un certo punto, risultano troppo stretti. La Bibbia è un libro non immediato, a volte oscuro; ma in quelle pagine senti pulsare la vita in tutti i suoi aspetti, descritta da punti di vista differenti, che coesistono nello stesso libro. Quello che voglio dire è che la scelta di affrontare quel testo, nonostante le molte difficoltà, non è tanto motivata da una fede cieca, della serie: questa è la Parola di Dio. Se ci credi, devi leggerla. Prendere o lasciare! Questa sarebbe una decisione "a scatola chiusa", che prescinde da quanto effettivamente leggi in quel libro. Al contrario, è proprio perché chi legge arriva ad intuire la sapienza del racconto biblico, l'intensità della luce che esso accende sulla nostra esistenza, che ci si decide a fare i conti con quel libro. 

Una lettura attenta

Ma come, concretamente, leggere la Bibbia? Non ho un "kit del lettore biblico" da proporre. Ho solo dei suggerimenti personali, che potrete integrare ponendo la stessa domanda ad altri. 
Provate, per esempio, a leggere il testo che viene annunciato nel culto. Lo so che i monitori e le monitrici sono alla scuola domenicale, impegnati a seguire il programma dei più piccoli. Potete, però, scrivere i riferimenti del testo di predicazione e, nella settimana successiva, leggere il brano. Anzi, leggerlo più di una volta. Perché la vera lettura è la rilettura: bisogna leggere più volte il brano in questione per giungere ad una prima comprensione. Può aiutarvi il sottolineare con la matita i diversi protagonisti del racconto e i verbi che indicano le azioni descritte, al limite anche utilizzando colori diversi.  
Al di là di alcuni suggerimenti pratici, però, ciò che conta è una lettura "attenta". E perché lo sia, occorre curare l'ambiente in cui avviene la lettura. Molti tra voi, soprattutto i più giovani, sono abituati a studiare sentendo la musica dall'iPod, col cellulare acceso. Eppure il silenzio rende l'ascolto molto più intenso. Tolti i vari rumori, l'attenzione sarà tutta polarizzata dal mondo del testo. All'inizio, dopo una lettura di tutto il brano, ci si può concentrare sui dettagli, quelli che sfuggono ad una lettura veloce e che, quando li noti, ti fanno comprendere meglio la situazione descritta. Poi, iniziamo a farci un'idea dell'insieme del racconto. Senza fretta, però: il voler capire subito l'insegnamento di un testo (la famosa "morale della favola") limita l'ascolto alla superficie e rischia di fraintendere il racconto biblico che è tutt'altro che moralistico. La domanda giusta non è: che cosa devo fare? Piuttosto: che tipo di luce accende questo brano sulla mia vita, sulla storia?  
Non spaventatevi, se non tutto risulterà chiaro. Una certa fatica nel comprendere il testo è provvidenziale: ci aiuta a non cadere nel trabocchetto del far dire alla Bibbia i nostri pensieri. Dio non è lo specchio o la fotocopia di te. E' "altro". E come con ogni altra persona con cui relazioniamo, non tutto appare subito chiaro. Sarà la frequentazione a farci capire meglio, ad insegnarci a "leggere tra le righe". Occorre tempo e pazienza per conoscere l'altro. Di fronte a certi nostri fraintendimenti, può aiutare sapere come un amico ha capito quel discorso. Lo stesso vale per la Scrittura: dopo aver fatto lo sforzo di leggerla e rileggerla, provate a  chiedere a chi è stato al culto come il pastore ha commentato il testo. 

E' tempo, dunque, di cominciare a leggere. Un poeta diceva che "camminando si apre il cammino". Incominciate  a stabilire un tempo (almeno 20 minuti) da dedicare alla lettura del brano scelto. Ricercate un luogo tranquillo, in cui è possibile fare silenzio. Leggete e rileggete il testo. Vedrete che, poco per volta, si aprirà di nuovo quella porta che da piccoli ci era così familiare: quella che ci fa entrare nel mondo del racconto e ci permette di vedere trasfigurate le nostre vite.  

Bibbia mondo

La Bibbia è un libro ed insieme un mondo, anzi tanti mondi che vengono fatti dialogare nello stesso libro. Essa attraversa le culture, perché per millenni è stata letta da culture diverse e perché al suo interno raccoglie tante voci differenti. La Bibbia è un libro-mondo perché apre dimensioni cosmiche, offre un'infinità di significati simbolici, ci dischiude una prospettiva di senso su tutto ciò che accade. E' proprio leggendo la Scrittura che si diventa lettori della vita. Chi si nutre ogni giorno della Parola, col tempo, si ritrova avvolto dalla Scrittura. Nei momenti di dolore ritrova spontaneamente quel particolare salmo che consola. Nella gioia la lode sgorga con il Magnificat... La lettura quotidiana della Bibbia ci svela che è possibile non affondare nelle sabbie mobili della vita, che possiamo camminare sulla solida roccia (questo significa "amen"). Siamo, infatti, sorretti da una trama di senso, di significati, che ci precede e ci accoglie. 
La Bibbia, che occupa così poco spazio come volume, ci dispiega un mondo sconfinato. Leggere la Scrittura è entrare in uno spazio ampio, capace di dischiuderci prospettive nuove. Apre i cieli, che a volte ci sembrano chiusi per le vicende storiche. Ci fa udire una parola viva, ci interpella. Ed è capace di fare quello che dice: tutto questo e molto di più è per noi la Bibbia.



COME LEGGERE LA BIBBIA


Ritorniamo sulla domanda iniziale: come si legge la Bibbia? Alcune prime indicazioni, quelle necessarie per iniziare, sono già state accennate sopra. Proviamo ad approfondire il discorso. Fornire indicazioni su "come leggere la Bibbia" è un compito arduo che saremmo tentati di evitare, rimandando alle molte pubblicazioni di introduzione alla Bibbia, alcune di ottimo livello, nelle quali è possibile reperire vere e proprie iniziazioni alla lettura della Scrittura. Più sotto troverete una bibliografia selezionata sul tema. Ma nel pensare un percorso di formazione per monitrici e monitori delle Scuole Domenicali (questo è il nostro intento: non solo offrire materiale utile per la gestione dell'incontro domenicale ma anche favorire la crescita di una fede intelligente in chi ha la responsabilità educativa nei confronti dei più piccoli) non possiamo sottrarci di offrire loro delle indicazioni calibrate su misura. Scegliamo, cioè, di dire alcune cose e sottacerne altre, avendo presente a chi ci rivolgiamo. 

La Bibbia, una parola per te

Del resto, non può essere che così: la stessa Scrittura presenta discorsi diversi a seconda dell'interlocutore. La voce non desidera parlare a vuoto: essa si rivolge sempre ad un preciso orecchio, da cui vuole farsi ascoltare, che cerca di persuadere. E' questo uno dei significati della pluralità di testi che formano la Bibbia. Infatti, il Libro che si offre alla nostra lettura si presenta come una biblioteca. Tanti libri, tanti linguaggi, capaci di parlare a destinatari diversi tra loro, di comunicare differenti esperienze di un Dio dai molteplici volti. I diversi libri sono disposti sugli scaffali secondo un ordine che, probabilmente, non appare ad un primo sguardo. Molti di noi si accontentano di una classificazione superficiale, ritenendo quei libri racconti della storia di Israele e dei cristiani. Oppure, li cataloghiamo genericamente come testi religiosi, che parlano di Dio. O ancora li consideriamo libri morali, che insegnano a comportarsi in un certo modo. Anche quelli che non l'hanno mai letta, almeno qui in occidente, non considerano la Bibbia un libro sconosciuto: comunque, un'idea di che cosa parli se la sono fatta. A maggior ragione chi da anni fa la monitrice o il monitore nella chiesa. Quando apriamo quel libro sappiamo già che cosa esso contiene.  

La Bibbia, una parola inedita

Ora, la prima indicazione che intendiamo proporre è proprio quella di fare i conti con questo "pregiudizio", ovvero la presunzione di sapere già. Certo, non  tutte le monitrici lo hanno; alcune, dopo anni di servizio,  si sentono ancora come quelle che non sanno; più spesso, però, chi frequenta da anni la  scuola domenicale tende a sentire un certo senso di stanchezza per quelle storie più volte visitate. Può essere utile, al riguardo, esplicitare le attese di chi legge.

Cosa cerchi nella Bibbia?
Se consideri la Scrittura come un libro di storia, la tua preoccupazione sarà quella di acquisire dei dati, di sapere come si è svolta una determinata vicenda. E, in effetti, la Bibbia narra eventi della storia di Israele, di Gesù e dei suoi discepoli. Tuttavia, nessuno dei testi che compongono la biblioteca biblica potrebbe essere catalogato come semplice documento storico. E che dire, poi, di racconti come Giona o le parabole di Gesù? Che l'esattezza storica non sia la preoccupazione principale qui lo si capisce anche ad una prima e veloce lettura. 
Più difficile mettere in discussione le attese suscitate dalla comprensione della Scrittura come libro che parla di Dio o come insegnamento morale per l'umanità. Che Dio sia il protagonista principale del racconto appare evidente. Ma l'identificazione del personaggio "Dio" sfugge del tutto alle abituali definizioni religiose, di cui sono piene le nostre teste. Il rischio di far tacere il testo sostituendolo con quanto abbiamo in testa è molto alto. 
Qualche lettore più avvertito, rendendosi conto della sfuggente presenza divina, preferisce limitare la lettura al piano morale del racconto, intendendo la Bibbia come un tesoro di sapienza che suggerisce insegnamenti, propone codici etici, prescrive comandamenti. Leggere quel libro significa cogliere la morale della favola lì narrata. Ma una lettura etica è incapace di leggere la "grazia", ovvero il dono di Dio che precede le nostre risposte: vede l'imperativo ("fai così") senza riuscire a leggere l'indicativo, ovvero quell'agire di Dio che non è entro i limiti della legge. La Bibbia  non è una raccolta di insegnamenti per fare del bene. Essa, per chi crede, ha la pretesa di essere il luogo dove Dio ti parla, dove ti è dato di entrare in una relazione profonda con un Dio che chiama, che cammina con te e che ti salva.  

I diversi generi letterari della Bibbia

Una volta che abbiamo fatto emergere il nostro "pregiudizio", simile alle lenti degli occhiali, che ci fanno mettere a fuoco alcuni elementi del racconto, lasciando però in ombra altri, possiamo guardare con più attenzione agli scaffali della biblioteca. Scopriremo che quei libri non appartengono ad un'unica collana. Quest'ultima sta ad indicare un particolare genere di narrazione. Se scegliamo di leggere un romanzo pubblicato nella collana dei "gialli", ancor prima di aprire la pagina iniziale sappiamo che avremo a che fare con un delitto e che la trama del racconto si svilupperà alla ricerca del colpevole. E ci verrebbe da ridere se qualcuno accusasse l'autore di apologia di reato, quasi volesse proporre l'assassinio come valore da comunicare a chi legge. La stessa cosa avviene con i libri della Bibbia: è decisivo individuare il "genere letterario" al fine di non fraintendere, scambiando, ad esempio, la lingua sapienziale dei primi capitoli della Genesi con il linguaggio scientifico; o le descrizioni simboliche dell'Apocalisse con la cronaca degli eventi futuri. Noi sappiamo bene che non si può leggere una poesia come se fosse un saggio scientifico o una fiaba come un articolo di giornale. Ma quando apriamo la Bibbia corriamo il rischio di dimenticare questa sapienza elementare. Possiamo, allora, farci aiutare da una seria introduzione al Libro che prendiamo in considerazione.

Leggere un testo biblico dall'inizio alla fine

Ecco, allora, la seconda indicazione: incominciare a leggere un intero libro di quella biblioteca, conoscendone fin da subito il genere letterario. Questo significa, innanzitutto, che non devi "sbranare" il testo, limitandoti a leggere brevi brani o singole frasi. Con i romanzi non facciamo così. E neppure se riceviamo una lettera. Un testo va letto dall'inizio alla fine. E' vero che durante il culto vengono proclamate delle sezioni di un libro biblico: risulterebbe impossibile nel breve arco del servizio liturgico leggere un libro intero. Ma in quel caso sarà la sapienza del predicatore ad inquadrare il brano nel contesto più ampio dello scritto da cui è tratto. Diversa è la situazione della lettura personale, dove i tempi li puoi stabilire tu. Potresti scegliere, ad esempio, di leggere uno dei quattro racconti evangelici. Se lo leggi di seguito (non necessariamente in un solo giorno!), arriverai ad intuire il percorso che il narratore intende proporre al lettore. Potrai comprendere le singole pericopi all'interno dell'intero racconto. Ed il testo non sarà più solo un raccoglitore di belle frasi, che fanno pensare. E neppure un insieme di informazioni storiche da acquisire. Sarà piuttosto un "mondo" da abitare.  

Leggere un'introduzione al libro biblico scelto

Ma facciamo un passo per volta. Dicevamo che, forse, vale la pena leggere un'introduzione al testo scelto, per avere quelle coordinate essenziali di tipo storico e letterario, al fine di capire meglio il testo biblico e di non fraintenderlo. Lo facciamo a scuola prima di affrontare la Divina Commedia o il Decamerone; lo possiamo fare anche con la Bibbia. L'acquisizione di alcune conoscenze di base ci fornisce la premessa all'esperienza della lettura. Sono come le note a piè di pagina che, senza essere indispensabili, possono risultare utili
Ma poi occorre qualcosa d'altro, altrimenti la lettura si interrompe col magro risultato di avere ottenuto soltanto delle informazioni in più su un mondo lontano, estraneo al presente. 

Storia e immaginazione

Che cosa serve a rendere interessante quella letteratura straniera, che cosa la rende Parola di Dio per me, oggi? Innanzitutto ci vuole "immaginazione", ovvero "quell'atteggiamento di apertura e di sensibilità verso gli elementi di significato che possiamo individuare riflettendo sull'esperienza storica… Il faraone, ad esempio, diventa il riferimento simbolico di ogni forma di oppressione; il pane rappresenta lo straordinario dono del nutrimento nel deserto… E nuove storie si aggregano attorno a tali immagini. La storia senza l'immaginazione rischia di essere arida e non coinvolgente. L'immaginazione senza la storia rischia di trasformarsi in fantasia indisciplinata" (Walter Brueggemann).

L'immaginazione ti rende attivo nella lettura, muove i sensi, ti permette di intrecciare un dialogo con il testo.
Mentre leggo un'introduzione sono abbastanza passiva, sono una lettrice che riceve delle informazioni utili. L'unica attività richiesta è un briciolo di curiosità che mi porti a formulare domande nozionistiche, come per esempio: "perché la Samaria era staccata dalla Giudea ai tempi di Gesù?". Ricevo dagli esperti delle informazioni utili alla comprensione del testo ma insufficienti a farmi sentire protagonista attiva del mondo narrato dal testo. L'immaginazione, invece, dice il massimo di attività in chi legge: siamo chiamati a sentirci coinvolti in una storia immaginandoci al suo interno.  

Fermiamoci ancora un attimo sull'immaginazione richiesta a chi legge. Qualcuno potrebbe storcere il naso ed obiettare che la Bibbia è un libro "chiuso", dove il senso delle parole è stato fissato una volta per tutte. Com'è possibile, dunque, parlare di immaginazione? Abbiamo a che fare con fatti realmente accaduti o con la fantasia? Domande capitali, che non vogliamo eludere; nondimeno, grazie alle precisazioni fornite da Paul Ricoeur, un pensatore che si è interrogato a lungo sulla funzione del racconto, e in particolare della narrazione biblica, pensiamo che l'idea di "immaginazione" sia decisiva ed in grado di far fronte alle obiezioni mosse nei suoi confronti. A patto che essa non sia confusa con una fantasia sregolata, che fa dire al testo tutt'altro da quanto "sta scritto", ma sia pensata come una "invenzione regolata" dal testo. Ovvero, è il racconto stesso che non si limita a descrivere una realtà estranea a chi legge ma pretende di parlare al presente, di ri-figurare la vita del lettore. Il testo biblico domanda a chi legge di fare della propria lettura un'operazione dinamica e creatrice, capace di decontestualizzare il senso del racconto per ricontestualizzarlo nel presente della propria esistenza, al fine di appropriarsene.

Il senso del racconto

Che cosa vuol dire decontestualizzare il senso del racconto per ricontestualizzarlo nel presente?  Facciamo un esempio. Gesù al pozzo di Sichem incontra una donna della Samaria, che sta andando ad attingere l'acqua, e le parla. Tra questa storia e il nostro vissuto esistono distanze enormi: noi abbiamo l'acqua in casa; nel nostro ambiente non è più scandaloso che un uomo parli ad una donna, e così via. Contestualizzare il testo nella vita dei contemporanei di Gesù significa acquisire tutta una serie di informazioni storiche, certo utili, ma non sufficienti a far sì che questa parola antica parli a noi come alla donna di Sichem. 
Perché questo avvenga occorre ri-contestualizzare il testo letto, ovvero avvicinare il racconto al presente di chi legge, offrire un nuovo contesto a quell'incontro. E' il testo stesso che lo permette e ci sollecita a fare questa operazione.    
Non è solo questione di "attualizzare" un racconto che di per sé non è preoccupato del presente di chi legge: rendere attuale un testo, ovvero tradurne il significato in un linguaggio a noi comprensibile. Sarebbe una forzatura, se la narrazione stessa non la prevedesse. 
Ma la narrazione biblica distende il filo del racconto da un inizio ad una fine, secondo una precisa strategia narrativa tesa a catturare il lettore nel mondo del testo. I critici letterari parlano del cosiddetto "lettore implicito". Costui non si identifica col lettore reale, che sfoglia le pagine del testo e le comprende a partire dalla sua sensibilità. Il lettore implicito è quello implicato nel racconto. E' il lettore che l'autore vuole promuovere, un lettore "ideale", in grado di comprendere la portata del racconto, di raccogliere le sfide del testo.
Affermare che una narrazione mira a costruire il proprio lettore significa riconoscere che essa non tollera di essere considerata come semplice finestra su un mondo storico da ricostruire nella sua pluralità e frammentarietà. E non perché il testo non nasca da una storia precisa! Ma perché la narrazione non si limita a registrare quanto accaduto. Il racconto non è solo un resoconto, non intende fornirci solo delle informazioni su quanto è successo, vuole invece farci entrare nella storia, e cambiarci. 

Pre-figurazione, con-figurazione, ri-figurazione

Tre parole chiave per sintetizzare quanto avviene in chi legge. 
Quando leggiamo una storia non entriamo solo in contatto con alcuni accadimenti. La storia ci comunica una propria figura di senso sulla vita, sul mondo, sull'umanità e su Dio. Leggendo Giona, per esempio, incontriamo un mondo diviso tra esseri umani che si contrappongono: ci sono  gli amici ed i nemici, noi e gli altri; e nello stesso tempo, incontriamo un Dio che si oppone a questa distinzione invitando il profeta a predicare la conversione ed il perdono anche ai nemici storici di Israele. Questa idea, espressa in maniera sintetica, il racconto la distende, la sfuma, la dipinge, la illustra offrendoci una figura del mondo come Dio lo vuole. Quel mondo, il testo lo configura. Per questo motivo parliamo di  configurazione del racconto: esso offre al proprio lettore una figura di senso. Chi legge, però, prima ancora di entrare in contatto con la storia narrata, ha già una propria immagine del mondo (una sua personale configurazione). Chiamiamo questo insieme di idee, sentimenti, visioni che precedono la lettura "pre-figurazione". Prima di imbarcarci per un altro mondo, diverso dal nostro, abbiamo un bagaglio a mano: le nostre convinzioni, i sentimenti, i nostri giudizi, la nostra pre-figurazione.
Il racconto con-figura un mondo al quale il lettore è invitato a dar credito, mettendo in discussione la sua precedente visione del mondo (la pre-figurazione), lasciandosi trasformare (ri-figurare) dal testo.
L'ultimo termine coniato da Ricoeur per comprendere il processo di lettura è la ri-figurazione. Potremmo dire che essa costituisce il bagaglio del viaggio di ritorno, ovvero ciò che ci portiamo a casa, quanto abbiamo appreso dal testo e che ci ha cambiato, che ha modificato l'identità precedente alla lettura. La ri-figurazione, dunque, è l'effetto del testo, la trasformazione che il testo opera in chi non si è limitato a dare un'occhiata veloce alle righe ma ha scelto di entrare nella storia narrata. Col linguaggio biblico: il punto di arrivo di ogni autentica lettura è la vera conversione, un cambiamento di orizzonti e di vita. 

Metodo storico-critico e metodo narratologico 

La riflessione di Ricoeur si propone come una strada da seguire per comprendere a fondo un testo. Suggerisce cioè un "metodo" di lettura che gli esperti chiamano sincronico o narratologico. Per comprenderlo meglio, vale la pena accennare al confronto con l'altra strada maestra proposta da molti studiosi delle Scritture e detta diacronica o storico-critica. 
Il metodo storico critico (o diacronico) s'interroga su come sia nata la Scrittura. I lettori che s'incamminano lungo questa strada, come archeologi, si muovono alla ricerca di ciò che sta sotto la superficie del terreno, cercando di individuare i diversi strati che compongono un unico racconto. Chi percorre questa strada può comprendere le tecniche utilizzate per assemblare i diversi pezzi che formano la Bibbia, l'ambiente da cui il racconto è sorto. E' evidente il guadagno offerto da questo metodo: fa passare da una lettura ingenua, letteralista, non consapevole della storia di cui il testo finale costituisce il risultato ultimo ad una lettura critica, in grado di interrogare il testo e di comprenderne la genesi ed il divenire. Grazie a questo metodo scopriamo, ad esempio, che il libro di Isaia è il risultato del lavoro di tre diversi autori, che hanno operato in epoche storiche differenti, con sensibilità non del tutto sovrapponibili; o più semplicemente, che Mosè non può essere l'autore del Pentateuco, visto che lì si narra la sua morte.  Questo metodo di lettura ha permesso ai credenti di uscire dal vicolo cieco di una lettura dogmatica del testo, finalizzata unicamente a ribadire il credo delle chiese. Contro ogni frettoloso addomesticamento della Bibbia risulta utilissima una lettura critica che si interroga sul testo, sulla sua produzione, sul contesto storico in cui è sorto, nonché sulla recezione successiva. La Bibbia non va strappata alla concretezza della sua formazione, quasi fosse piovuta dal cielo. Per dirla con un linguaggio più teologico: il metodo storico-critico ci costringe a fare i conti con l'incarnazione del testo nelle vicende concrete, ad immagine di quel Dio che si è fatto carne, ovvero storia, di cui quel testo ci parla. 
L'approccio narratologico al testo biblico da per acquisita l'operazione archeologica di ricostruzione della complessa formazione del testo e si concentra nel comprendere il paesaggio attuale che si presenta ai nostri occhi 
Leggere la Bibbia con un metodo narratologico (o sincronico) non significa di per sé un disinteresse per la storia (su cui pone l'attenzione l'approccio storico-critico). Il lettore che percorre questa strada apprende l'insufficienza di una concezione "positivistica" della storia, per la quale i testi letterari sono solo documenti da utilizzare per ricostruire cosa sia effettivamente accaduto; ed è indirizzato verso una considerazione di più ampio respiro, che veda la storia non solo per quello che è stata (storicismo) ma anche per quello che ha seminato come potenzialità, come sogno di un mondo alternativo, offerto all'immaginazione di chi legge. Non si è semplici spettatori di eventi passati, che non ci riguardano. La narrazione vuole parlare anche al presente ed al futuro di chi legge: propone un mondo che cerca lettori disponibili a farsene carico. Anzi, se parliamo della Bibbia, dobbiamo aggiungere che essa intende costruire quel lettore ideale, che fa suo il sogno di Dio. L'approccio narratologico vuole scoprire la "strategia narrativa" usata dall'autore per portare il lettore nel mondo del testo e per rifigurarne il vissuto.
Sentite cosa dice Ricoeur: "A me pare che ascoltare le parabole di Gesù significhi lasciare aperta l'immaginazione alle nuove possibilità dischiuse grazie alla stravaganza di questi brevi racconti. Se guardiamo alle parabole come a una parola che si rivolge più alla nostra immaginazione che alla nostra volontà, non saremo tentati di ridurle a consigli didattici, ad allegorie moraleggianti. Lasceremo che la loro forza poetica sbocci in noi". 
Detto diversamente: una volta letto il testo "in sé", occorre leggerlo intuendo il suo significato "per me". E' il passaggio dal leggere il testo all'esperienza di essere letto dal testo. La Bibbia, infatti, ha la pretesa di leggere l'esistenza dei suoi lettori. A patto che questi ultimi si lascino leggere. 


La Bibbia, un mondo da abitare

Più sopra abbiamo detto che leggere, in ultima analisi, significa "abitare il mondo del testo". Dire che la Bibbia è un mondo, significa riconoscerne la molteplicità dei suoi territori (parliamo, infatti, di Scritture, al plurale) insieme alla loro intima unità (espressa dal singolare: la Scrittura). La Bibbia non può essere considerata come un'antologia di testi, slegati gli uni dagli altri, a cui il lettore attinge pensieri edificanti aprendo a caso le pagine. Per molti credenti essa non è altro che una raccolta di belle frasi, che rassicurano e confortano. Niente di male in questo. Ma la Scrittura è molto di più. Sollecita un ascolto più profondo. La Bibbia, per l'appunto, è un mondo da abitare. Entrati nel "regno di Dio", siamo condotti per mano lungo un itinerario che ci porta a comprendere sempre meglio cosa significhi credere e quale sia il senso autentico delle nostre esistenze. 
Insisto sull'idea di itinerario, di cui i singoli libri ne costituiscono le tappe, sia per non fermarci ad una lettura "antologica", sia perché viviamo in un tempo dove il senso ha lasciato il posto all'impressione. Viviamo di attimi più che di percorsi biografici. In questo clima culturale, la Bibbia è un potente anticorpo alla frammentazione; è un invito a ricuperare un senso unitario.

Il canone ebraico e quello cristiano

Vediamo, dunque, la cartina della Bibbia, e non solo l'elenco delle vie. Proviamo a cogliere l'architettura dell'insieme, e non solo la catalogazione dei singoli mattoni. 
I diversi libri racchiusi nella Bibbia formano, infatti, un'unità chiamata "canone". Si tratta di una parola greca che significa "metro di misura": è il progetto individuato da ebrei e cristiani al quale contribuiscono i diversi libri biblici. Come una casa è  composta da diverse stanze (tutte quelle previste dal progetto e non altre), così l'edificio biblico.
I cristiani condividono con gli Ebrei il medesimo progetto architettonico, ma hanno pensato di disporre diversamente le stanze e di aggiungerne altre. 
Infatti, comune ad entrambi è la prima parte della loro Bibbia, quella che gli ebrei chiamano Tanaq e noi chiamiamo Antico Testamento o (visto che per molto "antico" suona come "superato") Primo Testamento.
La Bibbia ebraica divide il Primo Testamento in tre grandi filoni narrativi: La Torà, che coincide con i primi cinque libri, il nostro Pentateuco; i profeti e i libri sapienziali. 
Il canone cristiano colloca in un ordine diverso gli stessi libri. Per rifarci ancora all'immagine della casa, esso predispone diversamente l'ordine delle stanze nello stesso edificio: colloca la sala dove l'edificio ebraico mette la camera da letto. I materiali utilizzati sono i medesimi; persino la struttura architettonica, in un certo senso, è la stessa; ma, all'interno dell'edificio, l'ordine delle stanze determina un diverso modo di abitare la casa. Approfondiamo la disposizione cristiana di questa parte dell'edificio biblico che abbiamo in comune con i fratelli ebrei. Il nostro Antico Testamento è, dunque, composto dai seguenti elementi: 
il Pentauteco, i  Libri storici e sapienziali, i libri profetici. 

All'inizio, come nel canone ebraico, troviamo il Pentateuco, (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio), seguito da dodici libri che il canone cristiano chiama Libri storici, mentre il canone ebraico li classifica come "profeti anteriori" (Giosuè, Giudici, Rut, 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re, 1 e 2 Cronache, Esdra, Nehemia, Ester).  Poi troviamo i Libri poetici e sapienziali (Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste - o Qohelet - e Cantico dei Cantici). Infine, i Libri profetici, divisi in profeti maggiori e minori, in base alla lunghezza del libro. I maggiori sono: Isaia, Geremia, Ezechiele, Lamentazioni, Daniele; i minori: Osea, Gioele, Amos, Abdi, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Ageo, Zaccaria, Malachia. 

La scelta della diversa collocazione dei libri biblici nel  canone cristiano, rispetto a quello ebraico, veicola una diversa intenzione teologica.
Per Israele il fondamento della rivelazione si ha nei primi cinque libri (Torà). Qui Dio parla direttamente, senza mediazione. Essi sono come la "Carta Costituzionale" del popolo eletto. Poi, con i profeti, Dio parla attraverso la bocca dei suoi servi. Nei libri sapienziali la parola divina è quasi assente. Questo non perché Dio ha smesso di agire nella storia e nel mondo; piuttosto perché ha dato, con la Torà, un insegnamento che non ha bisogno di aggiunte ulteriori, se non di un cuore sapiente, che teme Dio e mette in pratica la sua Parola. 

Per i Cristiani, che vedono in Gesù il compimento delle Scritture d'Israele, l'ordine diverso dato all'Antico Testamento, che trova il suo vertice nei profeti, crea una tensione, un'aspettativa sciolta  dalla seconda parte delle Scritture Cristiane, e cioè il Nuovo Testamento. Il primo Testamento risulta essere in questo modo un'opera aperta che domanda compimento in una ulteriore Scrittura. Esso prepara alla narrazione successiva, quella evangelica.
La parola profetica, con la quale si conclude l'Antico  Testamento del canone cristiano, suscita l'attesa messianica che trova compimento nel Nuovo. L'accento è posto, dunque, sulle scritture profetiche, le quali fanno da ponte che unisce i due testamenti in un unico libro, la Bibbia Cristiana per l'appunto. 

Perché, se come cristiani condividiamo la medesima Scrittura, nella  Bibbia cattolica troviamo libri assenti in quella protestante?
La Bibbia protestante segue il canone ebraico, anche se i libri, come abbiamo visto, hanno una diversa collocazione.  Nel canone cattolico, invece, sono confluiti anche testi, scritti in greco, redatti perlopiù in epoca tarda, rispetto al resto della Scrittura, che la tradizione ebraica non ha accolto. Tali libri sono considerati dalla tradizione protestante "parola di edificazione", pur non essendo direttamente riconosciuti come "parola ispirata". Essi sono: Tobia, Giuditta, 1 e 2 Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc, l'ultima parte di Daniele e le aggiunte al libro di Ester

Il Pentateuco

La prima tappa dell'itinerario proposto dalla prima parte della Bibbia corrisponde alla Torà, ovvero i primi cinque libri della Scrittura. In questi libri la voce divina risuona solenne "dall'alto" ed accende la passione per il progetto di Dio. E' la parola, posta "in principio" e che fa da "principio" per il popolo eletto e per l'umanità tutta. Costituisce il fondamento, la "carta costituzionale" dell'esperienza credente. In essa si narra dell'umanità creata da Dio "a sua immagine e somiglianza", come qualcosa di "molto buono e bello" e posta in un giardino di delizie. Ma l'umanità si lascia tentare dal sospetto che il Creatore non operi per il suo bene, ne sia piuttosto l'invidioso concorrente. Sottrattasi al comandamento divino, essa si ritrova a seguire la parola di faraone. Fuori dall'Eden, nella casa di schiavitù, Israele grida la sua disperazione di essere in balia del male. Dio ascolta quel grido ed interviene per liberare il suo popolo. La condizione di possibilità del passaggio dalla schiavitù alla terra promessa si delinea al Sinai, laddove risuona nuovamente il comandamento divino: Parola alternativa a quella udita in Egitto, legge di libertà offerta nell'ambito di una rinnovata alleanza. La narrazione sapienziale della condizione umana di sempre e la memoria culturale della singolare vicenda di Israele trovano nella Parola "dall'alto" che viene consegnata a Mosè sul Sinai il cuore pulsante del racconto fondatore. 
In questa prima tappa, abitare il mondo della Bibbia significa fare i conti con una Parola differente, straniante, offerta sul monte fumante, "dove era sceso il Signore nel fuoco" (Es 19,18). Dio parla dal fuoco (Dt 4) per accendere nel cuore di Israele la passione per uno stile di vita differente, per un diverso rapporto col divino e con gli altri. 
La narrazione biblica e la tradizione interpretativa di Israele attirano la nostra attenzione su questa passione, quale segno di una vita ispirata dalla Parola di Dio e non più dalle parole di faraone, suggeritegli dagli dei d'Egitto.   
In un tempo di "passioni tristi", dove anche la spiritualità viene ingaggiata entro i limiti della disillusione contemporanea, quale sostanza dopante per dimenticare un presente storico per nulla attraente, fare memoria di una Parola capace di accendere passioni, creare legami, mettere in cammino, costituisce la mossa decisiva per apprendere l'arte della lettura biblica. La Torà fa risuonare il lieto annuncio di una vita giusta e felice, pensata da Dio "fin dalla fondazione del mondo": una Parola che è fuoco capace di accendere desideri e di alimentare il sogno di Dio, il suo Regno.

Gli scritti sapienziali

La seconda tappa è data dagli scritti sapienziali, dove ci viene insegnato a metterci in ascolto anche di quella parola "dal basso", quotidiana, mediante la quale Dio ci insegna ad abitare la terra con sapienza. E' come se, attraverso la letteratura sapienziale la Bibbia suggerisse che esistono due rivelazioni: quella dall'alto, dove Dio parla direttamente, simboleggiata dal fuoco del Sinai; e quella dal basso, appresa nella vita di ogni giorno, sapienziale per l'appunto.  Una parola  tutta tesa ad indagare il cuore umano, a suggerire una faticosa ricerca di quella sapienza che fa udire la sua voce sulle strade e agli incroci (Prov 8). Qui la Parola non alimenta fuochi; nondimeno informa il quotidiano ispirando saggezza, abilità, astuzia. La Parola "altra" del Sinai, ora si mette in dialogo, si presta ad un confronto a tutto campo. In questione c'è quella comune condizione umana su cui ogni popolo prova ad affaticarsi. Qui c'è spazio per il vento leggero ed il discutere pacato della saggezza popolare che troviamo ben rappresentato nel libro del Proverbi. Come anche per le raffiche che riempiono la scena tragica di chi vive e riflette sul dolore innocente di Giobbe. Nella sapienza lo Spirito parla coi discorsi graffianti dell'Ecclesiaste e sollecita ad ascoltare tutto ciò che sta "sotto il sole". Anche la sapienza biblica è plurale. A tratti tranquillizza, come nei Proverbi, più spesso inquieta e questiona la vita alla ricerca di senso come in Ecclesiaste e in Giobbe.
Pur con toni diversi, la sapienza biblica, come del resto quella di ogni cultura, ricerca un ordine nel mondo.  Ha la pretesa di suggerire come abitare la terra, vivere le relazioni umane e il rapporto con Dio.  
In questa seconda tappa, chi legge la Parola dei saggi apprende una spiritualità "umile", ovvero "fedele alla terra", oggetto di un nuovo prolungato ascolto. E impara a fare i conti con la vita delle persone comuni, con i loro interrogativi e paure. La preoccupazione per lo "specifico" della propria fede può spingere a conservare il seme della Parola nel proprio magazzino di granaglie. La sapienza invita, invece, a gettarlo copiosamente nel terreno delle vicende umane, "ma con mansuetudine e rispetto" (1Pt 3,16).  

I libri profetici

La terza tappa è costituita dagli scritti profetici, che esprimono la tenacia di Dio, nonostante i nostri continui tradimenti. Infatti, che fosse più facile per Israele uscire dall'Egitto piuttosto che far uscire l'Egitto dal proprio cuore, il popolo eletto non ha tardato a convincersene. La passione fondatrice (la spiritualità dell'esodo) lascia in fretta il posto al realismo del buon senso, al desiderio di essere "come tutti gli altri popoli" (1Sam 8,5). Non è un caso che i profeti sorgono con la monarchia, quando Israele rinuncia al suo specifico, di essere un popolo che ha come unico re il suo Dio, per lasciarsi sedurre da quel processo di normalizzazione che trasforma il popolo eletto in uno dei tanti popoli con a capo un re.  La passione della giovinezza viene abbandonata per seguire altri amanti, più in grado di assecondare il desiderio, quello che batte la via corta dell'immediatezza (Os). Spento il fuoco, incombe la notte dove tutto è nero, in cui viene meno quell'infinita differenza qualitativa portata nella storia dalla Parola dal Sinai. Uniche sentinelle a vegliare, i profeti denunciano il tradimento e annunciano di nuovo quella Parola troppo in fretta rinchiusa nel tempio (Ger 7). 
Il sogno di Dio, consegnato al suo popolo, parla di "cieli nuovi e terra nuova" (Is 65,17). L'immaginazione profetica prova a riattivare il sentire in grande di Dio, sia nella dimensione della posta in gioco (niente meno che fare nuove tutte le cose!), sia nell'ampliamento universale dell'orizzonte (una speranza per tutte le genti). La passione fondatrice, risolta dai sacerdoti in questione religiosa, addomesticata dai re per non turbare i progetti di corte, ritrova con i profeti la sua forza dirompente ed il suo profilo pubblico. Dio ha un progetto sull'umanità intera. Anzi, la sua salvezza comprende lupi e serpenti (Is 11,6). 
E l'annuncio di questo rinnovamento radicale, la missione per cui Israele è stato eletto, non avverrà espandendosi in tutto il mondo. Tutto sta nel saper affascinare, nell'attirare a Gerusalemme tutte le genti (Is 2). Una missione fatta con poche parole (quante bastano a riaccendere nel cuore umano il sogno di Dio) e con uno stile di vita attraente. Di qui il forte appello alla conversione. 
In questa terza tappa, chi legge è sollecitato a scommettere sulla differenza evangelica ("Ma tra voi non sia così": Lc 22,26) ed a sperimentare nuovi stili di vita, creando comunità di senso e di condivisione, che provano ad essere "luce per le genti". 
La Bibbia, questo mondo per nulla assurdo ma capace di dare forma al sogno di Dio, può diventare il mondo del lettore. Non è una terra esoterica, bella e impossibile. La si può abitare. Ovvero, ci si può stare esprimendo le proprie preoccupazione, rivolgendo gli interrogativi che ci arpionano l'anima ed ascoltando i personaggi che risiedono stabilmente in quel territorio, in un dialogo che non conosce fine. E insieme fare esperienza della salvezza promessa. Perché a questo mira il testo: a trasfigurare l'esistenza, a rendere operativo il Regno di Dio.   

Il Nuovo Testamento, ovvero, la seconda parte della Bibbia cristiana
Sopra, abbiamo parlato della Bibbia come di una casa comune per ebrei e cristiani, di un medesimo progetto architettonico, con l'unica differenza di una diversa disposizione dei vani e con un'aggiunta operata dai cristiani. In realtà, il paragone tiene fino ad un certo punto. Non è solo questione di ampliamento della casa, di aggiungere un'appendice. I cristiani credono che l'intero edificio può essere considerato finito solo grazie a quella aggiunta. Che solo con Gesù di Nazaret, Parola definitiva di Dio, si compiono le Scritture antiche. Queste ultime, dunque, vengono rilette con una diversa chiave interpretativa, quella suggerita da Gesù stesso ai due discepoli di Emmaus: 'O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?'. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano (Lc 24,25-27).
Cambia, dunque, il progetto architettonico? Si tratta di un'altra casa? In un certo senso sì. Ma è decisivo non dimenticare che la novità di Gesù è dell'ordine del compimento e non dell'abolizione: 'Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento' (Mt 5,17). Non si distrugge la casa precedente per costruirne una nuova. Piuttosto, ci si interroga sulle intenzioni dell'architetto, proponendo una soluzione abitativa in continuità con l'edificio precedente. 
Infatti, come le Scritture ebraiche mettono in primo piano la Torà, quale carta costitutiva del popolo eletto, così il Nuovo Testamento si apre con un testo base, la narrazione fondatrice dei quattro racconti evangelici. 
Nel Primo Testamento seguiva la narrazione storica dei profeti anteriori (da Giosuè al secondo libro dei Re); nel Nuovo Testamento troviamo il libro degli Atti. Ai profeti veri e propri della Bibbia ebraica corrispondono le lettere di Paolo e degli altri apostoli. Infine, gli altri scritti, perlopiù di carattere sapienziale, hanno, in un certo senso, il loro corrispettivo cristiano nel libro dell'Apocalisse. Ovviamente, si tratta solo di un'analogia da non forzare, utilizzata per suggerire una medesima logica pur nella sostanziale differenza. 
Il Nuovo Testamento è composto dai quattro Evangeli, (Matteo, Marco, Luca e Giovanni), seguiti dal Libro degli Atti degli Apostoli. Inizia subito dopo l'insieme delle Lettere di Paolo (Romani, 1 e 2 Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, 1 e 2 Tessalonicesi, 1 e 2 Timoteo, Tito, Filemone ed Ebrei). Al corpo epistolare paolino seguono le Lettere di altri apostoli (Giacomo, 1 e 2 Pietro, 1, 2 e 3 Giovanni, Giuda). Infine, vi è l'Apocalisse di Giovanni. 

I quattro racconti evangelici: Matteo, Marco, Luca e Giovanni

Analogamente a quanto proposto per le tre sezioni della Bibbia ebraica (Torà, sapienza e profeti), anche per i libri del Nuovo Testamento non offriamo un'introduzione storico-contenutistica (per la quale rimandiamo ai testi segnalati nella Bibliografia) ma solo un primo accenno al tipo di discorso proposto.
I quattro racconti evangelici narrano della vicenda di Gesù di Nazaret. Solo impropriamente, però, possono essere presentati come una biografia. Infatti, non sono interessati a darci informazioni dettagliate sul protagonista del racconto. Della sua vita vengono narrati solo gli ultimi anni (Matteo e Luca forniscono della nascita un racconto teologico, nel quale traspare già il Crocefisso Risorto). Essi, piuttosto, sono "racconti di ricerca" intorno alla domanda cristologica: chi è Gesù? E dov'è Gesù?
L'inizio di tutti e quattro mette in scena la ricerca di Gesù: da parte dei magi di Oriente (Matteo), della gente di Cafarnao (Marco), dei suoi genitori (Luca), dei due discepoli (Giovanni). All'altro capo del racconto, troviamo in tutte e quattro le narrazioni la ricerca delle donne presso il sepolcro. Mentre tra l'inizio e la fine del racconto emerge la domanda sull'identità reale di Gesù e sul suo significato per la storia umana.  Parlare dei vangeli come racconti di ricerca significa non separare il lieto annuncio del Regno di Dio che con Gesù si è avvicinato (Mc 1,15) dall'imperativo di seguire Gesù in qualità di discepoli che si interrogano sulle strane scelte di Dio, che provano a convertirsi, che devono fare i conti con la propria incomprensione e paura e che sono invitati a ricominciare ogni volta daccapo. Il loro Maestro, ingiustamente condannato alla pena più atroce, è risorto. E come "Vivente" continua a chiamare alla sequela, accendendo nei discepoli il fuoco della passione per il Regno di Dio (Lc 12,49).
Vale anche la pena riflettere sulla pluralità della narrazione evangelica. E' un dato unico in tutta la letteratura religiosa il fatto che esistano quattro racconti evangelici. Lo stesso Gesù lo si incontra percorrendo itinerari differenti. Il lettore/discepolo matura la fede cristiana sperimentando il continuo spiazzamento operato da un Gesù sfuggente, mai del tutto raggiungibile (Marco), oppure apprendendo alla scuola del Maestro la sapienza antica e nuova (Matteo). Il lieto annuncio si fa udire anche a chi si assume la fatica di interpretare la storia (Luca) o di mettersi in gioco in un itinerario iniziatico (Giovanni). L'unico sogno di Dio configura mondi differenti. Ed il lettore sente che ha a che fare con una Parola per nulla generica o astratta. Essa è in grado di entrare in sintonia con la sua personale sensibilità. E' Parola "tagliata su misura", che parla alla singolarità dei cuori e delle chiese.

Le lettere

Dei 27 scritti che compongono il Nuovo Testamento ben 21 sono lettere. E' vero che la cosiddetta Lettera agli Ebrei più che al genere epistolare sembra appartenere a quello dei sermoni proclamati durante il culto. E che molte delle lettere non paoline (cosiddette "lettere cattoliche") sono scritti esortativi, sapienziali o catechetici. Ma il fenomeno delle lettere nel Nuovo Testamento rimane imponente e sorprendente. Come i profeti del Primo Testamento hanno la funzione di "immettere la Parola nella storia", così le lettere neotestamentarie sono espressione del confronto serrato tra l'annuncio evangelico e le differenti situazioni storiche. L'evangelo viene interpretato in costante dialogo con la storia. E i destinatari delle lettere non sono recettori passivi ma contribuiscono a dare forma al lieto annuncio del Crocefisso Risorto.
Secondo una bella intuizione di Albert Schweitzer, Paolo ha introdotto nel cristianesimo il diritto a pensare. Il suo è stato un serrato confronto con l'evangelo, domandandosi quale significato esso assuma per chi ne ascolta l'annuncio. Il pensare ad una giustizia diversa da quella retributiva, il riflettere sulla logica della gratuità e del dono, l'individuare l'essenziale nello scandalo della croce; e tutto questo sempre in un dialogo, a volte aspro, con i suoi interlocutori: di questa elaborazione della speranza cristiana sono testimonianza le lettere.

L'Apocalisse

Il Nuovo Testamento si conclude con una rivelazione (questo significa la parola "apocalisse") del "già" e del "non ancora" che caratterizzano la fede cristiana. Con Gesù si sono inaugurati i "tempi ultimi" della storia umana. Egli ha già portato la salvezza in questo nostro mondo: la sua luce è brillata nelle tenebre, la verità è stata  definitivamente rivelata. E tuttavia, nel mondo impera ancora il male, la morte non sembra vinta, le tenebre sono ricomparse. Di qui l'invocazione che chiude l'ultimo libro: "Marana thà. Vieni, Signore Gesù" (Ap 22,20).
Tra il "già" della salvezza operata da Gesù ed il "non ancora" di questa nostra contraddittoria storia, la Parola rivelata mira a rinsaldare la fede e a tenere viva la speranza. L'Apocalisse di Giovanni è "un libro di resistenza cristiana". I suoi lettori sono invitati a leggere la storia in modo simbolico, maturando una sapienza che aiuta a comprendere al di là della cronaca e in grado di tenere vivo il sogno di "un nuovo cielo ed una terra nuova" (Ap 21,1).


LA BIBBIA, UNA DOMANDA SULLA NOSTRA VITA

Al termine di questo lungo invito alla lettura della Scrittura, torniamo sull'aspetto decisivo per l'atto di lettura. Non tanto la competenza del lettore: è utile disporre di informazioni serie, di suggerimenti sulle giuste chiavi di lettura; ma questo non basta per leggere. Ancora più decisiva è la pasta umana del lettore. Se questa incontra il lievito della curiosità, del desiderio di ricerca, del gusto per un modo diverso di pensare la vita, allora il seme della Parola manifesta tutta la sua fecondità, anche se non siamo giardinieri provetti, esperti coltivatori. 
Oggi, l'attitudine ad un ascolto che sia confronto a tutto campo e serio col mondo del testo biblico deve fare i conti con un grave ostacolo che incombe sul cammino di chi, come le monitrici e i monitori, non evita quel testo, anzi lo deve leggere per altri. Mi riferisco alla tentazione di leggere la Bibbia per cercare in essa la risposta preconfezionata alle nostre domande. 
Cerchiamo la risposta alle tante domande della vita e ci avviciniamo alla Scrittura con la convinzione di poter trovare soluzione ai nostri problemi. Certo, non siamo lettori ingenui, non trasformiamo la Bibbia in una cassetta di pronto soccorso. Tuttavia, la prima tentazione di chi legge le Scritture è quella di cercarvi una soluzione al problema che l'affligge.
Ma ecco la sorpresa che la Bibbia presenta al suo lettore: essa si presenta come il luogo delle domande più che delle risposte. Per l'esattezza, delle domande che Dio pone agli esseri umani: Adamo dove sei? Caino, dov'è tuo fratello? Sara, perché ridi?
Domande diverse dai quiz a cui siamo abituati, domande che mettono a nudo, che ti invitano a leggerti dentro. Non certo domande superficiali, né riconducibili a semplici richieste di informazione, come la domanda rivolta ad Adamo (dove sei?), che oggi, nell'era del telefonino, suona come un banale modo di aprire la conversazione! 
La battuta sul linguaggio telefonico consente di ritornare sul dilemma iniziale: cerchiamo risposte o ascoltiamo domande? Infatti, uno studio psicologico ha rivelato che nel processo di soluzione dei problemi il cellulare ci rende incapaci di attivare quei meccanismi innati di ricerca delle risorse personali da mettere in campo. Quando abbiamo un problema sul lavoro, in casa, prima di pensare ad agire, chiamiamo. A differenza del cellulare, la Scrittura vuole promuovere una partecipazione attiva ed intelligente del lettore. Lo fa, per l'appunto, ponendo domande. Sono molte quelle che leggiamo nella Bibbia. Quelle di Dio all'essere umano: dove sei? perché mi tradisci? E quelle dell'umanità a Dio: come quelle che troviamo in Giobbe o nei Salmi, (perché esiste il male anche per i giusti?) Ed anche le domande che gli esseri umani fanno a se stessi, come quelle attestate nell'Ecclesiaste. E quelle che vengono poste come una sfida (mi chiedono dov'è il tuo Dio?). 
La Bibbia è il libro delle domande e ci rivela che il Dio biblico è un tu che interpella, che chiama e che attende una risposta.
Qualcuno obietterà: Si, ma questo vale solo per l'Antico Testamento, Nel Nuovo Testamento arrivano le risposte, anzi la risposta. Non si dice, forse, che Gesù è la risposta?
Questo modo di intendere la Scrittura è fuorviante. Infatti, anche nel Nuovo Testamento Gesù fa mille domande e spesso, come nel caso del vangelo di Giovanni, risponde alle domande con un'altra domanda.
Domande che riguardano la sua identità: Chi dite che io sia? Domande che concernono la condizione dei credenti: Ma il Figliol dell'Uomo quando tornerà troverà la fede sulla terra?
La Bibbia cristiana termina con l'Apocalisse. L'ultima parola di quel libro è un'invocazione: "vieni, Signore". Non è forse una domanda indiretta: "Signore, quando torni?".
Ritorniamo alla prima domanda, quella che risuona nel libro della Genesi. Dio sa bene dove si trova Adamo; ma Adamo non sa dove lo ha portato la sua sfiducia verso Dio. Ha ascoltato la voce di chi lo ha convinto che Dio è contro di lui, che vuole imbrogliarlo. Ora si nasconde. Non solo per la vergogna, piuttosto perché la domanda lo mette a nudo. Ci sono domande che mettono a nudo e domande che sono solo chiacchiera, che servono per fare conversazione. La prima domanda della Bibbia interroga su che cosa riponiamo la nostra fiducia. Se incominciamo a non fidarci più di Dio finiamo per sospettare di tutti. Come nel racconto di Adamo ed Eva, dove il sospetto nei confronti di Dio è seguito dalla rottura della complicità tra i due, i quali si ritrovano ad accusarsi a vicenda, secondo il noto scarica barile. La stessa riflessione riprenderà in seguito nell'episodio del vitello d'oro. Perché preferiamo farci immagini di Dio piuttosto che lasciarci interpellare da Lui, dal suo silenzio e dalla sua assenza?
Le domande sono il paesaggio della fede: aiutano a crescere, ad approfondire il rapporto con Dio. Grazie ad esse apprendiamo l'arte dell'ascolto.
Tenete aperte le domande, non cercate risposte frettolose. Lasciatevi leggere dentro dalle domande che Dio vi pone: "dove sei rispetto a me, rispetto alla vita, alla tua famiglia? Ti rendi conto dove sei?".
A questo proposito, permettermi di proporvi un compito: leggete l'Evangelo di Marco. E' il vangelo delle domande. Ce ne sono almeno 145! Molte non hanno risposta. Chiedetevi quali e perché. Leggetelo con questa particolare attenzione alle domande come anche alle risposte elusive che quel racconto fornisce. E' solo uno stratagemma letterario o la sapienza biblica vuole insegnarci qualcosa?



BIBLIOGRAFIA

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