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giovedì 5 luglio 2018





Giacomo 2,14-26

LA FEDE E LE OPERE

Breve riflessione biblica di Aldo Palladino






Il testo biblico 
14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, 16 e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? 17 Così è della fede; se non ha opere, è per sé stessa morta. 18 Anzi uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede». 19 Tu credi che c'è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano.
20 Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull'altare? 22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. 24 Dunque vedete che l'uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. 25 E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un'altra strada? 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.


Hanno detto della lettera di Giacomo

     Quella di Giacomo è un'epistola controversa nel corso dei secoli, a cominciare dai primi secoli del cristianesimo.
Origene (185-254 d.C.) aveva definito cattoliche o universali le epistole di Giovanni, Pietro, Giuda.
Eusebio (probabili date 265-340 d.C.) l'ha definita "cattolica" o "universale".
Oecumenius, nel 600 d.C., aveva affermato che le epistole di Giacomo e le altre sono cattoliche perché encicliche (circolari).
Ma Lutero (1483-1546), anche se affermò che Giacomo conteneva molte cose buone, la considerò "epistola di paglia" (ved. 1 Cor.3,12), perché non riflette le caratteristiche del Vangelo". Il suo atteggiamento contrario era dovuto alla sua avversione contro i papisti che, basandosi su Giacomo, sostenevano la giustificazione per opere (2,14.20) e il sacramento dell'estrema unzione (3, 14).
Calvino (1509-1564) la giudicò debole nella proclamazione della grazia di Cristo, ma ammise che conteneva insegnamenti pregevoli su vari aspetti della vita cristiana, in particolare sulla pazienza e costanza, la preghiera a Dio, l'eccellenza e il frutto della verità divina, l'umiltà, i servizi sacri, il freno da porre alla lingua.
Ma fu Soren Kierkegaard (1813-1855) che, escludendo l'arida ortodossia, nella metà del XIX secolo, utilizzò l'epistola come ispirazione contro la mondanità e l'ipocrisia della chiesa danese del suo tempo. Pur riconoscendo la verità della giustificazione per grazia mediante la fede, ritenne necessaria una verità complementare, mettendo in luce il lato pratico ed etico del cristianesimo, in modo che la fede cristiana non fosse una verità arida e un credo solo intellettuale.

L'epistola di Giacomo ha un messaggio di notevole spessore spirituale ed etico per tutta la chiesa e per il cristiano preso individualmente.
"Quando la fede non porta all'amore e il dogma, per quanto ortodosso, non ha un collegamento con la vita, quando i cristiani cedono alla tentazione di adagiarsi in una religione egocentrica e si scordano dei bisogni sociali e materiali degli altri, quando negano col loro modo di vivere il credo che professano e sembrano più ansiosi di essere amici del mondo che amici di Dio, allora l'epistola di Giacomo ha qualcosa da dire a loro" (R.V.G. Tasker).
Dopo aver conosciuto e accettato il vangelo della grazia, dopo aver raggiunto la certezza di essere un figlio di Dio, redento da Dio, il cristiano deve avanzare sulla via della santità e tradurre in realtà pratiche le implicazioni etiche della fede, leggendo e meditando l'epistola di Giacomo.
Dunque, Giacomo afferma che la religione separata dall'etica, le parole non accompagnate dai fatti, i credi che soddisfano la mente ma non scaldano mai il cuore, sono inutili.

Quale fede?
Quando Giacomo scrisse il testo che abbiamo letto non intendeva correggere la teologia dell'apostolo Paolo sulla giustificazione per grazia mediante la sola fede, perché sapeva che anche per Paolo "quel che vale è la fede che opera per mezzo dell'amore" (Ga 5,6).
Giacomo aveva ben chiaro che l'uomo è salvato per la grazia di Dio mediante la fede in Cristo Gesù (Ef. 2,8), senza alcun'opera meritoria dell'uomo (come Paolo aveva affermato), e che le opere non sono la causa della nostra giustificazione, ma il risultato, tuttavia ritenne utile correggere gli orientamenti e i comportamenti di certi "circoli" cristiani che avevano depauperato il senso delle parole "fede" e "giustificazione", esprimendo un cristianesimo di facciata, superficiale e fatto di sole parole.
Per Giacomo "fede" non è l'avere compreso ed aderito ad un sistema di principi, di dottrine, ad un impianto teologico teorico, ad una fede intellettuale e parolaia. "Fede" non è neanche appartenenza ad una chiesa. La fede delle sole labbra, della sola mente, della sola dottrina, che non si traduce in atti concreti d'amore verso il prossimo è una fede che non salva.
Dunque la "fede" per Giacomo deve necessariamente orientare la vita del cristiano nelle sue espressioni etiche. 
Anche la "giustificazione", che per Paolo è l'atto con cui Dio nella sua sovranità ci perdona in Cristo Gesù e/o ci dichiara giusti, per Giacomo deve essere sottoposta alla verifica delle azioni concrete della pietà cristiana. Le belle parole, le buone intenzioni,  non accompagnate da opere d'amore non sono espressioni di un cristianesimo autentico, essenziale e sostanziale, ma rivelano un cristianesimo astratto e irreale.  
La fede che parla ai poveri, nudi e mancanti di cibo (16), e che non si concretizza con il dono di quanto è necessario al loro corpo è una fede morta (17).

Esaminarsi
Le parole di Giacomo ci esortano ad esaminarci. Siamo invitati a rispecchiarci in quella Parola di vita che ci rivela l'essenza della nostra vocazione, il compito che ci è stato affidato, l'obiettivo del nostro servizio: amare Dio e amare il prossimo con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra forza (Mt. 22,36-40, Mc. 12,30-32, Lc. 10,25-28). Non permettiamo a nessuno di trasformare la nostra fede in una semplice dichiarazione di precetti, in un elenco di concetti dottrinali, impacchettati e pronti per l'uso nel chiuso delle nostre chiese, ma apriamo il nostro cuore allo Spirito di Dio, che ci chiama alla libertà di una fede viva per l'annuncio della salvezza in Cristo e per solidarizzare concretamente con i poveri di questa terra.

                                                                             Aldo Palladino