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venerdì 19 gennaio 2018


2 Corinzi 11,18. 12,1-10

Meditazione di Aldo Palladino



Il testo biblico
11,18 Poiché molti si vantano secondo la carne, anch'io mi vanterò.

12, 1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
 
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell'uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me. 7 E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. 8 Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; 9 ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. 10 Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Conflittualità nella comunità di Corinto
     La comunità di Corinto che ci viene presentata attraverso gli scritti di Paolo era certamente una comunità difficile da governare. Al suo interno c'erano gruppi che si contrapponevano e si contrastavano: forti e deboli, ricchi e poveri, più spirituali e meno spirituali, tifosi di Paolo, di Apollo, Cefa, Cristo (I Cor. 1,12). E non dimentichiamo le contese per la corsa al primato personale per far valere il proprio dono come migliore di quello posseduto da altri.
     In questo clima fiorisce uno spirito di critica e di contestazione che si focalizza sulla persona dell'apostolo Paolo. Sono critiche di natura personale, etica e morale e persino spirituale. A Paolo si rimprovera un atteggiamento autoritario (2 Cor. 1,24), definito come un signoreggiare sulla fede altrui. Lo accusavano di essere rozzo nel parlare (10,10), cioè di essere poco eloquente, di scrivere lettere minacciose, eccessivamente severe ma poi di non avere autorità nelle situazioni quando è presente di persona. Ma l'accusa più grave che gli viene fatta è quella di "camminare secondo la carne" (2 Cor. 10,3; Gal. 5,16; Rom. 8, 6. 9), è di agire come un uomo non credente, come un peccatore. Ma dalla risposta di Paolo si intuisce che l'accusa è ancora più grave perché, non essendo possibile mettere in dubbio la serietà e la purezza morale dell'apostolo, viene messo in discussione il suo ministero apostolico.
Chi sono quelli che hanno interesse a fare tutte queste critiche a Paolo?
Molto probabilmente sono persone che volevano ricollegare la comunità alla tradizione, all'antica fede del popolo di Dio. Sono "giudeo-cristiani", così chiamati perché sono cristiani in quanto accettano la rivelazione di Cristo e la sua salvezza, ma giudei in quanto continuano a dare forte importanza alla rivelazione mosaica. È questa corrente di pensiero che si oppone all'apostolato di Paolo.
Queste persone, appartenenti alla comunità di Corinto o venute da fuori per entrare a farne parte, hanno cominciato a vantarsi della loro origine ebraica, di avere ricevuto l'eredità promesse da Dio e di essere di Cristo, costringendo Paolo – lui che non considera il vanto una virtù cristiana, ritenendola una cosa non buona (12,1) -, a vantarsi lui stesso e ad esporre come un folle tutte le sue prerogative di apostolo, di ebreo, di cristiano.

Il vanto dell'apostolo Paolo
     Il suo vanto non è rivolto all'esaltazione di se stesso, ma a rispondere ai suoi critici e detrattori, i quali si gloriavano di avere doni dello Spirito, quali il parlare in lingue (glossolalìa), visioni, estasi ecc., che lui stesso era stato protagonista di un'esperienza estatica che lo aveva portato fino al terzo cielo[1].
Tuttavia, egli non fa di questi misteriosi eventi il cardine della sua vita spirituale. È fondamentale per lui caratterizzare il suo ministero di una forte dose di debolezza. Il suo vanto è dichiararsi debole. Debole nel corpo, avendo una "spina nella carne" [2](12,7) che lo spingeva alla preghiera e all'umiltà nel servizio, e debole anche nello spirito, sapendo che Dio fa della debolezza dei suoi servi la sua forza e la sua potenza.
Il paradosso di un Dio che è forte quando è debole è il cuore del messaggio cristiano, ed è anche trasversale in tutta la Scrittura:
  • Dio che si fa uomo in Cristo Gesù è segno di debolezza, perché è l'abbassamento della divinità nell'umanità di Gesù, che alla fine muore sul legno della croce, ma mostra tutta la sua forza e la sua potenza attraverso la risurrezione di Gesù Cristo. Dio è debole ma sua è la vittoria sulla morte, sul peccato, su tutti i suoi nemici.
  • Dio chiama al suo servizio personaggi di umile condizione sociale e li innalza al ruolo di patriarchi, re, profeti, apostoli con compiti di grande responsabilità nella missione loro affidata.

L'apostolo Paolo scrive ai Corinzi: "Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione: non ci son tra voi molti savi secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i savi; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; e Dio ha scelto le cose ignobili del mondo, e le cose sprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, affinché nessuna carne si glori nel cospetto di Dio… Chi si gloria, si glori nel Signore" (1 Cor. 1,26-31).

Sola gratia 
     La lezione che Paolo riceve da Dio, e che noi raccogliamo come testimonianza ed insegnamento per noi, è che dobbiamo vivere la nostra vita, pur nelle sofferenze e difficoltà, come un segno della grazia di Dio. "La mia grazia ti basta", dice il Signore a Paolo, che aveva insistentemente pregato perché gli togliesse quella spina nella carne. Sola gratia, perché tutto il resto è secondario e oggettivamente irrilevante. Infatti, Gesù disse ai suoi discepoli:" Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l'anima sua?" (Mt.16:26; Mc 8,36).
È comprensibile quanto sia difficile nel nostro tempo liquidare ogni nostra problematica con "La mia grazia ti basta", eppure se analizziamo la nostra vita per ricercarne senso e valori scopriamo che per la nostra stessa felicità e per il nostro benessere è necessario prima di tutto eliminare quella spazzatura che appesantisce la nostra vita e, fatta l'opportuna pulizia, porre al centro il Signore e la sua grazia salvifica.

                                                                      Aldo Palladino

                                                                                      



[1] Nei tardi scritti giudaici si trova il concetto di sette cieli. Tuttavia Paolo parla del "terzo cielo" come di una suprema benedizione dello stato o condizione in cui fu rapito. Potrebbe trattarsi del paradiso di cui parla Lc. 23,43.
[2] Molte interpretazioni sono state date dell'espressione "la spina nella carne". Alcuni hanno pensato ad una malattia degli occhi o a crisi epilettiche. Altri hanno pensato alla malaria o a crisi depressive. Altri ancora hanno pensato agli oppositori ostinati. Dunque, c'è incertezza al riguardo, ma noi assumiamo quella espressione come un assunto teologico da applicare alla nostra vita spirituale.
Amos 5, 21-24

Critica al culto in Israele

Note esegetiche e omiletiche a cura di Aldo Palladino 





Il testo biblico
21 "Io odio, disprezzo le vostre feste,
non prendo piacere nelle vostre assemblee solenni.
22 Se mi offrite i vostri olocausti e le vostre offerte, io non le gradisco;
e non tengo conto delle bestie grasse che mi offrite in sacrifici di riconoscenza.
23 Allontana da me il rumore dei tuoi canti!
Non voglio più sentire il suono delle tue cetre!
24 Scorra piuttosto il diritto come acqua
e la giustizia come un torrente perenne!"


Inquadramento storico del libro di Amos
     È lo stesso libro a fornirci nella soprascritta (1,1) tre elementi che ci consentono di collocare temporalmente il ministero profetico di Amos sulla scena religiosa e politica d'Israele:
- il primo ci segnala che Amos è stato attivo durante il regno di Geroboamo II (787-747 a.C.), re di Israele. La sua predicazione è tradizionalmente collocata nella seconda metà del regno di Geroboamo II.
- Il secondo aggiunge che nel regno del Sud (Giuda) regna Uzzia (presumibilmente 787-736 a.C.);
- il terzo ci informa che Amos ha operato "due anni prima del terremoto", da cui si deduce che l'attività profetica di Amos è stata molto breve, al massimo di un anno circa. Il periodo più probabile sembra essere quello compreso tra il 760 e il750 a.C.
     Sotto Geroboamo II, Israele è una piccola isola di benessere che vive la sua ora di libertà, l'ultima, in un clima di pace e di prosperità analogo a quello conosciuto sotto il regno del grande Salomone. L'Egitto è ripiegato su se stesso, altre potenze sono senza potere e l'unica minaccia, quella dell'Assiria, il grande nemico di domani di cui si intuisce la violenza espansionistica è impegnata su altri fronti, soprattutto con gli Aramei di Damasco, ai quali impedisce l'espansione verso sud, verso Israele e Giuda.
Per un decennio, Israele gode di grande tranquillità che completa processi di integrazione delle popolazioni nomadi attraverso il passaggio da un'economia fondata sulla pastorizia ad un'economia agricola. Infine, attiva un processo di urbanizzazione e favorisce un forte sviluppo economico: si intensifica il commercio, cresce il benessere degli ambienti economicamente più agiati e parallelamente si estende la corruzione, si dissolvono gli antichi rapporti di fratellanza e di eguaglianza, sostituiti da rapporti sempre più rigidi di dominio e di sfruttamento di una classe sull'altra.
    
La persona di Amos 
     Amos è il primo profeta, il più antico, ed è anche il primo profeta scrittore. Pur essendo nato a Tekòa, nel regno di Giuda, Amos ha predicato nel regno del Nord (1,1; 7,12), fatto rarissimo vista la concorrenza che c'è sempre stata tra i due regni. Anche se i due regni condividono la stessa lingua, ci sono gelosie e lotte intorno ad alcuni luoghi sacri e santuari. All'epoca di Amos il santuario reale di Bethel esiste da duecento anni e si trova in concorrenza con quello di Gerusalemme (Am 7, 10-13 e 1 Re 12, 26-33). È per questo che Amos è stato accolto male in Israele. Il suo intervento è visto come un'intrusione straniera, oltre al fatto che la sua profezia disturba l'ordine sociale. I suoi oracoli sono tutti diretti, senza eccezioni, contro il regno del Nord (1,1b), pronunciati presumibilmente soprattutto nella capitale, Samaria (3,9-4,3; 6,1-11), e in Bethel (7,10-17; cfr. 4,4 s.5,4 s.).
     Tekòa, la città natale di Amos, è situata a una quindicina di Km. a sud-est di Gerusalemme situata nella zona di terra dove finisce quella coltivata e inizia il deserto di Giuda. La sua posizione geografica ha consentito ad Amos una doppia attività agricola che lo ha reso economicamente indipendente anche quando era profeta. Era allevatore di una mandria di bovini e pastore di ovini, come è desumibile da 1,1 e 7,14, ma anche coltivatore di sicomòri, che ben prosperavano per il favorevole clima caldo della pianura del Giordano. 
L'appartenenza di Amos al mondo della pastorizia non rappresenta semplicemente una collocazione sociologica, ma in un certo senso una determinazione spirituale. Le grandi figure della storia sacra d'Israele sono pastori: i patriarchi, Mosè, in tempi ancora recenti Davide stesso. Il fatto che Amos sia pastore significa nel contesto d'Israele non una appartenenza a classi sociali disagiate, ma alla tradizione più autentica della fede; non evoca pensieri di ordine economico ma di natura spirituale, non è un povero ma un credente. E come tale conosce i problemi che si stavano ponendo alla fede della sua gente. 
     Non ci è dato di sapere come sia finita la sua attività profetica, se sia stato espulso dal Nord, come fa presumere Amos 7,10-17, o se sia stato deportato, o se abbia subìto il martirio in Bethel (come narrano le Vitae Prophetarum del I secolo d.C.).

Il messaggio profetico di Amos
     Come già scritto, Amos opera durante il regno di Geroboamo II, cioè durante un periodo economicamente e politicamente stabile in cui il benessere socio-economico è per pochissimi, mentre il popolo è in condizioni disastrose.
L'intervento di Amos è coraggioso e dirompente. Infatti egli predica:
a) contro il lusso e la ricchezza dei potenti. Egli non condanna la ricchezza in quanto tale, ma la ricchezza che porta la classe benestante a inorgoglirsi (6,8), ad allontanarsi da Dio, a rallegrarsi di avere conquistato potenza con l’uso della forza (6,13);
b) contro l'oppressione: usura, falsi pesi e misure, pegni, corruzione dei tribunali, costringere il povero a vendersi (8,4-6);
c) contro il culto: i nobili continuano i loro culti (Am. 4,4 e Am. 5, 21-24) senza alcun segno di ravvedimento.

Esegesi del testo
21-23: «Io odio, disprezzo le vostre feste, non prendo piacere nelle vostre assemblee solenni. 22 Se mi offrite i vostri olocausti e le vostre offerte, io non le gradisco; e non tengo conto delle bestie grasse che mi offrite in sacrifici di riconoscenza. 23 Allontana da me il rumore dei tuoi canti! Non voglio più sentire il suono delle tue cetre!» 
     La pericope 5,21-27 contiene la più aspra critica di Amos al culto, rifiutato in apertura del testo con verbi duri e dalla carica emotiva molto forte come “odio", "disprezzo" delle feste, "non prendo piacere" nelle vostre assemblee solenni. In seguito, il rifiuto del culto si estende a olocausti, sacrifici e alla musica per indicare il culto nella sua totalità. Anche l'aggettivo "vostre" indica la distanza di Dio da quella religiosità asfittica in forte antitesi a "diritto e giustizia" del v. 24. Quelle feste, assemblee, offerte e quei riti non Lo raggiungono e non Lo toccano. Il culto di Israele non giunge più a Dio perché è degenerato in un servizio a se stessi. Senza "diritto e giustizia" nessun culto è gradito a Dio. Israele celebra Dio, ma non si accorge che Dio non è presente alla festa. L'assenza di Dio rende il culto inefficace, inutile e Israele è apparentemente vivo, anzi non è soltanto votato alla morte, bensì è già morto e quindi oggetto del lamento funebre che il profeta intona in 5,1 s., 16 s. e 18 s.

24: «Scorra piuttosto il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne!».
     È ciò che Dio si aspetta da Israele, non come un grosso sforzo o un’impresa eccezionale bensì come l’espressione naturale della fede del suo popolo. "Diritto e giustizia" per Amos e per tutti gli altri profeti non sono fini che determinano la condotta, bensì prima di tutto doni di Dio che Israele può valorizzare e promuovere o invece ostacolare, anzi perfino "alterare, sovvertire, cambiare" (5,7; 6,12). L'esercizio di tali doni è utile per risolvere conflitti nella comunità, esercitando il diritto, e per fondare un atteggiamento dei singoli individui che orienti la condotta verso il miglioramento della comune convivenza, la realizzazione del bene comune e per tali fini abbia una considerazione particolare per i deboli e i poveri. Nell'Antico Testamento "giustizia" è un concetto relazionale; non esiste una gradazione della giustizia, parziale o approssimativa, bensì soltanto una giustizia attuata o una giustizia assente. In questa ottica succede che nel concetto di giustizia azione e conseguenza conincidano; la giustizia denota dunque, in pari maniera, l’azione che promuove la comunione e anche il bene comune che essa produce. Questo benessere, tuttavia, non è, in ultima analisi, opera dell’uomo, bensì è il favore di Dio (J.Jeremias). Dunque, la giustizia è condizione di ogni prosperità in ogni tempo e in ogni luogo. Per questo essa è paragonata a un "torrente perenne".   

Spunti per la predicazione

A)   Profezia di Amos e crisi sociale
     Il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne, inesauribile, possente. Queste parole di Amos hanno attraversato molti secoli e sono giunte sino a noi come parola di Dio che rivela, nell'affermazione del diritto e nell'applicazione della giustizia, il suo comandamento. Martin Luther King nel suo famoso discorso del 28 agosto 1963, "I have a dream", davanti al Lincoln Memorial di Washington, fece riecheggiare le parole di Amos, diventate impulso della fede profetica e fondamento della critica profetica dei sistemi sociali che trascurano e violano questo comandamento di Dio.
Le stesse parole sono riportate "sul muro esterno di una sinagoga di St. Paul, una città che si affaccia sul fiume Mississippi, e i passanti non possono fare a meno di afferrare che diritto e giustizia devono avere la forza dell'acqua del loro fiume" (James Limburg).
Anche la chiesa deve avere, oggi, il coraggio di annunciare la Parola di Dio come il ruggito di un leone (Amos 1,2; 3,8) quando i diritti fondamentali di ogni essere umano sono violati, quando la giustizia e la libertà sono negate, quando la legalità è compromessa a tutti i livelli, quando i poveri sono indifesi e abbandonati a se stessi. Dio non sa cosa farsene di un culto autoreferenziale, finalizzato a se stesso o ripiegato su stesso, o di una predicazione di tipo psicologico che miri al benessere dell'uditore, che lo "faccia sentire bene" o "che lo tranquillizzi". Abbiamo bisogno al contrario di chiese “profetiche” che annunciano e promuovono il regno di Dio di cui parlava Gesù, non per un mondo futuro o per un'altra inesistente entità, ma per questo mondo; chiese “profetiche” che stimolino "fame e sete di giustizia" (Mt. 5,6) adottando non solo quel linguaggio della fede che ha senso se contiene riferimenti riconoscibili alla nostra attuale esperienza  nel mondo, ma anche assumendo quelle iniziative come quelle che si sono concretizzate nei corridoi umanitari e in varie altre forme di aiuto e di accoglienza della Diaconia; chiese “profetiche” che sappiano “ruggire” dinanzi allo scandaloso dramma di 805 milioni di persone che oggi nel mondo soffrono di denutrizione, 3 miliardi di persone che vivono con meno di 2 euro al giorno, e diverse centinaia di milioni senza neppure un euro al giorno. Per non parlare della distanza tra paesi poveri e paesi ricchi che aumenta sempre di più.
    
     Nel libro del profeta Isaia (il terzo), troviamo uno dei brani più belli della Bibbia ebraica sull'importanza della giustizia. È quello di Isaia 58,5-7: "È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l'uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al Signore? Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo? Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?".Si tratta di un appello appassionato al cuore della comunità, un richiamo a ritrovare la vera umanità rimpiazzando gli interessi egoistici, freddi e calcolatori, con atti di bontà e amore che ricostruiscono la vera solidarietà sociale.
     Un altro testo forte, che deve illuminare il nostro cammino, è quello di Michea 6,8 in cui alla domanda: "Con che cosa verrò in presenza del Signore?" la risposta è: "Che altro chiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio". La risposta a sorpresa è che Dio non vuole nessuna cosa affatto! Dio non vuole oggetti, ma vuole te, la sua creatura, vuole un popolo, una chiesa, con un cuore e una mente rinnovata dall'amore che Egli ha manifestato in Cristo Gesù. Amore verso Dio e amore verso il prossimo, due comandamenti da cui "dipendono tutta la legge e i profeti" (Mt. 22,34-40).

B)   Profezia di Amos e crisi spirituale
     Sovente ci spieghiamo le crisi sociali ricorrendo ad analisi di tipo sociologico o politico o economico. Ma il dissesto, la disgregazione sociale, che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri o che si esprime con forme di violenza e di intolleranza verso coloro che sono fuggiti dai proprî paesi a motivo della guerra, della fame o altro, ha una motivazione più profonda: la rottura delle relazioni tra gli uomini e Dio.
Amos ha rivolto parole di condanna e di giudizio a Israele e ai popoli vicini perché la loro oppressione, la loro ingiustizia, è innanzitutto il segno della loro infedeltà e idolatria, che si accompagnano al rifiuto della parola profetica. E la chiesa, oggi, non può sottrarsi a denunciare, sempre e dovunque, a gran voce l’ingiustizia nel mondo e a protestare contro ogni forma di repressione della libertà e dei diritti umani. Se non lo fa solleva un inquietante interrogativo sulla sua vera vocazione e sulla finalità della sua missione.
L’apostolo Paolo scrive: Il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità esaminando che cosa sia gradito al Signore. Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele” (Ef. 5,9-11).
E Pietro ci esorta: “Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori” (2 Pt. 1,19).
     Dunque, predicare la Parola di/su Dio con convinzione e con potenza è l'unica strada possibile per risvegliare le coscienze e aiutarle a ricercare o ritrovare la via del ravvedimento da errori e peccati. Nel secolo scorso lo hanno fatto grandi pensatori come Pavel Florenskij, Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil, Albert Schweitzer. Anche in questo nostro tempo Dio susciterà dei profeti, perché Egli sempre effonde il suo Spirito per illuminare questo mondo.
 
                                                                                
                                                                                          Aldo Palladino





Bibliografia
Jorg Jeremias. Amos. Paideia Editrice; 1995.
Giorgio Tourn. Amos, profeta della giustizia. Claudiana; 1972.
Romeo Cavedo. Profeti. San Paolo; 1995.
James Limburg. I dodici profeti. Claudiana; 2005.