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21 gennaio 2010

Luca 24,36-53 Un popolo di testimoni


Aldo Palladino

 

 





Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani (18-25 gennaio 2010)

Parrocchia Madonna della Guardia

Via Monginevro, 251

Torino

 

Il testo biblico

36. Gli undici apostoli e i loro compagni stavano parlando di queste cose. Gesù apparve in mezzo a loro e disse: "La pace sia con voi!". 37. Sconvolti e pieni di paura, essi pensavano di vedere un fantasma. 38. Ma Gesù disse loro: "Perché avete tanti dubbi dentro di voi? 39. Guardate le mie mani e i miei piedi! Sono proprio io! Toccatemi e verificate: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho.

40. Gesù diceva queste cose ai suoi discepoli e intanto mostrava loro le mani e i piedi. 41. Essi però, pieni di stupore e di gioia, non riuscivano a crederci: era troppo grande la loro gioia!

Allora Gesù disse: "Avete qualcosa da mangiare?" 42. Essi gli diedero un po' di pesce arrostito. 43. Gesù lo prese e lo mangiò davanti a tutti.

44. Poi disse loro: "Era questo il senso dei discorsi che vi facevo quando ero ancora con voi! Vi dissi chiaramente che doveva accadere tutto quel che di me era stato scritto nella legge di Mosè, negli scritti dei profeti e nei salmi!

45. Allora Gesù li aiutò a capire le profezie della Bibbia. 46. Poi aggiunse: "Così sta scritto: il Messia doveva morire, ma il terzo giorno doveva resuscitare dai morti. 47-48. Per suo incarico ora deve essere portato a tutti i popoli l'invito a cambiare vita e a ricevere il perdono dei peccati. Voi sarete testimoni di tutto ciò cominciando da Gerusalemme. 49. Perciò io manderò su di voi lo Spirito Santo, che Dio, mio Padre, ha promesso. Voi però restate nella città di Gerusalemme fino a quando Dio non vi riempirà con la sua forza".

50. Poi Gesù, condusse i suoi discepoli verso il villaggio di Betania. Alzò le mani sopra di loro e li benedisse. 51. Mentre li benediceva si separò da loro e fu portato verso il cielo. 52. I suoi discepoli lo adorarono. Poi tornarono verso Gerusalemme, pieni di gioia. 53. E stavano sempre nel tempio lodando e ringraziando Dio. (versione TILC).

 

 

Nel brano che abbiamo letto, notiamo che i discepoli e i loro compagni stanno commentando i fatti straordinari accaduti in quei giorni:

-         la tomba è stata trovata vuota;

-         gli angeli rivelano alle donne che Gesù non è più lì, ma è risorto;

-         Pietro trova le fasce nella tomba senza alcuna traccia del corpo di Gesù;

-         i due discepoli di Emmaus raccontano di aver riconosciuto Gesù alla frazione del pane e poi è scomparso.

Insomma, essi stanno raccogliendo elementi e resoconti vari sulla sparizione di Gesù. Molti sono i loro dubbi e molte le domande che non trovano risposte, almeno fino a quel momento. Il loro scetticismo è notevole. Ma, ecco, Gesù appare loro e li rassicura che è proprio lui, in carne e ossa. Egli è vivo. "Toccatemi e verificate...e mostrava loro le mani e i piedi" (39-40). Poi mangia un pesce arrostito (43).

Allora, lo scetticismo dei discepoli comincia a trasformarsi in un misto di stupore e gioia. Qualcosa comincia a cambiare in loro.

Infine, Gesù spiega che tutto quello che era accaduto era già scritto nella legge di Mosé, negli scritti dei profeti e nei salmi, cioè nelle Scritture che essi leggevano secondo le quali Egli doveva morire e risuscitare il terzo giorno. 

Abbiamo, dunque, la conferma che la testimonianza resa dalle Scritture era vera. E Gesù stesso, davanti ai discepoli era la testimonianza vivente, la prova inconfutabile che Dio lo aveva risuscitato. Nel Salmo 16,10, salmo di Davide, è scritto: "Tu non abbandonerai l'anima mia in potere della morte, né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione" (Riveduta). Salmo profetico che Gesù realizza con la sua risurrezione.

 

Questa parte finale del vangelo di Luca consegna alla nostra memoria quel momento fondamentale in cui Gesù affidò l'incarico ai suoi discepoli di annunziare a tutti i popoli di convertirsi alla sua Parola e di ricevere il perdono dei peccati. L'evangelista Luca pone grande enfasi nel suo Vangelo alla proclamazione che la salvezza è a disposizione di tutti, salvezza universale. Essi, pertanto, sono i testimoni oculari (Lc. 1,2) della sua vita, della sua morte e della sua risurrezione, mandati (da qui il nome di apostoli) a proclamare che nel nome di Gesù Cristo c'è speranza, salvezza, verità, vita.

Anche noi, abbiamo creduto per fede a quell'annuncio e per questo sentiamo la vocazione di Gesù, e la conseguente responsabilità, come rivolta anche a noi: Voi siete testimoni di tutto ciò", tema di questa Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, su cui si riflette in molte parrocchie cattoliche, ortodosse, nei templi protestanti cristiani evangelici, per dire che il fondamento della nostra unità viene da lontano, nella persona e nell'opera di Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.

L'autore della lettera agli Efesini (4, 1-6), per esortare la comunità di Efeso a comportarsi in modo degno della vocazione che era stata rivolta, elenca i motivi per cui è necessario sforzarsi di conservare l'unità dello Spirito col vincolo della pace. Egli dice: "Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati. Uno solo è il Signore, una sola è la fede, uno solo è il battesimo. Uno solo è Dio, Padre di tutti, al di sopra di tutti, che in tutti è presente e agisce".

Voi siete testimoni di tutto ciò.

In quel "voi" io vedo la comunità ecclesiale, senza divisioni, senza rivalità, tutti i cristiani credenti, che attingono alla stessa unica e sovrana Sorgente della vita.

"Voi siete testimoni". L'identità dei discepoli è chiara. Anche se impauriti, dubbiosi, angosciati, perplessi, dinanzi alla realtà del Cristo risorto, che essi hanno visto e toccato, la loro posizione cambia. Spettatori di un evento straordinario, essi diventano protagonisti di un'attività missionaria altrettanto straordinaria che è l'inizio dello sviluppo del cristianesimo.

 

Anche noi, oggi, siamo chiamati ad essere dei testimoni. Anche se pieni di preoccupazioni per la nostra vita, sempre più difficile e complicata per i tanti problemi che dobbiamo affrontare, anche se insoddisfatti, delusi, incerti, talvolta depressi e sfiduciati, anche se viviamo la vita senza un vero senso e dunque sempre alla ricerca di una identità, l'appello del Signore a essere dei testimoni in questo mondo può e deve farci tornare a ritrovare un vero motivo per tornare a gioire.

Si tratta, infatti, di riscoprire la gioia del servizio per gli altri, facendo del bene, parlando dell'amore del Signore Gesù Cristo a chi ci sta intorno, di ritornare alla comunione fraterna nella vita della parrocchia a cui apparteniamo, a solidarizzare con i bisognosi attraverso opere di pietà e di vero aiuto, ad accoglierci gli uni gli altri senza paura, senza pregiudizi.

Essere testimone di Gesù Cristo significa, come dice l'apostolo Paolo, essere "ambasciatori per Cristo" (2 Cor. 5,20). Cioè non solo persone che raccontano, quali sono i testimoni, ma anche persone che rappresentano e portano un messaggio da parte di un'Autorità, da parte di Dio.

Essere testimone di Gesù Cristo significa che la vita non si nutre più di vani ragionamenti o di strane filosofie, ma dimora nella Parola di Dio vivificata dalla potenza dello Spirito Santo, che ci guida nella verità e nell'amore.

Essere testimone significa essere per prima coinvolti in un'opera di conversione tale da diventare noi stessi una "lettera di Cristo" (2 Cor. 3, 3). La nostra vita deve parlare della bontà di Dio.

Essere testimone, significa amare il Signore Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima, con tutta la nostra mente e amare il nostro prossimo come noi stessi (Mt. 22, 36-39).

Essere testimone, dunque, significa vivere una vita autenticamente cristiana, come discepoli che si pongono alla sequela di Gesù Cristo.

Questa è la vocazione che abbiamo ricevuto.

La Scrittura è ricca di personaggi che hanno vissuto esperienze ed eventi in cui Dio li ha incontrati sul loro cammino, uomini e donne come noi, che dinanzi alla rivelazione della sua misericordia si sono messi al suo servizio, totalmente, anche fino alla morte 

Di martiri della fede in Cristo (martiri significa testimoni) è piena la storia della cristianità.

Il nostro testo si chiude in modo succinto con l'invito rivolto ai discepoli di recarsi a Gerusalemme e di attendere là la manifestazione con potenza dello Spirito Santo, che ispirerà ogni testimonianza (Gv. 16,13). Infine, c'è la benedizione di Gesù sui discepoli e la sua ascensione al cielo.

Anche noi, oggi, con l'aiuto dello Spirito Santo ci poniamo in continuità con tutti i testimoni della cristianità che ci hanno preceduto per raccontare le grandi cose che Dio ha fatto per questa umanità in Cristo Gesù, per proclamare il suo amore e il suo perdono.

Il nostro impegno è di farlo con fedeltà, con umiltà, in uno spirito di sottomissione, di ubbidienza e di preghiera. Amen.

                                                                                                            Aldo Palladino

11 gennaio 2010

Romani 12,1-3 (4-8) La Parola di Dio nella prassi


 

Predicazione di Aldo Palladino

 

 



Domenica, 10 gennaio 2010

Tempio della Chiesa Battista di Lucento

Via Viterbo 119 -Torino

 

 

Il testo biblico

1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

3 Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnato a ciascuno. 4 Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, 5 così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l'uno dell'altro. 6 Avendo pertanto doni differenti secondo la grazia che ci è stata concessa, se abbiamo dono di profezia, profetizziamo conformemente alla fede; 7 se di ministero, attendiamo al ministero; se d'insegnamento, all'insegnare; 8 se di esortazione, all'esortare; chi dà, dia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le faccia con gioia.

Letture d'appoggio: Isaia 1,10-20; Col. 3, 12-17

Esortazione

Recentemente mi sono imbattuto nella lettura di un saggio sull'attuale disagio giovanile che mi ha scosso come credente. Si tratta del libro del professore universitario e filosofo, Umberto Galimberti, dal titolo L'ospite inquietante, in cui c'è la denuncia di un male, presente tra i giovani, che egli definisce un ospite inquietante: il nichilismo.  Galimberti sostiene che il nichilismo "si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui. Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più che cosa fare, solo il mercato s'interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che non riesce a proiettarsi in un futuro capace di intravedere una qualche promessa". Ovviamente Galimberti analizza in profondità il problema sostenendo che il disagio non è del singolo individuo, l'origine di questo male non è psicologica ma culturale. E "inefficaci appaiono i rimedi elaborati dalla nostra cultura, sia nella versione religiosa sia nella versione illuminista, perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore dei rapporti tra gli uomini..."

Quando ho letto questo libro, mi stavo accingendo a preparare la meditazione sul testo biblico che abbiamo appena letto, per cui ho sentito dentro di me salire la domanda sul senso dell'esortazione dell'apostolo Paolo.

Infatti, Paolo, per ben 11 capitoli, dopo aver condotto i lettori a considerare la condizione di peccato e di distanza da Dio insita nella condizione umana, dopo averci chiarito che l'uomo è peccatore ma è giustificato per la grazia di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, dopo averci fatto capire che siamo stati liberati dal peccato, dalla Legge mosaica e dalla morte, da ogni condanna, in questo brano abbandona la parte dottrinale per esortare i cristiani a onorare l'Evangelo con una vita cristiana vera ed autentica, una vita rinnovata, consacrata, che sia l'espressione concreta, vera, vissuta del passaggio dalla schiavitù del peccato in cui ci trovavamo alla libertà dell'Evangelo.

Insomma, l'apostolo Paolo esorta i suoi lettori a fare della grazia di Dio una leva per una vita re-integrata, perché la risposta del cristiano alla misericordia che Dio ha manifestata e posta in atto nel suo piano di salvezza, non può che consistere in un totale coinvolgimento di ciascuno di noi e di tutta la chiesa nella predicazione della sua Parola, nell'evangelizzazione, in un rinnovato impegno a lavorare per il cambiamento di rotta dei valori della nostra società, delle nostre famiglie, dei nostri figli.

Dinanzi alla misericordia di Dio, alla sua bontà, non si può restare indifferenti. È come avere una bella torta che continuiamo ad osservare, ad analizzarne gli incredienti, i colori e il profumo, senza mai mangiarla e gustarla.

Per questo l'apostolo Paolo esorta noi credenti a passare dalla teoria all'unica teoria che l'evangelo ci propone: la teoria della prassi. Nel nostro testo egli propone a noi che abbiamo accolto l'evangelo di Gesù Cristo di fare tre cose:

1)     servire Dio con un culto spirituale;

2)     adeguare il nostro modo di pensare e il nostro stile di vita alla logica dell'Evangelo;

3)     avere un concetto sobrio di se stessi.

 

1. Servire Dio con un culto spirituale

L'Apostolo dice che il nostro culto spirituale (in greco loghikòs, razionale) è quello di presentare i nostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio (1).

Non più un culto formale, superstizioso, ipocrita, in cui l'uomo si presenta attraverso riti, cerimonie o culti sacrificali come quelli della Legge mosaica. Dio ha detto basta alle forme e alle apparenze. Dio vuole un cuore vero e sincero; Dio odia le esteriorità e qualsiasi atteggiamento che l'uomo metta in atto per guadagnarsi il suo favore. Dio ama e dona, non vende.    

Dunque, cessati i sacrifici, Dio gradisce un culto fatto di uomini e donne consacrate al suo servizio, che sacrificano a Lui totalmente e concretamente se stessi. Donne e uomini che mettono a disposizione i loro corpi e lavorano nella chiesa e fuori la chiesa per dare sapore e luce a questo mondo, per fare il bene, per dire la verità e procacciare la giustizia.

L'apostolo Pietro scrive: "…anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (1 Pt. 2:5).

 

2. Adeguare il nostro modo di essere, di pensare e il nostro stile di vita alla logica dell'Evangelo

Il secondo aspetto dell'esortazione di Paolo ci riguarda molto da vicino, perché ci viene detto: "Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà" (2).

Ma cosa significa esattamente tutto questo. Significa accettare come unica norma della vita la Parola di Dio e che non è possibile per il cristiano avere delle maschere secondo gli ambienti che frequenta. L'equivoco disastroso è che noi abbiamo diviso la nostra vita in settori. C'è il momento "religioso" del culto domenicale in cui noi udiamo e siamo d'accordo con quello che dice la Parola di Dio. Ma ci sono altri momenti della nostra vita quotidiana in cui noi, col nostro comportamento e col nostro modo di pensare, siamo slegati, scollegati dalla Parola di Dio, soprattutto quando discutiamo argomenti più disparati con i nostri familiari, colleghi di lavoro o altri. Spesso mettiamo da parte la Parola di Dio in tante scelte e decisioni e accogliamo criteri differenti secondo la mentalità, gli usi, le proposte e le mode della società in cui viviamo.

Scriveva Vittorio Subilia: "Ricomporre l'unità tra il tempio e la strada, ritrovare il legame tra la fede e la vita, ricondurre la Parola di Dio dal margine al centro, riscoprire la realtà della chiesa nel mondo: non è questa la consegna dell'ora?... Credere nell'Evangelo, essere chiesa, significa non essere più i signori e i padroni della propria vita, non appartenere più a se stessi, ma appartenere "col corpo e con l'anima, nella vita e nella morte al Signore che ci ha chiamati a servirlo e che ci vuole interamente per sé. 

Credere nell'Evangelo, essere chiesa, significa non ascoltare più "la voce degli estranei", ma ascoltare soltanto la voce Pastore del gregge e seguirlo in tutti i sentieri della vita (Gv. 10).

(in La Parola che brucia. Claudiana – Torino ).

Ma qualcuno potrebbe dire che non c'è nulla di male nel seguire una moda o condividere con altre persone certi modi di pensare. E questo è vero, ma l'apostolo Paolo e tutto il suo pensiero ci vuole mettere in guardia contro il conformismo che rinnega la sostanza del­l'Evangelo. E noi dobbiamo essere esercitati dalla Parola di Dio a riconoscere volta per volta gli idoli (successo, denaro, benessere smodato, la ricerca del superfluo, ecc.) e la loro forza di seduzione o il pericolo di certi compromessi e a saper discernere male e bene, menzogna e verità, giustizia e ingiustizia, e sapere prendere posizione per denunciare le opere delle tenebre (Ef. 5,11).

 

3. Avere un concetto sobrio di se stessi

Anche l'appello dell'apostolo Paolo contenuto nel v.3, che recita: "Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnato a ciascuno", è per noi un invito ad essere moderati nelle aspirazioni personali e a riconoscere qual è il compito che ciascuno di noi ha ricevuto dal Signore.

Spesso nella nostra vita di credenti diamo talmente importanza al nostro "io" che dimentichiamo chi realmente siamo. Innanzi tutto dobbiamo ricordarci che siamo dei peccatori perdonati e amati da Dio, e poi dobbiamo riconoscere, secondo i talenti che ci sono stati dati, di essere dei servi che hanno ricevuto compiti diversi nel campo di lavoro a noi affidato. Solo riconoscendo e accettando il ruolo e la funzione a noi assegnata, potremo avere un giusto concetto di noi stessi per ben operare nel corpo di Cristo, vale a dire la chiesa, come anche nella società.

 

Conclusione

Il disagio giovanile di cui parlavo all'inizio di questa riflessione è solo uno dei tanti problemi che affliggono la nostra società. Ma su questo problema come su altri noi credenti siamo chiamati a dare il nostro contributo continuando a predicare la Parola di Dio, ad essere testimoni autentici della grazia di Dio, a denunciare il male, a fare il bene, essendo degli esempi per gli altri, nelle nostre famiglie, nella nostra chiesa e lì dove ci troviamo.

La vita cristiana è molto più di un insieme di credenze e di convinzioni; essa include anche la condotta e il carattere. Ciò che crediamo deve essere coerente con ciò che facciamo, e la nostra fede deve essere supportata da un comportamento cristiano
Disse il Mahatma Ghandi: "Sii [tu] il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo".




Aldo Palladino

07 dicembre 2009

Le chiese suonano l'allarme per il clima


 


federazione delle chiese evangeliche in italia
Commissione globalizzazione e ambiente


 

Via Firenze 38,  00184 Roma

tel. (+39) 064825120 - fax (+39) 064828728

e-mail: fcei@fcei.it

 

Le chiese suonano l'allarme per il clima

In Danimarca, a Copenhagen è in corso il Summit delle Nazioni Unite sul clima. Si chiama COP15.

Non sappiamo come si concluderanno i lavori perché questo dipende da variabili che viaggiano al di sopra delle teste dei cittadini, cioè dai governi ma sappiamo che il cambiamento climatico è iniziato!

 

Leggiamo i giornali e vediamo immagini dei ghiacciai che si sciolgono,  le estati sono più calde e più lunghe, mentre ancora gli effetti più pesanti devono arrivare … dal Sud del mondo.

Ogni mese sulla Terra si distruggono un milione di ettari di superficie forestale – un'area pari a un campo di calcio ogni due secondi – causando il 20 per cento delle emissioni di CO2 a livello globale.

Il cambiamento climatico causa già trecentomila morti ogni anno e milioni di profughi:

 

I meteorologi discutono, l'argomento è complesso, ma si sa che bastano pochi gradi di aumento della temperatura globale per alterare gli equilibri che tengono in vita una parte gli ecosistemi e delle specie che oggi popolano il pianeta, fra cui noi umani.

 

Per questo oggi, 13 dicembre, siamo qui.

 

Per dire che molte chiese cristiane nel mondo, dal Pacifico al Canada, agli Stati Uniti, a tanti Paesi dell'Europa, si sentono mobilitate dalla necessità di contenere la crescita della temperatura al disotto del due gradi Celsius, il che corrisponde ad una concentrazione di CO2 al di sotto delle 350 parti per milione.

 

La Conferenza delle chiese in Europa (KEK) e il Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE)  in occasione della Conferenza sul clima hanno scritto una lettera congiunta rivolta alle chiese e i/le cristiani in Europa in cui

 

-          esortano ad intraprendere azioni appropriate per affrontare la sfida del cambiamento climatico

-          invitano i Governi, con coraggiosa generosità, ad azioni di prevenzione, mitigazione e adattamento agli effetti del cambiamento climatico. L'impatto sulla crisi economica non deve rappresentare una scusa per evitare un'azione efficace per la tutela dell'ambiente.

-          incoraggiano le Chiese in Europa ad osservare che la sfida del cambiamento climatico è una questione di giustizia e di reponsabilità in primo luogo verso quelle regioni del mondo meno responsabili dell'inquinamento e   più colpite dal   cambiamento climatico

-          ricordano che il cambiamento climatico può causare sofferenze e privazioni incalcolabili, può ostacolare lo sviluppo umano integrale e recare danno al Creato. Noi sosteniamo lo sviluppo di nuovi strumenti finanziari che permettano di affrontare queste problematiche.

-          sollecitano le Chiese a partecipare ad iniziative per il risparmio energetico, alla promozione dell'energia rinnovabile, ad adottare stili di vita compatibiliti con la cura per la creazione di Dio."

 


Suonando 350 rintocchi, le chiese vogliono ricordare che tanti sono
i gesti concreti che intendono assumere, anche in questo tempo di
Avvento, nella scelta dei regali da fare e non fare, dei consumi che
siano ecologici, degli spostamenti che ricorrano il meno possibile
all'automobile.



Pubblicato con il consenso di Antonella Visentin.

Grazie.

Aldo Palladino

19 novembre 2009

Matteo 25,31-46: Il giudizio sulle nazioni





Matteo, 25, 31-46
Il giudizio sulle nazioni
Predicazione di Aldo Palladino
Domenica, 15 novembre 2009
Tempio Valdese
C.so Vittorio Emanuele II, 23 - Torino

Il testo biblico
31 «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. 32 E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; 33 e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; 36 fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi". 37 Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?" 40 E il re risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me". 41 Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! 42 Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; 43 fui straniero e non m'accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste". 44 Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: "Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?" 45 Allora risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me". 46 Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna».


Gesù si identifica con i poveri della terra
     Spero che nessuno di voi avverta un certo disagio dinanzi a questo testo, che inizia evocando la scena escatologica del giudizio finale. Per tranquillizzarvi vi dico subito che questo brano non è una minaccia per nessuno di noi, ma è un serio e forte invito rivolto a tutti, cristiani e non cristiani, a riempire di significati la nostra fede, la nostra vita.
Questo testo si colloca nella tematica concernente l'attesa del tempo della fine, già presente nel discorso profetico di Gesù, al cap. 24 di Matteo, e nelle parabole delle dieci vergini e dei talenti, al cap. 25, dove tutte le nostre domande trovano la risposta con parole di Gesù che sono un richiamo alla vigilanza e al servizio.
     Il pensiero giudaico, al tempo di Gesù, era permeato dall'idea del giudizio finale. L'apocalittica giudaica, consacrata in quella letteratura che nasce nel cosiddetto periodo iintertestamentario, dal 200 a.C. al 100 d.C., era un'interpretazione della storia con immagini, simbologie, metafore - spesso accompagnati dal racconto di eventi sconvolgenti e catastrofici nel cielo e sulla terra - riguardanti il destino dell'uomo e del mondo, l'attesa messianica di un regno di pace e di giustizia.
I vangeli ci parlano di questo Regno che è giunto tra noi e in noi nella persona di Gesù. Anzi, Gesù è colui che annuncia, proclama, incarna il Regno stesso.
Gesù parla spesso ai suoi ascoltatori del suo Regno e della venuta. Egli annuncia più volte la venuta in gloria del Figlio dell'Uomo, che siederà sul trono (Mt. 19,28), alla destra di Dio (Mt. 26,64), nella gloria del Padre suo (Mt.16,27). E qui, nel nostro brano, di nuovo si parla del Figliuol dell'uomo che viene "nella gloria con tutti gli angeli" e prende posto "sul suo trono glorioso" (31), simbolo di regalità e della funzione di giudice supremo.
Questo titolo di Figliuol d'uomo viene attribuito a Gesù 81 volte nei Vangeli e solo altre 4 volte negli altri scritti del N.T. Esso proviene da un'espressione usata dal profeta Daniele (7,13), in cui uno simile a un figlio d"uomo (in ebraico: come un uomo o come figura umana) riceve potere e dominio sui popoli della terra. 
Noi sappiamo che Egli sarà umiliato, nella morte sulla croce, ma quella sarà per lui la via della vittoria sul peccato e sulla morte. La sua risurrezione è la via della sua gloria (Gv 12,23; 13,31). 
Dunque, il nostro testo si apre con una scena di giudizio.

Domande che nascono dal testo  
Ma quali domande solleva il nostro testo? Io penso che voi abbiate molte domande da fare. Ma io penso a quattro domande in particolare:
1.Chi sono le genti convocate a giudizio?
2.Qual è il criterio con cui vengono giudicati i popoli e le nazioni?
3.Quale valore attribuire alle opere di misericordia fatte dall'uomo?
4.Chi sono coloro che ereditano il regno di Dio?

Cominciamo con la prima domanda:
Chi sono le "genti" convocate a giudizio?
Le genti (gr. panta ta ethné) sono tutti i popoli delle nazioni, credenti e non credenti, che hanno ricevuto il mandato di comparizione e che, giunti dinanzi al giudice supremo, ricevono il giudizio. La separazione delle pecore dai capri (cioè gli eletti e i reprobi) deriva dal profeta Ezechiele 34,17, ma è un'immagine parabolica.

La seconda domanda è:
     Qual è il criterio con cui vengono giudicati i popoli e le nazioni?
Per rispondere a questa domanda prima permettetemi di raccontarvi un storia tratta dai racconti dei Padri del deserto.
     In una comunità dei Padri del deserto, correva voce che un padre anziano della comunità vedesse continuamente Gesù. I fratelli più giovani, dunque, un giorno andarono da lui e gli chiesero: "Abbà, vorremmo vedere Gesù, come lo vedi tu!". E l'Abbà rispose che per vedere Gesù avrebbero dovuto attraversare il deserto e giungere su una montagna dove egli avrebbe fatto vedere loro Gesù. L'indomani, all'alba, si misero in cammino diretti a quella montagna. E mentre attraversavano il deserto quei giovani incontrarono  un povero, ferito, assetato e affamato, ma essi non si fermarono, presi dall'idea di giungere presto sulla montagna. Per lo stesso sentiero del deserto passò anche il frate anziano il quale, alla vista di quel povero, si fermò, si prese cura di lui, gli dette da bere e da mangiare, poi lo prese con sé e lo portò sulla montagna. Lì, i giovani che l'attendevano chiesero subito: "Abbà, ci fai vedere Gesù?" E l'Abbà anziano disse: "Ecco Gesù", mostrando loro quel povero che nel deserto essi avevano ignorato e lasciato nella sua sofferenza.
Questo aneddoto ci insegna che per i Padri del deserto c'è una perfetta identificazione di Gesù con i tutti i bisognosi.
Questo dice Gesù nel nostro testo: "In verità vi dico che in quanto l'avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me".
E i minimi fratelli del Signore sono coloro - donne, bambini, uomini - che muoiono per fame, per malattie incurabili per mancanza di medicine, che muoiono per mancanza d'acqua; sono coloro ai quali non sono riconosciuti i diritti fondamentali dell'esistenza e che sono sfruttati senza alcun rispetto per la dignità umana; sono quelli che non contano, che non hanno voce, gli esclusi e i dimenticati dalla società.
     Nella Scrittura è forte l'immedesimazione di Dio con i poveri come metro dei rapporti sociali. Nel libro dei Proverbi è scritto: ""Chi opprime il povero offende il suo Creatore, chi ha pietà del misero lo onora" (Pr. 14,31); "chi deride il povero offende il suo Creatore" (Pr. 17,5). A Saulo da Tarso che va a perseguitare i cristiani di Damasco, Gesù dice: "Perché mi perseguiti?" (At. 9,4), identificandosi personalmente con gli oppressi.
Conclude Giovanni: "Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello" (1 Gv 4,20-21).
Agostino d'Ippona scrive, in un suo commento sull'episodio del giovane ricco che non diede i suoi beni ai poveri: "...nessuno esiti a dare ai poveri; nessuno pensi che a ricevere sia colui di cui vede la mano. In realtà riceve Colui che ha dato ordine di donare".
Dice Clemente Alessandrino: "Se qualcuno ti appare povero o cencioso o brutto o malato..., non ritrarti indietro...; dentro a questo corpo abitano in segreto il Padre e il Figlio suo che per noi è morto e con noi è risorto".
Blaise Pascal (1623-1662), in punto di morte, chiese che gli fosse portato innanzi un povero, per venerare in lui Cristo stesso.
Che questa parola rimanga impresso nei nostri cuori: "In verità vi dico che in quanto l'avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me".

E veniamo alla terza domanda:
Quale valore attribuire alle opere di misericordia fatte dall'uomo?
     Questo testo non è in contrapposizione alla giustificazione per grazia mediante la fede, che Lutero e tutti i riformatori hanno evidenziato come uno degli insegnamenti centrali della rivelazione, perché, come abbiamo letto: "È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù d'opere affinché nessuno se ne vanti."  (Ef. 2, 8-9). La salvezza non è una merce di scambio: io faccio delle buone opere e in cambio tu mi garantisci la salvezza. La salvezza non si contratta. Dio non è un commerciante di prodotti che ci garantiscono un futuro di felicità e l'eternità. Dio è il nostro Padre celeste che dona tutto quello che ha per la sua creatura, che ci viene incontro, che si avvicina a noi e si dona in Cristo Gesù. 
     Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che l'apostolo Paolo dice che senza amore, senza carità non siamo nulla (1 Cor. 13) e che Giacomo afferma che la fede senza le opere è morta ( Giac. 2, 14-18).
     Fare opere di misericordia non è solo un atto di carità. Significa dare un valore diverso ai minimi fratelli di Gesù. Essi non sono dei poveretti che hanno bisogno del nostro aiuto. Sono nostri fratelli, carne della nostra carne. Essi sono la nostra umanità, la nostra realtà. E quello che facciamo verso di loro non è per calcolo, né per interesse, né per "farsi un tesoro nel cielo" (Mt. 19,21), ma è per vero amore, come espressione del nostro essere uomini e donne. Quelli che vivono in questo modo sono chiamati giusti.
La fede, dunque, è qualificata dalle nostre opere.

La quarta domanda è:
Di chi sta parlando il nostro testo, dei cristiani o dei pagani?
Io sono convinto che il testo parli dei pagani ma che sia un forte avvertimento alla fede dei cristiani.
     Il pastore Aldo Comba ha scritto nel suo libro "Le parabole di Gesù": "Se parla dei Cristiani, il significato è che non basta lodarlo a parole dicendo "Signore, Signore!" ma bisogna anche soccorrere i bisognosi. Ma probabilmente egli parla dei pagani. (…). Il pagano che non ha mai sentito pronunziare il nome di Gesù l'ha tuttavia ogni giorno davanti agli occhi nella persona del povero; e se egli accoglie il bisognoso, accoglie, senza saperlo, il Messia stesso. La mera ignoranza del nome di Gesù non è un impedimento alla salvezza per chi ama il prossimo… tanto è grande il potere dell'amore! La vera discriminante non è dunque tra chi accetta o meno una dottrina, ma tra chi pratica e chi non pratica l'amore del prossimo".
È un richiamo al doppio comandamento dell'amore: "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo è: "Ama il prossimo tuo come te stesso"  (Mt. 22,37-39).
     Alla fine del nostro testo c'è la condanna dei reprobi, dei malvagi, che vengono giudicati per il loro peccato di omissione. Essi non hanno né veduto né assistito i minimi della terra.
Che il Signore ci aiuti a far risplendere la nostra luce tirandola fuori da sotto il recipiente.
È scritto:"Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei Cieli" (Mt 5:16). Amen.
                                                                                               
Aldo Palladino

19 ottobre 2009

Marco 2,1-12 Il paralitico di Capernaum


Note esegetiche e omiletiche

a cura di Aldo Palladino

 

Il testo biblico

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, 2 e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola.

3 E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. 4 Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 5 Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 6 Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: 7 «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» 8 Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? 10 Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, 11 io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». 12 Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».

 

BREVE INTRODUZIONE    

Nella prima parte del suo vangelo, dopo l'esperienza battesimale nel deserto della Giudea, Marco presenta il ministero di Gesù in Galilea (1,14), le sue opere e la sua predicazione del Regno di Dio che Gesù inaugura, proclama e incarna. Come tutti i vangeli, quello di Marco non è un'autobiografia di Gesù, non racconta una storia di Gesù, ma delle storie su Gesù che evidenziano la domanda sulla sua identità (4,41). In esse troviamo eclatanti risposte attraverso dimostrazioni di vera autorità e la reazione di vari gruppi e persone, che vanno dall'aperto contrasto e rifiuto, per difesa delle tradizioni, della Legge o per incomprensione, fino all'adesione o alla conversione.

Il testo che andiamo ad esaminare contiene un racconto di miracolo (quinto e ultimo di una serie che troviamo in 1,21-2,12) e un racconto di controversia (il primo di una serie di cinque controversie in 2,1-3,6), cioè una prima sezione con l'insegnamento e la guarigione, che annunciano il Regno di Dio, e una seconda sezione con la reazione non verbale degli Scribi. 

 

NOTE ESEGETICHE

 

v. 1.  Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa,

La comparsa del taumaturgo

     Il testo della Riveduta traduce diversamente la versione greca di questo versetto, che recita: "Ed essendo entrato di nuovo in Cafarnao, dopo (alcuni) giorni si udì che era in casa". Dunque, l'espressione "dopo alcuni giorni" non sembra connessa al precedente episodio della guarigione del lebbroso, che costringe Gesù ad appartarsi "in luoghi deserti" (1,45) per poi rientrare a Capernaum (o Cafarnao) senza farsi notare. Al contrario, essa si riferisce al periodo di tempo in cui Gesù restò nascosto in casa prima che la gente si accorgesse della sua presenza in città.

La casa è probabilmente quella di Pietro, dove Gesù abitualmente dimorava (Mc. 1,29).

Capernaum è la città dove Gesù si trasferì dopo aver lasciato Nazaret (Mt.9, 13). Matteo afferma che essa divenne "la sua città" (Mt. 9,1). Non si conoscono i motivi del trasferimento da Nazaret a Capernaum. È  certo che questa città ben si prestava a facilitare incontri e contatti con persone di ogni tipo. Infatti, Capernaum era città di agricoltori, artigiani, pescatori, commercianti, posta su una grande via di passaggio per Damasco. Dunque, città aperta ai traffici e alle novità di ogni tipo.

I Romani vi avevano una loro guarnigione ed avevano buoni rapporti con i suoi abitanti.

Gesù rivolse la sua predicazione alla gente di Capernaum; scelse diversi suoi discepoli tra i pescatori di quel luogo (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) e tra i pubblicani reclutò Matteo.

I suoi miracoli lo avevano già reso celebre e la sua presenza non passava inosservata, ovunque andasse.

 

v.2. e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola.

Una moltitudine

     Il nome di Gesù attrae una moltitudine di persone. Gente di varia estrazione, ma soprattutto gente malata, povera, che ha visto i suoi miracoli o ne ha sentito parlare, desiderosa di ascoltare questo nuovo Rabbì che predica con autorità il vangelo di Dio. Non mancano i curiosi e neanche i soliti scribi e farisei che si ritengono possessori e custodi della verità, che vogliono controllare, esaminare, giudicare il messaggio e le opere di Gesù.

Il nostro testo evidenzia il fatto che c'è talmente tanta gente che non c'è più spazio davanti alla porta. Ciò fa supporre che la casa fosse già piena. Questo versetto ci prepara all'azione del v. 4.

     Marco sottolinea che Gesù "annunciava la parola" (lògos) alla moltitudine. Questa espressione, presente in modo diffuso nel libro degli Atti, è una formula per indicare la predicazione cristiana (At. 4,29.31; 8,25 e molti altri versetti). Marco o qualche redattore deve averla inserita per stigmatizzare la missione di Gesù nella predicazione prima di accreditarlo come taumaturgo.

In effetti, dal nostro testo si comprende che la gente rimane ad affollare lo spazio dentro e fuori la casa per ascoltare la sua parola. Matteo (9,1-8) non fa cenno ad una predicazione. Luca 5,17 sostituisce la predicazione con un dialogo tra Gesù e un folto numero di farisei e dottori della legge.

 

v. 3. E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini.

L'incontro

     Qui inizia la vicenda miracolosa. Gesù non va incontro ai malati lì presenti, ma continua a parlare alla folla. A prendere l'iniziativa di incontrarlo per sottoporgli un paralitico sono quattro uomini. Non si conosce nulla di loro né il narratore ci fornisce indicazioni sul tipo di malattia. Tuttavia, il fatto che il paralitico fosse "portato" su un lettuccio (ved. v. 4) ci fa pensare ad una malattia totalmente invalidante.

 

v. 4. Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 

L'ostacolo

     La folla rappresenta un grande ostacolo all'avvicinamento delle cinque persone al taumaturgo Gesù.

La scala e il tetto, inoltre, completano le reali difficoltà che si presentano ai portatori del paralitico. Sono elementi che entrano nel racconto per evidenziare il valore della fede, che rende possibile l'impossibile (Mc. 9,23), ovvero che supera ogni tipo di difficoltà, compresa la barriera architettonica di un tetto le cui travi e relativo materiale di copertura (canne, rami, fango seccato) vengono rimosse per poter calare il lettuccio col paralitico nella stanza dove Gesù si trova.

Matteo elimina ogni traccia dell'ostinata fede dei portatori, mentre Luca è vicino al testo di Marco riguardo alle loro motivazioni. Per il tetto, Luca parla di "tegole" e non del "tetto a terrazzo", in linea con la sua cultura greco-romana.

 

v. 5. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati».

Fede-perdono-guarigione

     Gesù viene sollecitato all'azione dalla fede di quel gruppo di persone, che sono convinte che egli non sarebbe rimasto insensibile dinanzi a tanta determinazione e sofferenza. Infatti, la sua parola, prima rivolta alla folla, è ora indirizzata al paralitico, cioè a chi tra i presenti ha maggiormente bisogno di soccorso. Il lògos diventa qui relazione d'aiuto. Gesù si fa prossimo al paralitico e gli dice: "Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati" o, secondo una traduzione più appropriata e dalle implicazioni teologiche più profonde, "i tuoi peccati ti sono rimessi".

     Quali sono i peccati che Gesù intende qui perdonare? E perché parla di perdono prima della guarigione?

Bisogna precisare che Marco, a differenza di Paolo, presenta lo stato del peccato dell'uomo con l'espressione "i peccati", sempre al plurale. Dunque, Gesù non si riferisce ad un elenco specifico di peccati noti, ma al principio del peccato, che è il vero problema che affligge ogni essere umano ("tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio"- Rm. 3,23). Da questo punto di vista, la malattia del paralitico è segno di frattura e di disarmonia, di guasto. La malattia, prima ancora di portare alla morte,  impedisce una corretta vita di relazione, quindi genera solitudine o isolamento; come il peccato, che crea scompiglio nella vita spirituale e morale, che paralizza la nostra personalità, che ci separa da Dio e dal prossimo. Perdonando i suoi peccati, Gesù riconosce la fede testimoniata del paralitico, che viene per questo restituito alla sua libertà di vivere una vita in armonia con se stesso e con gli altri.

Secondo Rèmi Brague (filosofo francese), il concetto di perdono, infatti, è qualcosa di umano che concerne le relazioni, mentre la remissione dei peccati può venire unicamente da Dio. Così egli scrive: "Infatti, quando qualcuno mi perdona un torto commesso nei suoi confronti, per quanto io sia il colpevole, cessa di considerarmi malvagio e definitivamente macchiato da questa colpa. Mi "lascia una possibilità", ma non fa granché d'altro. Certo, può distogliere lo sguardo da ciò che ho fatto, cercare di dimenticare per guardare solo al futuro. Ma non può cambiarmi, né può cambiare il mio "cuore". Non può darmi la libertà di non peccare più. Solo Dio ne è capace, ed è proprio quello che fa rimettendo i miei peccati. La remissione è una liberazione".

     Leggendo il testo biblico è un errore pensare, come riteneva la scuola rabbinica, che Gesù intendesse qui fissare il principio che ogni malattia sia conseguenza di qualche peccato personale. Ci sono altri racconti di miracolo in Marco in cui il peccato non è menzionato e, dunque, è legittimo pensare che Gesù non seguisse la teoria retributiva peccato-malattia.

Occorre, tuttavia, segnalare che su tale argomento alcuni esegeti hanno formulato l'ipotesi di una linea evolutiva del pensiero di Gesù, che prima mostra di collegare peccato e malattia secondo la tradizione ebraica attestata dall'A.T. (ved. l'episodio del paralitico di Betesda (Gv. 5,1-16) e quello che stiamo esaminando di Mc. 2,1-12) e poi va nella direzione opposta (ved. l'episodio dell'uomo nato cieco (Gv. 9,1-3), dove il nesso peccato-malattia viene spezzato in modo inequivocabile. Anche gli episodi di Lc. 13,2-3 (l'uccisione di Galilei da parte dei romani) e di Lc.13, 4-5 (l'incidente della torre di Siloe) sono la negazione di un rapporto conseguenziale  tra le sciagure che si abbattono sugli uomini e il peccato personale. 

    Così, Gesù si (im)pone come giudice di una società, in cui determinati poteri governano con un'erronea ideologia e con una mentalità disumana, e come riformatore che crea l'alternativa allo status quo.

     Alphonse Maillot (ved. la citazione bibliografica) sottolinea che Gesù in questo episodio reca il messaggio liberatorio nei confronti di tutti i malati. Per infrangere secoli, millenni di superstizioni affronta la catena che teneva legata la malattia con il peccato. Gesù non intende risolvere il problema teologico, perché sono gli uomini che lo interessano, la loro situazione, le loro sofferenze e, soprattutto, lavora per evitare che l'uomo non provi più un senso di colpa quando si ammala. Peccati e malattie sono cose ben distinte: i primi rientrano nella sfera dell'evangelo e le malattie nella competenza del medico.

Dunque, la dichiarazione di Gesù: " Figlio, i tuoi peccati ti sono perdonati" produce il primo effetto di provare che, nonostante il perdono dei peccati, il paralitico rimane paralitico. Per un breve lasso di tempo, Gesù fornisce la dimostrazione non solo che la causa della malattia non era la colpa, ma che egli aveva sia il diritto di dimostrarlo sia il potere di perdonare i peccati.     

 

vv. 6-7. Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?»

La controversia

     La reazione degli scribi non si fa attendere: "Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?" . Il nodo della questione viene fuori: gli scribi non tollerano che Gesù si metta al posto di Dio, in aperto contrasto, secondo loro, con tutto ciò che Dio aveva comandato. Ergersi contro l'autorità di Dio è anarchia e rivoluzione, pura bestemmia. Significa spazzare via tutte le condizioni e le mediazioni che Dio aveva stabilito per poter perdonare e togliere i peccati agli uomini, e cioè: 1) essere sacerdoti; 2) fare un sacrificio; 3) effettuare il sacrificio nel Tempio; 4) attendere lo Yom Kippur, il giorno del gran perdono; 5) avere un vero pentimento ("senza pentimento non c'è perdono").

Senza una di queste condizioni, il perdono non poteva essere concesso. La posta in gioco era enorme.

In effetti, Gesù qui intende smantellare il culto e la religione d'Israele, perché "in sostanza dichiara: "D'ora innanzi il vero, l'unico sacerdote sono io! L'autentica, unica vittima sono io! Il solo autentico Tempio sono io! E lo Yom Kippur sono tutti i giorni in cui verrete a me! Il vero pentimento, tutte le volte che mi darete fiducia". Tutto il Nuovo Testamento confermerà quest'interpretazione.

 

vv. 8-9. Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"?

La domanda

     Gesù non riprende severamente gli scribi. Il suo compito non era quello di fare il moralista, ma di manifestare la vita nuova e la speranza di realizzarla. A questo fine egli pone la domanda: "Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? Che cosa dunque è più facile riconoscere: il suo diritto di perdonare e giudicare o il suo potere di guarigione? Ovviamente è più facile riconoscere il potere di guarigione, perché da diverso tempo lo esercitava. L'altro potere, di perdonare i peccati o di giudicare, non era riconosciuto a nessun uomo, poiché secondo la concezione giudaica esso appartiene soltanto a Dio.

Qui di fatto Gesù lo rivendica come proprio, anche con una sua valenza squisitamente umanistica. E' come se avesse detto: "Se mi avete creduto mentre facevo guarigioni, se pensavate che le facevo per un fine di bene e non per un interesse personale, perché ora mentre considero innocente l'ammalato pensate che bestemmi? In che cosa è meglio credere: nell'utilità di una guarigione fisica o nella necessità di modificare la mentalità dominante?". In tal modo, Gesù più che proporsi come guaritore, offre la possibilità di ben più grandi e decisive liberazioni, finalizzate al bene dell'uomo, al superamento delle contraddizioni presenti in ogni contesto umano e alla rottura delle catene che tengono prigioniero il pensiero e la vita.

 

vv. 10-11. Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati,  io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua».

L'autorità del Figlio dell'uomo

     Per la prima volta nel vangelo di Marco appare la definizione di Gesù come Figlio dell'uomo, un titolo cristologico della prima tradizione cristiana, che considera l'azione di Gesù dal punto di vista della sua missione (Mc. 10,45; Mt. 11,19; Lc 7,34; 19,10), del suo invito alla sequela (Mt. 8, 20; Lc. 9,58; 6,22) e della potestà derivante dalla sua morte e risurrezione.

Il profeta Daniele (7,13) lo aveva preannunciato come una figura apocalittica, escatologica, a cui vengono dati dominio, gloria e regno, perché tutti i popoli della terra lo servissero. Qui Gesù mostra l'autorità di rimettere i peccati e per questo il potere di guarire. La guarigione è la dimostrazione di quella autorità, ma anche l'atto finale, direi obbligato, di quell'episodio che dava solidità all'intera strategia di Gesù, finalizzata allo smantellamento della religione d'Israele.

 

v. 12. Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».

La chiusa

     Il finale della narrazione ci lascia alquanto perplessi circa la reazione dei presenti. Il paralitico, che in tutto il racconto è un personaggio silenzioso, non dice una parola di ringraziamento, ma prende il lettuccio e, guarito, scompare dalla scena. Non sapremo mai cosa abbia capito di quel dibattito, ma all'ordine di Gesù di alzarsi e andare a casa ubbidisce.

Gli amici portantini del paralitico sfumano nella folla presente. Degli scribi non si dice più nulla. Ma si racconta dello stupore generale della folla, che glorifica Dio.

Matteo (9,8) sottolinea che le folle glorificavano Dio, che aveva dato tale autorità "agli uomini". Ciò dimostra che il popolo non aveva piena comprensione della messianicità di Gesù.

Luca riferisce che il paralitico andò via glorificando Dio e che la folla glorificò Dio, stupita e spaventata, a differenza di Marco che parla solo di stupore.

 

 

UNA RIFLESSIONE PER LA PREDICAZIONE

     L'esegesi del testo ci ha fornito sufficienti elementi per impostare una riflessione che diventi predicazione.

La fede dei portantini e la sofferenza del paralitico riescono ad attrarre l'attenzione di Gesù. Sempre nei vangeli fede e sofferenza scuotono Gesù e lo impegnano a dare risposta a chi chiede aiuto. La sua compassione per i malati e i poveri è risaputa, perché ogni situazione è la punta dell'iceberg di un'umanità che ha bisogno di essere guarita e di essere salvata dal male e dal peccato.

La malattia del paralitico, la paralisi, è l'allegoria della condizione umana che vive imbrigliata nelle catene  di una religione legalistica, formale, fatta di riti e prescrizioni minuziose, o di condizionamenti socioculturali che rendono sterili e freddi le relazioni umane. Il cammino dell'uomo è impedito da tanta zavorra.

L'uomo ha bisogno di amore, di autenticità e di riconoscimento della propria dignità a prescindere dallo stato sociale, dal colore della sua pelle, dal sesso, dalla nazionalità, dalla sua cultura. Gesù risponde avendo fede nella piccola fede espressa dai gesti dei tanti disperati che accorrevano a lui e mostra di essere dalla loro parte.

In effetti, Gesù libera e guarisce attraverso il perdono; egli insegna il perdono non esprimendo un concetto, ma un atto che concretizza mediante una scelta: entrare in contrapposizione con la cultura dominante che relega il malato ai margini della società. Gesù solidarizza col paralitico e gli ridà la capacità di camminare con i suoi piedi, a testa alta, non più come individuo ma come persona, una persona amata e riconosciuta, finalmente.

Forse dovremmo riscoprire il perdono per riprendere le relazioni (inter)rotte con l'altro per rimuovere quella sofferenza prodotta da sentimenti sbagliati quali l'avidità, fonte di tutti i veleni, la gelosia, l'egoismo, la superbia, il desiderio di prevalere e dominare, il desiderio di vendetta o rivalsa, ecc. Il perdono è solo il primo passo cruciale contro l'inquinamento interiore, contro quei sentimenti malefici che intossicano l'animo e di conseguenza la vita. Per questo motivo, credo che dare risalto all'autorità di Gesù e alla sua azione sia importante come principio fondante della libertà che ci è stata donata per servirlo nella piena comunione con quanti credono in Lui.
Aldo Palladino

 

Altri testi di appoggio

Isaia 43, 25; Ef. 4,22-32 oppure Col. 3,5-13

 

Bibliografia

Rudolf Pesch. Commentario teologico del NT-Il vangelo di Marco. Paideia Editrice

Lamar Williamson. Marco. Claudiana

Gunther Dhen. Il Figlio di Dio. Claudiana (1950)

Il Nuovo Testamento Annotato. I vangeli sinottici: Marco. Editrice Claudiana

Vito Mancuso. Il dolore innocente. Oscar saggi Mondadori

Rémi Brague. Il Dio dei cristiani. L'unico Dio? Raffaello Cortina Editore

Alphonse Maillot. I miracoli di Gesù. Claudiana