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16 aprile 2007


Luca 15, 11-32
La parabola del figlio prodigo
 o 
                                      del Padre misericordioso
 
                                                                                                                                                                  Riflessione di Aldo Palladino
 
Il testo biblico di Luca 15,11-32
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". Ed egli divise fra loro i beni. 13 Di lì a poco, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano, e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. 16 Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi". 20 Egli dunque si alzò e tornò da suo padre; ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione: corse, gli si gettò al collo, lo baciò e ribaciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate qui la veste più bella, e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa. 25 Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. 27 Quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Il padre gli disse: "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato"».
 
 
La situazione
E' il quadro di una famiglia con papà, due figli maschi, il minore (vv. 12-24) e il maggiore (vv. 25-32), dei servi, un'azienda zootecnica ben avviata, terreni, pascoli. C'era molto da lavorare e tutti avevano il proprio compito, un certo grado di responsabilità.
Insomma, un'azienda familiare con intensa attività che creava ricchezza e benessere per tutti.
Eppure, un giorno il più giovane dei due figli va da suo padre e, senza giustificare il suo atteggiamento, gli chiede: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta" (v. 12).
Secondo la legge ebraica (Dt. 21, 17) al primogenito spetta la quota di 2/3 dell'eredità e al secondo figlio 1/3. Inoltre, la spartizione dell'eredità avviene, sempre secondo la legge, alla morte del proprietario, in questo caso del padre.
Quindi ci troviamo qui di fronte ad una richiesta strana del giovane, direi offensiva nei confronti del padre, perché il figlio con questa richiesta è come se anticipasse la morte del genitore. E' come se il figlio dicesse: "Tu per me sei come morto, quindi voglio la mia parte d'eredità".   
Eredità nel testo greco ha il significato di vita, sostanza.
Il figlio minore chiede al padre l'eredità come se fosse una cosa che gli spetta di diritto, ma sbaglia perché pretende come suo ciò che è un dono (la vita).

La risposta del Padre
Il Padre della parabola è un personaggio fuori del comune. Ciò che stupisce e che sbalordisce è il suo comportamento, perché:
1) non segue la tradizione né le prescrizioni della Legge ebraica che, in Dt. 21, 18-21, autorizza il padre del figlio disubbidiente o ribelle a consegnarlo agli anziani della città che lo avrebbero condannato alla lapidazione;
2) non segue né imita l'atteggiamento tradizionale dei Farisei, che avrebbero rifiutato la richiesta del giovane;
3) non si comporta con buon senso e giustizia (fa festa al figlio prodigo e disapprova il figlio maggiore).
Egli non fa niente di tutto questo. Al contrario, "egli divise fra loro i beni" – v. 12) e anticipa la spartizione dell'eredità prima della sua morte: un comportamento anticonformista e antigerarchico. È un Padre che comprende le ragioni dell'essere del figlio: anziché criticarle e di dissuaderlo dal proposito di andare via, o di chiedere quali motivi lo costringessero a tanto, lo lascia libero nelle sue scelte di vita, lo rispetta fino in fondo, forse ne intuisce i motivi, ma non rinfaccia nulla.

Il figlio minore
La partenza
Il figlio minore parte "per un paese lontano" (v. 13).
Il testo biblico non riporta il motivo per cui il figlio minore chiede al padre la sua parte d'eredità e interrompe la relazione con lui e suo fratello. Non è mai detto che vuole la sua libertà, fare le sue esperienze e godersi la vita con nuove avventure. Anche il padre non accenna a dichiarare le ragioni della partenza di quel figlio. L'unico commento del padre che troviamo nel testo è che  suo figlio "era perduto" (v.32).  
In effetti, il figlio minore se ne va lontano, lontano da se stesso, dal suo cuore profondo, e si perde. Perde tutto. Ma parte lontano anche da Dio. In questa vita senza riferimenti spirituali, vive la sua carestia interiore ed esteriore (v. 14). Vive la sua vita non per visitare altri paesi, accrescere la sua cultura o per avviare una attività in proprio ma solo per divertirsi e dissipare la sua ricchezza in modo insano con prostitute, come dirà il fratello maggiore (v.32). 
 
Il ritorno  
Al v. 17, però, egli "rientrò in se stesso…". Si rivede, scopre la verità su se stesso, storna verso il suo cuore, per entrare nel silenzio interiore dove, scavando nel campo per trovare il tesoro (Lc. 6,48), scopre il disordine interiore e l'amore del Padre.
Noi tutti ritorniamo da lontano, come da un esilio e torniamo a Dio.
Noi tutti, come quel figliuol prodigo, possiamo dire: "Ho peccato" (v. 18).  
 
Da questo momento egli cambia direzione nella sua vita. C'è la svolta.
Inizia il cammino del ritorno alla casa del Padre. Non sa ancora cosa gli aspetterà. Giudizio, umiliazione? No! Egli si ritrova nelle braccia del Padre, che stava da tempo aspettando il suo ritorno.
"Questo figlio era morto ed è tornato alla vita" ( v.24).
Un anello, dei calzari e una veste nuova. La festa e le danze. E' tutto per lui.
 
Si può parlare di pentimento?
Il pentimento del figliuol prodigo è strumentale. Esso rientra nel concetto di scambio, cioè un concetto retributivo dei rapporti. Infatti chiede di trattarlo come un salariato o come uno dei suoi servi.
 
Concetto o rapporto retributivo: PECCATO – PENTIMENTO - PERDONO
 
Ma Dio non conosce la "giustizia retributiva", perché Dio accoglie l'uomo, il suo figliuolo, non perché si è comportato bene, ma perché Egli lo ama.
Lo vediamo bene nel comportamento del Padre, che vede arrivare il figlio da lontano e, indipendentemente da ciò che il figlio gli dirà o prima ancora che questi gli confessi il peccato, "ne ebbe compassione"    (v.20).
 
Così la sequenza diventa: PECCATO - PERDONO – PENTIMENTO secondo il pensiero del Padre, che ama per primo (1 Giov. 4, 19). Questa è la grandezza di Dio.
Anche per la conversione è così: noi possiamo chiedere a Dio di convertirci.
E la sequenza diventa: PECCATO – PERDONO – CONVERSIONE.

     Molti sono del parere che ciò che spinge questo giovane a far ritorno alla casa di suo padre non è il pentimento intervenuto nella sua vita ma la fame. Non è l'amore per il Padre né il dispiacere per come si era allontanato dalla sua famiglia che motivano il suo ritorno, ma la sua paura di morire di fame, di non avere quello che persino i servi di suo padre avevano. Non è il pentimento il suo primo pensiero, ma il bisogno di riempirsi lo stomaco. E se egli confessa: "Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi" (v. 18), si tratta di un mero calcolo, di una confessione molto interessata, di un pseudo-pentimento che nasce non dal cuore e da una vera conversione ma dalla necessità di potersi assicurare una vita anche come salariato.  

Il figlio maggiore
-    non conosce il cuore del Padre nonostante vivesse con Lui e stesse in casa con Lui. Infatti, disse: "Da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando" (v. 29);
-    è geloso del dono fatto dal Padre, perché ritiene che quel dono sia stato dato per meriti inesistenti, avendo anche lui una concezione di scambio (retributiva) dell'amore del Padre;
-    vive in casa come un servo (spesso chi lascia la casa manifesta il peccato, chi resta lo nasconde). Sono due modi di rimanere nel peccato;
-    manifesta ingratitudine di fronte alle ricchezze a sua disposizione;
-    crede di aver servito fedelmente il Padre (presenta la sua fedeltà non quella del padre).
Il figlio maggiore esprime nei suoi atteggiamenti un'aperta rivolta contro il comportamento del Padre.
Il vero problema di questo figlio è che crede che il suo comportamento di figlio non faccia una piega. Egli si considera perfetto, giusto, lavoratore, serio e parsimonioso (v.29). Dunque, pensa di essere senza peccato. Per questo può giudicare tutti gli altri. E' un giovane pieno di sé ed non riesce a vivere   nella libertà di figlio. Di fronte alle situazioni della vita non è capace di mettersi in discussione; sa solo irrigidirsi. E rimane solo, senza portare del frutto, come il chicco di grano che non muore (Gv. 12,24).
Presenta un'apparenza di perfezione che nasconde una paura di vivere, una falsa sottomissione, un rifiuto della differenza dell'altro. E' cieco e crede di vedere
Ambedue i figli non vedono l'amore del padre, si sentono come schiavi salariati in casa propria.        
        
I due figli hanno due atteggiamenti diversi, ma in comune hanno il fatto di non conoscere veramente il Padre.
Il primo è sicuro di cosa fare: partire da casa per vivere una vita autonoma.
Il secondo ha la certezza di vivere una vita giusta: fare il suo dovere.
Ma nessuno dei due ha realmente incontrato il Padre, né quello che parte né quello che rimane accanto a lui. Sono ambedue come ciechi, perché il loro cuore non è illuminato dall'amore.
L'evangelista Giovanni (11, 10) dice:" …ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui".
Così uno cade nel disordine (nel peccato e nell'immoralità), l'altro nell'eccesso di ordine (perfezione e giustizia personale, come dire: credere di essere senza peccato).

Il Padre
L'atteggiamento del Padre spinge a una riflessione sul nostro   comportamento. La lezione di libertà, rispetto, fiducia, disponibilità, perdono, prontezza ad aiutare e ad accogliere, è veramente grande e occorre farne tesoro.
Il Padre rivela la grandezza del suo cuore per i suoi due figli.
Egli fa festa per il figlio perduto e ritrovato, ma ama anche il figlio maggiore, cui va incontro per pregarlo a partecipare alla festa del fratello ritrovato, quando si irrigidisce nel suo comportamento (v. 28).
E' un Padre che va verso i suoi figli e non li abbandona alla loro solitudine.
           
                                                                                                          Aldo Palladino
 
 
N.B. Alcune riflessioni sono state tratte dal libro di Simone Pacot: "L'evangelizzazione del profondo"; Queriniana, 1998. Altre da articoli del Settimanale "Riforma" della Chiesa Valdese. Altre ancora sono contributi personali.

28 marzo 2007

Giobbe (l'uomo sofferente) e Dio

GIOBBE (l'uomo sofferente) E DIO

di Aldo Palladino

 

Il tema del libro di Giobbe

Questo libro, che fa parte della letteratura sapienziale, affronta il tema della sofferenza. In particolare vuole rispondere alla domanda "perché i giusti soffrono?" e confutare la dottrina della tesi del delitto-castigo o della retribuzione diffusa negli ambienti ebraici antichi, particolarmente del Deuteronomista, secondo cui la sofferenza era conseguenza di uno stato di peccato personale.
Ma dinanzi alla sofferenza di un giusto, l'ebreo praticante entrava in crisi, perché l'A.T. dichiarava diffusamente che la rettitidune procura la prosperità e la malvagità provoca l'infelicità (Es. 23, 20-33; Lev. 26; Deut. 28; Salmo 1; 37; 73; Is. 58, 7-13; Ger. 7, 5-7; 17, 5-8, 19-27; 31, 29-30; Ez. 18).
La realtà della vita, inoltre, disorientava l'ebreo religioso in quanto era sotto gli occhi di tutti che i malvagi prosperavano e gli uomini retti languivano.
La morte di un giusto e la longevità dell'empio erano un vero scandalo (Ecc.7, 15; Ger. 12, 1 ss.).
I profeti non possono comprendere la fortuna degli empi e la disgrazia dei giusti (Ger. 12, 1-6; Ab. 1, 13; 3,14-18). E questo ha disorientato molti credenti dell'antichità.
Questa mentalità retributiva (peccato = sofferenza o delitto = castigo) esisteva ancora all'epoca di Gesù tant'è vero che nell'episodio del cieco fin dalla nascita i discepoli chiedono a Gesù chi avesse peccato, lui o i suoi genitori (Giov. 9, 1-3).
La storia di quest'uomo, Giobbe, nasce in questo contesto culturale.

Informazioni sul libro di Giobbe

Diverse cose non si sanno di questo libro:
1) l'autore è ignoto: alcuni dicono possa essere Giobbe stesso, altri dicono Mosè, Salomone, Isaia, Ezechia, Baruch, Esdra, ecc.;
2) incerta è la data di composizione, che potrebbe andare dall'epoca patriarcale (Abramo, Isacco, Giacobbe), dal 2100-1900 fino al IV sec. a.C., quindi in uno spazio di circa 16-17 secoli;
3) il paese di Uz, da dove proviene Giobbe, non si è certi dove sia. Alcuni dicono che è la regione di Edom (ved. la nota nella bibbia - versione Nuova Riveduta), a sud del Mar Morto. Altri parlano di una regione del Libano meridionale. In ogni caso c'è incertezza sull'ubicazione di questo paese.
Tuttavia, il fatto che il libro sia stato inserito nel canone testimonia della sua ispirazione per l'alto patrimonio di sapienza e di spiritualità in esso contenuto di portata universale.

Chi è Giobbe?

Il nome Giobbe ha una radice ebraica 'ayab= l'odiato, il perseguitato (secondo Robert Gordis);
e' Ayy-'abum= dov'è il Padre divino (invocazione al Padre) (secondo Marvin Pope).
La Bibbia lo descrive così:
1. un uomo (Ez. 14,14; Gc. 5,11) del paese di Uz (Lam. 4,21; 1° Cron. 1, 42);
2. era un uomo integro e retto; temeva Iddio e fuggiva il male;
3. aveva sette figli e tre figlie ed era molto ricco e grande fra tutti gli Orientali, perché possedeva molti ovini, cammelli, asine;
4. faceva sacrifici per il peccato a favore dei figli per purificarli (era sacerdote per se stesso e la sua famiglia).

Due sono gli elementi che emergono dai primi versetti:
1. la collocazione al di fuori del tempo e dello spazio rende universale la vicenda personale di Giobbe;
2. la completezza morale di Giobbe.



PRIMA PROVA
Questi due elementi sono importanti per rendere ancora più forte la prova a cui Giobbe sarà sottoposto. La prova che nasce da un dubbio: "È forse per nulla che Giobbe teme Iddio?… Ma stendi un po' la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia" (1, 9-11).
La domanda del dubbio è: Perché Giobbe teme Iddio? Per quale interesse? Per una particolare forma di riconoscenza al suo stato di benessere? Per ottenere una sorta di riparo e protezione? O per quali altri benefici?
La prova a cui Giobbe è sottoposto è l'autenticità della sua fede! E' la sua fede quella che viene provata quando le disgrazie si abbattono su di lui, sulla sua famiglia e sui suoi beni.
Ma Giobbe resiste dimostrando un profondo sentimento di fedeltà: "Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: "Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore!" ( Gb.1, 20-22).
Questa è la risposta di Giobbe: riconosce la sovranità di Dio e i suoi diritti e, nella tragedia personale e familiare, adora l'Eterno.

SECONDA PROVA
La seconda prova tocca la salute, proprio la sua persona. La prova che nasce da quest'altro dubbio: "Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita; ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia" (2, 4-5).
In questa seconda prova, durante la quale viene colpito da un'ulcera maligna in tutto il corpo, è da notare che Giobbe non apre le sue labbra al peccato. Le apre al lamento contro se stesso (3, 11-19, 24-26), contro Dio (3, 20-23) e contro i nemici (3,3-10). Non maledice Dio, ma il giorno della sua nascita (3,1), invoca la morte (3, 11, 17-18) e s'interroga sulla vita (3,20).

I tre amici

Elifar, Bildad e Zofar entrano in scena per portare conforto e consolazione all'amico Giobbe, ma quando vedono il suo stato non possono trattenersi dal piangere, stracciarsi i mantelli , cospargersi il capo di polvere. Poi rimangono in silenzio accanto a lui per sette giorni e sette notti (2, 11-13).
E Giobbe rompe il silenzio e inizia il suo cammino di rifiuto e di ricerca, di investigazione, col lamento del cap. 3, dove ci sono cinque "perché?".

"I tre amici ritenevano che la sofferenza fosse la conseguenza dei peccati personali. Se essi avessero parlato di solidarietà umana nel peccato, Giobbe sarebbe stato d'accordo con loro, perché egli non afferma mai di essere un uomo perfetto: ma quando prima velatamente e poi chiaramente affermano che le sofferenze di Giobbe costituivano la conseguenza inevitabile di peccati da lui commessi e noti solo a Dio, Giobbe veemente e coerentemente rifiutò di accettare il loro giudizio" (Commentario Guthrie-Motyer).
Nella prima serie di discorsi, ai suoi amici che lo accusano di peccato Giobbe dichiara la sua innocenza con varie argomentazioni.
Nella seconda serie di discorsi (12-20), Giobbe resiste caparbiamente alle stesse affermazioni degli amici.
Nella terza serie di discorsi, Elifaz accusa apertamente Giobbe di aver nascosto il suo peccato.
Giobbe nega e, convinto della sua integrità, non comprende perché Dio sia così duro verso di lui.
Tuttavia, Giobbe non rinuncia a interrogare Dio né ad abbandonarlo.
C'è un momento in cui Giobbe, sprofondato nel dolore per le accuse che tutti gli rivolgevano, si apre in uno slancio di spirito a proclamare la sua fede: "Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla polvere. E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto il mio corpo, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno i miei occhi, non quelli di un altro" (19, 25-27).

Eliu, il quarto personaggio

(Secondo la datazione patriarcale, Eliu è figlio di Baracheel, un buzita discendente del nipote di Abramo, Buz (Gen. 22, 20-21). E il fratello maggiore di Buz si chiama Uz, che avrebbe dato origine al nome del "paese di Uz" di Gb.1, 1).
Infine, appare questo quarto personaggio, più giovane degli altri, che si rivolge ai tre amici e a Giobbe con quattro discorsi:
1° discorso (32-33). Eliu risponde a Giobbe che afferma che Dio tace, non risponde (13, 22; 33, 13) e sostiene che Dio parla per mezzo di sogni, visioni e sofferenze (33);
2° discorso (34). Eliu risponde a Giobbe che sostiene che Dio è ingiusto, che non lo libera dalle sue sofferenze (19, 6-7; 27, 2; 34, 5-6) e ribatte che Dio è giusto (34);
3° discorso (35). Eliu risponde a Giobbe che afferma che Dio non s'interessa, che non lo ricompensa per la sua innocenza (10, 7; 35, 3) e annuncia che Dio è sovrano;
4° discorso. Eliu riprende il tema della giustizia (36, 1-26) e della sovranità di Dio (36, 27-37, 24)
per rispondere a Giobbe e ai suoi tre amici.

Dio interviene alla fine

Ma Dio ha sempre l'ultima parola. Quando tutti cessano di parlare, Dio si rivela. Dal "seno della tempesta" (una tempesta o un temporale accompagnato da un forte vento, come in altri episodi della scrittura (2° Re 2, 1 e 11; Is. 40, 24; Sl. 107, 25; Is. 29, 6; Ez. 1, 4) Egli viene a stabilire la sua parola per Giobbe. Dio interroga l'uomo Giobbe. Lo interroga sulla natura inanimata (38, 4-38), sulla natura animata (38, 39-39, 30). Alla fine lo rimprovera e lo sfida a dare delle risposte. Dio gli chiede: "Il censore dell'Onnipotente vuole ancora contendere con lui?" (40, 2). E Giobbe riconosce la sua meschinità e la sua indegnità. Di fronte alla rivelazione di Dio e alle sue domande, l'uomo può opporre solo il silenzio: "Io mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola, due volte, ma non lo farò più" (40, 4-5).
In definitiva, Dio fa comprendere a Giobbe che la conoscenza dell'uomo non può comprendere e penetrare nel mistero delle dispensazioni divine.

Pentimento, umiliazione e ravvedimento di Giobbe
Questa è la condizione finale di fronte a Dio: "Io riconosco che tu puoi tutto…perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere" (42, 1-6).
Questa è la vera condizione per avere prosperità. Non una giustizia pretesa, ma la giustizia che ci imputa Dio per mezzo della fede in Lui.

Qual è dunque la conclusione a tutto questo?

Giobbe comprende che il mistero di Dio, essendo troppo profondo e insondabile per l'uomo, comporta una sola condizione: abbandonarsi nelle sue braccia e alle sue decisioni sovrane.

Quale Dio?
Ci viene spontaneo chiederci quale immagine di Dio vediamo nel libro di Giobbe.
Pawel Gajewski, pastore valdese, propone tre punti di vista su Dio:
1. l'Iddio del lettore;
2. l'Iddio di Giobbe;
3. l'Iddio del redattore.

Dio del lettore
Dio appare come risulta dalla narrazione. Le immagini sono quelle che risultano dal testo così com'è. E' l'Iddio della tradizione, fondamentalmente, in cui la decisione della corte con l'intervento di Satana fa ricadere tutto sul protagonista Giobbe.
I tre amici vorrebbero aiutare Giobbe, ma sono loro a costituire un problema per Giobbe.

Dio di Giobbe
E' importante ciò che Giobbe dice di Dio.
Due testi fondamentali ci fanno vedere il legame di Giobbe con Dio e qual è il Dio di Giobbe:
a) Gb 12, 13 e ss., da leggere insieme al Cantico di Anna (1 Sam. 2, 1 e ss.) e il magnificat di Maria (Lc. 1,1 e ss.), che hanno gli stessi di fondo, e cioè:
 a1) la sovranità di Dio che rovescia tutti i sistemi di potere e tutti i paradigmi per analizzare la nostra società;
a2) la piena fiducia e sottomissione al potere di Dio, così diverso dal potere dell'uomo;
b) Gb 19, 23 e ss. in cui c'è l'affermazione: " Io so che il mio Redentore vive".

Questo è l'Iddio di Giobbe. Dio che sconvolge il mondo, ma è vicino all'afflitto.

Dio del redattore
Il redattore ha l'obiettivo di presentarci Dio a partire dalle sofferenze di Giobbe.
Nel testo il redattore ha posto, per così dire, due firme:
a) 37, 22 e ss. Eliu dice cose belle ma incomplete sul mistero di Dio. L'idea fondamentale è la limitatezza del nostro linguaggio e della nostra ragione quando vogliamo scoprire Dio.
b) 42, 7-8. Il redattore qui afferma che nessuno può parlare di Dio se prima non ha parlato a noi.

La nostra immagine di Dio

E' evidente che l'immagine di Dio per i credenti dell'A.T. era quella che potevano vedere negli specchi dell'epoca, cioè in modo non chiaro e limpido. Senza una vera teofania, l'idea che l'uomo si costruiva partiva dalla propria realtà, storica e culturale. E l'immagine di Dio poteva essere distorta. Solo la sua rivelazione poteva portare luce all'uomo. E questo egli ha fatto attraverso i suoi servitori (patriarchi, re e profeti) che Egli chiamava e li investiva volta per volta col suo Spirito.
Oggi noi, dopo la rivelazione del Cristo, della sua morte e della sua resurrezione, nell'era della grazia e dello Spirito santo, abbiamo un'altra comprensione di Dio rivelato in Cristo.
Allora Giobbe può essere visto come il Giusto sofferente, come il Servo sofferente di Isaia, che dalla gloria finisce tra gli ultimi e diventa il primo solo attraverso la sottomissione completa alla volontà di Dio.

Dunque, attenzione a non crearci un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, a ridurlo a degli schemi o a rinchiuderlo nel mondo delle nostre idee. Dio è e rimane Spirito. Egli è vento, pneuma, e rimane Padrone assoluto dei suoi disegni eterni di salvezza. Egli è Dio e Padre. La sua paternità e le sue espressioni d'amore per i suoi figli non devono farci dimenticare che Lui è Dio.
                                                   
                                                                    Aldo Palladino

16 febbraio 2007

Il Pietismo tedesco



IL PIETISMO TEDESCO
Breve sintesi di una lettura
di Aldo Palladino


Le seguenti osservazioni sul Pietismo scaturiscono dalla lettura del libro “Pia Desideria” di Philip Jacob Spener, riproposto come “manifesto” del pietismo tedesco del prof. Roberto Osculati. Il volume fu stampato nel 1986 dalla Claudiana Editrice, Torino, con un'interessante postfazione del prof. Paolo Ricca.

Causa e originiIl Pietismo è stato considerato un movimento di reazione all’ortodossia luterana e riformata. Reazione a un certo formalismo che si era introdotto nel processo di difesa della dottrina che aveva inaridito la riflessione teologica, ma anche conseguenza dello sfacelo conseguente alla guerra dei trenta anni (1618-1648).
Era naturale che dopo un secolo di intellettualismo, dopo una rigidità confessionale, dopo le lotte religiose, il protestantesimo sentisse il bisogno di un cristianesimo attivo, sostanziato di fervore e di un interesse maggiore alla pietà interiore (pietas, cioè devozione o religiosità, da cui Pietismo), fondato su una pratica morale rigorosa. Una “religione del cuore” contrapposta alla “religione della mente” o “delle labbra”.

Il movimento nacque in Olanda, dove forte era l’ansia di un rinnovamento della chiesa. Fu Jean Labadie (1610-1674), un ex gesuita approdato al protestantesimo, che intorno al 1666 cominciò ad organizzare delle conventicole dedite ad una pietà intensa insieme con una sua collaboratrice, A. Maria France Shurman, olandese, chiamata “Minerva”. Questo movimento passò in seguito nella Renania dove trovò un’altissima interpretazione (Teergesten).


Il principale interprete: Philip Jacob Spener (1635-1705). Formazione e pensiero. 
Dopo avere studiato a Strasburgo e a Ginevra, fu nominato pastore a Francoforte sul Meno. Qui istituì i collegia pietatis, piccola comunità all’interno della parrocchia avente lo scopo di raccogliere credenti per leggere la Bibbia, pregare, approfondire la propria esperienza interiore attraverso l’esame di coscienza e la mutua esortazione. Per Spener il cristianesimo si fonda essenzialmente su un momento fondamentale della vita spirituale dell’individuo: la conversione, una rinascita personale ad una nuova vita che produce effetti morali nella vita pratica, privata e sociale.

La sua formazione spirituale risente dell’influsso di Jean Labadie e soprattutto di Johan Arndt (1555-1621), un teologo luterano che si era alimentato al pensiero della mistica medievale di Bernardo di Chiaravalle, Angela da Foligno, Eckhart e Taulero (l’Imitazione di Cristo).
Arndt riprende nel suo pensiero quella teologia che sostiene che lo spirito umano è immagine di Dio, un’immagine - ormai soffocata e decaduta a causa del peccato - che può essere vivificata e rigenerata soltanto dall’opera di salvezza di Gesù Cristo. Il vero cristianesimo non solo deve aiutare a ritrovare questa immagine perduta, ma deve indurre il credente a vivere nella vita quotidiana in conformità a quell’immagine secondo un’etica rigorosa che manifesti i segni della conversione. Alla giustificazione per fede è necessario aggiungere la santificazione, al perdono gratuito di Dio occorre rispondere con una vita di gratitudine che esalti la coerenza cristiana ai suoi comandamenti.
Così, anche Spener propone che la parola esteriore della Bibbia diventi evento interiore, un incontro tra divino e umano che produce riflessi pratici con una condotta conforme all’Evangelo. Partendo da se stessi e dall’azione interiore dello Spirito si può riprendere un cammino nuovo in una comunità di autentici cristiani, contro una società perversa a tutti i livelli di responsabilità.

L’opera di Philipp Jacob Spener “Pia desideria”, considerata il “manifesto” o la "Magna Charta" del pietismo tedesco
In quest’opera si evince il pensiero, il carattere e il programma dello Spener.
Il primo elemento che emerge dalla sua lettura è un giudizio severo sullo stato morale delle autorità civili ed ecclesiastiche, per abusi e strapoteri le prime, e per corruzione mondana e infedeltà dottrinali le seconde. Anche le persone dei teologi non sono risparmiate dall’accusa di aver utilizzato il loro ingegno per mostrare la loro acutezza solo per accrescere il proprio prestigio personale e per ambizioni e passioni non adatte a veri cristiani (vedi le controversie). La saccenteria e le dispute teologiche diventano, secondo Spener, motivo d’onore e di affermazione contrarie allo spirito di 1 Corinzi 2, 4, in cui Paolo nega che le sue parole si siano basate sulla sapienza umana.
Altri elementi di giudizio riguardano la condotta nella vita ordinaria e della vita cristiana:
- mancanza "delle regole di Cristo";
- ubriachezze tra cristiani;
- processi condotti per vendetta e non per praticare la giustizia;
- ordinamenti pubblici contrari alle "regole di Cristo" (cesaropapismo e utilizzazione politica della religione);
- abbandono della comunione dei beni o del versamento della decima (donare ciò che è superfluo è peccato);
- teologia ridotta a controversie contro i dissidenti, eliminando la vera teologia fondata sulla Bibbia.

Sul piano dottrinale, Spener è grande ammiratore di Lutero, della sua teologia, della sua esperienza spirituale e del grande vigore profuso nella Riforma. Condivide la centralità della Parola e della fede, ma pone l'accento soprattutto sulle conseguenze che esse hanno nell'interiorità e nella condotta personale. Cita moltissimo anche i padri della chiesa, Giustino, Taziano, Origene, Tertulliano, Ignazio di Antiochia, ma per un richiamo al cristianesimo delle origini, ritenuto autentico e moralmente esemplare.
Il Nuovo Testamento è accolto non come documento storico, ma come modello di vita cristiana da imitare, come un manuale comportamentale.

Sei proposte per il miglioramento della vita ecclesiastica e civile
Per ripristinare un cristianesimo autentico e vero in una società mondanizzata a tutti i livelli, Spener propose sei punti fondamentali di un programma. Essi sono:
1. diffusione nella società della parola di Dio;
2. promozione e diligente esercizio del sacerdozio universale;
3. pratica del cristianesimo, più che conoscenza;
4. comportamento nelle controversie religiose;
5. educazione dei predicatori nelle università;
6. predicazione finalizzata all'edificazione.

1. Diffusione nella società della parola di Dio
Diffusione non solo del testo biblico, ma di un'abitudine personale, familiare, ecclesiale, alla lettura, alla meditazione quotidiana della Scrittura, in modo da evitare che la Parola sia solo udita nelle predicazioni dei pastori.
Spener circostanziò questo pensiero con riferimenti biblici e con le stesse parole di Lutero, che si rammaricava che si leggessero più i suoi libri e altri trattati di teologia a scapito della lettura della Bibbia.

2. Promozione e diligente esercizio del sacerdozio universale
Il sacerdozio spirituale è esteso a tutti i credenti ed è insegnato e voluto dalla Bibbia, “poiché non soltanto il predicatore, ma tutti i cristiani sono resi sacerdoti dal loro Salvatore, unti dallo Spirito Santo…". Spener sostenne questa verità biblica con riferimento al pensiero di Lutero, che continuamente citava per dare più forza alle sue idee. Criticò la tradizione cattolica e di quanti avevano accentrato il ministero sacerdotale su poche persone, ritenendo che ciò abbia impoverito e resa sterile la chiesa e i laici più pigri.

3. La pratica del cristianesimo
Spener affermò che "nel cristianesimo il sapere non è assolutamente sufficiente, ma esso consiste piuttosto nella pratica". L'insegnamento del Signore e dei suoi discepoli fu di vivere nella pratica un amore vero, senza secondi fini, tra di loro e verso il prossimo, sia esso un bisognoso o un nemico.

4. Comportamento nelle controversie religiose
E' una sorta di piccolo manuale dove sono raccolti i seguenti consigli su come bisognava comportarsi nelle controversie religiose o verso non credenti:

a) pregare per loro perché Dio li illumini "con la medesima luce di cui ci ha fatto grazia e condurli alla pura verità" salvandoli "come un tizzone dal fuoco";
b) evitare di scandalizzarli per non dare una cattiva immagine della "nostra vera dottrina", rendendo difficile la loro conversione;
c) mostrare la verità professata con modestia e convinzione; indicare che essa è fondata sulla sana dottrina e respingere gli errori contrari alla parola di Dio;
d) rifiutare l'errore e la miscredenza dei non credenti, ma mostrare amore nella vita comune, riconoscendoli come nostro prossimo, "anzi come fratelli in base al motivo della creazione e dell'amore divino".
Arndt, citato più volte da Spener, sostenne che "la purezza della dottrina e della parola di Dio non sia mantenuta soltanto con le controversie e con la moltitudine dei libri, ma pure con una vera penitenza e una santa vita" (Vero cristianesimo, 1,39). E Spener confermò con Lutero che "la verità viene persa non a causa dell'insegnamento ma per le controversie. Le dispute portano con sé questa sciagura: che gli animi vengono quasi profanati e, occupati dalle liti, dimenticano le cose più importanti".
Dunque, controversia sì, ma soprattutto un amore, santo e sincero, verso i nostri interlocutori.

5. Educazione dei predicatori nelle Università
L'analisi che Spener fece del luteranesimo e della vita ecclesiale del suo tempo non risparmiò le Università, che considerava un "vivaio della chiesa per tutti i ceti della società e un'officina dello Spirito Santo".
I professori, con il loro esempio, avevano grande responsabilità nell'orientare gli studenti verso un ministero volto a ricercare l'onore di Dio, “poiché l'esempio è efficace quanto la dottrina”.
Gli studenti di teologia erano invitati ad applicarsi a una vita di devozione e di studio, a prepararsi a diventare un giorno un esempio per il gregge.

6. Predicazioni finalizzate all'edificazione. L'uomo interiore.
Il problema sollevato da Spener verteva sul contenuto e sulle modalità della predicazione, che egli considerava fondamentalmente carente sul piano spirituale e non finalizzata all'edificazione della chiesa. Anzi la trovava non costruita per l'uditorio, perché era fondata su un'erudizione non utile alla vita pratica delle persone e infarcita di parole straniere che nessuno della chiesa conosceva. Spener consigliava una predicazione semplice ma potente, dovendosi il predicatore adeguare agli ascoltatori e non viceversa.

Ma l'obiettivo principale delle prediche è per Spener il rafforzamento dell'uomo interiore o dell'uomo nuovo. Curare l' interiorità della persona, porre la parola di Dio nel cuore, risvegliare l'amore per Dio e per il prossimo, rivestirsi di Cristo, sono tutte operazioni che hanno lo scopo di avvicinare l'uomo a Dio e di conseguenza realizzare la novità di vita pratica cui è chiamato il credente con un comportamento esemplare ed eticamente irreprensibile nella società.

Fin qui, in estrema sintesi, il pensiero e il programma di Spener.

Ma qual è stato il rapporto tra Pietismo e il Luteranesimo, e l'intero Protestantesimo?
Quali sono stati i tratti caratteristici del Pietismo?

Il Prof. Paolo Ricca ha fornito le risposte a tali domande nella sua postfazione al testo di Roberto Osculati. Ne riporto sinteticamente le profonde riflessioni.
Nella sua analisi, il Prof. Ricca afferma che il pietismo è:
1) cristianesimo pratico;
2) ecclesiale e non settario;
3) individualista;
4) ecumenico

1) Cristianesimo pratico
Per Spener il cristianesimo, da lui definito habitus practicus, è:
- la fede in esercizio, non solo scuola di pensiero;
- "pratica della fede e della vita", non solo conoscenza;
- agape, non gnosi;
- fare la verità, non pensare la verità.
Non è possibile etichettare il pietismo soltanto come processo di interiorizzazione del cristianesimo né si deve ritenere che esso produca opere e non pensieri o che, teologicamente parlando, sostenga la dottrina delle opere. Esso ha invece una forte propensione agli aspetti pratici del valore della fede, ma questa non è esclusa né minimizzata. Il pietista non è contro la cultura, né contro l'intelligenza, ma intende coniugare la fede alla vita, la verità alla pratica dell'amore.

2) Ecclesiale e non settario
Spener non pensò mai di distaccarsi dalla chiesa per fondare un movimento alternativo. Sostenne - è vero - la nascita di chiese domestiche dove fosse possibile la lettura e la meditazione comunitaria della Parola in forma più distensiva e familiare che non nell'ambiente più rigido e meno flessibile della chiesa. Ma ciò ha costituito quell'ecclesiola in ecclesia che fu poi il suo programma di vita spirituale rivolto all'edificazione comune. Un'esperienza più ristretta che si poneva in ecclesia non extra ecclesiam né contra ecclesiam poiché voleva solo porsi come motore e parte viva della chiesa con lo scopo di rivitalizzarne l'impegno e l'attività, e restuire a quella chiesa autenticità cristiana contro il diffuso imborghesimento e decadimento.
Ciò era possibile attraverso la personalizzazione dell'evento "salvezza" con un momento soggettivo di adesione e di accettazione attraverso la conversione personale.

3) Individualista
E' individualista perché nasce da esperienze e da decisioni di fede personali: il battesimo per immersione in età adulta, l'appropriazione personale della salvezza e l'esperienza della nuova nascita. Il credente ritrova il suo vero ruolo di "sacerdote" che è coinvolto in prima persona nell'opera di testimonianza e fedeltà alla Parola di Dio, divenendo responsabile con la comunità della trasmissione del messaggio biblico. "La chiesa non è più definita a partire dal ministero ma a partire dalla conversione. La chiesa dei pastori" cede il posto alla chiesa dei convertiti, pastori o laici che siano".

4) Ecumenico
Spener va alla radice della vocazione cristiana andando al di là del confessionalismo in ambito protestante. Ciò che conta non è l'appartenenza a una confessione (luterana, cattolica, riformata, ecc.) quanto essere un cristiano che non solo professa, ma anche vive la chiamata.
Radicalizzare le posizioni confessionali fino ad avventurarsi in controversie dottrinali porta al settarismo e al dogmatismo confessionale. Più importante è invece vivere la propria confessione come via d'accesso al cristianesimo.
Il pietismo sostiene che la verità deve essere affermata non attraverso affermazioni ed enunciati dottrinali, ma praticando l'amore fraterno.

Cosa hanno detto altri teologi del Pietismo

Albrecht Ritschl lo considera come "figlio illegittimo del protestantesimo, in quanto nato da una relazione adulterina del luteranesimo con lo spiritualismo pseudo-evangelico del Cinquecento e la mistica del Seicento" al punto che di Spener egli pensa che abbia deformato e non riformato la chiesa evangelica.

Karl Barth riprende questa critica aggiungendovi il suo giudizio negativo. Egli parte dall'affermazione che il pietismo pone al centro del cristianesimo l"'io" religioso dell'uomo attorno al quale, riferisce il prof. Ricca, "istintivamente fa ruotare intorno a sé l'intero universo della fede".
Per Barth il pietismo rivaluta l'uomo, la sua autonomia, la sua signoria di sé, forse anche la sua insubordinazione a Dio nel momento in cui diventa importante la realtà della sua conversione, la sua sicurezza in Dio, anziché diventare centrale e fondamentale la sua sicurezza in Dio fondata sulla realtà della sua "conversione" in Cristo.
Inoltre, Barth sostiene che pietismo e illuminismo, pur agli antipodi nelle loro espressioni ideologiche e pur combattendosi, in realtà si somigliano perché hanno lo stesso obiettivo: umanizzare la teologia, cioè non eliminare Dio "ma situarlo all'interno dell'autocoscienza sovrana dell'uomo, trasformare la realtà che viene da fuori e come tale è percepita in una realtà interiormente sperimentata e compresa".

J.Wallmann, studiando a fondo il fenomeno pietista, conclude affermando che sul piano dottrinale Spener non ha prodotto nulla di nuovo rispetto alla Riforma. Lutero è stato per Spener soltanto un punto di partenza da cui ha attinto forza e sicurezza per sostenere convinzioni teologiche di rinnovamento e di risveglio. Non a caso Spener espone il suo pensiero sostenendo le sue idee riprendendo quelle parole che lo stesso Lutero utilizzava nelle controversie con la chiesa cattolica. Il Lutero di Spener è ovviamente un altro personaggio, perché Lutero nella Riforma del XVI secolo fonda la sua teologia sulla giustificazione per grazia mediante la fede, mentre Spener, nel XVII secolo, punta sulla santificazione.
Lutero punta su Dio, che giustifica ed è autore della salvezza dell'uomo.
Spener punta sull'uomo che si santifica.
Lutero punta tutto su Colui che inizia e realizza la salvezza con atti di grazia, Spener sulle implicazioni consequenziali all'iniziativa di Dio verso l'uomo. Ma c'è da dire che, anche in presenza di contenuti e accenti diversi, l'uno e l'altro credono al rinnovamento della chiesa e della società solo grazie alla Parola di Dio.

                                                                        Aldo Palladino

26 gennaio 2007

Ebrei 5,7-9 Gesù, vero rappresentante della nostra umanità

                        Ebrei 5: 7-9
            Gesù, vero rappresentante
                 della nostra umanità

                           di Aldo Palladino

    Il testo biblico: “ Nei giorni della sua carne,con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna”.
                                                           oooOoooIl testo biblico che abbiamo appena letto mette in evidenza alcuni aspetti del ministero di Gesù. Infatti, il testo è un inno cristologico, tra i tanti presenti nel NT, avente fondamentalmente lo scopo di porre o riproporre Gesù come centro della confessione di fede cristiana.
Questa (ri)proposizione è resa necessaria perché l’autore di Ebrei “vede la chiesa esposta a un pericolo, al suo interno, a causa di un crescente raffreddamento della fede.
I lettori sono diventati apatici:
- non prestano più attenzione alla predicazione (2,1; 5,11);
- rischiano di rimanere indietro (4,1);
- trascurano le assemblee cultuali, la comune radunanza (10,25);
- prima sapevano resistere nella sofferenza e sopportavano le persecuzioni (10,32 ss.);
- ora stanno per perdere le forze”, stanno per cedere ad una influenza di matrice giudaizzante che li riporta sotto il giogo della legge (13,9-11).
“La causa del raffreddamento della fede va cercata per l’autore in un deficit teologico. I suoi lettori sono rimasti fermi a un livello di conoscenza insufficiente (5,11 ss.). Ciò di cui hanno bisogno è una migliore comprensione della salvezza e, quindi, del dono che è stato dato loro tramite Gesù”(*)
.
Testo e contesto immediato
Nel contesto immediato (4,14-5,1-10) l’autore di Ebrei esorta i suoi lettori a stare “fermi nella fede” (4,14) e a dimostrare che Gesù ha tutti i requisiti per essere dichiarato grande Sommo Sacerdote.
L’originalità di tale dimostrazione sta nel modo in cui viene presentato il ministero sacerdotale di Gesù.
Egli, infatti, viene descritto:
1) come colui che simpatizza con noi nelle nostre debolezze, “poiché è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato” (4,15), cioè rimanendo fedele a Dio nella sofferenza;
2) come colui che è superiore ai sacerdoti levitici costituiti nel passato;
3) come colui che è stato dichiarato sommo sacerdote da un’investitura diretta da parte di Dio con la citazione di due salmi: “Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato” (Salmo 2,7) e “Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” (Salmo 110,4).

In particolare, Gesù è presentato come sommo sacerdote con le qualità:
a) di uomo sofferente che prega;
b) di Figlio obbediente nella sofferenza;
c) di colui che è autore di una salvezza eterna per tutti quelli che gli ubbidiscono.

L’autore di Ebrei, dunque, opera un collegamento di tipo teologico e pastorale tra i sacerdoti levitici e la persona di Gesù, ma lo fa evidenziando la superiorità del sacerdozio di Gesù con due elementi nuovi:
1) Gesù non è soltanto un mediatore, ma è fonte di salvezza;
2) il suo ministero è eterno; infatti, più in là dirà che Gesù ha offerto se stesso al posto di tori e capri e lo ha fatto “una volta per sempre” (9,12).

Uomo sofferente che prega
Come uomo sofferente che prega, il ricordo va, secondo alcuni, all’agonia di Gesù nel giardino del Getsemani (=frantoio per le olive) (Mc. 14,32-42), dove è “angosciato e spaventato” e dove invoca il Padre dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (Lc. 22,42).
Secondo altri, l’autore di Ebrei si sarebbe riferito alla preghiera di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio, mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt. 27,46).
Gesù è presentato come uomo e, in quanto tale, soggetto alle debolezze umane, alla fragilità, alla tentazione. Di lui vengono esaltate la sua umiliazione e la sua umanità, il suo abbassamento, la sua kénosis cioè lo svuotamento del suo essere. L’inno cristologico più antico, quello di Filippesi 2,6-11, lo descrive in modo in modo mirabile: “…spogliò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce…”.

Figlio obbediente nella sofferenza
Lungo tutta la sua vita Gesù sa di essere il Figlio del Padre. E proprio perché si riconosce Figlio si sottomette, soffre e di fronte alla morte obbedisce al Padre, collabora col Padre al suo progetto (8).
Soltanto l’ubbidienza (la collaborazione) rivela la relazione che lega il Figlio al Padre.

Autore di una salvezza eterna
Poiché Gesù è stato reso perfetto, cioè consacrato al suo ministero di sacerdote e vittima che libera, redime e salva, può trasmettere salvezza a tutti coloro che gli ubbidiscono.
Ciò avviene in quanto come sacerdote e vittima compie la purificazione dei peccati e salva l’uomo dalla paura, dalla tentazione, dal peccato e dalla morte.
All’uomo rimane soltanto di credere in colui che Dio ha mandato (Gv. 6,29) e obbedirgli. “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Tim. 2, 5).
Alla kénosis seguono la riabilitazione e la gloria (cfr. Filippesi 2,9-11) che procedono da Dio e che sono la logica conseguenza dell’ubbidienza di Cristo.

Quale nostro coinvolgimento in tutto questo?
L’autore di Ebrei intendeva operare un nuovo coinvolgimento dei suoi lettori nella vita cristiana. Voleva riportarli ad una ripresa di responsabilità e ad un rinnovato impegno. E questa operazione coinvolge anche noi, oggi. In che modo?
Ebrei 12, 2 ci dice: “…fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta”.
Una chiave di lettura delle nostre crisi attuali potrebbe essere quella di tornare a scoprire il valore umano e divino di Gesù.
Forse alla base del nostro disorientamento, del nostro scoraggiamento e del nostro disimpegno, c’è dimenticanza o mancanza di riconoscenza dell’opera della croce, del sacrificio di Gesù.
Abbiamo dimenticato o soltanto razionalizzato che Gesù ha preso il nostro posto sul legno della croce e ha portato i peccati di tutti noi, senza alcun coinvolgimento pratico.
Abbiamo forse dimenticato che in Cristo Gesù il regno di Dio è giunto fino a noi.
Egli è colui che realizza in se stesso l’uomo nuovo e un’umanità trasformata.
La sua morte sulla croce e la sua risurrezione ci danno la certezza che la via del cielo è stata inaugurata e che noi, in Cristo nostro precursore, vi abbiamo libero accesso.
Ora Egli ci pone sulla strada dell’ubbidienza nel servizio e ci chiama a uscire dalla nostra vita privata, chiusa in se stessa, per proiettarci all’esterno in un impegno e collaborazione nella comunità, ecclesiale e sociale, in qualunque progetto che concretizzi la speranza cristiana di realizzare anche parzialmente i segni del regno di Dio tra noi.

La nostra realtà, oggi
Ma la realtà nella quale viviamo sovente mette alla prova la nostra fede. Siamo anche noi risucchiati nel vortice di un mondo in delirio, che sempre più ci propone un modello di vita egoistico e individualistico, con la rincorsa vertiginosa al consumo sfrenato.
Assistiamo al successo di quegli arrampicatori che calpestano senza scrupoli gli altri pur di ottenere i loro scopi.
Siamo immersi in una cultura diffusa di sfruttamento, di illegalità, di ingiustizia, di guerra, di diritti civili negati a donne e bambini. E ancor più restiamo spettatori impotenti di quelle multinazionali che accumulano ingiustamente ricchezza in una piccola parte del mondo e depredano la restante parte lasciandola povera.
Siamo di fronte a nuovi sacerdoti e nuovi mediatori rappresentati dalle politiche e dagli interessi dei grandi poteri politici ed economici e da una cultura che vuole imporre con la forza la soluzione dei conflitti internazionali, perché incapace di dialogo e di attivare processi di aiuto e sviluppo reali a popoli e comunità in difficoltà.

Dinanzi a un tale quadro, è nostra responsabilità di credenti riacquisire l’umanità che il Cristo ha portato e annunciare la parola di giustizia pace, amore.
Come fratelli del Gesù uomo siamo chiamati a prendere la nostra croce, uscire dal silenzio della nostra tomba mortale e risorgere alla nuova vita in Cristo che ci coinvolge nel progetto di Dio per questa umanità.
Dobbiamo, dunque, abbandonare e denunciare tutti quei mediatori che finora, nella nostra vita, hanno preso il posto del Signore e rifiutare anche tutte quelle false novità presenti sul mercato delle illusioni, che danno false sicurezze ed effimere felicità.
Sulle orme di Gesù possiamo riprendere il nostro cammino di veri uomini e donne, seguendo il suo insegnamento e le sue prese di posizione, credendo con fede che la sua proposta di una nuova umanità passa attraverso la testimonianza del significato profondo della nuova vita in Cristo.
La nostra proposta è e deve rimanere la mediazione della croce del Cristo, il quale disse un giorno: “ Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati ed io vi darò riposo”.
D’altra parte, dobbiamo incoraggiare anche i non credenti a compiere il bene. Perché lo Spirito di Dio può agire su tutti, su uomini e donne di ogni popolo e nazione, affinché abbiano la forza di percorrere il cammino del servizio e avere accesso al nuovo albero della vita: la croce, dove la storia dell’uomo in Cristo Gesù trova la sua elevazione e la vittoria completa sul peccato e sulla morte.
Come cristiani, sappiamo dove si trova la fonte da cui emana ogni autentica sfida ed ogni efficace consolazione, ogni ricerca di giustizia e d’amore.
La responsabilità che ci spetta, dunque, è quella di testimoniare questa conoscenza. Nello stesso tempo, però, la credibilità di tale testimonianza è indissolubilmente legata alla fedeltà della nostra risposta.
In questo compito ci viene in soccorso lo Spirito Santo.

                                                           Aldo Palladino



(*) Gerhard Barth, "Il significato della morte di Gesù"; Ed. Claudiana, Torino, 1995.

24 gennaio 2007

Mc. 7,31-37 Gesù guarisce un sordomuto

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gen 2007)


Parr. S.Maria Madre della Chiesa – Via don Gnocchi, 2 – Settimo Torinese (To)


Predicatore Aldo Palladino


Marco 7, 31-37 (vers. TILC)

31 Poi Gesù lasciò la regione di Tiro, passò per la città di Sidone e tornò ancora verso il lago di Galilea attraverso il territorio delle Dieci Città. 32 Gli portarono un uomo che era sordomuto e lo pregarono di porre le mani sopra di lui. 33 Allora Gesù lo prese da parte, lontano dalla folla, gli mise le dita negli orecchi, sputò e gli toccò la lingua con la saliva. 34 Poi alzò gli occhi al cielo, fece un sospiro e disse a quell'uomo: "Effatà!", che significa: "Apriti!". 35 Subito le sue orecchie si aprirono, la sua lingua si sciolse ed egli si mise a parlare molto bene. 36 Gesù ordinò di non dire nulla a nessuno, ma più comandava di tacere, più la gente ne parlava pubblicamente. 37 Tutti erano molto meravigliati e dicevano: "È straordinario! Fa sentire i sordi e fa parlare i muti!".


Come abbiamo appena letto, la folla, stupita dalla guarigione del sordo che parlava a stento (questa è l’esatta traduzione dal testo greco), esclama: “È straordinario! Fa sentire i sordi e fa parlare i muti!" (vers. TILC), che è il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno.

Chi sono i sordi e i muti? In prima istanza sono quelli che Gesù incontrava per le strade, le campagne ed i villaggi che attraversava durante il suo ministero, ma non sono solo quelli. Ci sono anche i “sordomuti” del nostro tempo, che per scelta si defilano di fronte alla complessità delle situazioni della vita e preferiscono non sentire e non parlare per quieto vivere, per omertà, per non essere esposti a nessun rischio o per altri motivi di comodo.
Forse, tra questi "sordomuti" ci siamo anche noi.
Per questo il Vangelo è il messaggio di Gesù Cristo indirizzato a ciascuno di noi, a te e a me personalmente, a tutti noi come comunità ecclesiale e a tutti noi come membri di questa società.

La Parola per te e per me

Come ha fatto col sordo che parlava a stento, Gesù ci incontra nella nostra umanità. Conosce la nostra solitudine, le nostre angosce, le preoccupazioni e gli affanni della vita quotidiana per la salute, per il lavoro instabile e precario, per il futuro incerto nostro e dei nostri figli. Gesù viene a darci il conforto della sua presenza e della sua parola che guarisce, che consola, libera e salva. Ci mette in disparte, lontano dalle folle, dal rumore che ci assorda e in quell’incontro silenzioso ci rivolge il suo“Effata! Apriti!”.
Non è un semplice invito: è un comando che ci rivolge per vincere la nostra sordità, la nostra incapacità ad ascoltare il grido che da vicino o da lontano si leva da molte parti della terra, dove si muore per le guerre, di fame, di sete, di malattie come l’Aids, la malaria, la lebbra, e così via.

”Effatà! Apriti!” all’ascolto della sua Parola e rendila feconda in te, per la vita tua e dei tuoi cari, per la tua famiglia, che deve diventare la micra ekklesìa, la piccola chiesa domestica, primo e fondamentale luogo della nostra testimonianza di credenti.
Gesù ci chiama a vivere la nostra fede nella sua autenticità e a seguire le sue orme, con una vita umile e coerente. Dunque, vinci il tuo egoismo, vieni fuori dal tuo isolamento, non lasciare che le preoccupazioni di questa vita limitino il tuo spirito e ti paralizzino. Vivi con gioia la tua fede e sappi che Gesù è la Parola che si è fatta carne per essere Dio con noi, Dio per noi, Dio in noi. Egli è l’Amico vero che non ti tradirà mai, che ti sa comprendere, che ti è accanto in ogni momento. Gesù ti ama di un amore incommensurabile fino al punto che ha dato la sua vita per te sulla croce.

In questo tempo, Egli ci chiama a liberare la nostra bocca in un inno di riconoscenza, ad aprirla per proclamare le virtù di Colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce (1 Pt. 2, 9) e che ci chiama a predicare l’Evangelo della grazia e a vivere questa parola predicata per renderla parola applicata.
L’apostolo Paolo disse: “Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato” (Rom. 10, 9).

La Parola per le chiese

Ma il comando di Gesù: “Effata! Apriti!”, è rivolto anche a noi come chiesa locale e a noi tutti come chiese cristiane delle varie confessioni da anni in cammino per la ricerca di una unità visibile. Noi sappiamo che la nostra unità spirituale esiste già fra noi, perché l’apostolo Paolo scriveva: “Sforzatevi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace. Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati ad una sola speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti” (Ef. 4, 3-6). Ed è da questi fondamenti, da questo patrimonio di fede che realizza la nostra comunione, che possiamo ripartire per accogliere quell’”Effata! Apriti” di Gesù come atto di guarigione che ci libera dalla diffidenza reciproca, dai pregiudizi, dalla paura dell’altro, e che ci mette in comunicazione, in ascolto, in dialogo, per vincere le forze diaboliche che creano disunione e separazione.
Nel Vangelo di Giovanni è scritto: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13, 35).
E Paolo scrive: “Perciò, accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (Rom. 15:7).

La Parola per noi come membri della società

Ma “Effatà! Apriti!” è una parola rivolta anche a noi come membri di questa società, cittadini di questo Stato. E in questo ambito, la nostra responsabilità di credenti non è minore di quella che abbiamo nella nostra chiesa locale. “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo. (Mt. 5, 13-14) disse Gesù, disegnando la nostra identità di inviati con la missione di trasmettere – laddove ci troviamo – i valori cristiani attraverso le nostre scelte. La nostra voce per la sofferenza dei poveri, per i deboli e gli indifesi, per i diseredati, per i malati, per tutti coloro che non hanno voce, deve essere levata chiara e forte, perché se non facciamo questo diventiamo sale insipido che “non è più buono a nulla se non ad essere gettato via e calpestato dagli uomini”. Il compito missionario che ci è stato affidato è di aprirci all’ascolto dei bisognosi e di andare incontro alle loro necessità con la nostra solidarietà, con il nostro aiuto, con il nostro conforto, con il nostro impegno, e con l’annuncio dell’amore di Dio manifestato nella persona del Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Il Signore ci guarisce dal nostro sordomutismo e ci fa dono di quella Parola che dà speranza ai disperati, coraggio a chi vive nella paura, dignità a chi, uomo o donna, venga respinto per il colore della pelle o per motivi socioculturali. Siamo stati resi ambasciatori di quella parola vivente ed efficace, che non potrà mai essere ridotta al silenzio.

Dunque, care sorelle e cari fratelli. Questa è la nostra comune vocazione che vogliamo riaffermare in questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Voglia il Signore benedirci tutti insieme in questo cammino!

Aldo Palladino




07 gennaio 2007

Lc. 24,13-35 La vita della chiesa. Messaggio introduttivo per l'anno 2007

Luca 24,13-35
LA VITA DELLA CHIESA
di Aldo Palladino
Luca 24, 13-3513 Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi [circa 12 chilometri]; 14 e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. 16 Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. 17 Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?». Ed essi si fermarono tutti tristi. 18 Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» 19 Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. 22 È vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon'ora al sepolcro, 23 non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto». 25 Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! 26 Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» 27 E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. 28 Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. 29 Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. 32 Ed essi dissero l'uno all'altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr'egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» 33 E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.

Non so come voi vivete l’inizio del nuovo anno. Da parte mia, avverto il passaggio da un anno all’altro sempre con grande emozione, non solo per il fatto che sono di un anno più vecchio, ma anche e soprattutto perché Dio mi concede e ci concede nella sua bontà, nella sua grazia, un nuovo tempo di vita, di lavoro, al suo servizio.
E questa prima domenica dell’anno 2007 può essere per ciascuno di noi, individualmente, e per tutti noi, collettivamente, l’occasione per un momento di riflessione, di chiarificazione, di dialogo, per interrogarci sul senso del nostro essere chiesa.

Gesù è qui tra noi


I due discepoli di Emmaus, di cui abbiamo letto nel testo di Luca, riferivano a Gesù dei fatti accaduti come di fatti del passato, sia pure di un recentissimo passato, e non riconobbero Gesù “perché i loro occhi erano impediti” (Lc. 24,16). Però, lo riconobbero in seguito quando, seduti a tavola nell’ostello dove si erano rifugiati, Gesù ruppe il pane della comunione. Fu allora che “i loro occhi furono aperti e lo riconobbero” (Lc 24, 31). In quel momento, Gesù non era più per loro un personaggio archiviato negli annali di storia, ma era il Gesù risorto, vivente e presente, Signore della vita, il vincitore della morte.
L’esperienza dei due discepoli di Emmaus ci porta a riflettere che vi è sempre il pericolo di credere che Gesù sia un fatto del passato, relegato nella storia di 2000 anni fa, e che non sia più presente tra noi.
E dobbiamo fare attenzione che anche la Cena del Signore non sia ridotta ad un semplice memoriale di cose del passato. Essa è memoria, sì, del cammino del Signore Gesù sino alla morte della croce, ma è anche annuncio della sua vita di risurrezione e della sua presenza spirituale in mezzo a noi. Infatti Gesù disse: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente” (Mt. 28,20).
Dunque, Gesù vive tra noi, con noi e per noi, per te e me, per questa chiesa come per tutte le chiese cristiane, ed opera per la salvezza dell’intera umanità. E la realtà della sua presenza tra noi, in questa chiesa locale non è un fatto da poco, perché è alla sua presenza che la nostra sensibilità si accentua, che le nostre reazioni cambiano. La sua presenza, inoltre, ci obbliga ad operare delle scelte, a prendere delle decisioni.
Tre decisioni da prendere alla Sua presenza
La prima decisione è di riaffermare tra noi e tutti insieme davanti al Signore il patto, l’impegno di seguirLo con fedeltà nel suo cammino, di essere suoi servitori e suoi imitatori con vera umiltà.
Tu sei chiamato a rinnovare questo patto d’amore e di servizio.
Questa tua decisione, che puoi soltanto prendere con l’aiuto dello Spirito Santo, è una delle basi del funzionamento della chiesa.
Questa comunità è e sarà comunità cristiana evangelica nella misura in cui Gesù è accolto, amato e ubbidito e il suo evangelo predicato per annunciare salvezza e pace agli uomini e alle donne che egli gradisce (Lc. 2, 14).
“La cristianità è piena di gente che ammira Cristo, ma non lo imita, cioè non lo segue. L’esempio classico di uno che ammirava Gesù senza trovare il coraggio di seguirlo è Nicodemo. Imitazione significa sequela. Gesù non ha mai detto: “Imitatemi”, ha sempre solo detto “Seguitemi” (Paolo Ricca, Un giorno una parola 2007, Editrice Claudiana, Torino).
Dunque, cara sorella, caro fratello, deciditi ad imitare il Cristo! Non aspettare a dare tutta la tua vita per lui! Da’ un senso e una precisa direzione alla tua esistenza, convertiti realmente al Signore, tu e la tua famiglia! Rifuggi dal tradizionalismo religioso, che non salva, e fa’ tua l’esperienza di un incontro vero e profondo con Gesù Cristo!

La seconda decisione è fondata su un altro impegno che dobbiamo assumere gli uni gli altri, le une con le altre: l’impegno di stabilire tra noi delle relazioni di sincero amore fondate su tre punti:
1) accoglierci come siamo (Rom. 15, 7); accogliere colui o colei che è debole nella fede (Rom. 14, 1), perché siffatte persone hanno un loro percorso da fare alla scuola del Signore. E noi possiamo soltanto seminare nel loro cuore la parola di Dio, perché se la parola di Dio non agisce in profondità nella vita delle persone non saremo certamente noi a farle cambiare. Infatti Paolo così esortava Timoteo:” Predica la parola, insisti in ogni occasione, favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e con pazienza” (2 Tim. 4, 2).
“Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello (o della sorella), né a essere per lui un’occasione di caduta” (Rom. 14,13).
2) Avere fiducia gli uni degli altri. Ciò significa non avere paura del fratello o della sorella; significa agire sempre con vera lealtà, rimuovendo pregiudizi, evitando di sparlare e di infuocare gli animi. Paolo diceva ai Romani:” Cerchiamo di contribuire alla pace e alla reciproca edificazione” (Rom. 14,19).
3) Rispettare le autorità costituite nella chiesa, perché è scritto:” Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per la vostra vita come chi deve renderne conto, affinché facciano questo con gioia e non sospirando; perché ciò non vi sarebbe di alcuna utilità” (Eb. 13, 17).

La terza decisione è di impegnarci nel lavoro di crescita della chiesa attraverso lo studio personale, attraverso le linee guida che verranno tracciate dagli Anziani (Pastori) per andare incontro ai bisogni spirituali della comunità, di testimoniare la nostra fede agli altri e di evangelizzare coloro che vengono messi sulla nostra strada senza vergognarci dell’Evangelo.

Il Signore, dunque, ci introduce in quest’altro anno della sua grazia e ci rinnova la sua chiamata a seguirlo e a servirlo. Sta a noi rispondere, con le parole del piccolo Samuele: ”Parla, o Signore, perché il tuo servo ascolta” (1 Sam. 3, 9).


7 gennaio 2007 Aldo Palladino