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16 aprile 2007

28 marzo 2007
Giobbe (l'uomo sofferente) e Dio
Il tema del libro di Giobbe
Informazioni sul libro di Giobbe
Chi è Giobbe?
I tre amici
Eliu, il quarto personaggio
Dio interviene alla fine
Qual è dunque la conclusione a tutto questo?
La nostra immagine di Dio
16 febbraio 2007
Il Pietismo tedesco
Le seguenti osservazioni sul Pietismo scaturiscono dalla lettura del libro “Pia Desideria” di Philip Jacob Spener, riproposto come “manifesto” del pietismo tedesco del prof. Roberto Osculati. Il volume fu stampato nel 1986 dalla Claudiana Editrice, Torino, con un'interessante postfazione del prof. Paolo Ricca.
Causa e originiIl Pietismo è stato considerato un movimento di reazione all’ortodossia luterana e riformata. Reazione a un certo formalismo che si era introdotto nel processo di difesa della dottrina che aveva inaridito la riflessione teologica, ma anche conseguenza dello sfacelo conseguente alla guerra dei trenta anni (1618-1648).
Era naturale che dopo un secolo di intellettualismo, dopo una rigidità confessionale, dopo le lotte religiose, il protestantesimo sentisse il bisogno di un cristianesimo attivo, sostanziato di fervore e di un interesse maggiore alla pietà interiore (pietas, cioè devozione o religiosità, da cui Pietismo), fondato su una pratica morale rigorosa. Una “religione del cuore” contrapposta alla “religione della mente” o “delle labbra”.
Il movimento nacque in Olanda, dove forte era l’ansia di un rinnovamento della chiesa. Fu Jean Labadie (1610-1674), un ex gesuita approdato al protestantesimo, che intorno al 1666 cominciò ad organizzare delle conventicole dedite ad una pietà intensa insieme con una sua collaboratrice, A. Maria France Shurman, olandese, chiamata “Minerva”. Questo movimento passò in seguito nella Renania dove trovò un’altissima interpretazione (Teergesten).
Il principale interprete: Philip Jacob Spener (1635-1705). Formazione e pensiero.
Dopo avere studiato a Strasburgo e a Ginevra, fu nominato pastore a Francoforte sul Meno. Qui istituì i collegia pietatis, piccola comunità all’interno della parrocchia avente lo scopo di raccogliere credenti per leggere la Bibbia, pregare, approfondire la propria esperienza interiore attraverso l’esame di coscienza e la mutua esortazione. Per Spener il cristianesimo si fonda essenzialmente su un momento fondamentale della vita spirituale dell’individuo: la conversione, una rinascita personale ad una nuova vita che produce effetti morali nella vita pratica, privata e sociale.
La sua formazione spirituale risente dell’influsso di Jean Labadie e soprattutto di Johan Arndt (1555-1621), un teologo luterano che si era alimentato al pensiero della mistica medievale di Bernardo di Chiaravalle, Angela da Foligno, Eckhart e Taulero (l’Imitazione di Cristo).
Arndt riprende nel suo pensiero quella teologia che sostiene che lo spirito umano è immagine di Dio, un’immagine - ormai soffocata e decaduta a causa del peccato - che può essere vivificata e rigenerata soltanto dall’opera di salvezza di Gesù Cristo. Il vero cristianesimo non solo deve aiutare a ritrovare questa immagine perduta, ma deve indurre il credente a vivere nella vita quotidiana in conformità a quell’immagine secondo un’etica rigorosa che manifesti i segni della conversione. Alla giustificazione per fede è necessario aggiungere la santificazione, al perdono gratuito di Dio occorre rispondere con una vita di gratitudine che esalti la coerenza cristiana ai suoi comandamenti.
Così, anche Spener propone che la parola esteriore della Bibbia diventi evento interiore, un incontro tra divino e umano che produce riflessi pratici con una condotta conforme all’Evangelo. Partendo da se stessi e dall’azione interiore dello Spirito si può riprendere un cammino nuovo in una comunità di autentici cristiani, contro una società perversa a tutti i livelli di responsabilità.
L’opera di Philipp Jacob Spener “Pia desideria”, considerata il “manifesto” o la "Magna Charta" del pietismo tedesco
In quest’opera si evince il pensiero, il carattere e il programma dello Spener.
Il primo elemento che emerge dalla sua lettura è un giudizio severo sullo stato morale delle autorità civili ed ecclesiastiche, per abusi e strapoteri le prime, e per corruzione mondana e infedeltà dottrinali le seconde. Anche le persone dei teologi non sono risparmiate dall’accusa di aver utilizzato il loro ingegno per mostrare la loro acutezza solo per accrescere il proprio prestigio personale e per ambizioni e passioni non adatte a veri cristiani (vedi le controversie). La saccenteria e le dispute teologiche diventano, secondo Spener, motivo d’onore e di affermazione contrarie allo spirito di 1 Corinzi 2, 4, in cui Paolo nega che le sue parole si siano basate sulla sapienza umana.
Altri elementi di giudizio riguardano la condotta nella vita ordinaria e della vita cristiana:
- mancanza "delle regole di Cristo";
- ubriachezze tra cristiani;
- processi condotti per vendetta e non per praticare la giustizia;
- ordinamenti pubblici contrari alle "regole di Cristo" (cesaropapismo e utilizzazione politica della religione);
- abbandono della comunione dei beni o del versamento della decima (donare ciò che è superfluo è peccato);
- teologia ridotta a controversie contro i dissidenti, eliminando la vera teologia fondata sulla Bibbia.
Sul piano dottrinale, Spener è grande ammiratore di Lutero, della sua teologia, della sua esperienza spirituale e del grande vigore profuso nella Riforma. Condivide la centralità della Parola e della fede, ma pone l'accento soprattutto sulle conseguenze che esse hanno nell'interiorità e nella condotta personale. Cita moltissimo anche i padri della chiesa, Giustino, Taziano, Origene, Tertulliano, Ignazio di Antiochia, ma per un richiamo al cristianesimo delle origini, ritenuto autentico e moralmente esemplare.
Il Nuovo Testamento è accolto non come documento storico, ma come modello di vita cristiana da imitare, come un manuale comportamentale.
Sei proposte per il miglioramento della vita ecclesiastica e civile
Per ripristinare un cristianesimo autentico e vero in una società mondanizzata a tutti i livelli, Spener propose sei punti fondamentali di un programma. Essi sono:
1. diffusione nella società della parola di Dio;
2. promozione e diligente esercizio del sacerdozio universale;
3. pratica del cristianesimo, più che conoscenza;
4. comportamento nelle controversie religiose;
5. educazione dei predicatori nelle università;
6. predicazione finalizzata all'edificazione.
1. Diffusione nella società della parola di Dio
Diffusione non solo del testo biblico, ma di un'abitudine personale, familiare, ecclesiale, alla lettura, alla meditazione quotidiana della Scrittura, in modo da evitare che la Parola sia solo udita nelle predicazioni dei pastori.
Spener circostanziò questo pensiero con riferimenti biblici e con le stesse parole di Lutero, che si rammaricava che si leggessero più i suoi libri e altri trattati di teologia a scapito della lettura della Bibbia.
2. Promozione e diligente esercizio del sacerdozio universale
Il sacerdozio spirituale è esteso a tutti i credenti ed è insegnato e voluto dalla Bibbia, “poiché non soltanto il predicatore, ma tutti i cristiani sono resi sacerdoti dal loro Salvatore, unti dallo Spirito Santo…". Spener sostenne questa verità biblica con riferimento al pensiero di Lutero, che continuamente citava per dare più forza alle sue idee. Criticò la tradizione cattolica e di quanti avevano accentrato il ministero sacerdotale su poche persone, ritenendo che ciò abbia impoverito e resa sterile la chiesa e i laici più pigri.
3. La pratica del cristianesimo
Spener affermò che "nel cristianesimo il sapere non è assolutamente sufficiente, ma esso consiste piuttosto nella pratica". L'insegnamento del Signore e dei suoi discepoli fu di vivere nella pratica un amore vero, senza secondi fini, tra di loro e verso il prossimo, sia esso un bisognoso o un nemico.
4. Comportamento nelle controversie religiose
E' una sorta di piccolo manuale dove sono raccolti i seguenti consigli su come bisognava comportarsi nelle controversie religiose o verso non credenti:
a) pregare per loro perché Dio li illumini "con la medesima luce di cui ci ha fatto grazia e condurli alla pura verità" salvandoli "come un tizzone dal fuoco";
b) evitare di scandalizzarli per non dare una cattiva immagine della "nostra vera dottrina", rendendo difficile la loro conversione;
c) mostrare la verità professata con modestia e convinzione; indicare che essa è fondata sulla sana dottrina e respingere gli errori contrari alla parola di Dio;
d) rifiutare l'errore e la miscredenza dei non credenti, ma mostrare amore nella vita comune, riconoscendoli come nostro prossimo, "anzi come fratelli in base al motivo della creazione e dell'amore divino".
Arndt, citato più volte da Spener, sostenne che "la purezza della dottrina e della parola di Dio non sia mantenuta soltanto con le controversie e con la moltitudine dei libri, ma pure con una vera penitenza e una santa vita" (Vero cristianesimo, 1,39). E Spener confermò con Lutero che "la verità viene persa non a causa dell'insegnamento ma per le controversie. Le dispute portano con sé questa sciagura: che gli animi vengono quasi profanati e, occupati dalle liti, dimenticano le cose più importanti".
Dunque, controversia sì, ma soprattutto un amore, santo e sincero, verso i nostri interlocutori.
5. Educazione dei predicatori nelle Università
L'analisi che Spener fece del luteranesimo e della vita ecclesiale del suo tempo non risparmiò le Università, che considerava un "vivaio della chiesa per tutti i ceti della società e un'officina dello Spirito Santo".
I professori, con il loro esempio, avevano grande responsabilità nell'orientare gli studenti verso un ministero volto a ricercare l'onore di Dio, “poiché l'esempio è efficace quanto la dottrina”.
Gli studenti di teologia erano invitati ad applicarsi a una vita di devozione e di studio, a prepararsi a diventare un giorno un esempio per il gregge.
6. Predicazioni finalizzate all'edificazione. L'uomo interiore.
Il problema sollevato da Spener verteva sul contenuto e sulle modalità della predicazione, che egli considerava fondamentalmente carente sul piano spirituale e non finalizzata all'edificazione della chiesa. Anzi la trovava non costruita per l'uditorio, perché era fondata su un'erudizione non utile alla vita pratica delle persone e infarcita di parole straniere che nessuno della chiesa conosceva. Spener consigliava una predicazione semplice ma potente, dovendosi il predicatore adeguare agli ascoltatori e non viceversa.
Ma l'obiettivo principale delle prediche è per Spener il rafforzamento dell'uomo interiore o dell'uomo nuovo. Curare l' interiorità della persona, porre la parola di Dio nel cuore, risvegliare l'amore per Dio e per il prossimo, rivestirsi di Cristo, sono tutte operazioni che hanno lo scopo di avvicinare l'uomo a Dio e di conseguenza realizzare la novità di vita pratica cui è chiamato il credente con un comportamento esemplare ed eticamente irreprensibile nella società.
Fin qui, in estrema sintesi, il pensiero e il programma di Spener.
Ma qual è stato il rapporto tra Pietismo e il Luteranesimo, e l'intero Protestantesimo?
Quali sono stati i tratti caratteristici del Pietismo?
Il Prof. Paolo Ricca ha fornito le risposte a tali domande nella sua postfazione al testo di Roberto Osculati. Ne riporto sinteticamente le profonde riflessioni.
Nella sua analisi, il Prof. Ricca afferma che il pietismo è:
1) cristianesimo pratico;
2) ecclesiale e non settario;
3) individualista;
4) ecumenico
1) Cristianesimo pratico
Per Spener il cristianesimo, da lui definito habitus practicus, è:
- la fede in esercizio, non solo scuola di pensiero;
- "pratica della fede e della vita", non solo conoscenza;
- agape, non gnosi;
- fare la verità, non pensare la verità.
Non è possibile etichettare il pietismo soltanto come processo di interiorizzazione del cristianesimo né si deve ritenere che esso produca opere e non pensieri o che, teologicamente parlando, sostenga la dottrina delle opere. Esso ha invece una forte propensione agli aspetti pratici del valore della fede, ma questa non è esclusa né minimizzata. Il pietista non è contro la cultura, né contro l'intelligenza, ma intende coniugare la fede alla vita, la verità alla pratica dell'amore.
2) Ecclesiale e non settario
Spener non pensò mai di distaccarsi dalla chiesa per fondare un movimento alternativo. Sostenne - è vero - la nascita di chiese domestiche dove fosse possibile la lettura e la meditazione comunitaria della Parola in forma più distensiva e familiare che non nell'ambiente più rigido e meno flessibile della chiesa. Ma ciò ha costituito quell'ecclesiola in ecclesia che fu poi il suo programma di vita spirituale rivolto all'edificazione comune. Un'esperienza più ristretta che si poneva in ecclesia non extra ecclesiam né contra ecclesiam poiché voleva solo porsi come motore e parte viva della chiesa con lo scopo di rivitalizzarne l'impegno e l'attività, e restuire a quella chiesa autenticità cristiana contro il diffuso imborghesimento e decadimento.
Ciò era possibile attraverso la personalizzazione dell'evento "salvezza" con un momento soggettivo di adesione e di accettazione attraverso la conversione personale.
3) Individualista
E' individualista perché nasce da esperienze e da decisioni di fede personali: il battesimo per immersione in età adulta, l'appropriazione personale della salvezza e l'esperienza della nuova nascita. Il credente ritrova il suo vero ruolo di "sacerdote" che è coinvolto in prima persona nell'opera di testimonianza e fedeltà alla Parola di Dio, divenendo responsabile con la comunità della trasmissione del messaggio biblico. "La chiesa non è più definita a partire dal ministero ma a partire dalla conversione. La chiesa dei pastori" cede il posto alla chiesa dei convertiti, pastori o laici che siano".
4) Ecumenico
Spener va alla radice della vocazione cristiana andando al di là del confessionalismo in ambito protestante. Ciò che conta non è l'appartenenza a una confessione (luterana, cattolica, riformata, ecc.) quanto essere un cristiano che non solo professa, ma anche vive la chiamata.
Radicalizzare le posizioni confessionali fino ad avventurarsi in controversie dottrinali porta al settarismo e al dogmatismo confessionale. Più importante è invece vivere la propria confessione come via d'accesso al cristianesimo.
Il pietismo sostiene che la verità deve essere affermata non attraverso affermazioni ed enunciati dottrinali, ma praticando l'amore fraterno.
Cosa hanno detto altri teologi del Pietismo
Albrecht Ritschl lo considera come "figlio illegittimo del protestantesimo, in quanto nato da una relazione adulterina del luteranesimo con lo spiritualismo pseudo-evangelico del Cinquecento e la mistica del Seicento" al punto che di Spener egli pensa che abbia deformato e non riformato la chiesa evangelica.
Karl Barth riprende questa critica aggiungendovi il suo giudizio negativo. Egli parte dall'affermazione che il pietismo pone al centro del cristianesimo l"'io" religioso dell'uomo attorno al quale, riferisce il prof. Ricca, "istintivamente fa ruotare intorno a sé l'intero universo della fede".
Per Barth il pietismo rivaluta l'uomo, la sua autonomia, la sua signoria di sé, forse anche la sua insubordinazione a Dio nel momento in cui diventa importante la realtà della sua conversione, la sua sicurezza in Dio, anziché diventare centrale e fondamentale la sua sicurezza in Dio fondata sulla realtà della sua "conversione" in Cristo.
Inoltre, Barth sostiene che pietismo e illuminismo, pur agli antipodi nelle loro espressioni ideologiche e pur combattendosi, in realtà si somigliano perché hanno lo stesso obiettivo: umanizzare la teologia, cioè non eliminare Dio "ma situarlo all'interno dell'autocoscienza sovrana dell'uomo, trasformare la realtà che viene da fuori e come tale è percepita in una realtà interiormente sperimentata e compresa".
J.Wallmann, studiando a fondo il fenomeno pietista, conclude affermando che sul piano dottrinale Spener non ha prodotto nulla di nuovo rispetto alla Riforma. Lutero è stato per Spener soltanto un punto di partenza da cui ha attinto forza e sicurezza per sostenere convinzioni teologiche di rinnovamento e di risveglio. Non a caso Spener espone il suo pensiero sostenendo le sue idee riprendendo quelle parole che lo stesso Lutero utilizzava nelle controversie con la chiesa cattolica. Il Lutero di Spener è ovviamente un altro personaggio, perché Lutero nella Riforma del XVI secolo fonda la sua teologia sulla giustificazione per grazia mediante la fede, mentre Spener, nel XVII secolo, punta sulla santificazione.
Lutero punta su Dio, che giustifica ed è autore della salvezza dell'uomo.
Spener punta sull'uomo che si santifica.
Lutero punta tutto su Colui che inizia e realizza la salvezza con atti di grazia, Spener sulle implicazioni consequenziali all'iniziativa di Dio verso l'uomo. Ma c'è da dire che, anche in presenza di contenuti e accenti diversi, l'uno e l'altro credono al rinnovamento della chiesa e della società solo grazie alla Parola di Dio.
Aldo Palladino
26 gennaio 2007
Ebrei 5,7-9 Gesù, vero rappresentante della nostra umanità
Gesù, vero rappresentante
della nostra umanità
di Aldo Palladino
Il testo biblico: “ Nei giorni della sua carne,con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna”.
Questa (ri)proposizione è resa necessaria perché l’autore di Ebrei “vede la chiesa esposta a un pericolo, al suo interno, a causa di un crescente raffreddamento della fede.
I lettori sono diventati apatici:
- non prestano più attenzione alla predicazione (2,1; 5,11);
- rischiano di rimanere indietro (4,1);
- trascurano le assemblee cultuali, la comune radunanza (10,25);
- prima sapevano resistere nella sofferenza e sopportavano le persecuzioni (10,32 ss.);
- ora stanno per perdere le forze”, stanno per cedere ad una influenza di matrice giudaizzante che li riporta sotto il giogo della legge (13,9-11).
“La causa del raffreddamento della fede va cercata per l’autore in un deficit teologico. I suoi lettori sono rimasti fermi a un livello di conoscenza insufficiente (5,11 ss.). Ciò di cui hanno bisogno è una migliore comprensione della salvezza e, quindi, del dono che è stato dato loro tramite Gesù”(*)
Testo e contesto immediato
Nel contesto immediato (4,14-5,1-10) l’autore di Ebrei esorta i suoi lettori a stare “fermi nella fede” (4,14) e a dimostrare che Gesù ha tutti i requisiti per essere dichiarato grande Sommo Sacerdote.
L’originalità di tale dimostrazione sta nel modo in cui viene presentato il ministero sacerdotale di Gesù.
Egli, infatti, viene descritto:
1) come colui che simpatizza con noi nelle nostre debolezze, “poiché è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato” (4,15), cioè rimanendo fedele a Dio nella sofferenza;
2) come colui che è superiore ai sacerdoti levitici costituiti nel passato;
3) come colui che è stato dichiarato sommo sacerdote da un’investitura diretta da parte di Dio con la citazione di due salmi: “Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato” (Salmo 2,7) e “Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” (Salmo 110,4).
In particolare, Gesù è presentato come sommo sacerdote con le qualità:
a) di uomo sofferente che prega;
b) di Figlio obbediente nella sofferenza;
c) di colui che è autore di una salvezza eterna per tutti quelli che gli ubbidiscono.
L’autore di Ebrei, dunque, opera un collegamento di tipo teologico e pastorale tra i sacerdoti levitici e la persona di Gesù, ma lo fa evidenziando la superiorità del sacerdozio di Gesù con due elementi nuovi:
1) Gesù non è soltanto un mediatore, ma è fonte di salvezza;
2) il suo ministero è eterno; infatti, più in là dirà che Gesù ha offerto se stesso al posto di tori e capri e lo ha fatto “una volta per sempre” (9,12).
Uomo sofferente che prega
Come uomo sofferente che prega, il ricordo va, secondo alcuni, all’agonia di Gesù nel giardino del Getsemani (=frantoio per le olive) (Mc. 14,32-42), dove è “angosciato e spaventato” e dove invoca il Padre dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (Lc. 22,42).
Secondo altri, l’autore di Ebrei si sarebbe riferito alla preghiera di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio, mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt. 27,46).
Gesù è presentato come uomo e, in quanto tale, soggetto alle debolezze umane, alla fragilità, alla tentazione. Di lui vengono esaltate la sua umiliazione e la sua umanità, il suo abbassamento, la sua kénosis cioè lo svuotamento del suo essere. L’inno cristologico più antico, quello di Filippesi 2,6-11, lo descrive in modo in modo mirabile: “…spogliò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce…”.
Figlio obbediente nella sofferenza
Lungo tutta la sua vita Gesù sa di essere il Figlio del Padre. E proprio perché si riconosce Figlio si sottomette, soffre e di fronte alla morte obbedisce al Padre, collabora col Padre al suo progetto (8).
Soltanto l’ubbidienza (la collaborazione) rivela la relazione che lega il Figlio al Padre.
Autore di una salvezza eterna
Poiché Gesù è stato reso perfetto, cioè consacrato al suo ministero di sacerdote e vittima che libera, redime e salva, può trasmettere salvezza a tutti coloro che gli ubbidiscono.
Ciò avviene in quanto come sacerdote e vittima compie la purificazione dei peccati e salva l’uomo dalla paura, dalla tentazione, dal peccato e dalla morte.
All’uomo rimane soltanto di credere in colui che Dio ha mandato (Gv. 6,29) e obbedirgli. “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Tim. 2, 5).
Alla kénosis seguono la riabilitazione e la gloria (cfr. Filippesi 2,9-11) che procedono da Dio e che sono la logica conseguenza dell’ubbidienza di Cristo.
Quale nostro coinvolgimento in tutto questo?
L’autore di Ebrei intendeva operare un nuovo coinvolgimento dei suoi lettori nella vita cristiana. Voleva riportarli ad una ripresa di responsabilità e ad un rinnovato impegno. E questa operazione coinvolge anche noi, oggi. In che modo?
Ebrei 12, 2 ci dice: “…fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta”.
Una chiave di lettura delle nostre crisi attuali potrebbe essere quella di tornare a scoprire il valore umano e divino di Gesù.
Forse alla base del nostro disorientamento, del nostro scoraggiamento e del nostro disimpegno, c’è dimenticanza o mancanza di riconoscenza dell’opera della croce, del sacrificio di Gesù.
Abbiamo dimenticato o soltanto razionalizzato che Gesù ha preso il nostro posto sul legno della croce e ha portato i peccati di tutti noi, senza alcun coinvolgimento pratico.
Abbiamo forse dimenticato che in Cristo Gesù il regno di Dio è giunto fino a noi.
Egli è colui che realizza in se stesso l’uomo nuovo e un’umanità trasformata.
La sua morte sulla croce e la sua risurrezione ci danno la certezza che la via del cielo è stata inaugurata e che noi, in Cristo nostro precursore, vi abbiamo libero accesso.
Ora Egli ci pone sulla strada dell’ubbidienza nel servizio e ci chiama a uscire dalla nostra vita privata, chiusa in se stessa, per proiettarci all’esterno in un impegno e collaborazione nella comunità, ecclesiale e sociale, in qualunque progetto che concretizzi la speranza cristiana di realizzare anche parzialmente i segni del regno di Dio tra noi.
La nostra realtà, oggi
Ma la realtà nella quale viviamo sovente mette alla prova la nostra fede. Siamo anche noi risucchiati nel vortice di un mondo in delirio, che sempre più ci propone un modello di vita egoistico e individualistico, con la rincorsa vertiginosa al consumo sfrenato.
Assistiamo al successo di quegli arrampicatori che calpestano senza scrupoli gli altri pur di ottenere i loro scopi.
Siamo immersi in una cultura diffusa di sfruttamento, di illegalità, di ingiustizia, di guerra, di diritti civili negati a donne e bambini. E ancor più restiamo spettatori impotenti di quelle multinazionali che accumulano ingiustamente ricchezza in una piccola parte del mondo e depredano la restante parte lasciandola povera.
Siamo di fronte a nuovi sacerdoti e nuovi mediatori rappresentati dalle politiche e dagli interessi dei grandi poteri politici ed economici e da una cultura che vuole imporre con la forza la soluzione dei conflitti internazionali, perché incapace di dialogo e di attivare processi di aiuto e sviluppo reali a popoli e comunità in difficoltà.
Dinanzi a un tale quadro, è nostra responsabilità di credenti riacquisire l’umanità che il Cristo ha portato e annunciare la parola di giustizia pace, amore.
Come fratelli del Gesù uomo siamo chiamati a prendere la nostra croce, uscire dal silenzio della nostra tomba mortale e risorgere alla nuova vita in Cristo che ci coinvolge nel progetto di Dio per questa umanità.
Dobbiamo, dunque, abbandonare e denunciare tutti quei mediatori che finora, nella nostra vita, hanno preso il posto del Signore e rifiutare anche tutte quelle false novità presenti sul mercato delle illusioni, che danno false sicurezze ed effimere felicità.
Sulle orme di Gesù possiamo riprendere il nostro cammino di veri uomini e donne, seguendo il suo insegnamento e le sue prese di posizione, credendo con fede che la sua proposta di una nuova umanità passa attraverso la testimonianza del significato profondo della nuova vita in Cristo.
La nostra proposta è e deve rimanere la mediazione della croce del Cristo, il quale disse un giorno: “ Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati ed io vi darò riposo”.
D’altra parte, dobbiamo incoraggiare anche i non credenti a compiere il bene. Perché lo Spirito di Dio può agire su tutti, su uomini e donne di ogni popolo e nazione, affinché abbiano la forza di percorrere il cammino del servizio e avere accesso al nuovo albero della vita: la croce, dove la storia dell’uomo in Cristo Gesù trova la sua elevazione e la vittoria completa sul peccato e sulla morte.
Come cristiani, sappiamo dove si trova la fonte da cui emana ogni autentica sfida ed ogni efficace consolazione, ogni ricerca di giustizia e d’amore.
La responsabilità che ci spetta, dunque, è quella di testimoniare questa conoscenza. Nello stesso tempo, però, la credibilità di tale testimonianza è indissolubilmente legata alla fedeltà della nostra risposta.
In questo compito ci viene in soccorso lo Spirito Santo.
Aldo Palladino
24 gennaio 2007
Mc. 7,31-37 Gesù guarisce un sordomuto
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gen 2007)
Parr. S.Maria Madre della Chiesa – Via don Gnocchi, 2 – Settimo Torinese (To)
Predicatore Aldo Palladino
Marco 7, 31-37 (vers. TILC)
Come abbiamo appena letto, la folla, stupita dalla guarigione del sordo che parlava a stento (questa è l’esatta traduzione dal testo greco), esclama: “È straordinario! Fa sentire i sordi e fa parlare i muti!" (vers. TILC), che è il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno.
Chi sono i sordi e i muti? In prima istanza sono quelli che Gesù incontrava per le strade, le campagne ed i villaggi che attraversava durante il suo ministero, ma non sono solo quelli. Ci sono anche i “sordomuti” del nostro tempo, che per scelta si defilano di fronte alla complessità delle situazioni della vita e preferiscono non sentire e non parlare per quieto vivere, per omertà, per non essere esposti a nessun rischio o per altri motivi di comodo.
Forse, tra questi "sordomuti" ci siamo anche noi.
Per questo il Vangelo è il messaggio di Gesù Cristo indirizzato a ciascuno di noi, a te e a me personalmente, a tutti noi come comunità ecclesiale e a tutti noi come membri di questa società.
La Parola per te e per me
Come ha fatto col sordo che parlava a stento, Gesù ci incontra nella nostra umanità. Conosce la nostra solitudine, le nostre angosce, le preoccupazioni e gli affanni della vita quotidiana per la salute, per il lavoro instabile e precario, per il futuro incerto nostro e dei nostri figli. Gesù viene a darci il conforto della sua presenza e della sua parola che guarisce, che consola, libera e salva. Ci mette in disparte, lontano dalle folle, dal rumore che ci assorda e in quell’incontro silenzioso ci rivolge il suo“Effata! Apriti!”.
Non è un semplice invito: è un comando che ci rivolge per vincere la nostra sordità, la nostra incapacità ad ascoltare il grido che da vicino o da lontano si leva da molte parti della terra, dove si muore per le guerre, di fame, di sete, di malattie come l’Aids, la malaria, la lebbra, e così via.
”Effatà! Apriti!” all’ascolto della sua Parola e rendila feconda in te, per la vita tua e dei tuoi cari, per la tua famiglia, che deve diventare la micra ekklesìa, la piccola chiesa domestica, primo e fondamentale luogo della nostra testimonianza di credenti.
Gesù ci chiama a vivere la nostra fede nella sua autenticità e a seguire le sue orme, con una vita umile e coerente. Dunque, vinci il tuo egoismo, vieni fuori dal tuo isolamento, non lasciare che le preoccupazioni di questa vita limitino il tuo spirito e ti paralizzino. Vivi con gioia la tua fede e sappi che Gesù è la Parola che si è fatta carne per essere Dio con noi, Dio per noi, Dio in noi. Egli è l’Amico vero che non ti tradirà mai, che ti sa comprendere, che ti è accanto in ogni momento. Gesù ti ama di un amore incommensurabile fino al punto che ha dato la sua vita per te sulla croce.
In questo tempo, Egli ci chiama a liberare la nostra bocca in un inno di riconoscenza, ad aprirla per proclamare le virtù di Colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce (1 Pt. 2, 9) e che ci chiama a predicare l’Evangelo della grazia e a vivere questa parola predicata per renderla parola applicata.
L’apostolo Paolo disse: “Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato” (Rom. 10, 9).
La Parola per le chiese
Ma il comando di Gesù: “Effata! Apriti!”, è rivolto anche a noi come chiesa locale e a noi tutti come chiese cristiane delle varie confessioni da anni in cammino per la ricerca di una unità visibile. Noi sappiamo che la nostra unità spirituale esiste già fra noi, perché l’apostolo Paolo scriveva: “Sforzatevi di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace. Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati ad una sola speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti” (Ef. 4, 3-6). Ed è da questi fondamenti, da questo patrimonio di fede che realizza la nostra comunione, che possiamo ripartire per accogliere quell’”Effata! Apriti” di Gesù come atto di guarigione che ci libera dalla diffidenza reciproca, dai pregiudizi, dalla paura dell’altro, e che ci mette in comunicazione, in ascolto, in dialogo, per vincere le forze diaboliche che creano disunione e separazione.
Nel Vangelo di Giovanni è scritto: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13, 35).
E Paolo scrive: “Perciò, accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (Rom. 15:7).
La Parola per noi come membri della società
Ma “Effatà! Apriti!” è una parola rivolta anche a noi come membri di questa società, cittadini di questo Stato. E in questo ambito, la nostra responsabilità di credenti non è minore di quella che abbiamo nella nostra chiesa locale. “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo. (Mt. 5, 13-14) disse Gesù, disegnando la nostra identità di inviati con la missione di trasmettere – laddove ci troviamo – i valori cristiani attraverso le nostre scelte. La nostra voce per la sofferenza dei poveri, per i deboli e gli indifesi, per i diseredati, per i malati, per tutti coloro che non hanno voce, deve essere levata chiara e forte, perché se non facciamo questo diventiamo sale insipido che “non è più buono a nulla se non ad essere gettato via e calpestato dagli uomini”. Il compito missionario che ci è stato affidato è di aprirci all’ascolto dei bisognosi e di andare incontro alle loro necessità con la nostra solidarietà, con il nostro aiuto, con il nostro conforto, con il nostro impegno, e con l’annuncio dell’amore di Dio manifestato nella persona del Signore e Salvatore Gesù Cristo.
Il Signore ci guarisce dal nostro sordomutismo e ci fa dono di quella Parola che dà speranza ai disperati, coraggio a chi vive nella paura, dignità a chi, uomo o donna, venga respinto per il colore della pelle o per motivi socioculturali. Siamo stati resi ambasciatori di quella parola vivente ed efficace, che non potrà mai essere ridotta al silenzio.
Dunque, care sorelle e cari fratelli. Questa è la nostra comune vocazione che vogliamo riaffermare in questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
Voglia il Signore benedirci tutti insieme in questo cammino!
Aldo Palladino
07 gennaio 2007
Lc. 24,13-35 La vita della chiesa. Messaggio introduttivo per l'anno 2007
Non so come voi vivete l’inizio del nuovo anno. Da parte mia, avverto il passaggio da un anno all’altro sempre con grande emozione, non solo per il fatto che sono di un anno più vecchio, ma anche e soprattutto perché Dio mi concede e ci concede nella sua bontà, nella sua grazia, un nuovo tempo di vita, di lavoro, al suo servizio.
E questa prima domenica dell’anno 2007 può essere per ciascuno di noi, individualmente, e per tutti noi, collettivamente, l’occasione per un momento di riflessione, di chiarificazione, di dialogo, per interrogarci sul senso del nostro essere chiesa.
Gesù è qui tra noi
L’esperienza dei due discepoli di Emmaus ci porta a riflettere che vi è sempre il pericolo di credere che Gesù sia un fatto del passato, relegato nella storia di 2000 anni fa, e che non sia più presente tra noi.
E dobbiamo fare attenzione che anche la Cena del Signore non sia ridotta ad un semplice memoriale di cose del passato. Essa è memoria, sì, del cammino del Signore Gesù sino alla morte della croce, ma è anche annuncio della sua vita di risurrezione e della sua presenza spirituale in mezzo a noi. Infatti Gesù disse: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente” (Mt. 28,20).
Dunque, Gesù vive tra noi, con noi e per noi, per te e me, per questa chiesa come per tutte le chiese cristiane, ed opera per la salvezza dell’intera umanità. E la realtà della sua presenza tra noi, in questa chiesa locale non è un fatto da poco, perché è alla sua presenza che la nostra sensibilità si accentua, che le nostre reazioni cambiano. La sua presenza, inoltre, ci obbliga ad operare delle scelte, a prendere delle decisioni.
Tre decisioni da prendere alla Sua presenza
La prima decisione è di riaffermare tra noi e tutti insieme davanti al Signore il patto, l’impegno di seguirLo con fedeltà nel suo cammino, di essere suoi servitori e suoi imitatori con vera umiltà.
Tu sei chiamato a rinnovare questo patto d’amore e di servizio.
Questa tua decisione, che puoi soltanto prendere con l’aiuto dello Spirito Santo, è una delle basi del funzionamento della chiesa.
Questa comunità è e sarà comunità cristiana evangelica nella misura in cui Gesù è accolto, amato e ubbidito e il suo evangelo predicato per annunciare salvezza e pace agli uomini e alle donne che egli gradisce (Lc. 2, 14).
“La cristianità è piena di gente che ammira Cristo, ma non lo imita, cioè non lo segue. L’esempio classico di uno che ammirava Gesù senza trovare il coraggio di seguirlo è Nicodemo. Imitazione significa sequela. Gesù non ha mai detto: “Imitatemi”, ha sempre solo detto “Seguitemi” (Paolo Ricca, Un giorno una parola 2007, Editrice Claudiana, Torino).
Dunque, cara sorella, caro fratello, deciditi ad imitare il Cristo! Non aspettare a dare tutta la tua vita per lui! Da’ un senso e una precisa direzione alla tua esistenza, convertiti realmente al Signore, tu e la tua famiglia! Rifuggi dal tradizionalismo religioso, che non salva, e fa’ tua l’esperienza di un incontro vero e profondo con Gesù Cristo!
La seconda decisione è fondata su un altro impegno che dobbiamo assumere gli uni gli altri, le une con le altre: l’impegno di stabilire tra noi delle relazioni di sincero amore fondate su tre punti:
1) accoglierci come siamo (Rom. 15, 7); accogliere colui o colei che è debole nella fede (Rom. 14, 1), perché siffatte persone hanno un loro percorso da fare alla scuola del Signore. E noi possiamo soltanto seminare nel loro cuore la parola di Dio, perché se la parola di Dio non agisce in profondità nella vita delle persone non saremo certamente noi a farle cambiare. Infatti Paolo così esortava Timoteo:” Predica la parola, insisti in ogni occasione, favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e con pazienza” (2 Tim. 4, 2).
“Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello (o della sorella), né a essere per lui un’occasione di caduta” (Rom. 14,13).
2) Avere fiducia gli uni degli altri. Ciò significa non avere paura del fratello o della sorella; significa agire sempre con vera lealtà, rimuovendo pregiudizi, evitando di sparlare e di infuocare gli animi. Paolo diceva ai Romani:” Cerchiamo di contribuire alla pace e alla reciproca edificazione” (Rom. 14,19).
3) Rispettare le autorità costituite nella chiesa, perché è scritto:” Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perché essi vegliano per la vostra vita come chi deve renderne conto, affinché facciano questo con gioia e non sospirando; perché ciò non vi sarebbe di alcuna utilità” (Eb. 13, 17).
La terza decisione è di impegnarci nel lavoro di crescita della chiesa attraverso lo studio personale, attraverso le linee guida che verranno tracciate dagli Anziani (Pastori) per andare incontro ai bisogni spirituali della comunità, di testimoniare la nostra fede agli altri e di evangelizzare coloro che vengono messi sulla nostra strada senza vergognarci dell’Evangelo.
Il Signore, dunque, ci introduce in quest’altro anno della sua grazia e ci rinnova la sua chiamata a seguirlo e a servirlo. Sta a noi rispondere, con le parole del piccolo Samuele: ”Parla, o Signore, perché il tuo servo ascolta” (1 Sam. 3, 9).
7 gennaio 2007 Aldo Palladino


