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17 agosto 2026

Luca 18,9-14 A mani vuote davanti a Dio


Il fariseo e il peccatore - Paolo Curtaz


Luca 18,9-14

A mani vuote davanti a Dio

Predicazione del Past. Michel Charbonnier

Domenica, 16 agosto 2026, Tempio valdese (centro) di Torre Pellice (To)

 

Il testo biblico

Gesù disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

 

In due davanti a Dio

Conosciamo - o pensiamo di conoscere - la parabola e la sua morale, “Siate più umili”, e i suoi personaggi: il fariseo ipocrita, il pubblicano sfortunato nella vita ma dal cuore puro.

Chi sono veramente i due personaggi? “Fariseo” in aramaico significa “separato”, uno che è separato dagli altri per compiere davanti a Dio anche la santificazione degli altri peccatori. Fa più del dovuto per compensare ciò che gli altri non fanno, si carica delle responsabilità di tutti. Gli ebrei religiosi digiunavano una volta la settimana, ma i farisei due; gli ebrei erano tenuti a dare la decima soltanto sui prodotti della terra, e i farisei pagavano la decima su tutto quello che possedevano. Facevano più degli altri e al posto degli altri, come i monaci che digiunano e pregano anche per chi non digiuna e non prega, come oggi tutti quegli impegnati che si impegnano anche per chi non lo fa. Il fariseo è quello che ha capito come devono andare le cose e perciò si assume anche le responsabilità degli irresponsabili. I pubblicani invece erano dei collaboratori dell’occupante romano. Avevano l’appalto della riscossione delle tasse e, raggiunta la cifra pattuita con i romani, tutto quello che c’era in più era per loro. Perciò non avevano remore a taglieggiare i compatrioti, a esigere i balzelli anche dai poveri, dalle vedove e dagli orfani. Si arricchivano diventando complici e autori veri e propri dell’ingiustizia sociale. Erano molto ricchi, ma anche molto odiati e molto disprezzati. Vivevano sul filo di lana perché in caso di rivolta, sarebbero stati i primi ad essere uccisi. Sovente vivevano in case blindate, con porte di ferro e sbarre alle finestre per paura di ritorsioni.

Il fariseo non è un ipocrita. È un uomo serio che crede profondamente in quello che fa: è un uomo onesto, non ruba, è un buon padre di famiglia e non tradisce la moglie, ha a cuore i “valori”. Oggi è uno che si indigna davanti al degrado del mondo, fa del volontariato, è iscritto ad Amnesty International e a Natale manda 100 euro all’Unicef. Il pubblicano invece non è uno sfortunato reso cattivo dalla società. È uno che si è fatto i soldi sfruttando la violenza e l’ingiustizia della società, oggi sarebbe uno di quei nuovi ricchi che gestiscono certi locali notturni chiudendo un occhio sul consumo di alcol e altre sostanze varie, e due su tutto il resto. Quindi il fariseo è oggettivamente autore di buone opere, mentre il pubblicano è oggettivamente un malvagio. Questo è il punto di partenza di questo evangelo.

Ma che cosa succede quando i due compaiono alla presenza del Signore?

Davanti a Dio le prospettive si incrociano: l’uomo delle azioni giuste è condannato, l’uomo delle azioni malvagie è giustificato. Dio non ti giudica con la tua giustizia, ma con la sua. Gesù dice: “Io dico che il pubblicano tornò a casa sua GIUSTIFICATO”. Questa parola resta sola. La sola che giustifica il malvagio. “Contro” ci sono tutte le parole del mondo. Questa è la parola soltanto di Gesù. Ma è la parola che vince. E se pensi di domarla pensando: “sì, giustificato, ma…” oppure “chissà se questa è veramente la vera parola di Gesù…” allora questo Vangelo te lo perdi. Non lo dominerai mai, perché è solo di Gesù Cristo!

In che cosa confidi?

Che cosa dicono i due al Signore? Nella sua preghiera il fariseo esprime il suo orgoglio e il suo disprezzo per gli altri. Questi due peccati, l’orgoglio e il disprezzo per il prossimo, vanno sempre insieme. “Grazie che io non sono come gli altri e faccio tutto il giusto”. Non è una preghiera di riconoscenza. Non dice “Grazie di quello che mi hai dato, so che in un’ora mi puoi togliere tutto, mantienimi ancora sotto la tua grazia” Non riconosce i benefici di Dio perché conosce soltanto i benefici dell’Io. Sbaglia tutto: con se stesso, con il suo prossimo e con il suo Salvatore.

Il pubblicano invece non alza nemmeno gli occhi. Non può vantarsi davanti a Dio della sua vita schifosa. Non ha nulla in cui può sperare. Solo Dio può dargli qualcosa, può dargli il suo perdono incondizionato, può ricoprire l’ingiusto con la sua giustizia, può donare al peccatore la grazia che giustifica. Ecco perché la preghiera del pubblicano è una preghiera umile: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore”. E’ come se dicesse: “Non ho nulla di buono e posso solo sperare, mio Signore, che tu sia buono con me e che non mi tratti come merito davvero, ma secondo la tua parola di perdono”.

Il pubblicano si affida a Dio perché non può affidarsi a se stesso, perché non ha nulla con cui possa farsi scudo verso il giudizio di Dio, e questa speranza non viene delusa.

Che cosa dice Dio ai due che lo pregano. Colpo di scena: Dio perdona il delinquente pubblicano e condanna quella brava persona del fariseo. Il fariseo potrà fare tutte le buone opere del mondo, ma non conosce la bontà e la misericordia del Signore. Torna dal tempio non giustificato, non perdonato. Cioè, torna dal tempio condannato. Se non conosci la bontà del Signore, nessuna buona opera ti può salvare dall’inferno. Certo, le buone opere ci sono, nessuno lo nega, ma Dio non le accetta.

Facciamo un esempio. Sei in un ristorante all’aperto e ordini una frittata al tartufo. Un piatto da re. Mentre il cameriere arriva, gli cade per terra la frittata, la raccoglie, la rimette nel piatto, sporca di terra, e te la serve. Certo, la frittata è ottima. Ma tu la mangi? Io no! Così sono le opere del fariseo: buone in sé, ma rovinate dall’orgoglio e dal disprezzo verso il prossimo. E questi piatti il buon Dio non li manda giù!

Il pubblicano invece torna dal tempio giustificato. Dio l’ha perdonato perché non ha potuto fare altro che cercare la bontà e sperare nella misericordia che Dio ha promesso ai suoi figli e alle sue figlie.

Credo che sbaglieremmo a valutare questa sentenza della parola del Signore seguendo un criterio – ammiccante ma estraneo al testo – di distinzione dell’interiore dall’esteriore, pensando che il fariseo sia interiormente un delinquente e il pubblicano interiormente un uomo di buon cuore. No. Il fariseo fa effettivamente cose giuste, e le fa seriamente. Il pubblicano è effettivamente un delinquente. Ma il primo si affida alle sue buone opere, quindi a se stesso, ed è guidato dal disprezzo del prossimo, mentre il secondo si affida alla nuda misericordia del Signore.

Ora, la domanda è questa, ed è la stessa domanda che ha cambiato la vita, la fede e il pensiero dell’apostolo Paolo, di Agostino d’Ippona e del dottor Martin Lutero: dov’è la certezza del tuo cuore? In che cosa sei certo? Che cosa hai conosciuto che non può passare, che non può essere scalfito?

Sei certo di aver operato bene, ti fidi di aver operato bene, il tuo rifugio è la vita che ti sei costruito, o la certezza di far parte di un qualche popolo eletto? Il tuo vangelo è la tua morale, inconfessata, ma decisiva? O la tua arroganza di non aver bisogno di nessuna morale? Il tuo dogma è la tua idea della bontà e della giustizia di Dio, quella tua idea che ritieni giustissima, illuminatissima e indiscutibile? E che sotto sotto, alla fine della fiera, coincide con i tuoi piani e i tuoi scopi?

Oppure ti fidi e ti affidi solo alla parola del Signore, alla sua sentenza di misericordia scandalosa e immeritata da cui nessuno ti può allontanare e in cui Dio non ti condanna?

Chi sei tu? Sei quello che hai fatto, sei la tua realizzazione, la tua opera, sei la tua idea di giustizia e di bene? O sei quello che Dio dice di te? E ti dice: “Sei un peccatore, ma io ti perdono, ti giustifico senza riserve e senza condizioni”.

Tu sei quello che hai fatto e hai pensato nella vita, o quello che nella vita hai ricevuto dalla bocca di Dio?

Nel primo caso per te non c’è speranza. Quello che hai fatto di buono annega nella tua superbia e nel disprezzo che hai verso il tuo prossimo. Se invece ti affidi alla misericordia del Signore, se ti lasci vivificare e determinare dalla sua parola di liberazione, allora il perdono, la conoscenza, la verità e il paradiso sono per te.

Rinasci nella fede, nella speranza e nell’amore dalla parola di Dio e il tuo Padre nei cieli non ti abbandonerà. Dio ti giustifica. Per te non c’è più punizione, non c’è più ira, non c’è più condanna.

A mani vuote

Questa giustizia che giustifica il pubblicano è solo di Dio, perché tutte le giustizie del mondo condannano il peccatore. Il pubblicano sarebbe stato condannato da qualunque tribunale onesto di qualsiasi paese al mondo, anche nei paesi più corrotti, se non altro per mostrare una parvenza di giustizia. Il fariseo al contrario sarebbe stato lodato in qualsiasi ambiente sociale. E’ solo il Vangelo di Dio che condanna il fariseo e giustifica il pubblicano. E questo dimostra che la giustizia di Dio è solo di Dio, che lui solo può concederla, che lui solo può applicarla a noi.

Se ci presentiamo davanti a Dio dicendogli: “Signore, noi siamo umili, siamo pochi, siamo aperti, siamo accoglienti, cerchiamo di essere al passo coi tempi, siamo contro la globalizzazione, siamo per la solidarietà, siamo per la giustizia sociale, siamo per la società multiculturale, siamo i più bravi con l’otto per mille...” non facciamo altro che affermare la nostra giustizia, esattamente come fa il fariseo.

Ma c’è anche la versione travestita da “confessione di peccato”: “Signore, non siamo come dovremmo essere. Dovremmo essere più aperti, più al passo coi tempi, più capaci di cambiare. Dovremmo guardare di più a dove stiamo andando, dovremmo innovare, dovremmo cambiare tutto ciò che non funziona più. Dobbiamo fare di più…”.

Questa è la versione progressista, ma possiamo fare esattamente la stessa cosa anche in salsa reazionaria: “Signore, noi non siamo come dovremmo essere. Dovremmo essere più fedeli, più ancorati alla tradizione, dovremmo ricordarci di più da dove veniamo. Una volta eravamo più fedeli, più seri, più attaccati alla nostra storia…”.

Le riconoscete, queste finte confessioni di peccato?

Due versioni di un’apparente confessione di peccato, due atteggiamenti opposti, che però davanti a Dio diventano esattamente la stessa cosa: il tentativo di costruire la nostra giustizia, sostituendo semplicemente il fariseo di oggi con quello di ieri o con quello di domani. Il fariseo può indossare i panni del reazionario o quelli del progressista, ma rimane fariseo: continua a confidare in ciò che è, in ciò che fa e in ciò che pensa di dover essere.

E invece, ci si presenta a Dio con in mano niente, perché quello che pensi di avere, in quel momento ti condanna. O sei a mani vuote, o con le mani piene della tua condanna.

 

Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi al cielo. Guardava a terra, all’humus - da cui la parola umiltà. Non aveva più nulla da presentare a Dio. E proprio lì, dove non poteva più contare su se stesso, Dio lo ha trovato e lo ha giustificato.

Perché il problema del fariseo non è che abbia fatto cose buone. Il problema è che quelle cose buone sono diventate la misura con cui giudica se stesso e, soprattutto, il prossimo. Il suo orgoglio e il suo disprezzo per gli altri sono il segno che non si affida più alla misericordia di Dio: si affida alla propria giustizia. E quando ci affidiamo alla nostra giustizia, abbiamo sempre bisogno di qualcuno che sia meno giusto di noi, meno bravo di noi, meno fedele di noi, meno degno di noi. Il fariseo non può stare in piedi davanti a Dio senza mettere qualcun altro più in basso.

Per questo il Vangelo non ci dice semplicemente: “Siate più umili”. Ci dice qualcosa di più radicale: smetti di cercare la tua giustificazione in ciò che sei, in ciò che fai e nel confronto con gli altri. Perché finché la tua giustizia viene da te, l'orgoglio e il disprezzo del prossimo torneranno sempre, magari sotto forme diverse, magari perfino sotto forma di zelo religioso, di impegno morale o di critica verso chi non è come te.

Quando sai che non sei degno di cercare Dio, quando sai di essere a mani vuote, allora Dio ha trovato te e non ti ha trovato nell’alto dei cieli, ma ti ha trovato nella persona del suo Figlio, quello sulla croce. Quel Cristo è l’unica giustizia che Dio ti dà e che Dio riconosce come tale.

E allora puoi finalmente smettere di giustificare te stesso, te stessa, e di condannare gli altri. Puoi stare davanti a Dio a mani vuote, senza dover dimostrare di essere migliore di qualcuno. Perché se la tua giustizia è Cristo, non hai più bisogno dell'orgoglio che ti innalza né del disprezzo che abbassa il tuo prossimo.

Non c’è altro Vangelo: non c’è altra giustificazione del peccatore e della peccatrice al di fuori di questo.

Amen.

                                                                                   Michel Charbonnier