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18 settembre 2026

Genesi 2,4-9.15.24


Genesi 2,4-9.15-24

L’uomo nel racconto della creazione

Meditazione di Aldo Palladino

 

Il testo biblico

4 Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati. Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli, 5 non c'era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il SIGNORE non aveva fatto piovere sulla terra, e non c'era alcun uomo per coltivare il suolo; 6 ma un vapore saliva dalla terra
e bagnava tutta la superficie del suolo.
7 Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente. 
8 Dio il SIGNORE piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l'uomo che aveva formato. 9 Dio il SIGNORE fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male…

15 Dio il SIGNORE prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. 16 Dio il SIGNORE ordinò all'uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 17 ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».18 Poi Dio il SIGNORE disse: «Non è bene che l'uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 19 Dio il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli avrebbe dato. 20 L'uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. 21 Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull'uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui e richiuse la carne al posto d'essa. 22 Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all'uomo, formò una donna e la condusse all'uomo. 23 L'uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall'uomo». 24 Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.

 

Introduzione

Fiumi d’inchiostro sono stati versati per scrivere riflessioni su questo testo tra i più letti, discussi  e fraintesi di tutta la Scrittura. È stato letto come un resoconto di cronaca, quasi come un "documentario" sulle origini, e tanto discusso da scienza e fede da portare alla polarizzazione in creazionisti ed evoluzionisti, sostenuti da un fondamentalismo letteralista da una parte e da un razionalismo scientifico e una teologia liberale e storico-critica dall’altra. Per amore della verità, queste contrapposizioni non hanno senso perché poggiano sull’errore metodologico di confondere il piano teologico con quello scientifico. La teologia, infatti, intende rispondere alla domanda sul “perché” e su “chi” mentre la scienza risponde alla domanda sul “come” e sul “quando”. I letteralisti, dunque, che difendono un creazionismo in senso stretto, negano ogni altro approccio perché fondano la loro fede sull’inerranza biblica e sul rifiuto di ogni forma di ateismo mascherato che esclude Dio dal mondo per far posto alla dea ragione. Ma la teologia e la scienza hanno dimostrato che possono convivere benissimo e riconoscere una Mente intelligente all’origine dell’universo. Ne danno testimonianza molti scienziati dinanzi a tutte le scoperte scientifiche, anche le più recenti.

Dunque, dinanzi a questo meraviglioso scenario della creazione (Genesi 1 e 2), pittoresco, poetico, simbolico, mitico, tipico di questo genere letterario, la domanda è: “Perché? Perché questo racconto?”. O meglio, “perché questi racconti?”. Qual era il proposito del redattore di questi racconti?

Due racconti della creazione

Si, due racconti. Perché nei primi due capitoli della Genesi incontriamo due racconti della creazione diversi l’uno dall’altro.

In Genesi 1 Dio è chiamato "Elohim", potente e trascendente, di cui udiamo la voce quando proferisce quel “Fiat Lux” che rappresenta l’inizio di un progetto in cui dà inizio alla vita nell’universo e alla relazione con l’umanità: cielo, terra, mari, piante, animali, infine l'uomo e la donna che sono a immagine di Dio.

In Genesi 2 Dio è "JHWH Elohim", il Signore Dio, un Dio “vasaio” che modella con le mani, un Dio “giardiniere” che pianta un giardino, che passeggia e contempla accarezzato dal venticello della sera. In questo secondo capitolo, l'ordine è rovesciato, perché l'uomo viene formato per primo, poi le piante e gli animali, infine la donna.

Questi due racconti derivano, secondo studi affermati dal XIX secolo in poi, da due tradizioni distinte, successivamente unificate dai dotti scribi del popolo d'Israele.

La prima tradizione, quella di Genesi 1 è chiamata “Sacerdotale (fonte P)”. È più recente, perché elaborata probabilmente durante o dopo l'esilio babilonese (VI secolo a.C.) per dare conforto e speranza al popolo in esilio.

La seconda tradizione, quella di Genesi 2, è chiamata "Jahvista (fonte J)", più antica nelle sue radici, forse risalente al X-IX secolo a.C., è stata redatta in epoca monarchica, con un linguaggio che utilizza il nome impronunciabile di Dio col tetragramma sacro YHWH.

In questo secondo racconto della creazione, Dio forma l’uomo come un vasaio lavora l’argilla. L’uomo è dunque tratto dalla terra, adamah, da cui deriva il suo nome, Adamo. Plasmato dalla divina creatività, Adamo diventa un essere vivente perché animato dal soffio di Dio. Dopo l’uomo, come già detto, secondo un ordine rovesciato rispetto al racconto di Genesi 1, Dio pianta un giardino, le piante, gli animali e la donna, tratta dalla carne di Adamo.

Il redattore scrive questo racconto in netta opposizione alle culture mesopotamiche (babilonesi e assire) e cananee, che avevano miti di origine contrassegnati da un pantheon di divinità in perenne conflitto tra loro. I racconti di Genesi 1 e 2, dunque, nascono in Israele per affermare l’unicità di Dio e presentare una creazione armoniosa in aperto contrasto col disordine dei culti politeisti dell’epoca. Inoltre, nei miti pagani l’uomo nasce come schiavo degli dèi, creato per liberarli dalla fatica mentre nel redattore biblico questa visione è rovesciata: l'uomo non è creato per servire Dio come uno schiavo serve un padrone capriccioso, ma per abitare un giardino che Dio stesso pianta per lui, "perché lo coltivasse e lo custodisse" (v. 15). È una polemica teologica sottile: contro gli dèi tirannici delle culture vicine, Israele annuncia un Dio che si prende cura, che pianta alberi "piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi " (v. 9).

La custodia del creato

Il compito che Dio affida all’uomo è quello di lavorare e custodire il giardino, la terra. Il lavoro non è una condanna ma è vocazione, è parte della dignità originaria dell'essere umano. Questo ha una portata enorme anche per noi oggi: in una cultura che spesso oscilla tra il culto della produttività e il disprezzo per il lavoro manuale, il testo ci ricorda che prendersi cura della terra - "custodirla", dice il testo, con un verbo che in altri contesti biblici indica la custodia di un tesoro sacro - è parte costitutiva dell'essere immagine di Dio nel mondo. In tempi di crisi ecologica, questo versetto meriterebbe di essere riscoperto: non "dominio" cieco, ma custodia responsabile, non sfruttamento e rapina delle risorse della terra ma amministrazione con amore, rispetto, cura e salvaguardia dell’intero creato, della sua natura, della vita ospitata, in una relazione armoniosa con “sora nostra madre terra” (San Francesco d’Assisi nel Cantico delle creature). Poiché non abbiamo un’altra “casa” dove vivere, l’umanità ha il dovere etico di mettere in atto tutte quelle iniziative perché la terra che ci ospita e ci nutre venga preservata da ogni sorta sfruttamento, di vandalismo e violenza, da tutte le politiche di aggressione e di distruzione degli habitat naturali per perseguire profitto e potere in nome di un pseudo-progresso.

Dalla solitudine alla relazione

Superando il tema della presenza dei due alberi nel giardino, l’albero della vita e quello del bene e del male, che ha necessariamente bisogno di una trattazione a parte, il seguito del racconto è ancora più sorprendente, perché affronta il tema della solitudine dell'uomo nel giardino. Circondato da una natura meravigliosa, l’uomo si relazione unicamente con gli animali. Nonostante avesse detto che ogni cosa creata era buona, Dio si accorge che la solitudine dell’uomo costituiva un problema e dice: "Non è bene che l'uomo sia solo" (v. 18). È la prima volta, in tutta la Scrittura, che qualcosa viene dichiarato "non buono". Qui troviamo una crepa: la solitudine non è buona. E Dio non risolve il problema con un miracolo istantaneo, ma con un percorso: fa sfilare davanti all'uomo gli animali, perché egli dia loro un nome. Dare un nome, nella mentalità semitica, non è un'etichetta: è un atto di conoscenza, quasi di autorevolezza e di relazione. Ma nessuno degli animali si rivela "che sia adatto a lui” o che gli corrisponda (v. 20). Dio, allora, ricorre ad un supplemento di creazione: come un anestesista fa cadere un sonno profondo sull'uomo e, come un chirurgo, trae dal fianco dell’uomo una donna.  Non la trae dalla testa per non dominarlo né dai piedi per essere maltrattata, ma dal fianco, per stargli accanto. Meglio ancora: l'espressione ebraica ezer kenegdo, difficile da tradurre, non significa una subalterna, un'ausiliaria minore, ma letteralmente "un aiuto di fronte a lui", uno che gli sta di fronte, alla pari, come specchio e come compagnia.  E l'uomo, vedendola, non le dà un nome come agli animali: prorompe in un canto, il primo verso poetico della Bibbia: "Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne" (v. 23). È un grido di riconoscimento, quasi un innamoramento originario: finalmente qualcuno simile a me, capace di rispondermi, di guardarmi negli occhi. Somiglianza e alterità. Qui il simbolismo della donna tratta dalla «costola» acquista un significato suggestivo. Quando Adamo finalmente vede la donna non la presenta come una creatura inferiore, ma come la corrispondente, quella che appartiene alla sua stessa carne e che gli sta davanti come persona distinta.

Da questo racconto nasce una delle affermazioni più dense di tutta l'antichità sul matrimonio e sulla relazione umana: "Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà con sua moglie, e saranno una stessa carne" (v. 24). In un mondo antico dove i legami di sangue, di clan, di appartenenza tribale erano tutto, questo versetto è quasi rivoluzionario: la relazione coniugale può generare un legame più forte persino di quello di sangue. "Una sola carne" non descrive solo l'unione fisica, ma una fusione di destini, un'alleanza totale.

Una parola per noi, oggi

Quali insegnamenti possiamo cogliere, noi che viviamo nel 2026, che sappiamo come funziona l'evoluzione biologica, che non abbiamo bisogno di leggere questo testo come un trattato scientifico né di fisica né di paleoantropologia?

Direi fondamentalmente questi insegnamenti:

essere umani significa essere fatti di terra e di soffio insieme: nessun disprezzo per il corpo, per la materialità, per il lavoro delle mani e insieme nessuna riduzione dell'essere umano a pura biologia. Possiamo affermare che il lavoro e la cura del mondo non sono un peso accessorio, ma parte di ciò che ci rende pienamente umani, in un'epoca che ha un disperato bisogno di persone che "coltivino e custodiscano" invece di sfruttare. Possiamo dire che la solitudine non è una colpa da nascondere né una debolezza da superare da soli: è Dio stesso, nel racconto, a riconoscerla come "non buona" e a muoversi per colmarla; e questo ci autorizza, oggi, a non vergognarci del nostro bisogno di relazione, di comunità, di essere visti e riconosciuti da qualcuno "che ci corrisponda".

Possiamo pensare, infine, che la relazione tra uomo e donna, nella sua radice più antica, è pensata come incontro tra pari, come reciprocità e non come gerarchia di possesso: un messaggio che ha impiegato millenni a farsi strada nella storia e che, ancora oggi, in molte case e in molte culture -  anche religiose - fatica a essere davvero ascoltato.

Non dobbiamo credere che Adamo sia esistito come individuo storico. Possiamo leggerlo come lo leggevano probabilmente i primi ascoltatori in Israele: come uno specchio in cui riconoscere la nostra condizione - fatti di polvere e di respiro, chiamati a custodire il mondo che abitiamo, e destinati, nella nostra stessa struttura d'esseri umani, a cercare un volto che ci corrisponda, per non restare soli.

Che questa Parola, antica di quasi tremila anni, continui a formarci, come l'argilla nelle mani del Vasaio.

                                                                                              Aldo Palladino

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