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08 febbraio 2009

PER ELUANA ENGLARO E PER I SUOI GENITORI, RISPETTO E  SOLIDARIETA' CRISTIANA DAL MONDO PROTESTANTE RIFORMATO

 

Vangelo di Marco 1:29-31

Predicazione del Past. Sergio Manna

 

Tempio Valdese di Pomaretto (TO)
Domenica, 8 febbraio 2009

 

 

Il testo biblico

29 Appena usciti dalla sinagoga, andarono con Giacomo e Giovanni in casa di Simone e di Andrea. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre; ed essi subito gliene parlarono; 31 egli, avvicinatosi, la prese per la mano e la fece alzare; la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli.

 

 

Care sorelle e cari fratelli,

in questo breve episodio Marco ci racconta uno dei primi miracoli di Gesù.
Una donna è a letto afflitta dalla malattia. Gesù arriva, le prende la mano, la libera dalla febbre e la guarisce.

La donna è la suocera di Pietro che subito si alza e si mette a servirli.

C'è chi ha voluto fare una lettura malevola di questo miracolo.

Si tratterebbe di una guarigione maschilista, dettata da bassi bisogni primari.

Gesù e i suoi hanno fame e allora val la pena di guarire la suocera di Pietro, che altrimenti chi preparerà il pranzo?

Naturalmente fare una simile lettura vuol dire applicare categorie di pensiero moderne ad un racconto del I secolo.

In realtà, per la mentalità dell'epoca, quando c'erano ospiti di riguardo era considerato come un grande onore poterli servire.

Era un privilegio farlo;  un privilegio ed un onore che toccavano alla donna più anziana della casa.

E dunque, per la suocera di Pietro, l'essere ammalata proprio nel giorno in cui un famoso maestro era ospite in casa sua era sicuramente motivo di dispiacere.

Doveva pesarle molto il non poter esercitare l'onore e il privilegio che le spettava, di manifestare l'ospitalità a Gesù mediante il servizio che le competeva in quanto donna più anziana della casa.

E dunque, a bene vedere, Gesù nel guarirla rivela grande attenzione e sensibilità; le restituisce il suo ruolo, la sua posizione.

La guarigione che egli opera non ha soltanto un effetto fisico; ne ha anche uno di carattere sociale, perché reintegra la persona, le restituisce il suo status, la sua posizione, la sua funzione.

Non si tratta di un atto maschilista, ma di un'azione liberatrice che nasce dalla sensibilità e dall'attenzione ai bisogni della persona.

Ecco, qui c'è un punto importante che tocca anche l'attualità.

Essere sensibili e attenti ai bisogni delle persone e compiere gesti di liberazione.

Leggendo questa pagina del Vangelo non ho potuto fare a meno di pensare ad un'altra donna costretta a letto e impossibilitata a muoversi, per la quale però non sembra esserci alcuna guarigione possibile.

Mi riferisco a Eluana Englaro e al clamore suscitato dalla decisione della Corte d'Appello, confermata poi dalla Cassazione, di autorizzare l'interruzione dell'alimentazione forzata e degli altri supporti che la mantengono artificialmente in vita.

Eluana è in stato vegetativo permanente da 17 anni, inchiodata ad un letto, priva di coscienza, prigioniera di un corpo che è diventato il suo sarcofago.

Nel suo caso non sembra esserci alcuna possibilità di risveglio, di ritorno alla vita.

E' vero che c'è anche chi esce dal coma. E' vero che a Bologna esiste una Casa dei risvegli, dove vengono ricoverate persone in stato vegetativo permanente.

Ma se entro un anno tali persone non si risvegliano si rinuncia a seguirle, perché dopo un anno le speranze diventano troppo scarse.

Per  Eluana di anni ne sono passati ben 17 e ciò che si sta prolungando nel suo caso non è la vita; semmai l'agonia.

Quale gesto liberatorio richiederebbero in questo caso l'attenzione e la sensibilità ai bisogni della persona?

I familiari di Eluana chiedono dal 1992 che l'alimentazione forzata venga interrotta affinché la loro figlia possa andarsene in pace, così come accadrebbe in molti Paesi del mondo.

Eluana stessa, prima dell'incidente che l'ha ridotta in quello stato, aveva chiaramente  manifestato  la volontà di non essere tenuta in vita artificialmente se le fosse accaduto qualcosa. L'aver visto un amico in coma l'aveva portata a quella decisione.

Il tribunale, dopo aver esaminato ogni cosa, ha dato finalmente ragione ad Eluana e ai suoi genitori.

Ma la chiesa cattolica e i politici che dipendono troppo dal voto di quest'ultima gridano allo scandalo e non si vergognano di pronunciare parole durissime contro il padre di Eluana e contro quanti intendono, nel rispetto della legge e dell'articolo 32 della Costituzione,  rispettare l'autonomia e la volontà della persona.

Volano parole grosse: si parla di omicidio, di assassinio.

Beppino Englaro, un uomo consumato dal dolore, viene definito con arroganza come un padre snaturato.

E tutto questo nel nome di Dio.

Nessun rispetto per il dolore di quest'uomo e di sua moglie.

Nessun rispetto, nessuna sensibilità, nessuna attenzione ai bisogni della persona.

Autorevoli specialisti affermano che Eluana non soffrirà, perché le funzioni superiori del suo cervello sono intaccate e dunque non può provare né fame, né sete, né dolore; sensazioni che richiedono l'elaborazione della coscienza, cioè proprio ciò che manca a chi ha lesioni cerebrali come quelle di Eluana e si trova in stato vegetativo permanente.

Ma altri specialisti, messi in campo dall'associazione dei medici cattolici, insorgono e prospettano per Eluana una morte atroce: un farla morire di fame e di sete, quasi si trattasse di una persona perfettamente cosciente che viene chiusa in una stanza senza cibo né acqua fino alla morte.

Naturalmente non è così, ma evocare questo tipo di immagini fa certamente effetto sull'opinione pubblica.

A quanto pare anche il governo ha deciso di cavalcare l'onda e sembra intenzionato a impedire, tramite un decreto, ciò che un tribunale ha legittimamente autorizzato.

E in tutto questo si fa uso e abuso del nome di Dio.

Io ho la sensazione che in fondo a chi ha trasformato questa situazione dolorosa in una battaglia ideologica non importi nulla né di Dio né di Eluana.

E tuttavia voglio provare, soltanto per un momento, a credere alle tesi di chi sostiene che con la sospensione dell'alimentazione forzata e dell'idratazione artificiale Eluana soffrirà.

Questo vorrebbe dire che Eluana sarà cosciente di quello che le sta avvenendo.

Ma allora se sarà consapevole che sta morendo di fame e di sete, vorrà anche dire che è stata consapevole della propria condizione per tutti questi lunghissimi diciassette anni; consapevole di essere in un corpo che non può muoversi, che non può reagire, che non può comunicare in nessun modo con l'esterno, che non può manifestare emozioni, che non può controllare la in alcun modo le proprie funzioni; un corpo divenuto come una sorta di sarcofago.  E in più con la consapevolezza di essere tenuta in quelle condizioni contro il proprio volere, avendo a suo tempo dichiarato apertamente di preferire la morte a tutto questo.

Sarebbe pazzesco!

Come vi sentireste voi se vi trovaste al posto di Eluana e se foste consapevoli di essere in quella situazione da 17 anni?

Vorreste forse rimanerci per altri 40 anni (come vorrebbero i sedicenti "paladini della vita") o non preferireste piuttosto che quella tortura finisse, anche se si trattasse di morire di fame e di sete?

Cosa considerereste più atroce la morte o non piuttosto il prolungamento forzato della  vita in quelle condizioni?

A ciascuno la sua risposta.  

Da credente evangelico io penso che in questi come i altri casi debba valere ciò che Gesù ha detto ai suoi discepoli, tanto in positivo quanto in negativo:  "Fa' agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te", "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te".

Cosa vorremmo per noi stessi se ci trovassimo al posto di Eluana?

Il rispetto della nostra volontà o che la nostra volontà venga calpestata?

Se c'è una cosa che mi è diventata quanto mai chiara in questi giorni è la necessità assoluta che nel nostro paese si arrivi al più presto ad una legge seria sul testamento biologico, affinché casi come questo di Eluana (quale che sia il suo esito) non abbiano a ripetersi.

La gerarchia cattolica nel nostro paese appare come un blocco monolitico deciso a difendere la vita anche a costo di prolungare l'agonia di una persona fino all'inverosimile.

In Germania, invece, il cardinale Karl Lehmann, presidente della conferenza episcopale cattolica, insieme a Manfred Koch, presidente del consiglio delle chiese evangeliche tedesche, ha distribuito, un paio di mesi fa, nel duomo di Muenster, un esempio di testamento biologico che riconosce l'autodeterminazione della persona e il suo diritto di rifiutare tutte le procedure che non servono a migliorare la qualità della vita ma soltanto a dilazionare la morte.

Non si capisce perché Ratzinger e i suoi non possano prendere esempio dai loro colleghi tedeschi.

C'è ancora una cosa che mi lascia perplesso nell'atteggiamento di molti cattolici.

Tutto questo attaccamento alla vita, questo volerne impedire la fine naturale in ogni modo, mi sembra davvero in contraddizione con l'affermazione di credere nella resurrezione, in una vita oltre la vita, nell'esistenza del paradiso.

Tutto questo accanimento sul povero corpo di Eluana mi pare indegno da parte di persone che dicono di credere in un Dio misericordioso capace di liberare dalla sofferenza e accogliere chi muore nel suo regno.

Per vie naturali Eluana Englaro se ne sarebbe andata in pace già nel 1992; con metodi artificiali la sua vita è diventata un calvario per ben 17 anni.

L'agire del Signore Gesù Cristo è stato sempre caratterizzato dall'attenzione alla persona, ai suoi bisogni: un agire orientato alla liberazione.

E allora, da credente, mi chiedo (e vorrei chiedere a coloro che stanno manifestando fuori dalla clinica di Udine) cosa sarebbe davvero liberatorio per Eluana; cosa manifesterebbe davvero attenzione alla sua persona e ai suoi bisogni.

Ho iniziato riflettendo su Gesù che prende per mano la suocera di Pietro, la libera dalla febbre e l'aiuta ad alzarsi.

Voglio concludere ora con un'immagine diversa ma simile.

M'immagino Cristo seduto ai piedi del letto di Eluana, che le prende la mano e finalmente la libera da quel corpo divenuto il sarcofago nel quale è stata prigioniera per gli ultimi 17 anni; immagino Gesù che la libera e l'aiuta ad alzarsi per portarla con sé e donarle finalmente pace e riposo in attesa della resurrezione.

Oggi accenderò una candela e la metterò davanti alla finestra del mio studio e questa sarà la mia preghiera. Spero possa essere anche la vostra.

Sergio Manna
Pastore Valdese

03 febbraio 2009

Matteo 17, 1-9: La trasfigurazione di Gesù

Predicazione del Past. Stefano D'amore

 

 

Domenica, 1 febbraio 2009

Tempio Valdese di Torino

C.so Vittorio Emanuele II, 23

 

Il testo biblico

1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro; la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce. 3 E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui. 4 E Pietro prese a dire a Gesù: «Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende; una per te, una per Mosè e una per Elia». 5 Mentre egli parlava ancora, una nuvola luminosa li coprì con la sua ombra, ed ecco una voce dalla nuvola che diceva: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo». 6 I discepoli, udito ciò, caddero con la faccia a terra e furono presi da gran timore. 7 Ma Gesù, avvicinatosi, li toccò e disse: «Alzatevi, non temete». 8 Ed essi, alzati gli occhi, non videro nessuno, se non Gesù tutto solo.

9 Poi, mentre scendevano dal monte, Gesù diede loro quest'ordine: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo sia risuscitato dai morti».

 

Letture di appoggio: Filippesi 2,5-11; II Corinzi 4,3-10

 

Care sorelle, cari fratelli,

in un crescendo di nuovi arrivi, di nuovi personaggi, la scena man mano si completa: Gesù, prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Poi compaiono Mosè ed Elia e infine parla Dio.

Una scena che sembra un dipinto, proprio come quella immaginata e dipinta da Raffaello, per chi la ricorda.

Matteo non è un regista di film né di teatro, eppure ci fornisce tutti gli elementi per poterla vedere oggi con i nostri occhi questa strana esperienza mistica, fatta di apparizioni, luci, voci e metamorfosi, così vicina ad esempio a quella di Paolo sulla via per Damasco.

 

È chiaro fin da subito che questo racconto ha un forte carattere simbolico. Nelle predicazioni del mese di gennaio abbiamo incontrato diversi testi che rivelano l'identità di Gesù (proprio perché siamo nel tempo di Epifania). Provando a riassumere questo brano potremmo dire che qui viene espressa la conferma dell'identità di Gesù. I suoi discepoli possono sentirsi rassicurati, perché non chiunque poteva essere oggetto di quella trasfigurazione. Gesù è in linea di continuità con le profezie dei più grandi profeti (Mosè ed Elia), questo è il senso e Dio stesso dice che in questo suo figlio si compiace. Lo aveva già fatto in occasione del suo battesimo e ora lo ribadisce: "Questo è il mio figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto". E ora aggiunge anche "ascoltatelo!".

Anche la luce, il fulgore del volto e dei vestiti vanno in quella direzione. Ancora per noi l'immagine della luce ci rimanda a qualcosa di puro, candido, divino. Il messaggio è chiaro: Gesù è uomo ma è anche uno con il Padre. Lo confermano le profezie e lo conferma Dio.

Ma è importante notare che questa conferma arriva dopo che Gesù ha fatto già un po' di cose… Questo significa che secondo Matteo il Signore non conferma un'identità ideologica di Gesù. Dalla nuvola non arriva una voce che dice: quest'idea di mio figlio mi piace, questo programma per un ipotetico futuro lo sottoscrivo. Dio parla di suo figlio che è un uomo in carne ed ossa e che ha già guarito malati, paralitici e lebbrosi, che ha già istruito sull'amore verso i nemici, che ha condannato il formalismo religioso, i tesori sulla terra e il giudizio degli altri, che ha incontrato nelle loro case le emarginate e i peccatori.

Insomma, da Dio giunge una voce che approva e conferma il ministero di Gesù, così come era stato portato avanti fino ad allora. E l'invito forte a proseguire nella sequela di quest'uomo, ascoltandolo, arriva fino a noi.

 

Ma oggi mi piacerebbe che ci soffermassimo su un piccolo particolare di questo racconto, una frase che passa inosservata tra i commentatori e forse anche alla nostra lettura.

Non solo il volto di Gesù si trasforma, anche la scena che abbiamo descritto finora, carica di personaggi, significati… si trasforma!

Di fronte alla Parola di Dio che fuoriesce e scende dalla nuvola, i discepoli cadono a terra, presi da timore. Questo gesto è fondamentale nella nostra narrazione, da qui in poi entriamo in una nuova prospettiva.

Nonostante la loro immaturità, nonostante si trovino spesso a non comprendere le parabole di Gesù, sebbene siano a tratti distratti, titubanti o a volte anche assenti, l'istinto dei discepoli li porta a gettarsi per terra. Interviene la semplicità, la spontaneità del loro cuore e della loro fede: di fronte a Dio ogni protezione crolla, non resta che prostrarsi inermi di fronte alla Sua presenza e coprirsi gli occhi (proprio come Mosè sul Sinai ed Elia nella grotta avevano fatto). Non resta che ammettere la propria piccolezza di fronte a Dio, ai suoi progetti, alle sue dichiarazioni.

Questo gesto di crollare a terra, sopraffatti dalla voce di Dio, di gettare la faccia per terra e di chiudere gli occhi, è fondamentale perché permette loro (e arriviamo alla frase incriminata), permette loro, una volta alzati gli occhi, di vedere l'essenziale: Gesù da solo.

(Prendere la Bibbia) "Non videro nessuno, solo Gesù. Gesù solo. Soltanto Gesù. Gesù da solo. Gesù tutto solo (nelle varie traduzioni che si possono trovare).

È chiaro il senso del versetto: ad un tratto non c'era più nessuno dei personaggi di prima ed era rimasto solo lui.

Ma è rimasto "solo lui" o "lui da solo"?

Cioè, Gesù senza quelli che c'erano prima o Gesù in solitudine?

Piccola questione linguistica che dà un colore diverso, una pennellata d'ombra sul nostro dipinto.

Intravediamo grazie a quella parola di sole quattro lettere, una macchia d'inchiostro in mezzo a tante altre, un Gesù dal volto più umano, un Gesù che certo sa sedere ai banchetti di nozze, ma spesso si ritira in disparte per pregare, e a volte è trascinato da un destino che non vuole, imprigionato in un futuro impossibile da programmare.

E riaffiorano alla nostra mente altre situazioni in cui Gesù è solo. Tentato in mezzo al deserto, ogni volta che si ritira per pregare, nel giardino del Gezemani, sulla croce. La storia di Gesù deve essere stata anche una storia di solitudine.

Gesù deve essere stato anche solo. Ma a volte ci convinciamo che questa parola sia più vicina all'avverbio "solamente" che al sostantivo "solitudine". E come non ci è immediato riconoscere la solitudine di Gesù (e perché no forse anche la solitudine di cui soffre Dio) ci è difficile pure scorgere quando il nostro prossimo è solo. Ci fa male svelare la solitudine nascosta tra le pieghe della nostra esistenza. Non sopportiamo l'idea di scoprirci soli e non amiamo che qualcuno ci metta di fronte alla sua dolorosa solitudine.

 

Mi scopro solo, Signore,

come la stella del mattino

come il primo uomo sulla terra

come l'ultimo vecchio della borgata

solo,

come la voce che grida nel deserto

come chi si nasconde in una grotta sotto il mare

come chi conduce un popolo verso lo sterminio

solo,

come un colpo di fortuna

come l'unico bacio del traditore

come chi si è perso senza rendersene conto.

 

Fratelli e sorelle,

la sensazione di toccare il fondo conosce bene molti dei nostri cuori... Ma anche noi, in compagnia dei discepoli, siamo invitati dalla voce di Gesù che dice "Alzatevi, non temete".

Una volta ascoltata la Parola di Dio e invitati da Gesù, come i discepoli, risolleviamo il nostro sguardo perché forse proprio nella crudezza di questa immagine di Gesù tutto solo, se la osserviamo e la riconosciamo come vera, possiamo trovare una risposta.

Proprio nell'essenzialità del "Gesù solo" sta la novità che ci libera. Scompaiono Mosè ed Elia, le vecchie sicurezze, la proposta di mettere le tende nei ricordi o nelle tradizioni a cui leghiamo Cristo e la nostra fede si rivelano infantili, sparisce ciò che distrae, ciò che acceca e resta invece chiaro e nitido un solo contorno. Solo Gesù, come dissero i Riformatori: Solus Christus.

Ed è un Gesù adulto, indipendente quello in cui crediamo, che riprende subito dopo il suo percorso tra i villaggi della Palestina, verso Gerusalemme, verso la croce, dalla parte dei piccoli e dei deboli, spaventato e fedele. E' un Gesù che indica una via propria, che rivela l'amore di Dio. L'unico centro da cui partire, o con il quale proseguire. Il cammino dei discepoli al fianco di Gesù infatti prosegue. Dopo essersi rigenerati, raccolti sul monte per ricevere un messaggio e guardare in trasparenza la propria fede, arriva la discesa, ricomincia la settimana. Dal monte si scende e ci si immerge, con i versetti successivi, nella storia del ragazzo indemoniato, nel pagamento della tassa, nell'incontro con i bambini. L'urgenza di un mondo in agonia necessita che di tanto in tanto ci si fermi, ci si rigeneri e ci si disseti ad una fonte, ma richiede anche prontezza nel saper ripartire, anche per incontrare volti e storie di solitudine.

E tutto ciò acquista senso e significato se la strada che percorriamo guarda alla resurrezione. Noi sappiamo, a differenza dei discepoli, che su quell'altro monte, il Golgota, Dio sarà di nuovo presente e confermerà ancora suo figlio resuscitandolo.

Fratelli e sorelle, consapevoli che la via tracciata è stretta e tortuosa percorriamola insieme, certi che lungo quel cammino il Signore non farà mancare la sua presenza e pregando di riuscire, alzando gli occhi, a non vedere nessuno se non Gesù tutto solo.

Amen

                                                                                                Stefano D'Amore

28 gennaio 2009

Matteo 8,5-13

Guarigione del servo di un centurione

 

Predicazione del Past. Franco Tagliero


Tempio Valdese di C.so Vittorio Emanuele II, 23 – Torino
Domenica, 25 gennaio 2009

 

Il testo biblico

5 Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne da lui, pregandolo e dicendo: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo». 7 Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò». 8 Ma il centurione rispose: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anche io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: "Va'", ed egli va; e a un altro: "Vieni", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo", ed egli lo fa». 10 Gesù, udito questo, ne restò meravigliato, e disse a quelli che lo seguivano: «Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande! 11 E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abraamo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti». 13 Gesù disse al centurione: «Va' e ti sia fatto come hai creduto». E il servitore fu guarito in quella stessa ora.

 

Testi d'appoggio: Isaia 56, 1-8; Rom. 1,16-17

 

 

Ci sono in questo racconto del Vangelo tre personaggi ed un gruppo di spettatori. Questi ultimi naturalmente sono i discepoli, coloro che seguivano Gesù e ricevevano già da un po' di tempo i suoi insegnamenti, quelli che erano stati scelti dal Maestro ed avevano iniziato ad accompagnarlo in una vicenda dai contorni non ancora ben definiti, e il giorno precedente avevano ascoltato la sua forte predicazione sulla montagna della Galilea. Prima di raggiungere il villaggio di Capernaum avevano assistito senza commentare alla guarigione di un lebbroso incontrato lungo il cammino.

Uno dei personaggi del racconto è presente a distanza, si parla di lui ma non c'è, però le notizie che ne vengono date ci dicono che è un servo, forse uno schiavo, in termini militari un attendente, è molto giovane e fa parte della famiglia allargata del centurione. Ci viene detto che è gravemente ammalato. Ma è un uomo anche molto apprezzato, addirittura amato dal suo superiore, che mette in campo tutte le risorse di cui dispone per vederlo guarito. Ed infatti proprio perché ha qualcuno che lo ama profondamente, senza pregiudizi, senza interessi di alcun tipo, ricupererà una vita degna di essere vissuta. Quante volte questo miracolo, che è al di là della guarigione vera e propria, si verifica anche oggi quando l'amore che si riceve è assoluto!

Il secondo personaggio è il centurione, un comandante militare a quanto pare molto retto e attento anche ai bisogni ed ai problemi dei suoi sottoposti. Un uomo giusto, dunque, che considera un dovere l'obbedienza alle regole ed ai principi, non solo quelli del servizio militare ma anche a quelle della lealtà tra persone, anche quando non sono dello stesso rango. E' una persona abituata ad obbedire e si aspetta anche obbedienza e rispetto, conosce le regole dei rapporti umani, e, quando capisce di aver bisogno di un guaritore lo va a cercare personalmente, si mette in azione. Davanti a Gesù si comporta come chi sa di essere in presenza di qualcuno che nella circostanza ha un potere in più, straordinario, quello di risolvere la sua angoscia e rispondere alle sue attese. E la sua aspettativa è talmente forte che assume la connotazione di fede, qualcosa in più della fiducia, tanto che sa di poter vedere il suo servitore guarito anche se chi opererà la guarigione non andrà di persona a casa sua. Quel "non sono degno!" non è semplicemente un'ammissione di debolezza o di impotenza, è anche il riconoscimento di un'autorità che supera la sua concezione di autorità, infatti non parla a Gesù orinandogli di guarire il servo! Il centurione è consapevole del fatto che quel Gesù che è andato a cercare ha autorità sulla malattia, sul male, su ciò che un esercito non può sconfiggere. E la sua intercessione è l'espressione di una speranza, di una fiducia assolutamente umana fondata però su qualcuno che è superiore. Ed il fatto che questo centurione non sia giudeo, ma sia pagano, straniero appartenente alla forza di occupazione del paese, lo connota come qualcuno che riconosce di aver bisogno dell'altro, di qualcuno che pur essendogli diverso ha qualcosa da insegnargli e da dargli. Certo è che questo centurione non può definirsi un "credente" secondo la nostra accezione, è piuttosto, come qualcuno ha suggerito, un "diversamente credente", uno di quelli che sono visti con qualche sospetto dalle istituzioni religiose, uno di quelli che credono a loro modo, che non stanno facilmente nei modelli precostituiti da chi fa della religione o della fede una questione di appartenenza o di ortodossia. Ci sono molti motivi perché quest'uomo sia all'esterno di ciò che "va bene". Eppure va da Gesù, eppure ama il suo prossimo, il suo vicino, ma non usa il suo ruolo per partire da una posizione di forza. E' così che la grazia lo tocca, lo raggiunge e la sua vita è trasformata nell'incontro risolutivo con Gesù.

Gesù è il terzo personaggio. Non è proprio necessario descriverlo qui tra noi oggi, lo conosciamo bene anche se davanti a lui non riusciamo sempre a dirgli "Non sono degno"! Lo conosciamo bene ed infatti crediamo di avere le carte in regole per stare davanti a lui con tutte le nostre pretese e le nostre identità diversificate. Da lui ci aspettiamo giustizia, la nostra giustizia, ci aspettiamo guarigione, ci aspettiamo pace nel mondo lasciando a lui solo tutta la responsabilità e affaccendandoci in altre cose affatto pacifiche affatto necessarie nel frattempo. Per esempio dividendo il mondo in buoni e cattivi, in neri e bianchi, in poveri e ricchi, in cristiani e appartenenti ad altre religioni molto scomode soprattutto se si mostrano troppo fino a costruire edifici per la preghiera! Stupendoci poi se le tensioni si sviluppano in modo perverso, qui da noi come in ogni continente, sfociando anche in guerre che dimentichiamo presto.

Dal Gesù che conosciamo bene, magari fin dall'infanzia, oggi, a partire da questo esemplare racconto evangelico, noi ci sentiamo spiazzati, ci sentiamo anche provocati. Come ci spiazzano altri gesti di Gesù, o altre predicazioni, per esempio la parabola del buon samaritano! Per cominciare Gesù è sorpreso dalle parole e dall'atteggiamento del centurione, ne è meravigliato, dice il testo. E questa ammirazione Gesù la condivide con i suoi discepoli: guardate che non ho mai visto una fede così grande tra di voi, in Israele.

Ci sorprende questa considerazione di Gesù: ma come, questo non è un pagano? non è uno straniero? La vera e grande fede non è forse quella di chi va regolarmente in chiesa e non ha mai fatto male neanche ad una mosca?

Ma Gesù va anche al di là e dice addirittura che nel regno dei cieli entreranno molti che a viste umane non ne avrebbero il diritto e molti di quelli che invece pensano di avere le carte in regola rimarranno fuori, nell'oscurità, non saranno associati al mondo di luce che è annunciato ai salvati!

Questo, fratelli e sorelle è un boccone che rischia di andarci per traverso a meno che prendiamo sul serio il discorso sulla fede.

Che cos'è la fede? Ecco il problema. Quali sono le caratteristiche di una fede cristiana fondata veramente sulla Parola di Dio? E poi quale è il rapporto, se c'è, tra la fede del centurione e la nostra? Quale è il traguardo verso il quale ci porta un cammino di fede?

La risposte a queste domande sono naturalmente molteplici. Ma a partire da questo racconto è forse possibile intravedere qualche risposta. Naturalmente la fede, come la grazia, è un dono di Dio e come tale va vissuta. Non come un diritto a chissà quale privilegio, ma come un dono gratuito che viene da un donatore i cui contorni rimangono in parte misteriosi, ma che, nonostante questo, porge la possibilità di scorgere i punti luminosi dell'esistenza su questa terra. La fede è data per vedere meglio i contorni della nostra esistenza e per scorgere al suo interno le opere di Dio per noi, per il nostro bene.

E poi la fede è ciò che ti mette in movimento, ti fa agire, non ti permette di stare a guardare il cielo attendendo che tutto venga da lì, ma è ciò che ti fa capire che davanti a certe cose non basta l'autorità, il comandare, l'esigere che altri facciano ciò che innanzi tutto tu puoi fare secondo le tue possibilità e i tuoi doni. La fede ti insegna che è necessario muoversi, andare verso l'altro e soprattutto non chiudere le porte quando l'altro viene verso di te. Perché come la grazia ha toccato il centurione e lo ha portato verso chi lo ha salvato, così può succedere anche a te. Ed è così che puoi scoprire che la salvezza è offerta, è messa a disposizione di tutti, e non ci sono carte di identità né certificati di denominazione di origine controllata (DOC) che contino più di tanto. Purtroppo spesso dimentichiamo che non siamo chiamati ad essere interpreti di una cultura religiosa odi un'altra ma ad essere testimoni dell'Evangelo della grazia di Dio donata a tutti. L'atteggiamento di stupore e di meraviglia di Gesù quando riceve il centurione nella casa di Capernaum deve essere anche il nostro quando riceviamo la richiesta di condividere pienamente la confessione di fede di fratelli e sorelle in fede che per qualche motivo ci fanno temere che la chiesa, la NOSTRA!, cambi da com'era una volta e vada in direzioni inesplorate e tali da creare ansietà e diffidenza diffuse.

Come Gesù ha accolto chi lo ha cercato ed ha risposto alle domande di chi gli ha chiesto aiuto e guarigione, così la sua chiesa nel mondo deve tenere le sue porte aperte  perché, appunto, davanti a Gesù non esistono né servi né centurioni, né credenti doc né credenti diversi, esistono soltanto esseri umani diversi tra loro, la cui vocazione è di trovare nel Signore il senso profondo della loro vita su questa terra.

 

                       Franco Tagliero

11 gennaio 2009

Matteo 3, 13-17

Il battesimo di Gesù

di Aldo Palladino

 

 



Unione Predicatori Locali

Chiesa Valdese di Via Nomaglio, 8 - Torino

Domenica, 11 gennaio 2009

 

Il testo biblico

13 Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. 14 Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» 15 Ma Gesù gli rispose: «Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. 16 Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall'acqua; ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto».

 

Testi di appoggio: Salmo 40, 4-8, Isaia 42, 1-7; Matteo  7, 21-23; Romani 12, 1-2

 

 

Inizio della missione pubblica di Gesù

Gesù, da buon ebreo, avverte che il movimento di Giovanni Battista, nel panorama variegato del profetismo in Israele, era autentico, vero. Il Battista, ultimo dei profeti, era una voce che scuoteva le coscienze, che richiamava le folle a confessare i loro peccati, e che aveva il compito di preparare il terreno per l'arrivo del Messia. Così Gesù parte dalla Galilea, da Nazareth, città della sua adolescenza e dei suoi anni giovanili (Mt. 2,23), ma anche città da cui, secondo le dicerie popolari, non poteva venire nulla di buono (Giov. 1,46) e si reca al fiume Giordano per farsi battezzare.

Cosa intendeva mostrare Gesù accettando il battesimo di Giovanni?

Noi sappiamo che il battesimo impartito da Giovanni era un battesimo d'acqua, di ravvedimento, di conversione, di dimostrazione del cambiamento di rotta nella propria vita. Certo Gesù non è lì per essere perdonato nei propri peccati, ma sceglie la via del battesimo come simbolo di umiltà, di sottomissione, di annientamento, di morte (ma anche di risurrezione), perché il vero servo rispetta in ogni cosa la volontà del suo padrone, rinunzia a se stesso e annega la propria volontà in quella del suo Signore.

Al Giordano Gesù intende iniziare la sua missione diventando prossimo di tutti quelli che si sentivano bisognosi di conversione. Ponendosi tra i peccatori, lui senza peccato, si mostra solidale con i peccatori e compie i primi atti che sanciscono la sua entrata in azione nella storia dell'umanità, il nuovo che irrompe in mezzo al popolo. È l'inizio dell'opera della redenzione che consiste nell'essere fatto peccato per noi "affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui" (2 Cor.5,21).

Fino a quel momento era stato il giovane ubbidiente, ben educato, allevato e cresciuto secondo le più pie tradizioni ebraiche, rispettoso della Torah, ma ora è giunto il tempo per uscire allo scoperto, per adempiere il compito che Dio, suo Padre, gli ha assegnato. Gesù risponde ad una precisa, antica vocazione. 

 

Giovanni Battista riconosce pubblicamente l'identità di Gesù

Il sentimento di stupore del Battista alla vista di Gesù nell'acqua per ricevere il battesimo è più che giustificato, conoscendo bene chi fosse colui che gli stava davanti.

Per il Battista, Gesù non aveva bisogno di conversione; per lui non era proprio necessario il battesimo. Anzi, era Gesù che avrebbe potuto battezzare lui, e non solo con un battesimo d'acqua, ma di Spirito. Nella sua predicazione, infatti, diceva: "Io vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dopo di me è più forte di me…egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco" (Mt. 3,11).

C'è dunque in quest'incontro un primo riconoscimento di Gesù. Il Battista riconosce la vera identità di Gesù, il suo ruolo, la sua superiorità. "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?" (14) .

 

Gesù spiega i motivi del suo battesimo

C'e nel testo di Matteo una conversazione tra il Battista e Gesù che non compare negli altri Vangeli. In questa conversazione Gesù dà una risposta a Giovanni Battista in cui sono spiegati i due motivi per cui è andato a farsi battezzare. Questi motivi si rintracciano in queste parole:

- "Sia così ora". Gesù fa dunque riferimento all'evento del battesimo sia nel modo in cui avviene, cioè nella sottomissione e nell'umiltà (kénosis), sia nel tempo "kairòs", il tempo dei tempi che dà inizio alla realizzazione del piano di salvezza;

- "conviene che noi adempiamo ogni giustizia". Gesù si riferisce alla "giustizia" di Dio, nel senso in cui sempre questo termine è usato nell'Antico e nel Nuovo Testamento. Dio è "giusto" quando, coerentemente con il proprio impegno, con la fedeltà al suo patto, egli porta a compimento la salvezza degli uomini, per la sua misericordia, per la sua grazia.

 All'affermazione di Gesù il Battista comprende, si sottomette e battezza Gesù.

 

Riconoscimento della dignità di Gesù quale Figlio di Dio

Quando esce dalle acque battesimali del Giordano Gesù, dopo che il suo ministero era stato riconosciuto come più forte, più grande, riceve il più alto dei riconoscimenti con una eccezionale manifestazione: 1) i cieli si aprono; 2) lo Spirito Santo scende "come una colomba" (Matteo, Marco e Giovanni), "in forma di colomba" (Luca); 3) una voce dice: " Questo è il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto".

I cieli aperti esprimono il significato cosmico dell'evento battesimale di Gesù. Il divino si interessa all'umanità nella concretezza di un'iniziativa che in Gesù Cristo trova la sua realizzazione. Il cielo e la terra sono messi in comunicazione. Infatti Gesù disse a Natanaele: "In verità, in verità vi dico che da ora vedrete il cielo aperto…" (Giov. 1,51).  La volontà di Dio di incontrare l'uomo trova attuazione. Gesù è l'espressione di quella volontà salvifica, perché adempie la voce profetica: "Allora ho detto: "Ecco, vengo" (nel rotolo del libro è scritto di me)"per fare, o Dio, la tua volontà" (Salmo 40,7-8, ripreso da Ebrei 10,7).

La discesa dello Spirito Santo in forma di colomba su Gesù può essere interpretata come l'atto di consacrazione all'opera messianica. Per Matteo, Gesù era già il Messia quando è stato concepito, ma qui, al fiume Giordano riceve il potere e l'autorità di annunziare la vicinanza del regno di Dio (Mt. 12,28). Quel Regno è giunto fino a noi, in Cristo Gesù!

La voce che viene dal cielo: " Questo è il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto" conferma l'applicazione a Gesù della profezia di Is. 42,1: "Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio diletto di cui mi compiaccio".  

Colui che qui viene identificato come "mio diletto Figlio" è la Parola fatta carne per la nostra salvezza (teologia dell'incarnazione). Egli ha il sostegno e l'approvazione di Dio Padre. Quella voce non chiama, ma riconosce e ratifica.  

Giovanni Battista lo ha riconosciuto in terra. Dio lo ha riconosciuto dal cielo.

 

L'insegnamento

Il testo che abbiamo letto è senza dubbio il bel racconto di un evento o di fatti che hanno degli aspetti straordinari, quasi incredibili alla nostra sensibilità pragmatica, scientifica e -  ammettiamolo – alquanto materialista. Ma quale impatto, quali conseguenze ha tutto questo nella nostra vita di credenti, cosa significa per noi?

Tra le letture bibliche di appoggio a questa nostra riflessione ho inserito quelle di Matteo e della lettera ai Romani che sono, a mio parere, due cartelli indicatori che guidano la strada da percorrere come cristiani.

Il primo cartello indicatore è un segnale di pericolo che dice: "Attento a non ridurre ai minimi termini il tuo impegno con Cristo, ma riprendi la via del servizio facendo la volontà di Dio!", perché "non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli". La giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei (Mt. 5,20) non consiste nel possedere gli insegnamenti di Gesù, bensì nel conformarsi ad essi.

Il secondo cartello indicatore dice: "Dai tutto te stesso al Signore, cambia il tuo modo di pensare e di vivere, conosci la volontà di Dio!"

Karl Barth, nel suo libro "L'epistola ai Romani"[1], commentando i primi due versetti del cap. 12, afferma che ogni discorso intorno a Dio deve ricondursi alla concretezza della nostra vita di tutti i giorni e che l'unica teoria da stabilire è la teoria della prassi. La nostra domanda deve essere: Come possiamo vivere, cosa dobbiamo fare? E la risposta non è "un peregrino piacere delle cose astruse o del pensiero puro", ma è Cristo, la misericordia di Dio (pag. 409-410 op. cit.).

Dunque, il battesimo di Gesù è per noi occasione per ripensare al nostro impegno col Signore e riorientare la nostra vita con la stessa determinazione che Gesù ha avuto nel suo cammino. Egli si è fatto servo, diacono, per noi. Ad un certo punto della sua vita, ha deciso che quello era il momento di entrare in azione, di dire sì al suo Abbà, al suo Papà. E non si è tirato indietro. È andato avanti fino in fondo, fino alla croce.

Credo che questa sia anche la nostra strada: andare fino in fondo seguendo le orme di Gesù, nostro Signore e Salvatore.         

                                                       Aldo Palladino



        [1] Karl Bart. L'Epistola ai Romani. Saggi Universale Economica Feltrinelli; pagg. 407-421

14 dicembre 2008

Mt. 11, 2-6 (7-10)

 

"Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?"

 

Predicazione di Aldo Palladino

 

Tempio Valdese di C.so Vittorio Emanuele II, 23 - Torino

Domenica 14 dicembre 2008

 

Testi d'appoggio: Isaia 61, 1-2; Giovanni 1, 6-8. 19-28;
1 Cor. 1, 21-31

 

Il testo biblico

2 Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 3 «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» 4 Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: 5 i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. 6 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

7 Mentre essi se ne andavano, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? 8 Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Quelli che portano delle vesti morbide stanno nei palazzi dei re. 9 Ma perché andaste? Per vedere un profeta? Sì, vi dico, e più che profeta. 10 Egli è colui del quale è scritto:

"Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero

per preparare la tua via davanti a te".

 

Giovanni Battista

Il testo che abbiamo letto ci informa che Giovanni Battista si trova nel buio di una prigione. Lo storico giudeo Giuseppe Flavio narra, nella sua opera Antichità giudaiche, che la prigione si trovava nella fortezza chiamata Macheronte (in arabo, Qalaat al-Mishnaqa), fatta costruire da Erode il Grande, nella regione della Perea, su una montagna che domina il Mar Morto. A farlo imprigionare è stato Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, perché, come raccontano i Sinottici, aveva osato denunciare pubblicamente l'illegittima relazione con Erodiade, moglie di suo fratello Filippo (Mt. 14:3, Mc. 6:17-18, Lc. 3:19-20).

Giuseppe Flavio, al contrario dei Sinottici, ne dà un'interpretazione politica affermando che l'imprigionamento di Giovanni Battista (e poi la sua decapitazione) fu voluto dal re Antipa, che temeva il suo potere carismatico e le grandi folle che lo seguivano (cfr. Ant. 18.117-118). Infatti, la predicazione profetica di Giovanni Battista era forte e incisiva tant'è che le folle accorrevano al fiume Giordano per farsi battezzare, per un battesimo di ravvedimento e per un ritorno sincero e vero al Dio dell'alleanza.

Dal deserto della Giudea aveva tuonato: "Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino". Aveva apostrofato farisei e sadducei con le parole: "Razza di vipere…fate frutti degni di ravvedimento", perché "ogni albero che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco". Infine, aveva annunziato la venuta del Messia dicendo: "Colui che viene dopo di me è più forte di me, e io non son degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco. Egli ha il suo ventilabro in mano, ripulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile" (Mt. 3, 1-12).

Insomma, il Battista era un personaggio scomodo ed una voce che nel deserto di questo mondo doveva essere messa a tacere. Il deserto, che era luogo della sua libertà, diventa così sede della sua prigionia e della sua morte. Lungo il corso della storia molti hanno sacrificato la vita per affermare ideali di fede, di libertà, di giustizia, di verità, di pace.

 

La domanda

Ed è in fondo a questa prigione che giungono al Battista le notizie dell'attività itinerante e delle opere di Gesù. Ma queste notizie non coincidono con le sue aspettative, che erano fondate sulla certezza dell'imminente giudizio di Dio attraverso il Messia veniente, Messia di fuoco che avrebbe bruciato la gramigna dei peccatori e degli infedeli, che avrebbe fatto uso della scure e della scopa: della scure per tagliare alla radice la mala pianta dei peccatori, e della ramazza per fare piazza pulita nell'aia della casa di Dio. Egli avrebbe ristabilito la giustizia, avrebbe messo ogni cosa a posto. La resa dei conti era vicina.

Purtroppo, il tempo passa e non ci sono segni visibili di cambiamento nella società: Giovanni Battista continua ad essere in carcere, Erode Antipa è al suo posto a gozzovigliare con Erodiade, gli scribi e i farisei a dominare con il loro pesante autoritarismo. Il male dilaga. Gesù opera, ma non sovverte l'ordine costituito.

Da qui nasce legittima la domanda che il Battista fa a Gesù tramite i suoi discepoli:

"Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?". 

Sorelle e fratelli, quali sentimenti racchiude questa domanda? Un dubbio? per cui Giovanni Battista comincia a pensare di essersi sbagliato su Gesù? Una provocazione? con cui il Battista intende sollecitare Gesù a entrare in azione come giudice severo e liberatore atteso? O c'è altro?

Io credo che questa sia la domanda della fede. È la domanda non solo del Battista, ma di ognuno di noi, perché c'è per tutti un momento della vita in cui di fronte alla storia di Gesù Cristo, dalla sua nascita alla sua morte e risurrezione, vogliamo sapere, capire, conoscere, approfondire di più per avere qualche risposta alla nostra ricerca di verità, del senso della vita o a qualche altro nostro bisogno.

Ma occorre stare attenti, perché la nostra indagine su Gesù non sia falsata dai nostri condizionamenti culturali, come nel caso del Battista che, con il suo background alimentato da una certa interpretazione delle profezie e dalla cultura dell'apocalittica giudaica, era in attesa di un Messia forte, deciso, pronto a far piazza pulita di tutto. Il pericolo sempre presente nella storia è quello di invocare un uomo forte che ci tiri fuori dai nostri problemi sociali, economico-finanziari, politici, religiosi. È successo già di aver visto trionfare il fascimo, il nazismo, la dittatura comunista, governi autoritari, ideologie antidemocratiche che pensavano di mettere ordine e di recare benessere, mentre hanno prodotto solo morte e devastazione.

Facciamo, dunque, attenzione a non costruirci, dentro e fuori la chiesa, un Dio, un Cristo, fatto a nostra immagine e somiglianza, espressione dei nostri sentimenti e dei nostri desideri e che sia un po' vendicativo per fare giustizia.  

 

"Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?"

Gesù non risponde con un si o con un no, ma invia a Giovanni la notizia di ciò che sta accadendo e che i discepoli hanno udito e visto: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri". Sono parole tratte dal profeta Isaia che descrivono l'era messianica ricca di opere prodigiose, di guarigione, di liberazione non solo in senso fisico, ma anche in senso spirituale, per cui i ciechi sono non solo quelli veri ma tutti coloro incapaci di riconoscere Dio e i sordi gli incapaci di ascoltare la sua parola, i morti che risuscitano sono non solo quelli richiamati alla vita, ma coloro che distrutti nella dignità di uomini e donne sono da Gesù ristabilite, rivalutate e portate alla vita come un valore per tutti. Infine, agli umili, ai poveri è predicata la buona novella. Non c'è solo la guarigione fisica, ma anche la buona notizia, l'evangelo della salvezza e della solidarietà di Dio per i poveri, per gli anavim, gli emarginati, per coloro che non contano, per i quali si pensa non ci sia l'interessamento di Dio.

La risposta di Gesù al Battista è l'annuncio che ciò che i profeti avevano preannunciato si sta realizzando. Il Messia è qui! Gesù è l'uomo forte atteso, ma non nel senso desiderato dal Battista, perché le opere e la  predicazione  di Gesù rivelano misericordia verso i poveri, i sofferenti, i lontani, difesa dei diritti dei piccoli, dei deboli, degli indifesi, degli esclusi da ogni forma di dignità. Gesù non è il Messia giustiziere e trionfatore, ma è il Messia dell'amore e del perdono, che si fa servo per la salvezza di tutti coloro che credono in lui.

Dice Gesù al Battista: "Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!".

Non sappiamo come Giovanni Battista abbia accolto il messaggio a lui destinato, ma noi lo riceviamo con gioia, perché Gesù rivela nella sua umanità il volto inedito di Dio. "Demolisce pezzo per pezzo l'immagine che noi ci costruiamo di Lui, magari fondandola sulla Bibbia. Ci invita a rileggerla e meditarla con più attenzione e ci fa scoprire così un Dio d'amore, di misericordia e grazia. E' proprio questo volto di Gesù che noi uomini fatichiamo ad accettare. I segni che Gesù ci propone per riconoscerlo come Messia sono semplicemente gesti di amore. Da questa attività misericordiosa si riconosce l'identità del Messia, ma anche della chiesa. A quanti domandano se Gesù è l'unico salvatore o bisogna ricorrere a un altro, la comunità cristiana deve poter rispondere: "Fate attenzione a ciò che vedete e udite: gli infermi vengono curati, i poveri soccorsi etc. Cioè, con la sua attività in favore dei poveri, malati e oppressi una comunità cristiana mostra che il Salvatore è qui e opera. Attraverso di noi Gesù vuole continuare a sollevare ogni miseria, asciugare ogni lacrima, far sentire la sua tenerezza a ogni persona sola e abbandonata. Noi siamo le sue mani, la sua carezza, i suoi occhi, la sua voce, il suo sorriso, il suo cuore per rivelare a tutti (e specie ai più deboli, malati, anziani, bambini abbandonati, ai disoccupati, agli stranieri tra noi) che sono preziosi per il Padre".

In questo tempo d'avvento, ma in tutta la nostra vita, accogliamo colui che viene incontro a noi per parlare ai nostri cuori e per salvarci! Per questo, come discepoli del Signore, noi con l'apostolo Paolo diciamo: "Noi predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini… Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (1 Cor. 1,21-31). Amen.                                                                                     

Aldo Palladino

16 novembre 2008

II Corinzi 5,1-10

Graditi al Signore
in vita e in morte

 

Predicazione di Aldo Palladino

 

 


Domenica 16 novembre 2008

Tempio della Chiesa Cristiana Evangelica Battista

Via Viterbo, 116

Torino

 

Il testo biblico

1 Sappiamo infatti che se questa tenda che è la nostra dimora terrena viene disfatta, abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta da mano d'uomo, eterna, nei cieli. 2 Perciò in questa tenda gemiamo, desiderando intensamente di essere rivestiti della nostra abitazione celeste, 3 se pure saremo trovati vestiti e non nudi. 4 Poiché noi che siamo in questa tenda, gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita. 5 Or colui che ci ha formati per questo è Dio, il quale ci ha dato la caparra dello Spirito.

6 Siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore 7 (poiché camminiamo per fede e non per visione); 8 ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore. 9 Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. 10 Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male.

 

Altri testi d'appoggio: Mt. 25,31-46; Luca 17,20-21

 

Testo apologetico

Il testo appena letto è uno di quei brani apologetici che l'apostolo Paolo usa per difendere la fede cristiana dall'attacco di avversari che non credevano nella risurrezione dei morti. È certo che nella chiesa di Corinto ci fossero degli avversari dell'apostolo Paolo ed è ancora più certo che questa chiesa fosse fortemente influenzata dalla cultura greca, tanto che alcuni credenti avevano difficoltà ad accettare l'idea della risurrezione.

Il pensiero dominante considerava il corpo (soma) come "tomba dell'anima" (Platone in Fedone). Il corpo era destinato al disfacimento in quanto mortale, mentre l'anima (psyché) alla morte veniva liberata ed entrava in uno stato eterno. Quando si parla di immortalità dell'anima si introduce un concetto non cristiano.

Negare la risurrezione significava, dunque, minare uno dei fondamenti del credo cristiano. Paolo stesso in I Cor. 15, 12-17 si oppone a coloro che "dicono che non c'è risurrezione dei morti" (12); a costoro infatti rivolge questa ben nota parola: "Se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la nostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati" (16-17). E ancora dice ai Corinzi: " Sapendo che Colui che risuscitò il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci farà comparire con voi alla sua presenza" (2 Cor. 4,14).

 

Parlare per immagini

Paolo utilizza due immagini per parlare della vita dell'uomo prima e dopo la morte, le immagini della tenda e del vestito.

La tenda (vedi anche Isaia 38,12 e 2 Pietro 1,13-14), detta anche tabernacolo, è figura del nostro corpo terreno che è destinato alla terra, a diventare polvere; figura dunque della precarietà della vita, della caducità, dell'instabilità e della provvisorietà.

L'idea della tenda o del tabernacolo ci ricorda anche la vita del popolo d'Israele nel deserto e il deserto è anche figura della nostra traversata terrestre verso la terra promessa, verso il cielo. Infatti, Paolo ci dice che quando la nostra tenda viene disfatta, abbiamo già pronto un edificio, una casa preparata da Dio, eterna, stabile, incorruttibile.

Anche il vestito parla di noi. La vita attuale è un vivere con un vestito vecchio, che un giorno si dovrà abbandonare; il corpo della risurrezione invece è il vestito nuovo che è riservato al credente in Cristo. Perciò la morte è un essere svestiti del vecchio abito e la risurrezione del corpo glorificato è un essere rivestiti di un nuovo abito.

 

La caparra dello Spirito Santo

Per l'apostolo Paolo, il passaggio dalla vita terrena alla vita eterna, attraverso la morte, rientra nel progetto di Dio. Ne è prova il dono dello Spirito Santo di cui abbiamo una caparra, un anticipo, un acconto di altri futuri beni. In questa vita Egli è guida, consolatore, insegnante, testimone (Gv. 14,26; 16,13), ed è la fonte della fiducia incrollabile nei confronti del futuro, ma soprattutto del presente. Egli è anche garanzia della realizzazione della realtà futura e dell'eredità celeste che i credenti aspettano (Rom. 8,23, Ef. 1,14).

L'apostolo Paolo afferma che i nostri corpi mortali saranno risuscitati dallo Spirito Santo (Rom. 8,11) e tutti i credenti saranno riempiti per mezzo di Lui di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,16-21; 2 Cor. 3,17-18). Così Dio sarà veramente tutto in tutti (1 Cor. 15,28).

 
Fiducia e coraggio dinanzi alla morte

Il termine fiducia (gr. tharroùntes), che Paolo cita due volte nel nostro testo, ha il significato di "vero coraggio".

In effetti, il cristiano deve mostrare fiducia e coraggio dinanzi alle svariate e difficili situazioni della vita, perché Dio lo sostiene per mezzo del suo Spirito e non lo abbandona a se stesso. Anche di fronte alla morte, che la Scrittura chiama il "re degli spaventi" (Giobbe 18,14), il cristiano deve avere chiara la convinzione che abbandonare il corpo, che è stata la sua casa terrena, significa aprirsi ad un futuro migliore.

Paolo afferma nel nostro testo che noi siamo fisicamente "assenti dal Signore" (6) e "camminiamo per fede" (7), cioè che oggi, pur essendo in Cristo, non siamo realmente col Signore. Cammineremo per visione solo quando lo vedremo "faccia a faccia" (1 Corinzi 13,12). E da questo comprendiamo che la contrapposizione non è tra corpo e anima, bensì tra esistenza attuale ed esistenza futura di comunione con Cristo, tra lontananza e vicinanza rispetto al Signore, che ora è creduto ma non è ancora veduto.

 

Responsabilità etica del presente

Ma al v.9 del nostro testo, Paolo riporta i Corinzi e tutti noi credenti alla realtà dell'impegno di fede nella vita di tutti i giorni. Egli dice che sia che abitiamo nel corpo sia che ne partiamo, il nostro compito è di sforzarci di essere graditi al Signore.

Questa sua affermazione è fondamentale per comprendere il senso dell'intero discorso di Paolo, di ciò che gli stava a cuore. Benché, come giudeo, egli fosse impregnato di quella mentalità imperniata su una certa escatologia apocalittica, non bisogna pensare che egli fosse turbato sul dopo morte, anzi… quante sue espressioni hanno il tono dell'anelito a lasciare il mondo per incontrare il Signore! Ma la sua fede, ancorché protesa a ricercare motivi di speranza nel futuro di gloria, è sempre ancorata all'evento della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, fondamento del suo annuncio e della sua missione.

Paolo non racconta favole per i tanti curiosi sempre presenti nella cristianità di tutti i tempi.

Egli aveva a cuore la realtà della vita di fede, di fedeltà e di ubbidienza all'Evangelo. Come apostolo di Gesù Cristo, egli non avrebbe mai snaturato il kèrygma, l'annuncio liberatorio e salvifico della vita, della morte e della risurrezione di Gesù, perché il messaggio di Gesù ha sempre un impatto travolgente nella vita quotidiana delle persone. Il suo messaggio, anche se consola e conforta di fronte alla morte, non è una preparazione al trapasso in cielo, è un invito alla conversione, alla métanoia, al cambiamento dei cuori, delle menti, delle coscienze, a rispondere oggi alla sua chiamata per andare ad annunciare il regno di Dio senza ricorrere a varie giustificazioni per ritardare la sequela (Luca 9, 59-62).

Gesù chiama tutti a uscire dalla paralisi, dalla cecità, a vincere i nostri egoismi e la nostra povertà interiore, la nostra pigrizia o a superare la nostra fede in pantofole, ad alzarci per camminare in un modo nuovo, secondo principi di giustizia, d'amore, di verità, di misericordia, di grazia, a fare del bene a tutti, ma soprattutto a chi è nel bisogno.

La lezione di Gesù che riceviamo leggendo i Vangeli ci chiama ad un impegno concreto qui ed ora, perché questo è il tempo della nostra vita in cui siamo chiamati ad essere figli e figlie di Dio nella profondità di una relazione e di un servizio che ci lega gli uni agli altri e tutti insieme al Signore! Questo è il nostro tempo per produrre il frutto dello Spirito come segno del nostro cammino nel servizio attivo, nella consacrazione e nella santificazione!

Dice Gesù: "Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi… In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi minimi fratelli, l'avete fatto a me… In verità vi dico che in quanto non lo avete fatto a uno di questi minimi fratelli, non l'avete fatto neppure a me" (Matteo 25,35-36. 40. 45). Se realizziamo questo invito del Signore noi siamo beati.

Il Regno di Dio che Gesù ha inaugurato con la sua venuta sulla terra non vive di attese che paralizzano la nostra fede. Esso è pieno di contenuti programmatici che indicano le linee di lavoro entro cui occorre muoversi per realizzare la volontà del Signore per la nostra vita. Egli è il Signore della vita, non della morte. Le tombe e i defunti non interessano al Signore. L'unica tomba che ha un valore oggettivo di speranza è la sua tomba, la tomba vuota del Risorto, dinanzi alla quale si infrangono i nostri dubbi e tutte le nostre paure, dove si consolida la nostra speranza.

Cristo ha vinto la morte, il peccato e ogni potere avverso. La potenza della risurrezione di Gesù è la risposta a tutte le nostre domande su questa vita e oltre questa vita. Ogni nostra elucubrazione e tutte le nostre curiosità sulla vita dopo la morte non hanno più senso.

Ciò che è utile chiedersi non è cosa sarà di noi dopo la morte, ma come cambia la nostra vita dopo aver udito l'Evangelo e dopo che abbiamo accolto il regno di Dio dentro i nostri cuori.

 

Aldo Palladino