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04 ottobre 2026

Marco 3,1-6




Marco 3,1-6

L’uomo al centro del cuore di Gesù


Predicazione di Aldo Palladino

Testo biblico

1 Poi entrò di nuovo nella sinagoga; là stava un uomo che aveva la mano paralizzata. 2 E l'osservavano per vedere se lo avrebbe guarito in giorno di sabato, per poterlo accusare. 3 Egli disse all'uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati là nel mezzo!» 4 Poi domandò loro: «È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?» Ma quelli tacevano. 5 Allora Gesù, guardatili tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore, disse all'uomo: «Stendi la mano!» Egli la stese, e la sua mano tornò sana.

6 I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui per farlo morire.

 

Introduzione

Sembra una storia marginale quella che abbiamo letto, come tante altre che incontriamo nei Vangeli. Ma ad un esame più attento, si possono accendere delle luci che rivelano il cuore stesso del Vangelo. Questi pochi versetti ci portano in una sinagoga, luogo solitamente destinato alla meditazione, alla preghiera, all’incontro comunitario ma che qui ci fa incontrare un malato, occhi che spiano, dove c’è una domanda senza risposta, sentimenti di indignazione, un miracolo e un complotto di morte, tutti elementi che ci fanno pensare in quanti modi diversi viene letta e vissuta la stessa legge di Dio.

     L’evangelista Marco ci riporta questo episodio al termine di una serie di altri racconti di guarigioni in cui è evidente lo scontro tra Gesù e i suoi oppositori, scribi e farisei, che lo accusano di bestemmia quando perdona i peccati al paralitico (Mc. 2,6), di “mangiare con i pubblicani e i peccatori” (Marco 2,16), del fatto che i suoi discepoli non digiunano come fanno i discepoli di Giovanni e i loro (dei farisei) discepoli (Marco 2,18). Infine, lo accusano perché i suoi discepoli strappano spighe di grano in giorno di sabato, violando una tradizione orale che interpretava in modo letterale l’ordine di non fare alcun tipo di lavoro in quel preciso giorno. È dunque evidente una tensione sempre crescente dalla prima controversia fino al nostro episodio. 

Al centro l’uomo
     Nella sinagoga dove è entrato, Gesù nota tra i presenti un uomo che aveva la mano paralizzata (secca o inaridita secondo altre versioni), un uomo che per questa sua disabilità è molto probabile avesse – anche se nel racconto non è precisato - difficoltà di lavorare e di guadagnarsi da vivere. È pure possibile che nell’ambiente in cui viveva fosse stato emarginato, perché costituiva un peso per tutta la collettività. Vedendolo, Gesù ha compreso subito il bisogno di guarigione fisica e morale di quell’uomo dalla dignità calpestata, sconfitto dalla vita, relegato tra gli ultimi. E Gesù non resta fermo, agisce con compassione. Comanda a quell’uomo: “Alzati là nel mezzo!” (v.3), cioè al centro dell’assemblea riunita, sotto lo sguardo dei presenti.  Tra questi ci sono anche i soliti farisei - religiosi fedeli all’osservanza alla lettera dei precetti divini e delle tradizioni religiose ma sempre pronti a utilizzarli come strumento di controllo e di giudizio, anziché di salvezza. Sicché questi guardiani della loro religiosità osservano e aspettano che Gesù lo guarisca per poterlo accusare (v.2) per la violazione del divieto biblico di Esodo 31,15. Questo versetto recita: “Si lavorerà sei giorni; ma il settimo giorno è un sabato di solenne riposo, sacro al Signore; chiunque farà qualche lavoro nel giorno del sabato dovrà essere messo a morte”. Secondo i dottori della Legge mosaica, rafforzata da tradizioni orali nel tempo recepite e codificate nella Mishnah, una guarigione in giorno di sabato di una persona non in imminente pericolo di vita era vietata. In effetti, quell’uomo al centro dell’assemblea nella sinagoga era disabile, provato dalla vita ma non in pericolo di vita. Per i farisei, quindi, se Gesù avesse operato la guarigione sarebbe incorso nella palese violazione  del divieto della Torah. 
Gesù si trova di fronte a una regola della Torah da rispettare e a un uomo disabile da guarire. Cosa o chi è più importante: la regola o l’uomo? Gesù non ha dubbi, lui che è contro ogni formalismo religioso, non cerca una scappatoia ma affronta la situazione rivolgendo una domanda provocatoria ai presenti : “È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?” (v. 4). Nello stesso episodio, raccontato nel Vangelo di Matteo (12,9-14), la domanda è molto più esemplificativa, semplice e diretta: “Chi è colui tra di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la prenda e la tiri fuori? Certo un uomo vale molto di più di una pecora!”. Con queste parole Gesù sottolinea che il rispetto della vita umana ha la precedenza su qualsiasi regola o tradizione umana, perché non fare del bene equivale a fare del male.
Di quell’uomo non si sa nulla: il suo nome, l’età, da quanto tempo soffrisse, la sua storia. È, però,  un uomo che per i farisei è solo un problema teologico mentre per Gesù rimane un uomo con i suoi bisogni, la sua sofferenza, le sue esigenze, la triste vita. 
La società contemporanea, ivi compresi certi ambienti religiosi, rischia di trasformare le persone in casi: il malato diventa «un caso», lo straniero un caso d’immigrazione, il vecchio diventa un costo, il carcerato un caso di detenzione, il disoccupato un numero, il povero una categoria statistica.
Gesù, invece, prima di tutto guarda l’uomo. Focalizza la sua attenzione e il suo sguardo compassionevole e misericordioso sulla persona che soffre. È  per questo che dice all’uomo con la mano paralizzata: “Alzati là nel mezzo!”, al centro. È un’operazione di guarigione ma anche di riabilitazione di un uomo che dai margini della società ritorna ad essere al centro. In pratica, Gesù dice a quell’uomo: “Non nasconderti, non vergognarti. Tu sei importante. La tua fragilità non cancella la tua dignità, la tua malattia non è tutta la tua persona”.
     Questa parola di Gesù raggiunge anche noi, perché tutti, prima o poi, abbiamo una «mano paralizzata», un impedimento, una ferita, un fallimento, una solitudine, un'età che avanza, una perdita, una colpa, qualcosa che ci fa sentire meno degli altri.  E Gesù dice: “Alzati là nel mezzo!”

Occhi che guardano senza vedere
     Una frase terribile incontriamo in questo racconto: “L’osservavano per vedere se lo guarisse in giorno di sabato, per poterlo accusare” (v.2). I farisei hanno gli occhi puntati su Gesù, non sull’uomo, e lo guardano non per capire, ma per accusare. 
È possibile, dunque, guardare senza vedere, ed è anche possibile avere gli occhi aperti e il cuore chiuso. 
Forse una delle domande più scomode del testo è: che cosa vediamo quando guardiamo una persona? Il suo aspetto esteriore, il suo modo di vestire o di parlare, la sua cultura, i suoi difetti, la sua sofferenza, la sua fragilità, i suoi bisogni? Guardiamo con occhi solidali e rispettosi oppure altezzosi e giudicanti? È una tentazione in cui possiamo cadere anche noi credenti, perché si può essere molto attenti alla dottrina e poco attenti alle persone. Possiamo conoscere perfettamente la Bibbia e dimenticare colui che ci sta davanti. Possiamo difendere Dio così bene da non accorgerci che, nel frattempo, stiamo ferendo qualcuno nel nome di Dio. È una possibilità terribile: avere una religione corretta e un cuore sbagliato.

Quando il silenzio diventa una risposta
     Alla domanda di Gesù se “è permesso in giorno di sabato fare del bene o fare del male” nessuno risponde. Tutti tacciono. Perché? Perché se i farisei avessero detto che bisognava rispettare la regola e non fare il bene si sarebbero mostrati spietati e senza cuore; se avessero detto che era giusto guarire quell’uomo avrebbero ammesso implicitamente che la loro contestazione a Gesù era pretestuosa e ingiustificata. Ma quel silenzio rivela l’ipocrisia dei farisei, la loro paralisi morale, la negazione della misericordia nella vita, l’assenza di compassione verso i sofferenti.
Il silenzio non ci rende neutrali, è sempre una scelta: dinanzi a una palese ingiustizia se non interveniamo diventiamo complici; dinanzi alla sofferenza dell’altro se non facciamo nulla dichiariamo la nostra indifferenza e la nostra distanza (la parabola del buon Samaritano insegna); quando non vogliamo ammettere la verità perché ci costerebbe qualcosa esprimiamo la nostra malafede.
Allora la domanda che Gesù rivolge ai presenti interroga anche noi: da che parte stiamo? Con i farisei o con Gesù? Dalla parte della regola o di quell’uomo? 
Certo, le regole, le norme, le leggi, i regolamenti, i protocolli, sono importanti in una società che non voglia cadere nel caos, ma non dobbiamo dimenticare che ogni norma, ogni regola deve essere al servizio della persona, non il contrario. È un principio che deve essere applicato nella politica, nella famiglia, nella chiesa, anche nella nostra vita spirituale.
Gesù afferma il valore della vita umana al di sopra di tutto. Aveva detto in un’altra occasione. “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per sabato” (Marco 2,27) insegnando che il sabato era un dono, memoria di liberazione, una norma pensata per la vita e non contro la vita.

Lo sguardo di Gesù
     Come è possibile non comprendere che fare il bene è fondamentale per una vita di relazione? Gesù, indignato e addolorato, volge il suo sguardo panoramico verso tutti i presenti. Quel silenzio alla sua domanda Egli lo interpreta come durezza di cuore. Ma non si scaglia contro di loro. Non li umilia, non ha parole di disprezzo né di giudizio. Comprende che hanno perso la capacità di lasciarsi toccare dalla sofferenza dell’uomo. È questo che lo rende triste.
Questo aspetto della durezza di cuore solleva una domanda che riguarda noi: siamo capaci di commuoverci e essere solidali dinanzi alla sofferenza dell’altro?   

La mano guarita 
     L’epilogo del racconto si chiude con la decisione di Gesù di far prevalere il bene sul male. Ordina all’uomo di stendere la mano. Doveva mostrarla a tutti, non nascondere la sua fragilità e non vergognarsi di quella ferita. Gesù guarisce e riabilita alla vita. L‘evangelista Marco è essenziale nel descrivere la guarigione. Si limita a dire soltanto che “la mano tornò sana” (v. 5). È un miracolo che possiamo leggere anche in modo simbolico. Quante volte nella nostra vita abbiamo le “mani paralizzate”? Mani che non riescono più a tendersi verso qualcuno. Mani chiuse dalla paura. Mani chiuse dal risentimento. Mani che non sanno più accarezzare. Mani che non sanno più chiedere perdono. Mani che non sanno più donare.
Il miracolo che Gesù vuole compiere è quello di restituirci la capacità di stendere la mano verso Dio, verso il prossimo, verso la vita.

Il complotto
     L’ultimo versetto del racconto è terribile, perché proprio quando un uomo torna a vivere, qualcuno decide di uccidere. E qui Marco ci sorprende. Ci aspetteremmo una conclusione felice. Un uomo è guarito. La comunità ha visto il miracolo. Tutti dovrebbero gioire. Invece: “I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui, per farlo morire” (v. 6). È una conclusione paradossale: un uomo viene guarito e qualcuno decide di uccidere il guaritore. La vita di uno diventa la ragione per progettare la morte dell'altro. È già comparsa, qui, l'ombra della croce. Marco ci sta dicendo qualcosa di profondissimo: quando Gesù mette la persona al centro, entra inevitabilmente in conflitto con tutti quei sistemi nei quali le persone devono essere sacrificate alle regole, al potere, all'interesse, all'ideologia, alla rispettabilità religiosa. Gesù non muore perché ha fatto il male. Muore perché ha mostrato che cosa significa veramente fare il bene.

Domande rivolte a noi
     Questo episodio ci offre spunti di riflessione che ci riguardano: chi è oggi l'uomo dalla mano paralizzata? Chi è la persona che rischiamo di non vedere? Chi abbiamo messo ai margini?
Chi abbiamo trasformato in un problema invece di riconoscere in lui una persona?
Una seconda domanda è questa: Qual è la nostra mano paralizzata? Che cosa non riusciamo più a fare? Che cosa ci impedisce di vivere pienamente? Che cosa abbiamo nascosto perché ci vergogniamo?
E infine c'è la domanda più grande di tutte. Gesù ci guarda e dice: «È lecito far del bene o far del male? Salvare una vita o lasciarla morire?» Non è soltanto una domanda rivolta ai farisei. È una domanda rivolta a noi. Perché alla fine non conta soltanto quanto conosciamo delle Scritture. Conta che cosa facciamo quando incontriamo una persona ferita. Possiamo avere ragione e non amare. Possiamo conoscere la Bibbia e non vedere. Possiamo difendere Dio e dimenticare l'uomo. Oppure possiamo fare come Gesù: mettere al centro chi è ai margini, guardare chi nessuno guarda, tendere la mano a chi ha una mano paralizzata. E scegliere la vita. Perché questa è forse la cosa più sconvolgente che il Vangelo continua a dirci: Dio non è dalla parte delle regole quando le regole diventano contro l'uomo. Dio è dalla parte della vita.
E allora, quando domani incontreremo qualcuno che soffre, forse sentiremo ancora quella voce:  “Alzati là nel mezzo”. E forse capiremo che il miracolo non consiste soltanto nel fatto che una mano paralizzata torna a muoversi. Il miracolo comincia quando un cuore paralizzato torna a riscoprire l’”umano nell’uomo” (espressione di Vasilij Grosssman, scrittore sovietico di origine ebraica). 

                                                                                                        Aldo Palladino

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