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30 dicembre 2013


"Natale"

GALATI 4: 4-5 (1-7)

Predicazione del Past. Paolo Ribet


1.-    Noi siamo abituati a circondare l'evento della nascita di Gesù con quella che chiamiamo la "poesia del Natale" – una poesia che tra origine dai racconti di Luca e di Matteo, ma che spesso non coglie la forza e talora la tragicità degli eventi che vengono narrati. Insomma, edulcoriamo la scena, rischiando di banalizzare la sostanza del messaggio che il Natale ci vuole portare.
Invece, bastano quattro piccole parole all'apostolo Paolo («Nato - da – una – donna») per esprimere quello che è il centro dell'Evangelo, il senso dell'incarnazione e del Natale. Il senso è che, poiché non sappiamo (o non possiamo) incontrare Dio, Egli  viene incontro a noi, nella nostra debolezza.  Abbassandosi fino a noi, Dio ci rende suoi figli e ci innalza fino a sé.
Ora, per cercare Dio, non dobbiamo alzare gli occhi al cielo, ma guardare piuttosto alla realtà dei "nati di donna", all'umanità che soffre. Ciò non significa deificare l'umanità (questo è da sempre il sogno degli uomini, diventare come Dio). E' vero il contrario: Dio riveste l'umanità.

2.-    E' bene insistere sul fatto che a Betlemme non nasce un superuomo o un semi-dio, ma un bambino come tutti gli altri. Eppure questa "persona normale" è chiamata "Dio con noi": per quanto ciò possa sembrare difficile da comprendere ed accettare, questa è la realtà del Dio in cui riponiamo la nostra fiducia, del Signore che per amore della sua creatura si sveste della sua divinità per condividere con noi la condizione umana. E' un ossimoro – è la contraddizione con il senso comune – è qualcosa che contrasta con la ragione umana. E infatti vediamo diversi autori, anche di successo, sostenere che tutta la religione, ed il cristianesimo in particolare, è una presa in giro o una mistificazione; oppure ne vediamo altri che esprimono ammirazione per l'uomo Gesù, lasciando da parte il fatto che fosse Figlio di Dio.
Ma il messaggio degli evangeli ci dice che Dio ci è venuto accanto, abbassando (annichilendo) se stesso – è questo l'amore di Dio.
Noi siamo molto presi dal fatto che Gesù sia nato da una vergine, seguendo le parole del profeta Isaia (peraltro, così come erano lette al tempo di Gesù). Ma queste non hanno un senso, diciamo così, fisico, ma vogliono significare che Gesù non viene a noi per volontà umane, bensì per la volontà di Dio. Infatti, Paolo non dice che Gesù sia nato da una vergine, ma che è nato da una donna. Punto – non sta a indagare di più.
Poi, il valore di questa nascita, Paolo la esprimerà nel famoso inno di Filippesi 2: «spogliò se stesso, prendendo forma di servo …»

3.-    Ma c'è un altro aspetto che va considerato. L'apostolo specifica che Dio ha agito quando il tempo "è giunto alla pienezza", nel tempo da Lui stabilito: vi sono dunque dei tempi di Dio. Noi non siamo così pazienti da aspettare i tempi di Dio, abbiamo fretta e riempiamo la nostra vita di attività. Questo è forse più vero oggi che nel passato, poiché la nostra esistenza ha preso dei ritmi frenetici. Ma questo fare incessante ci butta fuori da noi stessi e ci porta ad un agire senza un fine preciso e spesso senza costrutto. Siamo diventati come certi frutti, belli e grossi, ma che non sanno di niente, che non hanno sapore.
Se Dio viene a noi, "nel suo tempo", dovremo aprire i nostri cuori per cercare il tempo di Dio nel nostro tempo, per vedere,  cioè, come Egli operi nella nostra vita, chiamandoci a riceverlo. C'è una bella parola del profeta Isaia che ci può condurre in questi pensieri: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» (Is. 55: 6).

4.-    Il dono e la libertà. Nella sua lettera ai credenti della Galazia (nell'attuale Turchia), Paolo discute con coloro che ritengono che nulla sia cambiato, con l'avvento di Cristo, rispetto alla Legge ebraica. Ad essi, l'apostolo risponde che la Legge andava bene per il tempo in cui l'uomo era sotto tutela; mentre ora, con Cristo, siamo giunti alla libertà.
Quella di cui parla Paolo è la libertà dei figli che possono rivolgersi a Dio chiamandolo Abbà (Padre-papà). Non è una parola strana, quella che usa l'apostolo: era probabilmente un modo in cui si esprimevano i credenti antichi nelle loro preghiere, riprendendo la preghiera stessa che Gesù aveva insegnato e la preghiera stessa del Getzemani. Abbà è una parola che indica allo stesso tempo il fatto che siamo figli di Dio e che siamo in grado di rivolgerci a Lui con la familiarità di coloro che si sanno amati.
Si tratta però anche di una libertà donata per non tornare nella schiavitù delle superstizioni, delle paure, dei nostri fantasmi, delle fragilità del nostro essere umani. In Cristo ora sappiamo che viviamo della dimensione di Dio che invade il nostro quotidiano e che ci apre al suo orizzonte di vita.
Ora siamo liberi e la nostra libertà e dignità di figli di Dio ci porta a vivere la responsabilità nei confronti del mondo che il Signore ha riscattato ed ha amato, tanto da condividerne, nell'incarnazione, nel Natale, le gioie e le pene.

                                                                                                         Pastore Paolo Ribet

(Articolo tratto dal sito www.torinovaldese.org)

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