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22 dicembre 2007
08 dicembre 2007
Apocalisse 3, 7-13
LA LETTERA
ALLA CHIESA DI FILADELFIA
Predicatore: Aldo Palladino
Chiesa Valdese di Via T. Villa – Torino
9 dicembre 2007
Il testo biblico
7 «All'angelo della chiesa di Filadelfia scrivi:
Queste cose dice il Santo, il Veritiero, colui che ha la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre:
8 Io conosco le tue opere. Ecco, ti ho posto davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere, perché, pur avendo poca forza, hai serbato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. 9 Ecco, ti do alcuni della sinagoga di Satana, i quali dicono di essere Giudei e non lo sono, ma mentono; ecco, io li farò venire a prostrarsi ai tuoi piedi per riconoscere che io ti ho amato. 10 Siccome hai osservato la mia esortazione alla costanza, anch'io ti preserverò dall'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. 11 Io vengo presto; tieni fermamente quello che hai, perché nessuno ti tolga la tua corona.
12 Chi vince io lo porrò come colonna nel tempio del mio Dio, ed egli non ne uscirà mai più; scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, e della nuova Gerusalemme che scende dal cielo da presso il mio Dio, e il mio nuovo nome.
13 Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.
Altre letture bibliche: Giacomo 1, 2-4.12; 2 Timoteo 4,6-8; Romani 8,31-39
***
Informazioni preliminari sulla città di Filadelfia
Filadelfia è una città della regione della Lidia, nell'Asia minore (l'odierna Turchia), dove era sorta una chiesa cristiana fortemente perseguitata. È la sesta di sette città, nominate nel libro dell'Apocalisse (= rivelazione), a cui Giovanni, discepolo di Gesù, trasmette un messaggio che egli aveva ricevuto dal Signore per apocalisse, cioè per rivelazione.
Filadelfia significa "amore fraterno". Fu fondata nel 189 a.C. da Attalo II (220-138 a.C.), detto anche Filadelfo, così chiamato per il grande amore che ebbe per suo fratello Eumene II, re di Pergamo, aiutandolo a fronteggiare in guerra il nemico comune.
È anche definita la "porta d'Oriente", perché era attraversata da un'importante via di comunicazione, una strada dell'impero che proseguiva verso est.
Filadelfia esiste ancora oggi con il nome di Alisehir (città di Dio).
Il messaggio alla chiesa di Filadelfia è rivolto a dei credenti che si trovano in una situazione storica molto critica. Si tratta di una piccola comunità cristiana, costituita da persone provenienti dal paganesimo e dal giudaesimo, che subisce delle persecuzioni per un effetto onda delle più grandi persecuzioni e violenze della seconda metà del I secolo: la persecuzione romana durante il regno di Nerone (54-68 d.C.), la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio (70 d.C.) ad opera delle truppe di Tito, e la persecuzione di Domiziano contro i cristani (81-96), che si rifiutavano di adorarlo come Dio.
Oltre a tutto questo, occorre ricordare il giogo imposto dai Romani con l'applicazione di tasse gravose, un'economia povera anche a causa di due terremoti che mettono in ginocchio la città, l'opposizione di gruppi di Giudei, che pensavano di essere gli unici destinatari delle promesse di Dio e, quindi, gli unici eredi del regno, la situazione di chiesa di minoranza; tutti questi elementi rappresentano il contesto in cui quei credenti erano chiamati a esprimere la loro fede.
Lo stesso Giovanni viene arrestato ad Efeso, dove curava la comunità locale e quelle vicine, ed esiliato nell'isola di Patmos, il luogo in cui scrive l'Apocalisse, la rivelazione di Gesù Cristo.
Diversi anni dopo, Policarpo, vescovo della vicina chiesa di Sardi (a 45 Km. da Filadelfia), muore martire (nel 155).
Dunque, la vita non è facile per i credenti di Filadelfia.
Giudizio e salvezza appartengono al Signore
Ma in questo momento buio, quando lo scoraggiamento, la paura, l'angoscia, l'isolamento, si fanno strada nella vita di quei credenti, arriva la parola del Signore, parola di esortazione e di incoraggiamento, ma anche la parola ultima e definitiva che Egli solo può pronunziare sulla nostra vita, come individui, come chiese, come nazioni, perché il diritto di giudicare e salvare appartiene al Signore, che ha, in forma metaforica, le chiavi per l'accesso al suo regno. Soltanto Lui è l'autorità suprema che decide di ciascuno di noi, sia per chiamarci al suo servizio, sia per approvare o disapprovare il nostro cammino, sia per salvarci (7).
Nessun uomo, dunque, può arrogarsi la prerogativa di condannare, santificare, beatificare altri uomini, né di decidere qual è la vera chiesa. Solo colui che ha la "chiave di Davide" può farlo. Quella "chiave", con riferimento a Isaia 22,22, è un'immagine che induce al rispetto, al timore, ad un'umile accettazione della sovranità di Dio e alla sottomissione a Lui e a Lui soltanto.
Essere fedeli al Signore
Alla chiesa di Filadelfia, come anche a quella di Smirne, cioè a due su sette chiese, il Signore rivolge parole di elogio. Qui non troviamo rimproveri.
Che cosa ha fatto di particolare questa chiesa tanto da ricevere l'approvazione del Signore? Ce lo dice il nostro testo, al v.8, con cinque affermazioni illuminanti: due riguardano ciò che Dio ha operato e le altre tre riguardano ciò che la chiesa ha fatto per il Signore e che il Signore stesso riconosce:
1)"Io conosco le tue opere", cioè il Signore (ri)conosce tutte le attività svolte dai credenti di Filadelfia;
2)“io ti ho posto una porta aperta”, cioè il Signore ha affidato una missione a questa chiesa, un servizio di testimonianza e di evangelizzazione;
3)“pur avendo poca forza”,
4)“hai serbato la mia parola”,
5)“non hai rinnegato il mio nome”.
Questa chiesa non era ricca, né potente e, nonostante fosse portatrice di un messaggio straordinario, carico di speranza e di salvezza, non mostrava segni di superbia e di orgogliosa superiorità. Era una chiesa sobria, umile, che svolgeva con serietà il compito affidatole credendo solo nella forza della parola del Signore e restando fedele a proclamare la salvezza che c'è nel nome di Gesù Cristo.
Queste erano le opere che il Signore ha visto in questa chiesa. In quella situazione, non era cosa da poco.
E anche per noi oggi non è cosa da poco, nonostante tutte le attenuanti che possiamo invocare, restare fedeli, attaccati alla parola del Signore e non rinnegare il suo nome. Il nostro passato storico di Valdesi è ricco di eventi in cui molti nostri fratelli e molte nostre sorelle sono morti per la fede in Cristo, ma ciò non deve costituire un punto di forza per affermare un presunto nostro potere, oggi. Certo, possiamo godere e gioire della libertà conquistata dai nostri padri, ma siamo chiamati, come individui e come comunità, a vivere la nostra fede senza vacillare e senza pensare di vivere di rendita, perché il Signore sa se e come noi stiamo rispondendo alla sua chiamata.
Le promesse del Signore
La chiesa di Filadelfia riceve dal Signore delle promesse:
a) la promessa del Suo amore, che non verrà mai meno, è garanzia di un legame indissolubile e di una comunione senza fine. È un amore vincente che costringerà oppositori e persecutori a piegarsi dinanzi ai credenti di Filadelfia e, dunque, a riconoscere il Signore che questi annunziavano [la storia della conversione dell'apostolo Paolo ne è un esempio];
b) la promessa della sua protezione nelle difficoltà, nella prova, nella tentazione o, come altri traducono, nell'"ora del cimento", che evoca l'idea di un combattimento;
c) la promessa della Sua venuta; Gesù viene per coloro che lo invocano, ma viene anche per quelli che lo disprezzano e lo rifiutano. Viene come Signore e Salvatore per i primi, come Giudice per i secondi (Giovanni 3,18).
In virtù di queste promesse, il credente è chiamato:
Ø a conservare la Parola dell'Evangelo con la stessa costanza che Gesù ha avuto nel compiere il suo servizio tra gli uomini ("la mia esortazione alla costanza");
Ø a tenere fermamente quello che ha, vale a dire la fede in Cristo, la pazienza di saper attendere il compimento della volontà di Dio e la gioia del servizio, nonostante le prove che attraversa.
Il credente riceve i segni della sua totale appartenenza a Dio
Il risultato di questo impegno è la corona, metafora della vittoria per chi, come l'apostolo Paolo corre la corsa e giunge al traguardo (2 Timoteo 4,6-8) o segno di chi è ufficialmente invitato alla banchetto del Padrone di casa.
Ma un'altra meravigliosa immagine è per chi vince(12). Chi vince diventerà come una colonna nel tempio di Dio sulla quale saranno incisi tre nomi (12):
- il nome di Dio, che viene scritto sul credente vincente, sulla sua fronte (14,1; 22,4), segno di totale appartenenza a Dio;
- il nome della nuova Gerusalemme (Ez. 48,35; 21,10; Isaia 62,2);
- il nome nuovo di Cristo, cioè il nome nuovo che avrà come "Risorto".
Tutto ciò ci riempie di gioia e ci stimola a impegnarci qui ed ora per l'avanzamento del Regno di Dio. Avremo certamente alti e bassi nella nostra vita, avremo l'opposizione di chi non crede in questo progetto, ma noi andremo avanti con il sostegno della parola: "Nessuno ci separerà dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù" (Romani 8, 37-39).
Aldo Palladino
08 novembre 2007

Vangelo di Luca 18, 1- 8
La vedova e il giudice
ovvero
la parabola sulla preghiera
insistente e ostinata
di Aldo Palladino
Il testo biblico
1 Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: 2 «In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; 3 e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: "Rendimi giustizia sul mio avversario". 4 Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: "Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, 5 pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa"». 6 Il Signore disse: «Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. 7 Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? 8 Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?»
***
La preghiera insistente e ostinata
L'evangelista Luca precisa che Gesù ha proposto questa parabola ai suoi discepoli per insegnare loro "che dovevano pregare sempre e non stancarsi" (1).
Questo invito alla continuità e alla perseveranza alla preghiera nasceva dal fatto che Gesù conosceva la debolezza dei discepoli (e conosce anche la nostra), che pregavano poco e male e, quando pregavano, si stancavano presto.
L'atteggiamento della vedova della parabola che chiede giustizia al giudice in modo assillante, fastidioso, senza dargli tregua (2-6), finché quel giudice non le avrà riconosciuto il suo diritto leso, rivela una caratteristica della preghiera che sovente trascuriamo: l'insistenza ostinata.
Preghiera e giustizia
Poiché pare che il caso concernesse una questione di danaro legato a una eredità sottratta da qualche persona influente e prepotente, la giustizia che la vedova rivendica non è solo una semplice questione di principio per far valere un diritto. Siamo di fronte a una vedova, povera, con un bisogno impellente di mezzi finanziari vitali per il sostentamento suo e della sua famiglia. Dunque, la preghiera insistente e ostinata di quella donna nasce da una seria e profonda motivazione, che era all'origine della sua richiesta di avere giustizia sull'avversario.
Perché Gesù usa il tema della giustizia per spiegare ai discepoli la necessità di pregare incessantemente?
Perché la pratica della giustizia ricorre nelle società di tutti i tempi ed è correlata ad altri grandi problemi come la povertà, i diritti umani, l'ordine sociale e le forme di governo, tutti problemi per i quali Gesù propone il regno e la giustizia di Dio per questa umanità prima di qualsiasi altro bene materiale (Matteo 6,33).
Dove c'è ingiustizia c'è lo strapotere dei più forti sui deboli della società e ci sono le ricchezze ingiuste, ma anche le povertà ingiuste.
Dove c'è ingiustizia c'è la violenza e la rapina ammantate di finta legalità.
Dove c'è l'ingiustizia la voce della democrazia è ridotta a concessioni dall'alto a parlare, non più un diritto che nasce dal bisogno di libera espressione delle proprie idee.
Contro l'ingiustizia presente qui e là nel mondo, Gesù propone la via della preghiera, per chiedere a Dio di dare e fare giustizia. La prima via per ottenere giustizia non è farci giustizia da soli con i metodi sbrigativi della violenza. No, Gesù ci apre la via all'ottenimento della giustizia di Dio attraverso la forza della preghiera.
Dio ascolta e risponde
Se il giudice ingiusto della parabola alla fine ha ceduto all'insistenza della vedova facendole giustizia, tanto più Dio risponderà ai "suoi eletti che giorno e notte gridano a lui" (7).
I credenti hanno la certezza che Dio ascolta, ma hanno anche la certezza che Egli risponde? O, mentre pregano, pensano che Dio è lontano ed ha cose più serie a cui pensare? In fondo, per dirla con parole semplici, Dio deve obbligatoriamente rispondere a tutti e per qualsiasi motivo oppure può tacere o ritardare la sua risposta? Entriamo qui nel tema della sovranità di Dio.
Gesù disse:"Il Padre vostro celeste sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate" (Matteo 6,8). L'insegnamento a pregare fino ad ottenere ciò che abbiamo chiesto deve essere accolto come un aspetto della nostra comunione col nostro Padre Celeste e del riconoscimento della Sua libertà a risponderci come e quando vuole, ma in vista sempre del nostro bene.
Preghiera e fede
La qualità della preghiera è un tema ricorrente nel vangelo. C'è la preghiera dei pagani che pensavano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole (Matteo 6,7); c'è la preghiera nel segreto del cuore (Matteo 6,6); c'è la preghiera comunitaria (Matteo 18,19), quando la chiesa riunita si pone dinanzi al Signore per lodarlo, per confessare il proprio peccato, per adorarlo, per intercedere per i fratelli e le sorelle nel bisogno, e per altri; c'è la preghiera come supplica o come ringraziamento(Filippesi 4,6); c'è la preghiera come lotta (Romani 15,30; Colossesi 2,1). E c'è anche la preghiera insistente, continua, perseverante, a cui fa riferimento il nostro testo.
Dio è attento e pronto a rispondere ad ogni nostro bisogno secondo la sua volontà. Egli vuole che siamo fedeli anche nella preghiera, perché la preghiera è un sostegno vitale della fede. Non pregare significa interrompere il nostro parlare a Dio, ma soprattutto perdere il privilegio di parlare con Dio, a tu per tu con Lui in un continuo rapporto fondato sulla fiducia e sulla gratitudine.
Il credente prega, perché chi prega crede. E chi crede senza mai pregare farebbe bene a chiedersi se veramente riconosce che Dio ascolta e risponde alle preghiere di chi lo invoca con tutto il cuore (Sl 145,18-19; Matteo 7,7-11).
Quando Gesù ha detto: " Ma quando il Figliuol dell'uomo verrà, troverà egli la fede sulla terrà?" (8) intendeva invitare i suoi a non sottovalutare la potenza della preghiera, perseverante, insistente, incessante. La fede che si fa preghiera costante nella vita di un credente si rafforza sempre più e diventa attesa dell'evento della venuta di Gesù Cristo. Chi arriverà all'incontro col Signore in questo modo, troverà motivi di gioia e di consolazione.
Aldo Palladino
12 ottobre 2007

Giovanni 5, 1-16
Gesù guarisce un paralitico a Bethesda
Predicazione nella Chiesa Evangelica Battista di Venaria Reale (TO)
14 ottobre 2007
Predicatore: Aldo Palladino
Il testo biblico
1 Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
2 Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c'è una vasca, chiamata in ebraico Bethesda, che ha cinque portici. 3 Sotto questi portici giaceva un gran numero d'infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici, [i quali aspettavano l'agitarsi dell'acqua; 4 perché un angelo scendeva nella vasca e metteva l'acqua in movimento; e il primo che vi scendeva dopo che l'acqua era stata agitata era guarito di qualunque malattia fosse colpito].
5 Là c'era un uomo che da trentotto anni era infermo. 6 Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» 7 L'infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l'acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». 8 Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina». 9 In quell'istante quell'uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.
10 Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all'uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina"». 12 Essi gli domandarono: «Chi è l'uomo che ti ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina?"» 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c'era molta gente. 14 Più tardi Gesù lo trovò nel tempio, e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». 15 L'uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che l'aveva guarito era Gesù. 16 Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo; perché faceva quelle cose di sabato.
***
La Parola è sempre per noi
Il testo appena letto del Vangelo di Giovanni è una parola che ci viene da lontano e che riesce sempre a trasmettere qualcosa di nuovo quando ad essa ci accostiamo. Il profeta Geremia afferma che la parola di Dio è come il fuoco e come un martello che spezza il sasso (Geremia 23,29), perché ha la capacità di purificarci, di affinarci e riscaldarci, ma anche di rompere ogni nostra resistenza.
Che cosa vuole dire a me oggi questa parola? Che cosa vuole da noi? E quali indicazioni ci dà per essere dei cristiani fedeli e ubbidienti?
Alcune precisazioni
Gesù si reca a Gerusalemme in occasione di una festa giudaica. Alcuni dicono trattarsi della festa dei pani azzimi ovvero della Pasqua, altri sostengono trattarsi della festa dei Tabernacoli. Si reca al tempio, come ogni ebreo osservante, e poi va in un punto a nord-est della città, vicino alla porta delle Pecore (attraverso la quale transitavano gli animali destinati ai sacrifici nel tempio), dove si trova una zona nota per la presenza di acque terapeutiche.
La piscina che vi si trova è chiamata in aramaico Bethesda, che significa casa di misericordia, perché lì Dio usava misericordia verso i malati che vi accorrevano, zoppi, ciechi, paralitici, guarendo ogni anno il primo di essi che scendeva nella vasca quando l'acqua veniva agitata da un angelo (4).
Questa tradizione delle acque miracolose e di un solo malato guarito all'anno non è riportata in molti codici antichi. Lo stesso nome della piscina, in alcuni manoscritti, è Bethzada (casa dell'ulivo), in altri è Bethsaida (casa della pesca).
Attenzione e sensibilità verso i bisognosi
Dunque, Gesù arriva alla piscina di Bethesda, dove c'è tanta gente e ci sono anche molti malati, che giacciono vicino alla piscina che ha cinque portici [secondo alcuni, una figura della Toràh, con i suoi cinque libri, il pentateuco]. Tra i tanti disabili e malati, Gesù individua un malato, probabilmente paralitico, che era in quella condizione da ben trentotto anni [trentotto sono un simbolo della permanenza nel deserto del popolo d'Israele - Deuteronomio 2,14) e gli chiede: "Vuoi guarire? Vuoi essere risanato?"
Due osservazioni sul comportamento di Gesù e sulla sua domanda:
1) Come mai Gesù tra i tanti infermi si rivolge a questo malato?
2) Perché gli rivolge una domanda che ci appare scontatissima o addirittura banale? (Ad una persona affamata che senso ha chiedere se vuole mangiare, o ad un disoccupato da lunga data se vuole un lavoro per vivere?)
Il carattere di Gesù
Dai tanti episodi raccontati dagli evangeli emerge con particolare evidenza il carattere di Gesù. A nessuno sfugge la sua attenzione verso i malati, i poveri, i diseredati, i deboli, verso gli emarginati, verso le peccatrici e i peccatori disprezzati e giudicati dai dottori della Legge e dalla società. La sua compassione è infinita, la difesa della dignità umana è una lotta ad oltranza che Lui fa al pregiudizio e alle tradizioni che avevano trasformato la Legge, che pure era buona ed aveva la sua funzione educatrice, in un sistema di norme piene di cavilli e prescrizioni complicate. Egli è venuto non per abolire la Legge, ma per compierla, per completarla, per darle nuovo valore e un più profondo significato. Le regole della Legge sono rilette, reinterpretate da Gesù dando valore e centralità all'uomo, perché "il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato" (Marco 2, 27).
Ma tra i sofferenti stessi, poveri, malati, ecc., c'è sempre qualcuno più sofferente, più povero o più malato degli altri. Gesù indirizza la sua compassione verso chi tra i bisognosi ha più bisogno degli altri.
Il paralitico di Bethesda da ben trentotto anni ha bisogno di lui. Gesù arriva là ad incontrare quest'uomo nel deserto della sua vita e gli chiede: "Vuoi essere guarito?". Non è una domanda scontata come potrebbe sembrare, perché Gesù sa che quest'uomo è stato abbandonato alla sua malattia da tutti, nella solitudine estrema. Infatti, la risposta non è: "Sì, Signore, voglio essere guarito!". La risposta è: "Signore, non ho nessuno che, quando l'acqua è mossa mi metta nella vasca" (7).
Sembra la storia di quelle famiglie che hanno oggi dei disabili e che tirano avanti da soli l'esistenza col vuoto attorno a loro.
Gesù non cerca la fede in quest'uomo, cerca segni di speranza, ancora un barlume di credibilità o di fiducia nella vita, che gli uomini con la loro indifferenza hanno cancellato in lui.
"Vuoi essere guarito?". Quando tutto viene a mancare intorno a te, Gesù ti offre la sua parola dalla quale ripartire per riaccendere quella fiammella di speranza per tornare a vivere.
Una similitudine
Il paralitico di Bethesda ci rappresenta tutti. Come lui, anche noi abbiamo toccato con mano sofferenze o disgrazie personali e familiari, dispiaceri, malattie, lutti, e come lui abbiamo forse confidato e sperato nell'uomo, nel medico o nell'amico, nel fratello o nella sorella di chiesa, facendo l'esperienza di illusioni e di delusioni tutte le volte in cui abbiamo posto la nostra fiducia nell'uomo, nelle sue ideologie e filosofie, anziché in Dio. Come lui, anche noi siamo arrivati all'amara conclusione di essere soli in questo mondo.
Il paralitico di Bethesda, dunque, è figura di una umanità che fa l'esperienza quotidiana della solitudine e dell'indifferenza degli uni verso gli altri. Ma, grazie a Dio, Gesù ci fa tornare a sperare. La sua azione, la sua parola stanno lì a liberarci da ogni forma di pessimismo e di amara rassegnazione. Solo Lui può risanarci allontanando la paura, l'angoscia, e può farci tornare a guardare la vita con la serenità nei nostri cuori e con un volto sorridente. Gesù guarisce e ci restituisce alla vita. Egli scioglie i legami che ci paralizzano, ci fa rialzare, ripristina la nostra dignità di uomini e donne e ci ordina di camminare tra la gente col nostro "lettuccio", con il nostro passato sempre con noi, ma ora proiettato verso la nuova vita e con rinnovata responsabilità.
Gesù va incontro al paralitico di Bethesda e lo guarisce. In questa casa di misericordia (Bethesda), Gesù usa misericordia verso quell'uomo. Tutta la terra per lui è casa di misericordia, perché Dio ama l'umanità (Giovanni 3,16) nonostante viva nel peccato, e vuole creare una nuova umanità in Cristo fondata sull'amore per Dio e sull'amore per il prossimo (Matteo 22, 37-39). Nella nuova umanità non è possibile amare Dio senza amare il prossimo, perché chi ama Dio senza amare il prossimo è bugiardo (1 Giovanni 3, 17; 4,20).
Imparare la riconoscenza
Dopo il miracolo, Gesù si defila silenziosamente tra la folla. Cosa farebbero i presunti guaritori e i vari guru dei nostri giorni per avere notorietà, riconoscimenti e successo! Gesù, invece, agisce nel silenzio di un incontro personale e fa del bene. Non riceve neanche l'attenzione e il ringraziamento del paralitico di Bethesda, incapace di esprimere alcun segno di riconoscenza né di rivolgergli la parola perlomeno per chiedergli chi fosse e come si chiamasse. Nulla di tutto questo. Il paralitico guarito, frastornato e pieno di gioia, pensa alla sua liberazione, non al suo liberatore.
Anche in questo comportamento riconosciamo i tratti di certi nostri atteggiamenti di fronte ai miracoli di Dio nella nostra vita. Quante volte abbiamo ringraziato il Signore per la vita che abbiamo, per i nostri figli, per il lavoro, per la comunità nella quale siamo inseriti, o per tutte quelle situazioni difficili da cui siamo stati tratti fuori? E quante volte abbiamo saputo dire grazie a chi ci ha fatto del bene?
Guarigione dell'anima
È da notare che tutto l'episodio avviene in giorno di sabato, shabbat, una festa importantissima per i Giudei nel corso della quale sono vietati determinati lavori (trentanove secondo la Mishna). Quando i Giudei , dunque, notano il paralitico che va in giro trasportando il suo lettuccio, anziché gioire per la sua guarigione, sono presi dallo zelo dell'osservanza delle prescrizioni della Legge. Per loro è più importante scoprire il colpevole di quella trasgressione anziché conoscere l'autore di quella guarigione miracolosa. Sarà il paralitico, ormai guarito, a rivelare ai Giudei il nome del suo guaritore, Gesù, il quale lo ha incontrato una seconda volta, nel tempio, per raccomandargli di non peccare più (14). A quest'uomo Gesù dona una nuova guarigione. Dopo la guarigione fisica del corpo, egli deve conoscere e ricevere la guarigione dell'anima. Colui che gliela comunica è il Signore della vita, perché Gesù è "la via, la verità e la vita" (Giovanni 14,6), il Salvatore del mondo.
Questo Nome, che è al di sopra di ogni nome (Filippesi 2,14; Efesini 1,21) non può essere riservato a pochi. Il suo amore, la sua compassione, il suo farsi prossimo a ciascuno di noi, il dono della sua vita per il perdono dei nostri peccati e per la nostra salvezza eterna, ci spingono a proclamare ad alta voce che Egli è Re dei re e Signore dei signori (1 Timoteo 6,15) e a dare testimonianza della sua misericordia e della sua grazia. A Lui va, dunque, tutta la nostra lode e la nostra adorazione!
Aldo Palladino
18 luglio 2007
Comunicare è incontrarsi
Ringraziare è incontrare Gesù
25 giugno 2007
