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16 maggio 2016




Romani 11, 32-36

MISERICORDIA PER TUTTI!

Predicazione di Aldo Palladino



Il testo biblico
32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.
33 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! 34 Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere? 35 O chi gli ha dato qualcosa per primo,
sì da riceverne il contraccambio?» 36 Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.


Testi di appoggio: Ef. 2,11-18; Rom. 11,25-31

     Il primo versetto del testo di oggi afferma che siamo tutti disubbidienti alla volontà di Dio.  Ma proprio tutti? Si, tutti e tutte. Disubbidiente è il biblico popolo d’Israele, disubbidienti sono i pagani, disubbidiente sono io e disubbidiente sei anche tu, fratello e sorella. Nessun essere umano ha fatto e farà  mai  completamente la volontà di Dio. Paolo ce lo ricorda nella sua lettera ai Romani; “ Non c’è nessun giusto, neppure uno” (Rom. 3,10), perché “tutti hanno peccato … e sono privi della gloria di Dio” (Rom 3, 23; 5,21). Ma il nostro testo non si ferma qui ma continua affermando che Dio dal nostro stato di disubbidienza (greco: apéitheia), di ribellione e di peccato  ha plasmato il suo strumento di grazia e di perdono per fare misericordia (greco: éleos) a tutti e a tutte. Noi, destinati al giudizio e alla condanna siamo stati amati da Dio, perdonati o, come dice Paolo, siamo stati  “giustificati per la sua grazia mediante la redenzione che è in Cristo Gesù (Rom. 3,23-24). Questa è la bella notizia, l’evangelo, che l’apostolo Paolo ci dà e che qui troviamo esposta in forma di un inno, un inno di lode scritto dal profondo dell’anima per trasmetterci la sua testimonianza e la sua gioia incontenibile di avere compreso un segreto nascosto (greco: mysterion) che ora ci rivela, cioè il disegno di Dio di riconciliare con Sé tutti gli esseri umani. Noi, portati per nostra natura ad essere separati da Dio, siamo chiamati a ritrovare la nostra unità in Dio e scoprirne la giustizia che è essenzialmente amore, misericordia e perdono per tutti e tutte, perché “Dio è amore” (I Giov. 4, 8b).

  Questa universale misericordia che Paolo ci svela in questo brano, che si presenta come un inno, ci porta a due riflessioni:

1. la prima riflessione è che il piano di Dio per fare misericordia a tutti nasce da lontano, quando Dio chiama Abramo e gli fa tre promesse: 1) la promessa di una terra; 2) la promessa di fare di lui una grande nazione; 3) la promessa che attraverso lui tutte le famiglie della terra saranno benedette (Gen. 12,1-3). Infatti, nel libro della Genesi Dio dice ad Abramo: "In te saranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3)... "Tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni" (Gen. 17,4-5)..."Io ti colmerò di benedizioni e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare" (<gen. 22,17);  e il patto con Abramo viene confermato anche ad Isacco (Gen. 26,24) e a Giacobbe (Gen. 28, 13-14; 35,11-12; 48,3-4) con le stesse promesse e benedizioni.

 

      Anche nei libri profetici, nei libri storici e negli scritti sapienziali troviamo parole di misericordia nonostante le molte infedeltà d’Israele e le tante violazioni del patto con l’Eterno.

    

Ma è nell’epistola ai Romani che l’apostolo Paolo ci spiega, nei capp. 9-10-11, come Dio abbia deciso di donare anche ai popoli pagani la sua misericordia, la sua grazia.  Dio distoglie il suo volto dal popolo di Israele che ha indurito il suo cuore e ha rifiutato Gesù come il Messia promesso e volge il suo sguardo misericordioso verso tuti gli altri popoli della terra. L’indurimento di Israele diventa dunque motivo di grazia, grazia per i gentili, i popoli pagani che si convertono all’Evangelo. Il progetto di Dio, dice Paolo, passa dall’elezione di Israele al suo indurimento per salvare i pagani i quali, una volta convertiti all’Evangelo predicheranno la salvezza in Cristo Gesù anche ad Israele.     

Per questo motivo, Paolo invita i cristiani a non essere superbi e a non pensarsi superiori a Israele: lui ci ricorda che siamo noi che discendiamo da Israele e non viceversa e i nostri destini e le nostre speranze sono intrecciate indissolubilmente. Noi siamo come un ulivo selvatico impiantato nel tronco di un ulivo domestico e traiamo la linfa vitale da quel tronco: “sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te” (11:18).       A noi tutto questo sembra tutto strano, artificioso, incomprensibile, ma dobbiamo sforzarci di capire Paolo che ha compreso la grandezza della visione di Dio, che  non ha mai amato muri, barriere, filo spinato, separazioni, contrapposizioni, ma il suo proposito eterno è stato quello di riscattare tutta l'umanità lacerata dal peccato, dalla violenza, dall'inimicizia, dalle guerre, dalle devastazioni per elevarla all'unità della fede e per creare un solo popolo riconciliato con Dio mediante la croce, come abbiamo letto in Efesini 2, 11-18. 

I confini di Dio non sono quelli di Israele, ma sono quelli dell'intera umanità. E l'immagine di Dio che Paolo ci rivela è quella di un Dio che va oltre confine, che sposta continuamente il confine fino agli estremi limiti della terra.

Credo che anche noi, come credenti, come comunità di credenti, come chiese, siamo chiamati a uscire dai nostri "confini", uscire dai nostri schemi mentali, liberarci dei tanti paradigmi rigidi e precostituiti e perseguire una comunione allargata in cui "non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù" (Gal. 3,28).

     Non capiremo mai il pensiero di Dio se continueremo nella nostra vita a rimanere chiusi in noi stessi e a focalizzarci sulle distinzioni "noi" e "loro", a diventare giudici implacabili di chi ci sta intorno e guardare gli altri dall'alto in basso, a sentirci migliori degli altri, con una verità più vera di quella degli altri. 

La storia cristiana è piena di laceranti contrasti, d'invettive, di scomuniche, di antipatie storiche e di vecchie ferite: neri e bianchi, cattolici e protestanti, cattolici e ortodossi, ebrei e cristiani, gli uni contro gli altri pronti a difendere la "propria" verità in nome di Dio e a usarla per giudicare, condannare, soggiogare, se non per eliminare fisicamente l'altro. Gesù nei vangeli rifiuta ogni forma di ostilità basata sul pregiudizio e interpone la forza della parola e del dialogo verso tutti.  Questa è la via per affrontare, gestire e risolvere i conflitti presenti in ogni ambito della vita umana e costruire delle relazioni umane in cui, a partire dall'ascolto, sia fondamentale riconoscere, rispettare la dignità dell'altro e rispondere ai suoi bisogni materiali e spirituali.

     Certo, il Signore non abolisce le differenze, ma ci chiama a saperle valorizzare, perché nessuno si possa vantare e inorgoglire per la propria condizione, e a saperle accogliere come ricchezza che si aggiunge alla nostra vita. 

     C'è bisogno oggi di imparare la strategia e la progettualità di Dio per la salvezza di questo mondo. C'è bisogno di nutrirci della misericordia, della grazia, dell'amore di Dio in Gesù Cristo per essere a nostra volta misericordiosi, pieni di grazia e di bontà verso tutti. 

     Dinanzi al peccato dell'uomo e alla sua disubbidienza, Dio non si è fermato, ma ha tratto dal male il bene. 

Questo è il primo motivo della lode di Paolo: Dio fa misericordia a tutti e a tutte.

 

2. la seconda riflessione è che con il suo inno di lode Paolo intende celebrare la "profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio". 

Karl Barth, nel suo commento all'epistola ai Romani, a questo riguardo sostiene che la profondità di Dio, della sua ricchezza, della sua sapienza e della sua conoscenza, è inscrutabile e insondabile. L'Iddio nascosto (Deus absconditus) è rivelato  in Cristo Gesù (Deus revelatus), questo è il contenuto dell'epistola ai Romani (1,16-17). Al "si" di Dio, l'uomo nulla può aggiungere. "Quello che si contempla razionalmente nelle opere di Dio è la sua invisibilità (Rom. 1,20) e nella profondità di Dio viene scrutata la sua inscrutabilità (1 Cor. 2,10)".

Allo stesso modo, anche i suoi giudizi sono inscrutabili e le sue vie ininvestigabili, perché è scritto nel libro del profeta Isaia: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie le mie vie" (Is. 55,8).

     La vita intima di Dio è sempre un mistero per ciascuno di noi. E razionalmente non comprendiamo molte sue scelte: il perché dell'elezione, della reiezione e perfino del fare misericordia a tutti. 

Lo stesso Giona non condivise il fatto che Dio "si pentì del male che aveva minacciato di fare" ai Niniviti, dicendo: "Sapevo che tu sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all'ira e di gran bontà e che ti penti del male minacciato". Ma Dio è Dio e fa quello che vuole per il bene della sua creatura.

Nessuno conosce il suo pensiero e nessuno può dargli consiglio (Gb 41,11). Nessuno può pretendere di essere un consigliere di Dio, cioè di saperne più di lui; e nessuno può pretendere di avere qualcosa da offrire a Dio per averne un contraccambio, cioè di essere più ricco di lui. No, non è possibile. La profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio sono qualcosa di troppo grande per noi. Dio sa, noi no, noi non sappiamo, non sappiamo quasi niente di Dio. 

E allora? Dobbiamo disperarci? Dio ci lascia brancolare nel buio? Paolo non sembra affatto disperato, anzi, Paolo conclude questo inno con una breve frase che contiene una specie di confessione di fede e una lode: Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. Dio è il sovrano di tutte le cose, la Causa prima, la Causa effettiva e la Causa finale di tutto.    

Paolo ci dice che tutto esiste perché viene da Dio. 

Anche noi. 

Anche tu, fratello e sorella, esisti perché vieni da Dio, che ti ha dato la vita, grazie a lui che ti ha non solo creato, ma anche redento in Cristo per vivere una vita alla sua gloria, cioè una vita piena di senso e di speranza.

Per tutto questo, Paolo ha motivo di chiudere tutta la sua esposizione con una dossologia finale (doxa, gloria): A Lui sia la gloria in eterno!  E noi tutti e tutte possiamo dire insieme: "Amen!"

 

 

                                                                                                  Aldo Palladino

  
                                                              
                                                                                              

                                                                                          

06 febbraio 2016


          L'autogol di Papa Francesco

       
Commento su un fatto di attualità
          di Aldo Palladino


  
     Papa Francesco non finisce di stupire. Questa volta in modo negativo. Visto il flop del Giubileo che non riesce ad attrarre le folle di credenti a Roma con grave danno alle casse vaticane, ad albergatori e ristoratori romani e a tutto l'indotto commerciale  che ruota intorno alla macchina del sacro capitolino, ecco l'idea che rimette a posto le cose: traslare a Roma la salma di qualche celebre "santo" che riesca a mobilitare credenti, pellegrini, religiosi e curiosi dei nostri giorni per attrarli in S. Pietro, a Roma. E Padre Pio è la persona giusta, anche se cadavere, che risponde bene alle necessità vaticane. Altro cadavere "santo" trasferito a Roma per restarvi fino all'11 febbraio è quello di Apollonio Mandic. Due "Santi della misericordia". 
Ma chi ha deciso di scomodare due reliquie per rivitalizzare il Giubileo? Papa Francesco? La Curia romana nel suo insieme? O ambedue? Chiunque sia stato, resta il fatto che il Papa ha l'ultima parola su tutto e, dunque, è lui il responsabile in primis di ogni decisione.

Affrancarsi dal cattolicesimo pagano

     Quali responsabilità ha Papa Francesco?
Sono le responsabilità di un Vescovo cristiano, chiamato al servizio di Gesù Cristo e a una vita di discepolato nell'obbedienza alla Sua parola per testimoniare e annunciare con fedeltà e umiltà l'evangelo della grazia e della misericordia di Dio verso tutta l'umanità. 
Se tale è il compito del capo della chiesa cattolica e di tutti i leader cattolici, come cristiano dissento fortemente dalla strumentalizzazione per fini "religiosi e spirituali" delle spoglie mortali di due credenti dichiarati santi, Padre Pio e Apollonio. La fede che è nata dalla predicazione cristiana delle origini non si è mai alimentata del culto dei morti, delle processioni di cadaveri, di statue di legno, di argilla, ricoperte d'oro o di altri preziosi, perché tutto ciò è denunciato dalla Bibbia, dai profeti dell'Antico Testamento fino ai testimoni del Nuovo Testamento, come paganesimo. Nei morti, nelle statue, nelle immagini non c'è vita e non possono trasmettere la vita.
Papa Francesco, che ha l'obiettivo di purificare la chiesa da ogni sontuosità per trasformarla in una chiesa semplice e povera, ma ricca di un grande mandato, ha tra i suoi compiti quello di non alimentare una religiosità popolare che non ha alcun fondamento biblico e teologico. Le folle devono essere educate per crescere nella fede in Dio rivelato in Gesù Cristo e in Lui soltanto. Pertanto gli educatori cristiani non possono tradire o inquinare l'evangelo con filosofie, credi e tradizioni popolari sia pure legate a personaggi dalla vita esemplare. Non ci è permesso di esaltare la creatura al posto del Creatore e di Gesù Cristo, perché solo la croce di Gesù e la potenza della sua risurrezione sono il centro del messaggio cristiano e del cammino di ogni vero credente.
Il Giubileo proclamato da Papa Francesco dovrebbe essere l'occasione per predicare alle folle di andare a Cristo e a Lui soltanto e per chiamare tutti alla conversione ad una vita rinnovata dall'azione della sua Parola e per l'azione dello Spirito Santo.
A nulla vale, durante il Giubileo, comprare con soldi indulgenze per ottenere favori spirituali personali ovvero il perdono di Dio a pagamento perché, come afferma l'apostolo Paolo, " è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede: e ciò non viene da voi; è il dono di Dio" (Ef. 2, 8). Lutero aveva già denunziato a suo tempo questo mercato, che favoriva solo il benessere delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche ma non liberava minimamente le coscienze, lasciandole in una sorta di schiavitù spirituale in quanto dipendenti dal potere umano delle autorità clericali.
Oggi è tempo di dire ad alta voce che questo modo vecchio di essere cattolici offende i veri credenti in Cristo di qualunque confessione cristiana, ma offende anche questa nostra Italia che appare sempre più un Paese al di fuori del tempo, della storia, e che dipende sempre più nelle sue scelte politiche, civili ed etiche, da un Vaticano intrigante e influente, ma sempre conservatore.

                                                                               Palladino Aldo

26 dicembre 2015

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI 2016
Torino e Provincia

Commissione Cattolica Diocesana per l'Ecumenismo e il Dialogo (CED) 
Commissione Evangelica per l'Ecumenismo (CEPE) 
 Comunità Ortodosse di Torino

con la collaborazione del 
Segretariato Attività Ecumeniche (SAE)

«Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio»
(1 Pietro 2,9)


18-25 gennaio 2016

LUNEDÌ 18 GENNAIO, ore 20,45
CELEBRAZIONE ECUMENICA di APERTURA della SETTIMANA
presiedono:
- mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino
- pastore Luca Maria Negro, Chiesa Evangelica Battista padre
- Giorgio Vasilescu, parroco ortodosso romeno
Tempio valdese, corso Vittorio Emanuele II, 23, Torino

CELEBRAZIONI ECUMENICHE

MARTEDÌ 19 GENNAIO, ore 20,45
TORINO
- Chiesa cristiana Avventista Via Rosta 3, P. Maglioli, predicatrice E. Banfo
- Chiesa evangelica Battista Via Viterbo 119, suor E. Tamburini, padre C. Vasilescu
- parrocchia San Francesco da Paola Via Po 16, pastore M. Piovano, don A. Piola
- parrocchia San Giovanni Maria Vianney Via Giulio Gianelli 8, pastora M. Bonafede, don G.  
  Carrega
VALPERGA
          Chiesa evangelica Battista Strada Cuorgné 43 don C. Baima Rughet, pastore S. Spanu

MERCOLEDÌ 20 GENNAIO, ore 20,45
CARMAGNOLA
- parr. Ortodossa romena, Chiesa di S. Anna piazza Mazzini,  pastore S. Fontana, M.R.  Marenco,  
  padre M. Vlasin
NICHELINO
- parrocchia SS. Trinità Via Stupinigi 16 pastore P. Ribet, don S. Giraudo RIVOLI
- parr. Ortodossa romena, Chiesa di S. Rocco Viale Bassano 1, don G. Isoni, pastora H. Fontana,       
  padre C. Dita
TORINO
- CHIESA EVANGELICA VALDESE Corso Principe Oddone 7 don A. Saco, pastore E. Paschetto
- Chiesa di Sant'Antonio da Padova Via Sant'Antonio da Padova 5, pastore H. Bludau, padre P. 
  Pagliarini
- parr. Madonna della Divina Providenza Via Carrera 11, pastore F. Mosca, don G. Ghiberti
- parrocchia Madonna delle Rose Via Madonna delle Rose 4, pastora M. Bonafede, p. M. Mazzoleni
- parr. Ortodossa russa, Chiesa di S. Massimo Strada Val San Martino 7, P. Zoccatelli , predicatrice E.
  Ferreri

GIOVEDÌ 21 GENNAIO, ore 20,45
INCONTRO DEI GIOVANI
Preghiere, canti e riflessioni
parrocchia Santo Nome di Gesù Corso Regina Margherita, 70 - Torino

VENERDÌ 22 GENNAIO, ore 20,45
GRANDE VESPRO ORTODOSSO
presiede p. Luciano Rosu parrocchia Ortodossa romena S. Croce via Accademia Albertina 11 - Torino

SABATO 23 GENNAIO
PER BAMBINI E RAGAZZI
ore 9,30-15: laboratorio ecumenico
ore 15,30: preghiera ecumenica
animatori: M. Long, E. Possamai, A. Rosu Parr. S. Agostino, via S. Chiara 9, Torino

SABATO 23 GENNAIO ore 19,00
Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
L'Éternel a fait pour nous de grandes choses.
The Lord has done great things for us.
Tempio valdese, corso Vittorio Emanuele II 23, Torino

CELEBRAZIONI ECUMENICHE

DOMENICA 24 GENNAIO, ore 18,00
UNA NUOVA PRIMAVERA ECUMENICA? PROSPETTIVE DELL'ECUMENISMO IN ITALIA DOPO LA VISITA DI PAPA FRANCESCO AI VALDESI
Ne parliamo con:
- don Cristiano Bettega, direttore Ufficio per l'ecumenismo e il dialogo della CEI,
- pastore Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia.
Modera la pastora Maria Bonafede Sermig, piazza Borgo Dora 61

SABATO 23 GENNAIO, ore 20,45
CASTIGLIONE TORINESE
parrocchia Santi Claudio e Dalmazzo Piazza Beata Vergine Assunta pastore P. RIbet, diacono M. Fanelli


LUNEDÌ 25 GENNAIO ore 20,45
CELEBRAZIONE ECUMENICA DI CHIUSURA DELLA SETTIMANA
presiedono:
- predicatrice Eugenia Ferreri, presidente della CEPE
- padre Lucian Rosu, parroco ortodosso romeno
- don Antonio Sacco, vice-presidente della CED
Duomo, piazza san Giovanni, Torino

08 dicembre 2015



             IL GIUBILEO NELLA BIBBIA
di Paolo De Benedetti



Questa conferenza è stata promossa dal gruppo ecumenico "Strumenti di pace" nella parrocchia di Gesù Nazareno di Torino. Ringraziamo per l'autorizzazione a riprodurla.


Ho diviso questa conversazione in sette punti. E un caso fortunato perché il numero sette è la radice del giubileo. Eccoli:
1) le fonti bibliche;
2) l'origine del termine;
3) i dati storici;
4) il rapporto tra il giubileo e gli anni sabbatici;
5) il giubileo nella tradizione orale ebraica e negli apocrifi;
6) una considerazione teologica del giubileo;
7) che cosa ci dice il giubileo biblico.

Non parlerò del giubileo cristiano, se non per accenni, ma dei suoi fondamenti - se tali possono considerarsi - biblici. Voglio tuttavia premettere una brevissima sintesi dei cosiddetti "anni santi" o giubilei cristiani, o meglio cattolici. II primo fu indetto da Bonifacio Vlll (nel 1300) e ne abbiamo traccia nella Divina Commedia. Bonifacio Vlll l'aveva stabilito ogni cento anni. Nel 1343 Clemente
Vl lo portò a cinquant'anni. C'era una certa ambizione dei papi di essere presenti all'epoca del giubileo, e c'erano anche delle ragioni sia pastorali, sia economiche. Urbano Vl lo portò a trentatré anni (nel 1390), cioè abbandonò la scansione biblica e adottò quella della presunta vita di Gesù. Finalmente Paolo II, nel 1470, stabilì un giubileo ogni venticinque anni: doveva cadere nel 1475, ma egli mori l'anno prima. Quindi la cadenza attuale dei giubilei è venticinquennale, però ci sono anche i giubilei straordinari: o per l'anniversario (centenario, millenario, ecc.) della morte di Gesù o per altre occasioni storiche, o ci sono gli anni mariani...
Il giubileo cattolico ha assunto due aspetti che il giubileo biblico non prevedeva: l'indulgenza plenaria e il pellegrinaggio, mentre il giubileo biblico aveva come tema centrale il ristabilimento dell'equità, il condono dei debiti.

LE FONTI BIBLICHE
Le fonti bibliche non sono molto numerose. Le principali sono nel Levitico e nei Numeri; c'è poi qualche accenno in Isaia e nel Deuteronomio. Indirettamente, abbiamo l'importante pagina di Luca in cui Gesù fa il lettore della pericope profetica nella sinagoga di Nazareth (cfr. Lc 4,14ss), su cui ritorneremo. Leggo un solo testo:
«Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giomo del settimo mese farai squillare la tromba dell'acclamazione» (Lv 25,8-9a).
ll decimo giorno del settimo mese è il Kippur, mentre il primo giorno del settimo mese è il Capodanno:
«ll giorno di Kippur farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti» (Lv 25,9b-l0a).

Si notino due espressioni: "Dichiarerete santo il cinquantesimo anno", mentre prima si parlava di un periodo di quarantanove anni. Poi: "Proclamerete la liberazione per tutti i suoi abitanti" (Lv 25,10):
«Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest'anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. [...] Regolerai l'acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l'ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita »(Lv 25,10- 15).
Cioè tra un giubileo e l'altro io potevo comprare un pezzo di terra. Ma avveniva come avviene (o avveniva) a Londra, in cui tutto il terreno è della regina. Quando uno compra una casa paga il suolo di più o di meno secondo che ci si avvicini più o meno al centesimo anno, in cui torna la proprietà alla regina. Così nella terra d'Israele. Io compro il terreno da te, supponiamo nel primo anno dopo il giubileo. Lo posso tenere per cinquant'anni e lo pago di più. Ma se io lo compro da te nel quarantesimo anno lo pago di meno. Durante la mia proprietà (parafraso il testo perché sia più chiaro), chi me l'ha venduto ha diritto a riscattarlo (lui o i suoi parenti) pagandolo in questa misura. Se non ha di che pagarlo, comunque al cinquantesimo anno torna a lui. Perché? Per il rapporto popolo-terra. Ogni tribù, tranne quella di Levi, ha un terreno, un territorio che deve rimanere quello senza né crescere né diminuire. Quindi, bisogna che, con cadenze periodiche, il terreno ritorni a essere in rapporto ideale con la tribù, clan, famiglia che lo abita.
Qui nasce un problema che i giuristi del giubileo hanno poi considerato. E se una donna della tribù di Giuda sposa un uomo della tribù di Efraim e gli porta in dote un pezzo di terra, questa terra passa all'altra tribù? No, è impossibile! Non resta che consigliare alla donna di sposare invece un uomo della tribù di Giuda, oppure di stabilire che quel terreno rimanga della tribù di Giuda.
Questo rapporto popolo-terra non va considerato alla luce di ragioni economiche o di possesso, ma di quello che Dio ha detto: "Poiché voi siete ospiti nella terra. Tutta la terra è mia" (Es 19,5; cf Dt 10,14). Le assegnazioni fatte da Dio devono rimanere come un aspetto del rapporto Dio-Israele. In Isaia c'è il testo che poi Gesù spiega a Nazareth: "Lo spirito del Signore Dio è su di me..." (Is 61,1-2). Probabilmente questa è un'allusione al giubileo, che Gesù attualizza secondo il genere letterario del pesher (midrash attualizzante).
Come si vede, i testi biblici relativi al giubileo sono pochi; e Lv 27 e Nm 36 dicono più o meno le stesse cose di Lv 25.

L'ORIGINE DEL TERMINE
Come nasce il termine jovel, giubileo, in ebraico?
C'è un'etimologia che lo fa derivare dalla radice j - b - l che vuol dire "portare in processione". Forse, in questo caso, vorrebbe dire portare in processione i prodotti al santuario. Ma è molto più probabile che jovel significhi "montone", o meglio "corno di montone". II giubileo veniva annunciato con quale modalità? La traduzione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dice che fanno "squillare la tromba dell'acclamazione". È traduzione sbagliatissima. Non si suona una tromba, ma lo shofar (corno). Nel libro dei Numeri sono prescritte le due trombe d'argento battuto (hazozerot) che servono per particolari momenti della vita del popolo. Ma non hanno un significato né teologico né mistico né escatologico come invece ha lo shofar. II giubileo si annuncia nel giorno di kippur col suono dello shofar, che non è uno squillo ma uno strepito.
Ora, lo shofar è prima di tutto un memoriale del sacrificio di Abramo (cf. Gen 22). Egli ha immolato un montone al posto del figlio lsacco. Sul monte Sinai (cf. Es 19) quando Dio stava per dare la Torà, secondo la CEI si sentiva una tromba; invece si udiva uno shofar. Era un suono escatologico, mistico. Quando arriverà il Messia scendendo dal monte degli Ulivi, come si vede nelle miniature ebraiche medioevali, sarà a cavallo di un asino, preceduto da un suonatore di shofar (cf. Zc 9,9) e, come si legge nel salmo 47,6, tutti saranno raccolti davanti al trono al suono di shofar che annunzierà la redenzione. Secondo il midrash: dei due corni del montone immolato al posto di Isacco, uno ha suonato sul monte Sinai e l'altro suonerà all'arrivo del Messia. Quindi, che il giubileo venga annunciato dal suono di shofar e non di tromba non è un particolare trascurabile, come pure che venga indetto il giorno di kippur, giorno in cui ancora oggi si suona lo shofar, come al capodanno. Sono le piccole grandi sviste che dimostrano quanto debba progredire nelle chiese la conoscenza dell'ebraismo.

LA STORICITÀ
Quando e come è avvenuto il giubileo?
Una cosa è certa: durante il periodo del secondo tempio non è mai stato celebrato. Durante il primo tempio meno che mai, perché il Levitico, che stabilisce le norme del giubileo, è stato scritto al tempo dell'esilio e nel post esilio. Il giubileo biblico non è mai stato celebrato, a differenza dell'anno sabbatico, che è stato celebrato e lo è tuttora in Israele. Resta comunque l'esigenza esegetica e halachica di studiarne le modalità legali, come se si trattasse di una realtà, cominciando dal computo.
Quarantanove o cinquant'anni? Una cosa è certa: non sarebbe stato possibile avere un anno sabbatico e un anno giubilare di seguito, perché ciò comportava la non coltura dei campi. L'anno sabbatico (anche se la Bibbia assicura che Dio stesso provvedeva a fornire il cibo), in realtà era un anno di impoverimento: tanto è vero che, negli anni sabbatici, Alessandro Magno e Giulio Cesare avevano esentato gli ebrei dal pagare le imposte, perché il popolo non aveva di che rifonderle. Invece Adriano, I'imperatore che nella tradizione ebraica è associato all'invettiva "siano stritolate le sue ossa", abrogò questa concessione, perché il suo proposito era quello di far scomparire Israele dalla faccia della terra.
Due anni di seguito, uno sabbatico e l'altro giubilare erano impossibili; quindi questa ipotetica data del giubileo è controversa. Da un lato, si voleva sottolineare la cadenza del mezzo secolo, dall'altra collegarsi a tutta la teologia del numero sette. Abbiamo perciò la settimana, l'anno sabbatico, l'anno
giubilare e poi, nelle tradizioni mistiche e apocrife, i cicli giubilari. A prescindere dalla questione del numero, dobbiamo notare che questa sequenza ha una valenza teologica molto importante, in quanto testimonia la scansione del procedere di Dio nel tempo. Dio entra nel tempo: questo distingue il Dio biblico dal dio dei filosofi. Dio entra nel tempo e cammina nel tempo, cambia il tempo. Gli fa percorrere una via verso una pienezza che all'inizio non gli era riuscita. Perciò questo cammino verso la pienezza escatologica è valido tanto per l'uomo quanto per il Creatore.
La sconfitta del creato e del Creatore sarà vinta, verrà sanata solo quando, come dice Is 11,6- 8, il lupo starà con l'agnello e il leone starà col capretto, il bambino metterà la mano nella tana del serpente (il serpente di Genesi 3): tutte cose che avverranno e non sono ancora avvenute. Sta di fatto che, secondo un atteggiamento tipicamente ebraico per noi forse un po' difficile da comprendere, una legislazione del giubileo esiste. Uno degli elementi fondamentali è questo: anche se cade ogni cinquant'anni, il giubileo dev'essere proclamato dal bet din, cioè dal sinedrio. Non è automatico. Ossia ci vuole una iniziativa umana che dia corso a questa scansione divina. Appunto questo è lo scopo del suono dello shofar a kippur. In realtà l'annuncio del giubileo con lo shofar ha le valenze escatologiche, mistiche ecc. che abbiamo detto; ma ha anche un significato molto più concreto. I decreti, gli atti pubblici, venivano notificati al suono dello shofar, come tempo fa nei nostri paesi c'era il banditore che suonava. Lo shofar vale dunque un po' anche come il timbro di un
ufficio.

IL RAPPORTO TRA GIUBlLEO E ANNO SABBATICO
I Maestri si sono posti soprattutto il problema: che differenza c'è tra l'anno sabbatico e il giubileo?
L'anno sabbatico comportava la remissione dei debiti e la liberazione degli schiavi ebrei, a meno che essi dichiarassero che non volevano essere liberati (era possibile, perché grazie al padrone avevano vitto e alloggio). II punto centrale del giubileo invece non sarebbe la liberazione degli schiavi, ma il ritorno delle proprietà, in campagna e non in città. Le case in città restano di chi sono.
(Potremmo fare delle considerazioni sulla prevalenza che nelle religioni la campagna ha sempre avuto sulla città. Prima il pastore sul contadino, poi il contadino sull'operaio e sul cittadino. L'ideale religioso è sempre stato visto in qualche cosa di ritardato rispetto all'attualità). Tuttavia è stata fatta una convenzione: anno sabbatico e anno giubilare sono intercambiabili. Tutto ciò che vale per l'uno, vale anche per l'altro. Dichiarazione puramente teorica, ma in qualche modo anche compensativa: il giubileo non si celebra, ma gli anni sabbatici sono in qualche modo anche giubilari.
Avrete notato che manca qualche cosa estremamente importante che c'è nel giubileo cattolico. Nell'anno giubilare non si va in nessun posto, non c'è un atto rituale di pellegrinaggio. Questa è una radicale differenza tra giubileo biblico e giubileo cattolico.
Vorrei ancora dire qualcosa sui precetti previsti per il giubileo.
- I precetti positivi sono tre: il settimo anno lascerai riposare la terra e la manterrai non coltivata; il settimo anno sarà un sabato di riposo solenne per la terra; alla fine di ogni sette anni farai una shemità, cioè un condono dei debiti.
- I precetti negativi sono: non seminerai e non arerai; non poterai la vigna; quello che cresce da sé nei raccolti non lo raccoglierai per te; non vendemmierai, i frutti della tua vigna li lascerai sulla vite; non pretenderai la restituzione del prestito fatto al tuo vicino (norma mutuata dall'anno sabbatico); non pensare nel tuo cuore: si avvicina il settimo anno, non presterò niente a nessuno; il tuo occhio non sia cieco di fronte al bisogno del tuo prossimo. Il condono dei debiti nel settimo anno avveniva per mantenere una certa eguaglianza di rendite tra tutti gli abitanti. Ma avvicinandosi il settimo anno, i ricchi non prestavano più nulla ai poveri: quindi l'idea biblica veniva capovolta
e si aumentava la povertà. Pochi anni prima di Gesù, il grande maestro Hillel stabilì perciò che le "cambiali" venissero trasferite al tribunale (esente da questa norma), onde permettere che esse rimanessero in vigore e fossero riscattate anche dopo. In tal modo i prestiti divenivano possibili e si otteneva un minore impoverimento dei poveri.

IL GIUBILEO NELLA TRADIZIONE ORALE E NEGLI APOCRIFI
Dove si celebra l'anno giubilare, se lo si celebra? dove si celebra l'anno sabbatico, se lo si celebra?
La risposta per l'anno sabbatico è certa. Il riposo della terra vale solo per l'agricoltura di lsraele, mentre la remissione dei debiti vale per tutto il mondo.
Un ebreo che sta in Italia non lascia incolto il suo campo, se ce l'ha, ma deve rimettere i debiti o trasferirli al tribunale. Lo stesso varrebbe per l'anno giubilare.
Ovviamente non sono questi gli aspetti che ci interessano di più, ma altri due:
- i benefici del giubileo vanno estesi a tutti gli uomini indipendentemente se siano ebrei o non ebrei;
- non si deve mietere o vendemmiare, ma ognuno è libero di raccogliere nel campo quello che gli serve. Se si hanno delle provviste anteriori si possono usare finché gli stessi prodotti sono ancora nel campo; ma se nel campo non ci sono più, le provviste si devono distruggere. Questo perché il giubileo mette in condizione di assoluta uguaglianza ricchi e poveri facendo dipendere tutti esclusivamente dalla provvidenza divina.
A questo punto occorre fare un salto di natura cosmica. I giubilei sono diventati infatti un'unità di misura delle ere del mondo: questa prospettiva abbonda negli apocrifi tra i quali c'è appunto il Libro dei giubilei. La storia del mondo è scandita dai giubilei. Dall'ingresso nella Terra Promessa
all'esilio ci sarebbero stati diciasette giubilei. Non è un'indicazione del tutto infondata: sono otto secoli e mezzo, ossia dal 1200-1100 al 500 a.C. Ci sarebbero poi altri ottantacinque giubilei fino all'era messianica, cioè circa 4000 anni.
Nella letteratura apocrifa i periodi giubilari sono di quarantanove anni e si basano su un calendario solare - non lunisolare - di 364 giorni: esso sembra essere quello degli Esseni. Le età del mondo sono costituite da cicli di qurantanove giubilei; il cinquantesimo giubileo conclude un ciclo del mondo e ne inizia un altro.
A noi queste sembrano speculazioni gratuite. Per la letteratura apocrifa, invece, rappresentavano una materia appassionante che ha avuto delle ricadute, per esempio, nei calcoli sulla futura venuta del Messia, e le delusioni con le catastrofi connesse provocate dai falsi messia. Anche nel mondo cristiano, del resto, al giungere della fine dei millenni si scatenano i deliri dei calcolatori. Tutto questo è il fall out della concezione apocrifa del giubileo, che non è quella biblica. La Bibbia non prevede il giubileo come unità di misura per calcolare l'età del mondo, ma per calcolare la conversione degli uomini, che è tutta un'altra cosa.

UNA CONSIDERAZIONE TEOLOGICA DEL GIUBILEO
Portiamo la nostra attenzione sulla teologia del tempo e dello spazio.
Come l'anno sabbatico, il giubileo è radicato in un pezzo di terra neanche tanto grande. Però è scandito da una serie di anni. Nel suo libro sul sabato Abraham Heschel (A.J.HESCHEL, Il sabato. Il suo significato per l'uomo moderno, Rusconi, Milano 1972) dice: "L'ebraismo costruisce i suoi santuari nel tempo".
Il tempo non è né un cerchio né un percorso indefinito, ma una linea che ha un principio e un termine noti. Non tutto lungo il cammino ci è noto, anzi poco, ma il punto di partenza e di arrivo sì.
Questo cammino nel tempo è quello di Dio e ha le sue scansioni. Ma a tali scansioni potremmo aggiungere un pensiero che interessa particolarmente la chiesa cattolica: questi tre anni (1997-1999) sono stati da essa dedicati rispettivamente a Gesù, allo Spirito Santo e al Padre. (Il Credo è stato un po' rimescolato). Poiché il 1998 era l'anno destinato a riflettere sullo Spirito Santo, è stata ricordata la Pentecoste. Sono sette settimane dopo Pasqua.
Nell'ambito di un anno, la Pentecoste costituisce quello che rappresenta il giubileo nell'ambito del secolo: in tal modo noi abbiamo sempre una provocazione giubilare, in tutti gli anni della nostra vita. Questa provocazione giubilare è strettamente legata (come si legge negli Atti degli Apostoli e nella tradizione ebraica) alla ruach-pneuma (spirito), allo Spirito Santo (in ebraico è femminile), ossia alla maternità di Dio.

COSA DICE OGGI IL GIUBILEO BIBLICO
Nella letteratura giubilare che ci invade in questi anni, si insiste a dire che il giubileo è un periodo di conversione. Speriamo! Comunque, l'uomo dovrebbe convertirsi sempre, o meglio, come diceva un maestro della Mishnà:: "Convertiti il giorno prima della tua morte". Programma minimo e massimo insieme.
Ora a noi il giubileo si presenta, proprio per il fatto di non essere mai stato celebrato, come un'utopia o come un'attesa messianica. Nello stesso tempo, proprio perché ogni anno è giubilare, esso costituisce una riforma del presente concreto. Nei testi citati (Levitico, Numeri) il giubileo non era una elevazione della mente in Dio, ma una restaurazione dell'hic et nunc, dell'oggi concreto.
Oggi il giubileo biblico ci dice: "Mettete in ordine il vostro mondo", non "preparatevi all'altro mondo". Nei testi relativi al giubileo non è prescritta neanche una preghiera. Si parla di azioni da fare, non di preghiere. Al momento dell'esodo a un certo punto Dio dice a Mose: "Perché gridi a me?" (Es 14,15). E i rabbini commentano: Non pregare, ma agire.
C'è anche un'altra bella considerazione su questo testo. Mosè non gridava affatto, ma Dio ha voluto con questa domanda retorica insistere sul fatto che in quel momento bisognava fare la preghiera come azione.
Ovviamente non si tratta della salvezza dell'anima, anche perché l'anima è un'invenzione greca, ma di salvezza del prossimo e della natura, della creazione. O meglio, possiamo dire che tutto il creato è mio prossimo e come tale è tutto coinvolto nel progetto di Dio.
Nella sinagoga di Nazareth Gesù annuncia il giubileo (cf. Lc 4,16-19), legge il testo di Isaia (cf. Is 61,1.2) e dichiara: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura". Non voleva dire che è scattato l'anno giubilare, intendeva proclamare: la mia esistenza, il mio vivere giorno per giorno, la mia missione è realizzare lo spirito del giubileo.
Allora possiamo affermare che noi ci troviamo tra due poli: l'esodo e il giubileo. L'esodo rappresenta la nostra salvezza passata, ma tuttora funzionale e funzionante, e il giubileo la nostra utopia futura. L'esodo è stato considerato da Michael Walzer (M.WALZER, Esodo e rivoluzione, Feltrinelli, Milano 1986) il modello delle rivoluzioni dell'Occidente, sia quelle buone che quelle cattive. Tutte hanno preso l'esodo come modello del cambiamento e della liberazione. Il giubileo potrebbe essere, analogamente, un progetto di rivoluzione per tutto il creato che geme (Rm 8,22).
Questa dialettica tra esodo e giubileo, che si potrebbe anche vedere tra Pasqua e Pentecoste (ebraica e cristiana) è l'insegnamento principale da tener presente nel frastuono giubilare di questi anni, considerando che se uno vuole può fare il giubileo anche in casa sua, nel segreto del suo cuore.

                                                                     Paolo De Benedetti



Articolo tratto dal seguente sito:

14 novembre 2015


     Ebrei 10:19-25

     Esortazione 
  alla fede,  alla speranza e alla carità

                                      Predicazione di Aldo Palladino


Il testo biblico
19 Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù, 20 per quella via nuova e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, 21 e avendo noi un grande sacerdote sopra la casa di Dio, 22 avviciniamoci con cuore sincero e con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell'aspersione che li purifica da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23 Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è colui che ha fatto le promesse. 24 Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all'amore e alle buone opere, 25 non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno.

Introduzione
Non ci si accosta frequentemente alla lettera agli Ebrei perché può apparire ai lettori un trattato di teologia complicato e difficile, per niente attinente alla nostra realtà, soprattutto quando affronta i temi riguardanti il sacerdozio dell'A.T., la figura per certi aspetti misteriosa di Melchisedec, i temi della superiorità di Cristo rispetto agli angeli e a Mosè e tutti i temi che mettono a confronto l'antico e il nuovo patto. Ma ad una lettura più paziente e attenta ci rendiamo conto che c'è un tesoro nascosto in cui troviamo le pietre preziose di una efficace cristologia.
La lettera agli Ebrei è stata definita un grande sermone, una lunga predicazione ricca d'insegnamenti che intende far eccellere la figura di Gesù Cristo al di sopra di tutto e di tutti.

Il motivo della lettera
Quale motivo ha spinto l'autore della lettera agli Ebrei a rivolgere queste parole dal tono esortativo? L'autore scrive ad un gruppo di credenti, ad una comunità giudeo-cristiana divenuta apatica, indolente e pigra rispetto alla via della salvezza, una comunità stanca. Infatti quei credenti:
·      non prestano più attenzione alla predicazione (2,1; 5,11; 6,12);  
·      rischiano di rimanere indietro (4,1);
·      trascurano le assemblee cultuali, la comune radunanza (10,25);
·  prima sapevano resistere nella sofferenza e sopportavano le persecuzioni (10,32 s.) mentre ora stanno per perdere le forze, l'entusiasmo, e stanno per cedere ad una influenza di matrice giudaizzante che li riporta sotto il giogo della legge (13,9-11).
"La causa del raffreddamento della fede va cercata per l'autore in un deficit teologico. I suoi lettori sono rimasti fermi a un livello di conoscenza insufficiente (5,11 ss.). Ciò di cui hanno bisogno è una migliore comprensione della salvezza e, quindi, del dono che è stato dato loro tramite Gesù" (¨). 
Per ridare forza e coraggio a questi credenti, era necessario, dunque, intervenire e  offrire delle soluzioni pastorali. E il Predicatore dà la sua soluzione: non invoca una migliore dinamica di gruppo o delle tecniche per la soluzione dei conflitti, né propone di modificare le strutture dell'azione missionaria o di rendere più attraente il culto, ma predica alla comunità" ([1]). Egli rimette al centro della vita della comunità la predicazione e al centro della predicazione la persona e l'opera di Gesù Cristo. Predica che Gesù Cristo è la via nuova e vivente che tutti possono percorrere, senza limitazioni e restrizioni, per andare alla presenza di Dio Padre. Predica che, per la sua morte in croce e per il sangue versato, Gesù ci ha dato la libertà di entrare nel luogo santissimo. Nell'antico patto era un luogo chiuso ermeticamente, impenetrabile, ma accessibile solo al sommo sacerdote una volta all'anno per chiedere il perdono dei peccati suoi e di quelli di tutto il popolo, ma nel nuovo patto, quando Cristo Gesù ha dato la sua vita per noi, la cortina del tempio che separava il luogo santo e il luogo santissimo è stata lacerata da cima a fondo e tutte le barriere che ci separavano da Dio sono cadute. Ora abbiamo libero accesso e piena comunione e relazione con Dio Padre. La libertà che abbiamo non è una nostra conquista, è un dono. Gesù Cristo è il vero, nostro Sommo Sacerdote, fedele e misericordioso, che ci ha riconciliati col Padre e ci ha donato la più grande di tutte le libertà, che nessuno ci può togliere e nessuno può impedire. Ora noi possiamo andare alla presenza di Dio liberamente, tutte le volte che lo vogliamo: quando ci chiudiamo nella nostra cameretta per pregare, quando siamo riuniti due o tre nel culto comunitario, quando siamo in una prigione, quando siamo in un letto d'ospedale. In qualunque posto e in qualsiasi condizione di tempo, di luogo, noi abbiamo la libertà di parlare con Dio.
Gesù dice: "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14:6).
E l'apostolo Paolo dichiara: "Infatti, c'è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo " (1 Tim. 2:5)

Riscoprire il culto
Il testo biblico che abbiamo letto invita tutti noi, fratelli e sorelle, ad avvicinarci a Dio per offrirgli un culto per mezzo di Gesù Cristo.
Come peccatori perdonati, oggetti della sua grazia e della sua misericordia, possiamo ora svolgere il nostro culto senza pesi e sensi di colpa e con una nuova prospettiva, quella di chi è arrivato a casa dopo un lungo cammino. Ed è qui che noi sperimentiamo in anticipo, pur con le debolezze e i nostri limiti umani, l'evento escatologico della lode e della gloria eterna a Dio, e confessiamo che Gesù Cristo è il Signore alla gloria di Dio Padre" (Fil. 2: 10-11).
Qui e ora, fratelli e sorelle, noi realizziamo un piccolo pezzo di cielo.
Forse, col passare degli anni, abbiamo perso il senso spirituale del nostro culto.
Oggi prevale un razionalismo pragmatico e forme di interpretazione sociologica delle nostre attività ecclesiali per cui molte parole bibliche non hanno più un impatto sulla nostra vita spirituale, non perché esse hanno perso valore e potenza, ma perché noi ascoltiamo quelle parole con i filtri della nostra cultura secolarizzata.  
Abbiamo pertanto bisogno di considerare le esortazioni che il Predicatore rivolge alla comunità destinataria della lettera agli Ebrei come rivolte a noi per riprendere il nostro cammino sulle orme di Gesù e rivolgere a Dio una vera adorazione a cominciare dal momento del nostro culto. In che modo?
Il Predicatore nel nostro testo ci offre 5 motivi di riflessione e ci dice che dobbiamo rendere il nostro culto:
1) come comunità salda nella fede. Nella comunità che si riunisce nel nome di Gesù e in mezzo alla quale Gesù promette la sua presenza (Mt. 18:20), ci riconosciamo e ci accogliamo come fratelli e sorelle, membri del medesimo corpo e della stessa famiglia (1 Cor. 12:12-13) . Non siamo più stranieri o forestieri, relegati nel recinto esterno del Tempio, ma siamo introdotti nelle dimore interne della casa.   
2) come gente che è stata battezzata e perdonata. Nel culto andiamo appesantiti dalle nostre fragilità e dalle nostre preoccupazioni, ma lì gustiamo la grazia di Dio che cura le nostre ferite e lenisce i nostri dolori. Dio ci accoglie perché ci ha perdonati e giustificati in Cristo, della qual cosa noi rendiamo testimonianza col battesimo.  
3) con speranza. Questo significa che realizziamo il nostro culto anche come tempo di attesa che le promesse di Dio si realizzino. Oggi, in questo mondo, non le vediamo ancora realizzate, ma è vicino il giorno in cui celebreremo l'avvento del Regno di pace e di giustizia. Vivere con speranza significa attenersi a Gesù Cristo, che realizza ogni speranza, che lui stesso è la nostra speranza (1 Tim.1:19. E noi non dobbiamo dubitare, perché la realizzazione delle promesse non dipendono da noi, ma dalla fedeltà di Gesù.
4) con opere d'amore e di misericordia. Il testo dice: "Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all'amore e alle buone opere" (v. 24). Questa esortazione è fondamentale per far nascere una vera comunione nella chiesa. Giovanni ci ricorda: "Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli…Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità" (1 Gv. 3:16,18). E Paolo scrive: "Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro" (Col. 3:.13)
5) con costanza. Quando il Predicatore scrive di non abbandonare la comune adunanza sapeva bene che ciò era dovuto a stanchezza o a un affievolirsi della fede o, come diremmo oggi, ad una secolarizzazione che ha fatto irruzione nella vita. Riscoprire il valore del culto come uno stare insieme alla presenza del Signore può aiutare a vivere la nostra fede con costanza e regolarità.

Fratelli e sorelle, dobbiamo ammettere che oggi le esortazioni, gli avvertimenti, i moniti, non sono più di moda e, ammettiamolo, ci danno un po' fastidio. Eppure la Bibbia è piena di sollecitazioni e di richiami di ogni tipo che sono necessari per riconsiderare la nostra vocazione, per riflettere sulla nostra testimonianza in questa società, per riscoprirci come fratelli e sorelle e per vivere la nostra vita come un culto al Signore, con la gioia e la responsabilità di chi è stato grandemente amato e perdonato. Fino alla fine dei nostri giorni siamo chiamati a vivere la nostra fede nella comunità dei credenti dove tutti insieme siamo chiamati a servire il nostro Signore e ad annunziare che il suo Regno è vicino.

                                                                               Aldo Palladino




(¨) Gerhard Barth. Il significato della morte di Gesù. Editrice Claudiana, 9/1995, pag. 211.
[1] Thomas G. Long, Ebrei – Editrice Claudiana - Torino, pag. 15